Petrolio e rendita da petrolio hanno mosso la Guerra del Golfo e rimescolato le carte

Sin dall'antichità, le classi dominanti hanno sempre ammantato le loro guerre con ideali che, al momento, potevano apparire, agli occhi di chi doveva combatterle e sopportarne le più tragiche conseguenze, fra i più nobili. Anche la recente guerra del Golfo ha subito la stessa sorte; ma forse questa, per la complessità delle contraddizioni che l'hanno determinata, è rimasta avvolta da una coltre di nebbia così fitta che anche coloro che in qualche modo vi si sono opposti difficilmente sono riusciti a sottrarsi al suo macabro fascino.

A parte lo sterile pacifismo piccolo-borghese che ha rispettato il copione che conosciamo da sempre, ciò che ha sorpreso è stata l'evidente incapacità della stragrande maggioranza delle forze sedicenti di ispirazione marxista di cogliere le radici del conflitto. Lo si è infatti analizzato secondo schemi obsoleti e perciò inadatti a cogliere gli sviluppi della dominazione imperialistica determinatisi, sia lungo tutto il periodo di tempo che va dalla prima guerra mondiale ai nostri giorni, sia negli ultimi venti anni, in conseguenza della profonda crisi strutturale che ha colpito il ciclo di accumulazione avviatosi con la fine della seconda guerra mondiale.

Si è parlato di guerra per il diritto, di guerra fra il nord ricco contro il sud povero e quando si è parlato di guerra per il petrolio lo si è fatto quasi sempre come se si fosse trattato di una delle tante guerre coloniali avente come obbiettivo il controllo dell'oro nero inteso come pura fonte energetica. "Non sangue per il petrolio" si è gridato un po' dappertutto esponendosi alla facile replica degli interventisti filo-americani che, numeri alla mano, avevano buon gioco nel dimostrare che il cosiddetto mondo occidentale poteva infischiarsene altamente del 19,2% del petrolio estratto su scala mondiale che è la quota di Iraq e Kuwait messi assieme.

Di petrolio al mondo se ne estrae talmente tanto che non solo si può fare a meno di quello iracheno e kuwaitiano, ma anche degli enormi giacimenti dell'Alaska e di mille altri ancora; ma il petrolio non è solo combustibile, è qualcosa di più ed è questo essere qualcosa di più che lo rende degno di tante cure e attenzioni. Poiché entra in tutti i cicli produttivi o come combustibile o come materia prima per i suoi derivati, le variazioni del suo prezzo si ripercuotono sulla struttura dei costi dell'intera produzione di beni e servizi su scala mondiale. Un tempo, una simile funzione era solo dell'oro in quanto moneta universalmente accettata; oggi appartiene al petrolio e alla moneta tuttora dominante sui mercati internazionali, il dollaro.

La relazione strettissima che esiste fra i due può essere colta con la semplice osservazione che chiunque estrae petrolio, in qualunque angolo del mondo, non ne calcola il prezzo utilizzando la moneta del luogo dove l'estrazione è avvenuta, ma il dollaro e come misura di capacità il barile. Prezzi del petrolio e quotazione del dollaro si influenzano reciprocamente e costantemente e a loro volta influenzano il processo di formazione dei prezzi di tutte le merci, le parità monetarie internazionali e quindi il saggio d'interesse medio che a sua volta determina i movimenti del capitale finanziario su scala planetaria. Se si vuole capire questa guerra si deve dunque tentare di cogliere i nessi fra dollaro e petrolio e di conseguenza fra il dollaro e le principali monete con cui esso si confronta sul mercato internazionale. Solo un quadro sufficientemente chiaro di questi rapporti potrà consentire di capire per chi e per che cosa più di duecentomila esseri umani sono stati sacrificati e quando lo si è fatto, per chi e per che cosa ci si è schierati.

Noi siamo fermamente convinti che la vita di uno schiavo non è degna di essere vissuta se non per lottare contro la schiavitù e perciò anche di essere spezzata, ma siamo altrettanto convinti che non c'è tragedia più grande di una goccia di sangue degli sfruttati versata nei forzieri degli sfruttatori.

Prezzo del petrolio e dollaro

Supponiamo che, per una qualunque ragione, il prezzo del petrolio salga considerevolmente come per esempio avvenne con il primo shock petrolifero. Essendo quotato in dollari l'aumentato prezzo del petrolio costringerà tutti gli importatori di oro nero a incrementare sul mercato finanziario la richiesta di dollari. L'incremento della domanda di dollari determina, senza che alcun fattore interno vi abbia contribuito, una tendenza rialzista del tasso di cambio del dollaro. Per gli Stati Uniti è come se sul mercato mondiale si concentrasse, in breve lasso di tempo, una domanda di merci da loro prodotte senza che ciò sia realmente avvenuto; e la loro moneta esprime, così, rapporti di forza con le altre monete non determinati dai reali rapporti di scambio fra le loro merci e quelli degli altri paesi, ma dal solo fatto che la loro moneta ha funzione di moneta universale.

Ora, le leggi del mercato ci dicono anche che se il valore di una moneta cresce aumenta anche il prezzo di quella moneta e il prezzo delle monete altro non è che il saggio di interesse. Con un prezzo del petrolio elevato la banca centrale statunitense vedrà anche maturare la tendenza all'incremento del saggio di sconto e di conseguenza, il costo di gestione del suo debito; di contro si potrà giovare di un afflusso di capitale proveniente dall'estero grazie proprio al più alto tasso d'interesse.

In caso di ribasso del prezzo del petrolio accade esattamente l'opposto e i vantaggi e gli svantaggi si invertono.

