Chiusa la guerra fredda - Verso la ridefinizione degli schieramenti

Gli eventi che si sono succeduti dal 1989 a oggi hanno spezzato molti schemi interpretativi della storia contemporanea che la borghesia internazionale si era costruita nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, con il risultato di accecare i cosiddetti esperti, costretti a brancolare nel buio.

Scopo del presente articolo è di riproporre sia il metodo marxista di interpretazione della storia e comprensione critica degli eventi - a fronte dei confusi e contraddittori balbettii sui quali comunque la borghesia è in grado di costruire colossali campagne d'opinione - sia le conclusioni strategiche dell'esame delle dinamiche in corso e delle loro prospettive dal punto di vista di classe operaia, implicito nel metodo stesso.

Le fragili idee e la durezza dei fatti

Nel periodo della guerra fredda il mondo appariva agli ideologi borghesi diviso in due campi in qualche modo contrapposti, al lato dei quali si poneva il magma dei cosiddetti paesi non-allineati. Per alcuni si aveva da una parte il socialismo reale, la realizzazione concreta - secondo loro - dei contenuti programmatici del marxismo e dunque la dittatura e bassi standard di vita generalizzati; dall'altra parte la democrazia, con le sue sottostanti leggi del mercato, forma compiuta della civiltà e garanzia di progresso e futuro benessere per tutti.

Rovesciati i termini della presentazione, altri vedevano da una parte il socialismo che - scontati magari alcuni difetti momentanei - nella sua marcia progressiva avrebbe assicurato condizioni umanamente vivibili per tutti (il pane) sulle quali innestare poi le rose delle libertà democratico-borghesi e delle più sublimi forme di socialità e di rapporti umani; dall'altra il capitalismo imperialista che, dietro la maschera del benessere un poco più diffuso nelle metropoli, nascondeva la ferocia del dominio imperialistico su molti popoli e nazioni e l'affamamento progressivo di milioni di uomini.

Questa contrapposizione ideologica interessava indifferentemente tutte le formazioni politico sociali del mondo rappresentando le due facce di un medesimo schema interpretativo.

All'interno di questo schema rientravano, bene o male, le spiegazioni di ogni evento, sia che provenissero dagli ambienti ideologici della destra più filo-atlantica, sia da quelli della sinistra borghese, dal Pci alle sue fronde ex-extraparlamentari (d'altra parte la contrapposizione destra-sinistra è di per sé tutta interna allo schieramento borghese e non riguarda le espressioni politiche di classe operaia).

Ma la contrapposizione ideologica esprimeva, appunto sul terreno delle idee e delle false coscienze, la ben più materiale contrapposizione di interessi e politico-militare fra i due blocchi: la guerra fredda. Questa ha contraddistinto tutto il ciclo di accumulazione avviato all'uscita dal secondo conflitto imperialista mondiale.

Poi la crisi del ciclo di accumulazione, avviatasi in modo strisciante nell'occidente nei primissimi anni 1970, ha investito in modo molto più immediatamente traumatico il blocco orientale (Urss in testa), apparentemente sgretolandolo e comunque sottraendolo al ruolo sin lì avuto di permanente contraltare armato all'egemonismo Usa.

È così venuto a mancare in modo quasi improvviso un elemento fondamentale dei precedenti equilibri. Ciò doveva necessariamente invalidare lo schema di lettura nel bagaglio strumentale di tanti analisti.

Riprendendo una metafora di Bucharin nel suo Materialismo storico, gli occhiali più comodi e più usati degli ideologi borghesi si sono rotti.

Abbiamo quindi assistito sulla scena dei media borghesi, alle più vertiginose giravolte, a colossali errori di previsione, a spericolate arrampicate sui vetri per giustificare assurde interpretazioni, a vere e proprie mostruose falsificazioni storiche e giornalistiche. Abbiamo addirittura letto sul cosiddetto autorevole Corriere della Sera che "il partito di Lenin e di Stalin" avrebbe fondato e diretto da Mosca tanto la III quanto la IV Internazionale (!).