Nel 1973-74 il prezzo del petrolio si quadruplicò, eppure gli Stati Uniti non mossero un solo marine. Prima dell'invasione del Kuwait ed esattamente nella riunione dell'Opec tenutasi a Ginevra lo scorso giugno, l'Iraq aveva proposto la diminuzione dei contingentamenti assegnati a ciascun paese produttore in modo che il prezzo del petrolio potesse fissarsi attorno ai 25 dollari al barile. Tenuto conto che le quotazioni esistenti erano dell'ordine dei 16-18 dollari al barile e che in termini reali il prezzo risultava pari ai livelli del 1973, prima dello shock, e che nel frattempo il valore delle esportazioni dei paesi consumatori verso quelli produttori di petrolio è raddoppiato quando non triplicato, la richiesta irachena era tutt'altro che irragionevole; ma incontrò la fiera opposizione dei paesi aderenti al Consiglio del Golfo (Arabia Saudita, Baherein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman) con in testa il Kuwait.

Dati gli attuali rapporti fra domanda e offerta di greggio sul mercato internazionale, ammontando la produzione del Kuwait e quella dell'Iraq al 19,2% del totale, anche se l'Iraq avesse mantenuto il controllo dell'emirato nemico, il prezzo del petrolio, secondo l'ex ministro arabo-saudita Yamani, dopo una prima fase di alcuni mesi in cui si sarebbero avute punte anche di 30-40 dollari il barile, si sarebbe poi comunque assestato fra i 20 e i 25 dollari al barile e dopo un anno o poco più sarebbe ridisceso sotto i 20 dollari al barile. Anche nell'ipotesi più favorevole a Saddam Hussein non si sarebbe potuto produrre una situazione simile a quella del 1973-74, eppure questa volta è scoppiato il finimondo e gli Stati Uniti hanno messo in campo il più potente esercito che la storia ricordi portando fino in fondo il massacro di centinaia di migliaia di uomini inermi e di altrettanti militari male equipaggiati.

I nodi della crisi statunitense

La differenza fra i due comportamenti è tale che necessariamente si deve ritenere che sono mutati, nel corso di questi anni, gli interessi statunitensi.

Nel 1973-74, la crisi economica mondiale (1) coglieva gli Stati Uniti, sì in difficoltà, ma all'epoca essi potevano vantare ancora il primato in moltissime produzioni industriali e in particolare quello nel settore dell'alta tecnologia. Inoltre, pur se avevano da fare i conti con un'inflazione che superava il 10%, presentavano un bilancio federale quasi in pareggio e, cosa di fondamentale importanza, non registravano i gap di produttività nei confronti dei loro alleati-concorrenti esistenti oggi. Forti di ciò essi, allora, videro nell'aumento del prezzo del petrolio il mezzo con cui assicurarsi la preminenza e lo favorirono in tutti i modi.

E vero che il petrolio, quattro volte più caro, colpiva anche il loro apparato produttivo, ma in misura di gran lunga inferiore di quanto non colpisse quello dei paesi concorrenti quali la Germania, il Giappone, l'Italia completamente privi di petrolio. Inoltre, aumentando il valore del dollaro essi potevano agevolmente competere sui mercati finanziari internazionali assicurando più alti tassi di interesse. Grazie ad alti tassi di interesse, infatti, enormi quantità di capitale-finanziario sì riversarono nelle casse della Fed, tanto da far maturare l'idea e i progetti per una ristrutturazione indirizzata essenzialmente verso due obiettivi: la trasformazione dell'economia per basarla fondamentalmente sulla gestione dei flussi finanziari internazionali e la costruzione di un potente esercito che fosse in grado di mandare in poco tempo i marines in ogni angolo del globo qualora qualcuno avesse voluto ribellarsi alla loro opera di strozzinaggio. Come corollario ai due obbiettivi fondamentali vi era l'altro di destinare una quota degli investimenti verso il settore delle alte tecnologie in modo da poter dominare nel mondo della nascente microelettronica.

Nel 1979, con il secondo shock petrolifero, che produsse il raddoppio del prezzo del petrolio e nel 1980, con l'elezione di Reagan alla presidenza, questo progetto prende definitivamente corpo e si concretizza con il più massiccio riarmo che si potesse concepire, l'ininterrotta corsa al rialzo dei titoli di borsa e una poderosa crescita del Pnl dovuta essenzialmente all'espansione del settore dei servizi. Il riarmo assorbe l'astronomica cifra di 1.500 miliardi di dollari in cinque anni.

Sulle economie concorrenti, oltre al rialzo del prezzo del petrolio, si abbatte quello dei tassi d'interesse che praticamente li esclude dal flusso dei petrodollari di ritorno che rende più difficile il finanziamento dei processi di ristrutturazione industriali in corso. Nondimeno quella che sembrava dovesse rappresentare la definitiva consacrazione degli Stati Uniti come incontrastata potenzia mondiale, già dopo qualche anno, mostrò rughe e crepe per trasformarsi negli ultimi tre anni in una vera e propria vittoria di Pirro.

Europei e giapponesi, coscienti che nulla avrebbero potuto opporre allo strapotere finanziario statunitense, hanno indirizzato tutti i loro sforzi sul recupero di produttività dei loro apparati produttivi. Con l'abbattimento del costo del lavoro, ottenuto grazie alla decisiva azione di controllo dei sindacati sulla classe operaia, e l'introduzione della microelettronica nella generalità dei processi produttivi, ben presto le imprese giapponesi ed europee hanno conquistato sul più concreto terreno della produzione industriale ciò che in un primo momento hanno perduto sul terreno della competizione finanziaria.