Il fatto è che l'ideologia borghese alle prese con la lettura contemporanea degli eventi sta minimamente in piedi alla condizione che un grande schema interpretativo esista, indipendentemente dai contenuti di verità e dal fatto che esso sia magari costruito su un falso ideologico però adeguatamente costruito e sostenuto. Nel caso specifico il grande falso ideologico sul quale si basava la contrapposizione est-ovest, socialismo-democrazia, socialismo-capitalismo e sul quale ancora si reggono le campagne ideologiche della borghesia sulla "morte del comunismo", consiste nella identificazione fra costituzione dell'Urss e socialismo, fra economia capitalista di piano e economia socialista.

Ora il falso resiste quale elemento fondante delle campagne borghesi e anzi tutti gli esperti sono impegnati a consolidarlo nelle teste di milioni di cittadini, ma lo schema derivato di interpretazione di fatti è caduto.

Rimane il nudo metodo che potremmo definire cronachistico, fondato cioé sulla concatenzazione delle notizie fornite dalla cronaca giornalistica. Il metodo cronachistico non mette in questione i criteri di scelta dei fatti che la stampa e la televisione (i media) scelgono di passare come notizie, né il modo in cui il fatto viene interpretato nel momento in cui lo si trasforma in notizia; accetta dunque il dogma ideologico della obiettività delle notizie e di chi le fornisce. Facciamo un esempio semplice ma significativo, pescando all'interno della stessa massa di notizie fornite dai media sui fatti russi. Il giorno stesso in cui i presunti golpisti sovietici dichiarano la assunzione dei poteri da parte del Comitato, Eltsin sale su un carro armato e da lì invita i russi allo sciopero generale. Il fatto è immediatamente trasformato in grande notizia, rilanciata da tutti i media a sostegno della tesi che la società russa è ormai fuori dalla tutela del Pcus e decisa a difendere le nuove libertà ora minacciate.

Il contenuto di una campagna borghese non è mai soggetto a verifiche dei fatti e se queste si impongono i fatti non diventano notizie. Infatti, lo sciopero sostanzialmente non riesce ed è un altro fatto, ma questa volta non si trasforma in notizia degna di risalto. Appaiono solo noticine minuscole sui giornali, che per il resto continuano nella campagna a sostegno della suddetta tesi. Diventano notizie degne di documentazione fotografica e video le manifestazioni di qualche migliaio di persone in una città di 10 milioni di abitanti come Mosca, che sventolano le vecchie bandiere russe e che fronteggiano dei carri armati dalle cui torrette i soldati assicurano di non aver nessuna intenzione di sparare, o l'apparizione di un pope con il ritratto di Nicola II, presentata come l'insorgenza di nostalgie zariste nella popolazione moscovita. Tutto può servire per minimizzare e di fatto far sparire il vero dato importante per una valutazione degli eventi: l'andamento dello sciopero generale.

Quale elemento di verifica della consistenza e della composizione sociale di un fronte è più valido della riuscita o meno di uno sciopero esattamente caratterizzato sul piano politico, che potenzialmente interessa la maggioranza della popolazione e in particolare l'insieme dei lavoratori dipendenti? Nessuno, ma il problema per gli esperti pennivendoli o mezzibusti non è verificare una tesi, che a quel punto sarebbe ancora un'ipotesi più o meno legittima; é invece, come detto sopra, di convalidare l'idea trasformata in dogma e più prosaicamente in oggetto di campagna pubblicitaria scegliendo gli adeguati strumenti...di comunicazione ed elaborando i più efficaci messaggi.

In questo modo diventa anche possibile affrontare le più brucianti smentite. Eventi e fenomeni anche di enorme portata storica vengono trasformati in una rapida successione di cronache in contemporanea sul caotico insieme dei fatti, da una riunione al vertice ai sentimenti di una certa donna e madre. Il martellamento delle orecchie e degli occhi e dei collegati cervelli basterà a far dimenticare quel che si era detto e a consentire che l'esperto X affermi bianco con la stessa sicumera con cui aveva un mese prima affermato nero.