Negli Stati Uniti, al contrario, la politica degli alti tassi di interesse ha avviato un gigantesco processo di deindustrializzazione tanto che, già a partire dal 1985, hanno perduto, uno dopo l'altro, tutti i precedenti primati e fra questi anche quello nel settore dell'alta tecnologia ritenuto strategico.

La misura di questa disfatta è data dal crescente deficit accumulato dalla bilancia commerciale statunitense che dopo aver superato tutta una serie di primati storici si è attestato sugli attuali 120 miliardi di dollari.

D'altra parte, con tassi d'interesse superiori di parecchi punti a quelli esistenti sugli altri mercati, gli investitori statunitensi hanno trovato molto più conveniente non rischiare nel mondo della produzione e lanciarsi a capo fitto in quello della pura speculazione finanziaria. Gli stessi investitori tedeschi e giapponesi hanno indirizzato, fino allo scorso anno, la stragrande maggioranza dei loro surplus finanziari sul mercato americano attratti dai rendimenti più elevati. Ne è conseguito un lento, ma costante declino della capacità produttiva e della produttività media del sistema americano e un rapido e vertiginoso incremento del debito pubblico su cui si è abbattuto il costo della ristrutturazione militare e quello per il sostegno di imprese ritenute di importanza strategica. Peraltro, il prezzo del petrolio, dopo aver raggiunto il suo massimo storico con il raddoppio verificatosi nel 1979-80 ha iniziato una lenta, costante discesa. I paesi importatori industrializzati, a causa dell'alto prezzo dell'oro nero, hanno trovato conveniente impostare politiche industriali miranti a ridurre i consumi energetici. Esclusa l'Italia, i paesi maggiormente industrializzati sono riusciti a ridurre di circa il 20% la loro dipendenza dal petrolio, con il Giappone in testa che ha ridotto di un terzo il fabbisogno energetico del suo apparato produttivo rispetto a quello statunitense.

Alla costante diminuzione del prezzo del petrolio e all'incremento del deficit della bilancia commerciale ha fatto riscontro la riduzione del valore del dollaro che è passato dalle 1800 lire dei primi anni '80 (con punte superiori alle 2 mila lire nel 1984) alle attuali 1.150-1.250 lire.

Con l'elezione di Bush si è fatta più pesante la richiesta del mondo industriale di una politica di effettiva riduzione dei tassi d'interesse che consentisse alle imprese il finanziamento della loro ristrutturazione senza la quale sono destinate al totale fallimento.

In parte tale istanza è stata accolta; ma la dimensione del debito pubblico e il disastro delle infrastrutture oltre che dei servizi pubblici non hanno consentito una politica dei tassi veramente incisiva. Le autorità monetarie hanno dovuto mantenere il tasso di sconto sempre di qualche punto al di sopra di quello tedesco e giapponese poiché, insieme ai paesi arabi aderenti al Consiglio del Golfo, Germania e Giappone fino a tutto il 1989 sono stati i maggiori sottoscrittori dei titoli di stato statunitensi. Di fatto, tenuto conto del calo del dollaro, i tassi reali statunitensi sono rimasti lo stesso a livelli molto alti. Ma mentre nel 1979/80 questa politica ha avuto dalla sua tutta una serie di condizioni interne e internazionali che non lasciavano ai concorrenti-alleati nessuna reale alternativa all'area del dollaro, a cominciare almeno dalla seconda metà degli anni '80 le cose sono profondamente cambiate.

La crisi dell'impero sovietico, intanto, ha reso meno stringente il ricatto militare ed è andata progressivamente liberando aree di grande interesse economico e politico per una buona parte dei paesi industrializzati, in particolar modo per Germania, Giappone e Italia.

Stretta nella morsa di un debito pubblico in costante ascesa e quindi dalla necessità di mantenere tassi d'interesse sempre elevati e dalla perdita costante di produttività del proprio apparato produttivo, l'economia statunitense si è prima accartocciata su se stessa per poi scivolare inesorabilmente in un pericoloso declino. Il crollo del muro di Berlino e la successiva unificazione tedesca hanno reso poi addirittura drammatica la contraddizione tanto che Bush ha dovuto rivedere, seppure senza grande successo, l'idea reaganiana di mantenere bassa la pressione fiscale come toccasana di tutti i mali.

Già a partire dalla seconda metà del 1990, la contraddizione fra le necessità di rilanciare l'attività industriale e quella di garantire comunque il finanziamento del debito pubblico è divenuta un vero e proprio rebus senza soluzione e si è trasformata in una recessione di cui nessuno sa ancora oggi come uscire. L'unificazione tedesca, infatti, con i massicci investimenti della Germania verso l'Est ha ulteriormente aggravato la situazione poiché ha determinato un'insostenibile crescita dei tassi di interesse sul mercato finanziario internazionale e lo spostamento sia dei surplus finanziari tedeschi che di quelli giapponesi verso il marco. L'emissione di Bot da parte della Fed dello scorso giugno per 10,26 miliardi di dollari è rimasta praticamente senza sottoscrittori avendo i giapponesi sottoscritto meno del 10% contro l'abituale 50%. L'emissione dello scorso settembre di 32,25 miliardi di di dollari, per Bot a 30 anni, per avere una qualche chance di successo è stata lanciata a un tasso dell'8,87%, il più alto degli ultimi 15 mesi.