Così nella interpretazione del fatidico 1989-90, la conclusione fu allora che si fosse ormai aperto il periodo della totale distensione nel mondo: pace e progresso per tutti, definitivo bando della violenza dalla moderna civiltà. Poi è arrivata la guerra del Golfo e si è assistito ai funambolismi ideologici di quegli stessi esperti che avevano previsto e caldeggiato la pace per spiegare e giustificare ora la guerra. E così via.

Il grosso del pubblico, ridotto a spettatore, a audience non si orienta più e impara ad accontentarsi del momento per momento, dell'episodio per episodio e della lettura che ne dà la borghesia attraverso i media.

Situazione comoda, per gli esperti, di attesa e di lavoro per la produzione di un nuovo grande schema interpretativo sufficientemente adeguato al periodo apertosi.

Il nuovo schema

Abbiamo così assistito alle esibizioni intellettuali degli ideologi sulle riviste più pretenziose e specializzate o nelle occasioni culturali, per cercare di fabbricare... nuovi occhiali.

Ecco allora la grande idea del nuovo scontro che si profila fra Nord e Sud (con l'Urss che potrebbe esser ficcato a forza nel sud a fronte del nord euro-nippo-americano); o l'altra grande pensata sulle forze inarrestabili della democrazia che si apprestano a vincere nel mondo la secolare guerra contro i resti di un passato antidemocratico, che minaccia d'altra parte di ritornare sotto forma di esacerbati nazionalismi; e altre baracconate.

Ma attenzione. Per quanto siano oggi cervellotiche tali esibizioni sono in un certo senso pericolose. Quel che si tratta di ricostruire infatti è la grande coperta ideologica sotto la quale ficcarsi tutti al momento della resa dei conti, al momento cioè in cui, maturate tutte le ragioni dello scontro, i fronti borghesi ora in via di ricostruzione si scaglieranno l'un contro l'altro armati in un conflitto che tutta l'umanità sarà chiamata a subire, indipendentemente dalle forme che esso assumerà e dai tempi in cui si svolgerà.

Infatti era un falso ideologicamente architettato anche la contrapposizione fascismo-antifascismo, democrazia-dittatura, - o (visto dall'altra parte) civiltà superiori contro le barbarie demoplutocratiche - in nome della quale fu fatto subire al proletariato del mondo intero il macello della seconda guerra. Eppure ha ben funzionato, se i suoi corollari sono giunti pressoché intatti sino a oggi (la democrazia repubblicana italiana nata dalla Resistenza, per citarne uno).

Ora, finito il dogma ideologico del blocco comunista contro quello capitalista, si tratta di costruirne uno nuovo. Siamo ancora alla fase di definizione del progetto, nella quale tutti gli ideologi sono impegnati, con le proprie forze e capacità e con il proprio bagaglio che essi dicono culturale.

Non è nostra intenzione esaminare qui le linee di tendenza nel mondo dell'ideologia borghese per individuare quale degli schemi ideologici abbozzati e proposti sarà quello vincente.

Più importante è stabilire quando e come emergerà la grande fesseria che dovrà giustificare ai popoli la conduzione di nuovi massacri fra gli stati metropolitani, oggi apparentemente tanto uniti e solidali.

Quando. Il nuovo schema ideologico di giustificazione degli eventi potrà essere definito quando saranno definiti i nuovi fronti o i nuovi... equilibri. Come vedremo presto, la ricostruzione dei nuovi fronti è in corso secondo linee ancora confuse.

Come. Non mancano alla borghesia i mezzi per imporre il nuovo schema di lettura sulle menti dei cittadini. La sola condizione è che i cittadini rimangano tali, ovvero che non avvenga la polarizzazione della società nelle sue classi costituenti al punto di vanificare, con il loro smascheramento, le campagne dei media borghesi e di riportare la classe operaia a soggetto storico autonomo e rivoluzionario.