Con un deficit di bilancia, che secondo le previsioni ottimistiche della Casa Bianca, pur riducendosi di 50 mdl di dollari, nel 1991 avrebbe dovuto attestarsi attorno ai 200 mdl di dollari, c'è di che perdere il sonno e la salute. Se poi si tiene conto degli esborsi necessari per fronteggiare anche il buco della Casse di Risparmio e dei 6 mila miliardi di dollari dei debiti dei privati si capisce perfettamente che una corsa al rialzo dei tassi di interesse potrebbe dare una stura non a una recessione, ma a una gigantesca depressione.

Le conseguenze del disastro finanziario hanno, d'altra parte, già da tempo travalicato Wall Street per ripercuotersi sulla generalità delle attività produttive. Il fallimento delle Casse di Risparmio, ad esempio, registra lo sfacelo in cui versano migliaia e migliaia di piccoli e medi agricoltori sommersi da un debito complessivo valutato fra 100 e i 150 miliardi di dollari.

Nel settore delle alte tecnologie, negli ultimi due anni, è stato licenziato il 17% di tutti gli addetti e il salario orario medio è passato da 24 a 8 dollari l'ora. Nel corso del 1990, il numero degli iscritti nelle liste degli uffici di collocamento come quello degli aventi diritto al buono-pasto è raddoppiato. Più in generale, la misura del disastro è data dal fatto che nel 1990, per la prima volta, gli Usa investendo nell'industria 513 miliardi di dollari sono stati superati dal Giappone che, pur avendo un'economia due volte più piccola, ne ha investiti 549.

Dal quadro appena tracciato si evince, dunque, che già prima dell'invasione irachena del Kuwait, l'economia statunitense versava in condizioni disastrose e che per poterne venire fuori avrebbe avuto bisogno del verificarsi contemporaneo di situazioni fra loro contraddittorie. Infatti, per sostenere il debito pubblico era necessario mantenere alti i tassi d'interesse, ma per favorire l'apparato industriale, al contrario, era necessario avere tassi di interesse bassi.

L'unica possibilità di conciliare queste due esigenze fra loro contrastanti era data da un livello del prezzo del petrolio per il quale i tassi di interessi non avrebbero subito impennate e nello stesso tempo i flussi di capitale finanziario necessari per il finanziamento del deficit pubblico provenienti dall'area del Golfo si sarebbero potuti incrementare in modo da sostituire almeno in parte quelli nippo-tedeschi ormai in fuga verso Est.

Per prezzi del petrolio prossimi ai reali rapporti della domanda e dell'offerta (10-20 dollari al barile) il cambio del dollaro avrebbe subito ulteriori ribassi e di conseguenza per impedire il totale arresto del movimento dei capitali verso il dollaro si sarebbe dovuto innalzare il tasso di sconto reale. Inoltre, dati gli attuali livelli delle importazioni statunitensi si sarebbe avuto un incremento dei prezzi interni e una sicura ripresa della corsa inflazionistica. A tale riguardo è importante sottolineare che la dipendenza statunitense dall'estero, e in particolar modo dal Giappone, non riguarda solo radioline e videoregistratori, ma anche prodotti ritenuti strategici. Le leghe speciali dei sommergibili atomici, i sistemi di punteria dei missili, quelli delle bombe cosiddette intelligenti e quelli di intercettazioni dei missili anti-missile sono tutti di provenienza nipponica. Secondo quanto dichiarato dagli stessi generali responsabili della "Tempesta nel deserto" i Patriot sarebbero poco più di un ferro vecchio senza quel 20% di alta tecnologia giapponese che dà loro maggiore precisione e rapidità.

Per prezzi del petrolio troppo alti, ovvero oltre i 21 dollari al barile, è vero che sarebbero stati alleviati i problemi di finanziamento del deficit pubblico, ma è anche vero che si sarebbe inflitto un colpo mortale all'apparato industriale. A differenza degli anni 1973-74 oggi l'impatto di un aumento del prezzo del petrolio sulla struttura dei costi dei paesi industrializzati concorrenti, non darebbe gli stessi vantaggi. La loro diminuita dipendenza dal petrolio, la loro maggiore produttività media e il fatto che sono riusciti a ridurre di un terzo, rispetto agli Stati Uniti, l'incidenza dei costi energetici, li rende non certo invulnerabili ma sicuramente di gran lunga meno esposti, senza contare il rischio che attaccandoli su questo terreno si sarebbe potuto aprire la porta a una depressione generalizzata di cui nessuno avrebbe avuto di che rallegrarsi.

Se all'obbiettivo di mantenere il prezzo del petrolio entro una fascia così delimitata si sarebbe potuto raggiungere la formazione di un mercato in cui poter operare in posizioni di forza indipendentemente dagli effettivi rapporti di competitività internazionali, è evidente che tanto il deficit pubblico che l'apparato produttivo obsoleto ne avrebbero tratto non poco sollievo.

Ora, se diamo uno sguardo all'area del Golfo ci accorgiamo che in questa parte del mondo erano maturati interessi più o meno coincidenti con quelli statunitensi. Benché contrastanti con quelli degli altri paesi mediorientali produttori e non di petrolio, vi era nella zona un buon numero di paesi, che per un verso o per un altro, a conti fatti aveva tutto da guadagnare dal prevalere delle esigenze statunitensi e molto da perdere in caso opposto.

Le contraddizioni interne all'area mediorientale

Venti anni di crisi economica mondiale con tutti i processi di ristrutturazione che l'hanno accompagnata non sono passati in Medio Oriente senza lasciare tracce. Sia i rapporti fra i paesi produttori di petrolio e quelli importatori che quelli fra produttori e non produttori dell'area si sono profondamente modificati e articolati in una pluralità di interessi differenziati, che parlare, come spesso accade, della zona come di un'area omogenea e portatrice comunque di un comune interesse anti-occidentale è a dir poco superficiale quando non mistificante e fuorviante. Basti pensare a coloro che hanno trovato il modo, pur dichiarandosi aderenti alle istanze del marxismo rivoluzionario, di schierarsi per Saddam Hussein o a quanti pur dichiarandosi "uomini di pace" non hanno potuto esimersi dal porsi contro il novello Hitler, per poi stare con la peggior razza di parassiti reazionari che il mondo moderno conosca.

I paesi arabi, presi nel loro insieme, fanno parte dei paesi debitori con un deficit di circa 208 miliardi di dollari. Ciò induce a farli ritenere, come suol dirsi, tutti nella stessa sgangherata barca, ma la realtà è più complessa. A fronte dei 208 miliardi di dollari del debito estero complessivo della zona, vi è un credito verso l'estero che ammonta a circa 470 miliardi di dollari. Sono creditori, però, solo un numero ristretto di paesi e cioè quelli aderenti al Consiglio del Golfo. Con poco più di 15 milioni di abitanti, gli stati arabi creditori investono in loco solo il 7% dei loro guadagni. Gli altri, con 180 milioni di abitanti, devono fronteggiare un debito che è ormai pari al 52% del loro Pnl e al 181% delle esportazioni, petrolio compreso.

I paesi creditori, essendo quasi tutti scarsamente popolati, e quindi poco interessati a dotarsi di un loro apparato produttivo che ne diminuisca la dipendenza dall'estero, hanno investito le loro immense eccedenze finanziarie negli Stati Uniti e negli altri paesi industrializzati dell'Occidente e ormai traggono da questi investimenti più del 50% delle loro rendite.

Il Kuwait, ad esempio, vanta investimenti all'estero per un totale di 120 miliardi di dollari contro un Pnl di 20 miliardi di dollari. Esiste, cioè, fra investimenti all'estero e Pnl, un rapporto di uno a sei. Gli Stati Uniti con un Pnl di 30 mila miliardi di dollari hanno debiti con l'estero per un ammontare di 700 miliardi di dollari. 25-30 miliardi di dollari degli investimenti esteri kuwaitiani sono concentrati negli Usa quasi tutti in titoli mobiliari e buoni del tesoro. Il resto è suddiviso fra Spagna, Giappone, Germania, Francia, Italia e Inghilterra. In Spagna il Kuwait risulta essere il maggior investitore estero ed è presente nell'industria agro-alimentare, in quella manifatturiera e dei servizi ed è presente, fra gli altri, anche nel gruppo Torres Hostench uno dei maggiori del paese. In Germania, possiede 1/5 della Daimler-Benz ed è presente, oltre che nella Metallgesllschaft e nella Hoescht, in molti fondi pensionistici e assicurazioni.

In Giappone la presenza kuwaitiana è, come negli Usa, concentrata in titoli immobiliari e buoni del tesoro. Secondo uno studio della Ubaf (Union des Banques Ara-bes et Francaises) prima dell'invasione irachena, il Kuwait traeva dai suoi investimenti all'estero il 60% dei suoi introiti, mentre dalla vendita del petrolio solo il rimanente 40%. (2)

Con questa ripartizione, il Kuwait realizzava l'ottimizzazione della rendita totale a condizione che il prezzo del petrolio oscillasse fra i 18 e i 22 dollari. Per quotazioni diverse la rendita complessiva tendeva a diminuire.

Come si può vedere la fascia di oscillazione del prezzo del petrolio per la quale la rendita complessiva risultava ottimizzata, non era molto distante da quella gradita agli Stati Uniti.

L'Iraq, per contro, con un debito di 80 miliardi di dollari e una previsione di spesa di altri 50-60 miliardi di dollari per la ricostruzione degli impianti danneggiati durante la guerra con l'Iran, aveva invece un disperato bisogno di incrementare le sue entrate derivanti esclusivamente dalla vendita del petrolio. A ciò va aggiunto che l'Iraq, solo di prodotti alimentari, ha dovuto importare nel 1989, per oltre 2 miliardi di dollari di cui il 50% dagli Usa. Dal 1990, essendogli state state chiuse tutte le linee di credito, ha dovuto fronteggiare il flusso delle importazioni detraendolo direttamente dal ricavato della vendita del petrolio, incontrando notevoli difficoltà a far fronte agli oneri del debito estero. In alternativa all'aumento del prezzo del petrolio, invano ha chiesto al vicino emiro una cancellazione del debito, pari a 16 miliardi di dollari, visto che la guerra contro l'Iran era servita a "difendere" anche gli interessi kuwaitiani. Su tutta la linea ha incontrato una serie di rifiuti che hanno lasciato Saddam Hussein, praticamente, senza alternative.

A guerra conclusa, e visto l'esito, è facile supporre che tanto l'Iraq quanto il Kuwait fra la fine di luglio ed il 2 agosto, non devono aver valutato correttamente la reazione che avrebbe avuto la superpotenza statunitense e il mare di distruzione cui entrambi andavano incontro. Ma lasciando da parte le supposizioni, dai dati esaminati emerge con chiarezza l'esistenza di un profondo contrasto economico fra i due stati vicini e più in generale fra l'Iraq e i paesi aderenti al Consiglio del Golfo e un preciso interesse statunitense a che la guerra avesse luogo sia per creare le condizioni più favorevoli affinché il prezzo del petrolio non subisse eccessivi rincari o eccessivi deprezzamenti, sia per condurre in porto quell'opera di distruzione sistematica da cui sarebbe scaturito quel "nuovo" mercato di cui tanto aveva bisogno il suo asfittico apparato industriale.