Il nazionalismo fa sempre da sfondo

Vedremo in dettaglio più sotto che uno dei mezzi privilegiati da parte delle borghesie nazionali per compattare nello sforzo di guerra le società a esse sottomesse è il nazionalismo. Qualunque sia il fronte in esame, qualunque sia il paese impegnato nel conflitto e le ragioni vere della guerra, sempre i combattenti hanno lottato e sono morti in nome della patria, per difendere o per far grande la patria. E così è ancor oggi quando il proletariato - per parafrasare Engels - non essendo ancora maturo per la propria liberazione riconosce l'ordine sociale attuale come il solo possibile e in esso si scioglie nei suoi componenti elementari come cittadini. Ad Atene i guerrieri erano i membri della classe dominante, non certo gli schiavi. Roma li raccoglieva anche fra i plebei, promettendo loro - giusto il fondamento della formazione romana - i due iugeri di terra nelle zone di conquista. I signorotti feudali - tramontata l'epoca eroica delle invasioni dell'impero da parte delle orde organizzate per gentes della tradizione germanica - assoldano nella fanteria sbandati e avventurieri.

Sono le prime grandi monarchie assolute a istituire gli eserciti più modernamente intesi. Lo stato borghese completa l'opera. L'esercito è di leva, la guerra investe tutti e tutti devono essere mobilitati per essa. Come è possibile? È possibile in virtù delle specificità della formazione sociale borghese: i cittadini sono liberi e uguali di fronte alla legge, il rapporto capitalistico di sfruttamento è nascosto dall'ideologia dell'uguaglianza dei cittadini.

L'ideologia dell'ordine sociale attuale, dunque, si regge fra l'altro sul concetto dello stato quale rappresentante super partes della collettività indifferenziata dei cittadini di un certo territorio, o - nei casi più... gravi - di una certa etnia più o meno definita e definibile (è il caso dei serbi o dei croati).

Ebbene è ricorrendo al cemento ideologico dello stato (la nazionalità, la patria) che la borghesia può compattare la propria formazione sociale e politica attorno ai doveri della guerra. Le divisioni ideologiche e politiche svaniscono quando "la patria è in pericolo". Ed è sempre alla patria che si fa appello quando si vuol far la guerra.

“Quando lo stato si fa chiamare patria, si prepara a farti morire” è un detto tanto vecchio quanto vero. E stiamo assistendo oggi alla montata delle patrie, più o meno legittime sul piano storico e culturale, ma pur sempre dette patrie.

Alcuni punti fermi

Prima di riprendere l'esame dei fatti secondo il metodo che ci contraddistingue del materialismo dialettico (che non per caso è cosa diversa dalle "corbellerie del Diamat'', come dice Umberto Eco), ricordiamo alcuni dei nostri punti fermi che attendono ancora una qualunque confutazione:

  • La guerra, specialmente le grandi guerre che coinvolgono più stati ed enormi distruzioni, non sono mai il prodotto di volontà assassine della borghesia. Sono insite nella dinamica del sistema che vede la borghesia classe dominante; ma è semplicemente folle pensare che da qualche parte si tengano segretissime riunioni degli esponenti più rappresentativi della borghesia per pianificare la marcia verso la guerra, il determinarsi dei suoi fronti, e le sue modalità. No, la guerra entra nel campo delle previsioni della borghesia e diventa dunque oggetto di programmazione da parte dei suoi governi, immediatamente prima del suo determinarsi.
  • La marcia verso la guerra è segnata dal crescere delle tensioni fra le potenze capitaliste e dal collidere dei loro interessi macro-economici; da questo scontro di interessi economici nasce e si accresce la reciproca diffidenza politica sino all'antagonismo che si manifesterà con sgambetti e manovre palesi e sottobanco di una potenza contro l'altra.
  • Le potenze direttamente interessate a questo gioco iniziale sono sempre più di due, determinando così un intreccio di interessi e di possibili opzioni, che limitano grandemente la prevedibilità delle precise linee di sviluppo del gioco verso la guerra. Per fare un esempio dalla storia già vissuta, Unione Sovietica e Germania apparivano addirittura alleate fino al momento in cui, il 22 giugno 1941, le truppe tedesche sferrarono l'attacco all'Urss senza dichiarazione di guerra. Eppure il 10 gennaio dello stesso anno era stato firmato un nuovo trattato commerciale tedesco-sovietico e nel maggio l'Urss aveva riconosciuto la situazione creatasi nei Balcani a seguito dell'attacco tedesco e della precedente politica tedesca e di cui essa stessa aveva fruito con l'annessione di Bucovina e Bessarabia.
  • Esistono alcune linee di scontro che si evidenziano chiaramente prima dello scontro stesso sul terreno della contrapposizione delle rispettive necessità economiche (Inghilterra e Usa contro Germania, per esempio, prima della Seconda guerra mondiale). Ma quando la situazione é ormai matura per la generalizzazione degli scontri e questi si avviano in una regione qualunque del pianeta, la dinamica si complica terribilmente nell'intreccio di tendenze e controtendenze via via risolventisi sulla base dei risultati bellici stessi.
  • A stabilire il senso del moto politico rimangono i centri di comando degli stati e degli eserciti, per i quali uno solo è l'imperativo: tentare di individuare la linea della vittoria militare perché a quella è ora subordinata la vittoria economica.
  • In questo senso il campo delle possibili opzioni, specialmente per le potenze minori, appare ben più allargato di quello delle possibili scelte di politica economica, che sono invece deterministicamente dettate dalle linee di sviluppo delle rispettive formazioni economiche.
  • Il metodo della critica dell'economia politica, altrimenti detto marxismo, è in grado di definire con esattezza le linee di tendenza delle dinamiche economiche, dalle quali dipendono i comportamenti politici per tutto il periodo che precede l'avvio materiale del corso alla guerra. È applicando questo metodo che abbiamo da sempre indicato nella guerra l'unica soluzione borghese alla crisi del ciclo di accumulazione e abbiamo individuato i principali attori della guerra stessa. Ma non è possibile andare oltre, verso la previsione dei fronti, quando - come stiamo esaminando - il processo della loro concreta definizione è appena avviato.

La fine dei vecchi equilibri

Torniamo dunque a sintetizzare quanto è successo e che è da tempo oggetto dei nostri lavori.

Il periodo di crisi del ciclo di accumulazione si è manifestato in modi diversi nelle diverse aree geo-economiche del mondo. Al momento del suo presentarsi in modo piuttosto repentino nel blocco sovietico, le sue forme hanno assunto caratteri particolarmente drammatici e dirompenti. Perché dopo e perché in quel modo? Lo abbiamo spiegato duffusamente nei numeri precedenti di Prometeo e in un libro (1), richiamandoci alle caratteristiche peculiari dell'economia di piano di quei paesi e delle correlate fomazioni sociali e politiche.

Fra gli effetti più vistosi dello scatenamento della crisi economica vi è stato il sostanziale ritirarsi dell'Urss dall'agone interimperialista, dalla guerra fredda, con una sorta di richiesta di pace in cambio dell'abbandono di posizioni di forza in Africa e Asia e con l'allentamento della morsa sugli stessi paesi europei sotto sua tutela (Polonia prima, poi, a catena, tutti gli altri). Si è così determinata subito una situazione del tutto nuova, almeno per questa fase storica: uno dei blocchi contrapposti si è sgretolato.

Quanto poi è avvenuto più recentemente e che esaminiamo nell'editoriale di questo numero, è il compimento formale di questo primo devastante fenomeno: è venuto meno il regime stesso in cui veniva ideologicamente identificato il nemico.

Ciò è bastato a far saltare gli equilibri precedenti, all'interno dei quali ogni sommovimento sempre possibile in questa o quella regione del mondo rientrava sotto il controllo dell'uno o dell'altro fronte imperialista, ciascuno sufficientemente omogeneo, e le stesse guerre locali e/o civili - che hanno sempre punteggiato la scena mondiale nelle periferie delle metropoli - risultavano combattute sotto la regia mediata o immediata delle grandi potenze nemiche. Vietnam, Palestina e Libano, Nicaragua, Angola sono solamente alcuni dei paesi in cui lo scontro fra le fazioni interne riconduceva sempre allo scontro di interessi fra Usa e Urss in quanto poli di aggregazione di vaste reti di interessi imperialistici. A finanziare e sostenere politicamente e diplomaticamente movimenti di guerriglia o i governi contro i quali si scagliava l'opposizione armata erano sempre i due contendenti maggiori o forze a essi collegate.

Il caso libanese e i palestinesi

A puro titolo di esempio di quanto affermato riportiamo i tratti generali delle vicende del Libano e del movimento nazionale palestinese.