Confortati dalla lettura di questi dati molti hanno creduto, o voluto credere, che l'Iraq per la situazione di obbiettivo contrasto con gli interessi del Kuwait e quelli statunitensi fosse, indipendentemente dalla volontà della sua classe dirigente, portatrice di un interesse antimperialistico che accomunerebbe tutte le masse arabe e musulmane e, pertanto, da appoggiare.

Ora, se riflettiamo sul significato dei dati disponibili non possiamo non cogliere alcuni punti di fondamentale importanza. Innanzitutto vi è da sottolineare che l'Iraq pur essendo un paese debitore, come ad esempio l'Iran, è anche un paese produttore di petrolio. La borghesia irachena, per questa sola ragione, non può avere alcun interesse a spezzare il processo di formazione della rendita che, come abbiamo visto per il Kuwait, non è fatta solo di estrazione del petrolio, ma dalla combinazione dei suoi prezzi con il movimento complessivo del capitale finanziario su scala internazionale.

L'ottimizzazione della rendita complessiva non è in ragione direttamente proporzionale al prezzo del petrolio, ma è data per una serie di prezzi per la quale vengono soddisfatte condizioni, di volta in volta contraddittorie fra loro (tassi d'interesse, parità di cambio, produttività degli apparati produttivi, ecc.) e pertanto mutevoli.

Di conseguenza, una ripartizione anziché un'altra potrà favorire ora uno ora l'altro dei rentier ma mai le classi sociali, che non disponendo altro che del loro lavoro o, se si vuole, della loro fame, sono escluse come possibili percettori di rendita.

Lo scontro, per questa ragione, non è mai scontro fra chi vuol pagare poco il petrolio e chi vuole prezzi più alti; lo scontro cioè non è per il petrolio in quanto combustibile o materia prima, ma per il petrolio in quanto elemento determinante nel processo di formazione della rendita e della sua ripartizione.

L'Iraq rivendicando un prezzo di 35 dollari al barile, ad esempio, non favoriva certo i paesi arabi debitori e non produttori, ma più verosimilmente le grandi compagnie petrolifere statunitensi o i centri finanziari più interessati ad un regime di tassi di interessi sul dollaro più elevati, né le "masse arabe e islamiche" sfruttate.

Fra qualche tempo, mutando la situazione interna statunitense o tedesca non è per nulla escluso che il punto di ottimizzazione della vendita vada a situarsi per i paesi produttori, a prezzi completamente diversi dagli attuali e quindi a determinare nuove linee di demarcazioni degli interessi in campo. Chiameremo, allora le masse arabe e musulamane a combattere a fianco degli Stati Uniti contro la Germania? E già accaduto che Iraq e Stati Uniti avessero lo stesso comune interesse a prezzi del petrolio in crescita contro i paesi industrializzati dell'Europa e del Giappone, tant'è che l'Iraq, prima di scatenare la guerra contro l'Iran, vantava crediti verso l'estero per ben 40 miliardi di dollari e filava d'amore e d'accordo con i suoi attuali nemici.

Non si è trattato né di una guerra anticoloniale né della guerra dei paesi ricchi contro quelli poveri.

Le guerre anticoloniali, peraltro rese impossibili dall'affermarsi delle forme moderne del dominio imperialistico da almeno 60 anni, presuppongono una borghesia nazionale portatrice di un interesse autonomo il cui affermarsi danneggia e indebolisce la potenza imperiale. Qui abbiamo visto il conflitto articolarsi attorno a blocchi di interessi per i quali le borghesie dell'area considerata risultavano sostanzialmente aggregate, per un verso o per un altro, lunghe linee interne ai contrasti interimperialistici che dominano la scena mondiale. Abbiamo anche verificato che al di fuori di queste linee le borghesie locali non sono neppure immaginabili poiché la base economica del loro dominio si intreccia intimamente con quella delle maggiori potenze tanto che i prezzi del petrolio più che determinare l'ottimizzazione delle rendite influiscono sul processo della loro ripartizione su scala mondiale.

L'Iraq dunque non era portatrice di un'istanza antimperialistica, ma di una sub-imperialistica che peraltro, per trovare concreta affermazione, paradossalmente, necessiterebbe che negli Stati Uniti prevalesse l'esigenza di una politica di alti tassi di interesse e di alti prezzi del petrolio cioè una di quelle politiche a cui le masse arabe e musulmane, e non solo quelle, devono già non poco della loro fame.

L'esame della situazione reale, non un astratto "indifferentismo", mostra che oggi, per il proletariato e le masse sfruttate ad esso assimilabili, qualunque commistione dei suoi interessi autonomi di classe con quelli di qualche frazione della borghesia, è la disfatta è la rinuncia a combattere contro l'imperialismo che lo depreda e lo affama.

Verso nuove guerre

E una storia di nemesi della politica quella che puntualmente vede i "concretisti" a tutti i costi rimanere talmente legati al dato particolare, al sottil distinguo che alla fine la realtà, che è movimento contraddittorio ed incessante, li supera alla velocità della luce lasciandoli nel buio più completo.

Accadono eventi di portata storica che annunciano mutamenti profondissimi e vi si approcciano con l'abusiva citazione estrapolata da scritti di Marx, Lenin o Bordiga a proposito di eventi accaduti un millennio addietro. E così anche di questa guerra anziché cogliere i fatti nuovi, e per certi versi terribili che la sottendono, hanno colto ciò che l'avversario di classe voleva che si cogliesse, con il risultato di doversi togliere in fretta e furia l'elmetto iraniano, in cui avevano messo a dimora il cervello fino al giorno prima, per calzare quello iracheno. E domani? Altri elmetti e altre divise li attendono.