Abbiamo sempre denunciato, esaminando la dinamica della guerra civile in Libano, la interrelazione fra le fazioni in lotta e gli schieramenti imperialisti, attraverso i tre livelli della contrapposizione. Al primo livello le fazioni borghesi direttamente interessate: cristiani e musulmani (con le rispettive divisioni interne fra sciiti e sunniti) in quanto stratificazioni diverse della classe dominante aggregantisi sotto l'etichetta etnico-religiosa, in lotta cruenta per il potere. Al secondo livello, che definiamo del minimperialismo locale, trovavamo lo scontro fra Israele e Siria, protettori e ispiratori rispettivamente delle citate fazioni libanesi, e i tentativi di intervento di Iran e Iraq facenti leva sulle differenziazioni interne al campo islamico.

Al terzo livello, infine, c'era lo scontro fra Usa e Urss, registi di fatto della guerra civile perché protettori delle minipotenze locali e in buona misura controllori se non ispiratori delle loro mosse.

Poi l'Urss si è ritirata da tutto il Medio Oriente, abbandonando il sostegno e l'utilizzo tanto della Siria e dell'Iraq quanto del nazionalismo palestinese.

Ecco così che la Siria, oltre che abbandonata, si è sentita libera di manovrare sul tavolo dei giochi mediorientali, secondo suoi antichi disegni ora autonomi di potenza locale.

Il suo particolare panarabismo, centrato sulla riconquista della Mezzaluna fertile realizza i primi passi con la annessione di fatto di gran parte del Libano, in accordo con Israele, la quale viene contraccambiata con l'ennesimo tradimento del movimento nazionalista palestinese, al quale viene ritirato ogni sostegno.

Il nazionalismo palestinese, da sempre costituente una pedina di giochi ben più grandi, è stato ora vezzeggiato e alimentato ora tradito e ferocemente punito da tutti i governi arabi secondo le tattiche del momento nel rapporto con Israele e il suo grande protettore americano. In fondo è il destino di ogni movimento nazionalista nella fase del capitalismo che definiamo imperialista quello di servire più come arma nella lotta fra potenze contrapposte che come strumento di presunte liberazioni di popoli. Oggi, rotti i grandi equilibri planetari all'interno dei quali i caporioni dell'Olp riuscivano volta a volta a recuperare da una parte ciò che perdevano dall'altra - in termini di alleanza, sostegni, finanziamenti e ospitalità per le basi militari - quegli stessi si trovano in balia dei marosi e assistono impotenti al passaggio progressivo di tutti i precedenti alleati nel campo del grande nemico Usa e di fatto del suo vassallo israeliano.

A spingere i governi arabi verso l'orbita americana è la sensibilità di quelle borghesie parassitarie al ricatto degli Usa, palesatosi in modo pesantissimo con la guerra del Golfo: o vendete a noi il petrolio al prezzo che noi giorno 20 per giorno decideremo (per i produttori) e non rompete le scatole e pagate zitti e buoni (per i non produttori) o saranno dolori.

Gli Stati Uniti non possono permettersi ( e lo abbiamo più volte argomentato) di perdere il controllo sul prezzo del petrolio perchè dalla relativa rendita e dalle sue relazio ni con il tasso di sconto dipendono molti dei fattori chiave della loro economia e la loro stessa conservazione quale superpotenza imperialista (2). Hanno perciò bisogno della stabilità e della acquiescenza di tutta la regione alla loro particolare pace: la pax americana.

Di converso cresce "stranamente" nel ceto politico dello borghesia europea la comprensione per la causa dei disperati palestinesi e per la loro lotta, al punto da suscitare le apprensioni e talvolta le ire dei governanti israeliani. È presto per parlare di sostegno europeo aperto, mc qualcosa si muove a complicare il quadro.

La gestione della crisi

Si il quadro si complica, tanto in Medio Oriente quanto a scala globale, anche per quanto accade nell'Occidente liberista in quella che è sin ora stata l'area dell'incontrastato dollaro.

Nella disamina del periodo di crisi e dei meccanismi della sua perdurante amministrazione da parte delle metropoli imperialiste, abbiamo considerato:

  1. i rapporti fra l'insieme di queste e la periferia - da altri chiamata Terzo Mondo o Paesi in via di sviluppo; (3)
  • i diversi comportamenti delle metropoli stesse: Usa, Giappone, Europa.

In estrema sintesi, abbiamo constatato che per quanto riguarda il punto 1) la gestione della crisi è consistita nello scaricarne il peso maggiore sui paesi periferici, ridotti letteralmente alla fame. Tale scaricamento è avvenuto mediante il possente processo di ristrutturazione dell'apparato produttivo metropolitano con la conseguente messa fuori mercato delle produzioni locali e il totale dissesto delle economie periferiche. A questo proposito è solo il caso di ricordare in sintesi alcuni punti che costituiscono l'ossatura dei risultati dell'analisi marxista della odierna dinamica del capitale.

  • Il processo di ristrutturazione tecnologica, basata sul diffuso impiego del microprocessore e che per le sue peculiarità ha costituito una vera e propria terza rivoluzione industriale, ha comportato un aumento vertiginoso della produttività europea e giapponese, in assoluto e particolarmente in rapporto alle produttività dei sistemi produttivi faticosamente impiantatisi nella periferia nella prima fase del presente ciclo di accumulazione.
  • Ciò ha messo sostanzialmente in ginocchio le produzioni locali di pressoché tutti i paesi periferici, caratterizzati da una minore accumulazione di capitale e dalla conseguente impossibilità di procedere ad analoghi processi di ristrutturazione.
  • La spirale del debito estero, nella quale risultano avvitate le economie periferiche, non è causa, come ritengono alcuni, ma effetto del progressivo, drammatico impoverimento dei paesi a minor accumulazione di capitale.
  • Lo spiazzamento degli apparati industriali nazionali, solo minimamente e solo in alcuni casi compensato dalla localizzazione in quei paesi di singole produzioni specializzate nell'ambito della divisione internazionale del lavoro, ha comportato l'orientarsi dei capitalisti locali verso attività speculative sui mercati finanziari internazionali.
  • L'impoverimento relativo e assoluto degli apparati economici nazionali della periferia non significa quindi in alcun caso impoverimento relativo e assoluto delle rispettive borghesie, che, perfettamente integrate nei meccanismi del capitale imperialistico internazionale, usufruiscono anzi parassitariamente dell'immiserimento dei rispettivi paesi (partecipando per esempio con le loro quote, non importa quanto grandi, alle operazioni di prestito fatte dai centri finanziari internazionali ai... loro paesi).

Anche il blocco occidentale vacilla

Per quanto riguarda invece i diversi comportamenti delle metropoli imperialiste nella amministrazione della propria crisi, i punti essenziali sono i seguenti:

  • Mentre Europa (particolarmente la Germania) e Giappone hanno puntato sulla ristrutturazione completa dei rispettivi apparati produttivi, gli Usa hanno scelto di consolidare il proprio ruolo di forza egemone sui mercati finanziari internazionali. (4)
  • Ciò ha comportato un relativo indebolimento dell'apparato produttivo Usa rispetto a quelli di Giappone e Germania. (5)
  • Di converso, l'egemonismo finanziario americano ha stimolato le attività speculative a breve termine determinando un sensibile spostamento dei capitali internazionali in questo senso con l'ingigantimento dei tratti parassitari del presente modo di produzione e l'accorciarsi dei tempi di circolazione del capitale necessari alla realizzazione del profitto nell'ambito del processo produttivo.
  • Nell'avanzamento del processo di ristrutturazione dell'apparato industriale sia il Giappone che la Germania si sono trovati in posizione di relativo vantaggio tanto sul piano della competizione commerciale quanto sul piano della stabilità e forza delle rispettive finanze, al punto che oggi il Giappone ha largamente superato gli Usa nella massa di investimenti all'estero.
  • La competizione commerciale è cresciuta enormemente all'interno dell'area occidentale rendendo sempre più difficili gli accordi e le intese all'interno di quegli organismi internazionali che delle intese erano coronamento e nel contempo strumenti (G7, Conferenza per il commercio internazionale, ecc).
  • La crescita di competitività fra Europa, Giappone e Usa, e il rafforzamento delle posizioni finanziarie di Giappone e Germania rispetto agli Usa, determinano tensioni interne al blocco occidentale sufficientemente forti da segnare un forte indebolimento della sua precedente omogeneità:
    * crescono gli interessi di Germania da una parte e Giappone dall'altra di rendersi autonomi dalla egemonia americana;
    * la ineluttabile traduzione di questi interessi concreti in termini politici e diplomatici segna già le linee delle possibili fratture formali all'interno del blocco occidentale.