Benché la borghesia internazionale coi suoi spudorati mass-media si adoperino per accreditare la tesi del Saddam figlio del male quale unico responsabile del massacro, il post-guerra, ancora più della guerra stessa, sta confermando che le ragioni da cui essa si è generata sono da ricercarsi in un più generale conflitto che attraversa tutti i maggiori centri dell'imperialismo con un frenetico rimescolamento dei vecchi equilibri e il conseguente maturare di esplosive contraddizioni.

Gli Stati Uniti hanno sicuramente ottenuto tutto ciò per cui hanno combattuto. Volevano una determinata fascia di oscillazione del petrolio e con la distruzione dei pozzi kuwaitiani e il blocco di quelli iracheni che lasciano mano libera all'Arabia Saudita, si sono assicurati, almeno per un anno, un prezzo del petrolio fra i 17 e i 21 dollari al barile, che è un prezzo decisamente alto rispetto ai reali rapporti della domanda e dell'offerta, ma non tale da pregiudicare una parità del cambio del dollaro che imponesse un'immediata rincorsa dei tassi di interessi statunitensi su quelli tedeschi. Volevano altresì la certezza che, una cospicua quota di petrodollari restasse nella loro orbita a dispetto della concorrenza fortissima del marco e l'hanno ottenuta facendo la parte del leone nella spartizione delle commesse per la ricostruzione per la quale si calcolano necessari dai 100 ai 300 miliardi di dollari a seconda che si prenda o meno in considerazione il danno subito dagli iracheni.

Infine, si sono assicurati una presenza bellica e militare nella zona pressoché incontrastata ottenento una base militare permanente in Arabia Saudita e forse la costituzione di una forza multinazionale a prevalenza siro-egiziana cui verrebbe affidato il controllo dell'area di confine tra Iraq, Kuwait e Arabia Saudita.

Da una simile posizione di forza, senza contare il fedelissimo Israele, gli Usa si sono posti in condizione di intervenire direttamente e costantemente con la forza nei processi di formazione e ripartizione della rendita finanziaria su scala planetaria indirizzandoli verso gli obbiettivi a loro più favorevoli. Ma a ben guardare questa non è la soluzione dei conflitti, al contrario è il tentativo di sancire con la forza nulla di più che lo status quo ante. Il conflitto del dollaro con yen e marco tedesco non solo rimane intatto, ma si è arricchito di ulteriori motivi di scontro. La Germania non può in alcun caso ritirarsi dalla sua marcia verso est sia perché la dimensione degli impegni già assunti è tale che un ritiro equivarrebbe ad un vero e proprio fallimento politico ed economico sia perché la guerra con l'Iraq ha detto chiaramente che un ordine mondiale tutto di marca statunitense, implica per lei, come per il Giappone, un ruolo di perenne subordinazione e un limite allo sviluppo del loro immenso potenziale economico e finanziario. In conseguenza di ciò la rotta dei saggi di interessi tedeschi non potrà che essere di collisione con quelli statunitensi in relazione al fatto che gli Stati Uniti si sono assicurati, su un terreno extra-economico, un flusso di capitali che altrimenti si sarebbero riversati sul marco. Questi stessi capitali quanto a lungo potranno subire una simile interferenza? Per quanto tempo Kuwait e Arabia Saudita, con l'Iraq ridotto a poco più di una semplice entità geografica, sopporteranno di pagare tre ciò che possono pagare due? O di guadagnare due anziché tre?

La stessa comunità economica europea è attraversata da una potente frattura che veda da una parte, una Germania sempre più protesa verso l'est e dall'altra, una Francia oscillante verso Bonn o Washington, nel vano tentativo di ritagliarsi uno suo spazio, e un'Inghilterra sempre più sospinta verso l'altra sponda dell'oceano.

Vi è poi l'Italia divisa al suo interno da forze che spingono verso la Germania e altre verso gli Usa, una dualità di tendenze che ha già avuto modo di manifestarsi prima e durante il conflitto determinando una partecipazione armata poco più che simbolica e un'azione diplomatica a volte molto vicina a quella dell'Urss e della Germania.

Vi è, inoltre la grande questione sovietica, Frantumata al suo interno, arretrata sul terreno economico, ma pur sempre in possesso del secondo esercito del mondo e di un potenziale produttivo gigantesco l'Urss è uscita da questo conflitto fortemente ridimensionata e con alle porte di casa la più potente macchina bellica apparsa nella storia. Chi al suo interno aveva pensato che gli Usa potessero avere ancora un interesse a cogestire in posizione paritaria con l'Urss i destini del mondo non può non accorgersi di quanto fosse velleitario il proprio progetto. Altresì, chi ha coltivato l'idea che potessero bastare quattro bombe atomiche per fare una grande potenza non può non prendere atto che ci vuole ben altro e questo ben altro può venire soltanto da una integrazione sempre più stretta con chi ha tecnologia e capitali a sufficienza. La resa dei conti interna è ormai improcrastinabile e quando la partita sarà terminata, non senza ulteriori spargimenti di sangue, molte delle incognite che gravano sugli attuali equilibri internazionali saranno risolte. In un senso o nell'altro, dove non è da escludere neppure la disgregazione dell'Urss, l'affannosa ricerca di equilibri nuovi diventerà ancora più spasmodica e dirompente.

Agli inizi del mese di agosto (ci informa Newsweek del 20 agosto 1990) uno dei principali consiglieri di Bush avrebbe dichiarato: "Noi abbiamo la sensazione d'aver condotto Saddam Hussein laddove vogliamo che sia". Non essendoci stata alcuna smentita dobbiamo ritenere che la dichiarazione sia veritieria, d'altra parte, essa combacia perfettamente con l'altra; riportata dal Washington Post, secondo cui l'addetto stampa di Baker e il suo addetto per il Medio Oriente John Kelly avrebbero dichiarato, pochi giorni prima dell'invasione irachena, che "gli Usa non avevano l'obbligo di aiutare il Kuwait se fosse stato attaccato". Si è trattato di un invito esplicito, all'invasione che dimostra l'esistenza di un preciso piano, da parte dell'amministrazione Bush, a muoversi su quel terreno ed in quella direzione, ma ciò vuol dire anche che l'Iraq era stata prescelta quale vittima sacrificale per dare avvio ad una strategia di più ampio respiro volta a conquistare posizioni sullo scacchiere internazionale in vista di possibili scontri con avversari ritenuti potenzialmente molto pericolosi.

D'altra parte le commesse per la ricostruzione del Kuwait non possono da sole costituire il toccasana di tutti i mali dell'economia statunitense, cosicché è impensabile che gli Usa possano, in breve, essere in grado di porsi come centro propulsore di un nuovo ciclo di accumulazione nell'ambito del quale dare soluzione alla propria crisi e nuove linee di orientamento per quella più generale che ormai riguarda praticamente l'intero pianeta. Le ragioni prime della crisi economica sono strutturali e pertanto possono essere rimosse soltanto distruggendo la massa di capitali in eccesso, cosa che implica un costante innalzamento dei livelli di scontro e, alla lunga, il coinvolgimento di tutti i paesi maggiormente sviluppati. Nella storia nessuna guerra si è mai riproposta secondo le linee di sviluppo delle precedenti e anche lo scontro in atto seguirà, prima di divenire conflitto generalizzato, percorsi ancora tutti da definire benché alcune linee di tendenza si siano già manifestate con sufficiente chiarezza. Ora, la guerra contro l'Iraq si inquadra pienamente in questa nuova fase, differenziandosi in modo chiaro dalla miriade di guerre e guerricciole che dalla Corea al Vietnam hanno caratterizzato lo scontro interimperialistico nell'ambito dell'equilibrio bipolare fra Usa e Urss.

Si annunciano nuovi scontri, nuovi massacri e nuove distruzioni che, avendo come posta in gioco il futuro assetto del mondo, vedranno coinvolti in prima persona un numero crescente di paesi ivi compresi quelli che in questa fase si sono defilati non fosse altro per la manifesta inferiorità militare e per la precarietà delle eventuali nuove potenziali alleanze. Ma già nella definizione degli assetti da dare all'area dopo l'eliminazione dell'Iraq appaiono profonde differenziazioni. La pax americana punta ad accomodamenti di facciata con l'evidente obbiettivo di congelare l'attuale situazione che poco soddisfa sia i principali paesi europei sia quelli arabi che pur hanno partecipato alla coalizione contro l'Iraq. La questione palestinese, come quella libanese non possono essere lasciate a marcire ulteriormente senza il rischio di trasformarsi in un poderoso boomerang difficilmente assorbibile dagli attuali governi della zona. Gli equilibri interni di paesi come la Giordania o l'Egitto, afflitti da una profondissima crisi economica che la guerra ha accentuato, appaiono già così logorati che difficilmente potrebbero reggere all'ulteriore inasprimento della situazione. Altresì problematici appaiono gli equilibri interni dei paesi magrebini alle prese con masse rese furibonde dalla fame, dalla miseria e dalle frustrazioni che derivano dalla sola presenza statunitense nell'area mediorientale.

Su tutto preme poi una marea di umanità ridotta a massa informe, costretta ora a prendere le sembianze di un cumulo di carne accatastato nelle stive di navi traballanti ora di un vecchio fagotto abbandonato sulla banchina di un porto. Ora di piattello per il tiro al bersaglio di aerei, missili, cannoni e quanto altro la tecnologia bellica ha messo a disposizione o di rudimentale macchinetta per lavare vetri di appestanti automobili ai semafori delle città. Tutto fuorché esseri umani. Benché per la borghesia internazionale valga meno dei polli allevati in batteria, per il semplice fatto che esiste, questa umanità muove forze enormi che, per quanto imbrigliate, imprimono energia esplosiva al muoversi degli eventi e quella imprevedibilità che ha sempre fatto sì che la storia non possa essere mai congelata negli schemi prefissati dei potenti.

In un tale contesto che vede tuttora il proletariato mondiale in evidente posizione di inferiorità, l'errore più grande che si possa commettere sarebbe non operare attivamente affinché queste forze si radichino sul terreno dell'antagonismo di classe per lasciarle preda di frusti nazionalismi nell'illusione che costituiscano un obbiettivo indebolimento del dominio imperialistico.

AI traino di questo o quel segmento della borghesia internazionale, il proletariato e le masse sfruttate ad esso assimilabili non hanno un futuro di emancipazione dalla barbarie, ma solo di nuove e più terribili dominazioni. Siamo in presenza delle prime manifestazioni di uno dei più duri conflitti imperialistici che la storia abbia mai conosciuto, il trattarle con metodologie d'analisi pasticciate quando non ispirate dal più bieco opportunismo è tradimento.

Giorgio Paolucci

(1) Sull'analisi della crisi come conseguenza della caduta tendenziale del saggio medio del profitto, ci siamo soffermati nell'arco di questi ultimi venti anni, su quasi tutti i numeri di questa rivista. Segnaliamo in particolare la lettura dei numeri 11 e 12 della quarta serie.

(2) La fonte di questi, come di tutti gli altri, dati statistici del presente lavoro è "Le Monde Diplomatique", settembre 1990.

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