I fenomeni concreti di qualcosa che si è rotto

La guerra del Golfo è stata combattuta dagli Stati Uniti per consolidare il proprio controllo assoluto sulle fonti mediorientali di petrolio e sulle destinazioni della rendita da petrolio goduta dai paesi produttori. E questo uno degli elementi cruciali della loro sopravvivenza della forza finanziariamente egemone del blocco occidentale e del mondo.

Ma ciò di per sé non basta a spiegare il colossale spiegamento di forze e il cinismo criminale con cui gli Usa hanno martellato l'Iraq. Alle ragioni economiche di fondo e proprio in ragione di queste vanno aggiunti i motivi politici. (6) In sostanza per gli Usa si trattava di affermare il proprio ruolo egemone con lo strumento principe della politica imperialistica (l'esibizione di forza e di capacità distruttiva) anche di fronte agli alleati occidentali, chiamati addirittura a cooperare nella coalizione di tutti contro Saddam.

Se la Gran Bretagna - come naturale visti i legami organici con la sua ex-colonia ora dominante - ha dato pieno e corposo appoggio a tutte le operazioni militari e la Francia pure, anche se in tono minore, il comportamento di Germania e Giappone si è differenziato fortemente, anche rispetto a quello dell'Italia, la cui borghesia non riesce a perdere l'abitudine dell'ambiguità nei rapporti internazionali.

Entrambe si sono sostanzialmente defilate, pur cacciando un bel po' di quattrini per non affermare subito la irreparabile divergenza di interessi dagli Usa.

Il governo tedesco poi si è fatto capofila dell'Europa nell'avanzare il problema della regolamentazione definitiva della pace in Medio Oriente con la bella scoperta che di situazioni non del tutto coperte dalla "legalità internazionale" non c'è solo la invasione irakena del Kuwait e lasciando alla stampa europea il compito di specificare: Libano e Palestina.

Di qui le cautissime aperture all'Olp, di cui si è detto sopra. Si tratta per ora solamente di dichiarazioni episodiche, perchè l'Europa come tale non è neppure coinvolta nella Conferenza di pace in preparazione. Al lavoro concreto, oltre ai diretti interessati ci sono solo gli Usa che stanno operando in qualità di mediatori-padroni, mentre l'Urss di Gorbaciov tenta il proprio ritorno diplomatico. Ma anche le dichiarazioni, quando fatte in sede ufficiale e diplomatica, hanno un preciso significato: segnano quantomeno il non completo accordo di componenti essenziali della Cee con gli americani.

C'è poi la grande, grandissima questione dell'Urss e dell'intero blocco ex-sovietico.

L'Urss si è spinta a chiedere all'Occidente 100 mila miliardi di dollari di aiuti, cioè quanto esso ha speso per la guerra del Golfo. Chi dovrebbe pagare? A Gorbaciov apparentemente interessa poco, ma una cosa è chiara: l'Urss sarà ben attenta nel valutare chi darà di più.

La Germania è evidentemente già ben impegnata: perché avrebbe comprato la Ddr se non per avanzare verso est? E i rapporti di cooperazione-subordinazione si consolidano a suon di investimenti e prestiti.

Gli Usa invece, a prescindere dalle difficoltà in cui già navigano le loro finanze, non hanno grande interesse ad aiutare quel che non potrà mai essere oggetto passivo del loro potere imperialista e che invece si profila come un possibile fattore di potenziamento del suo concorrente tedesco. La subordinazione degli aiuti alla concreta liberalizzazione dell'economia sovietica, fatta dagli Usa, ha più il sapore di una scusa che d'altro. Qualunque analista occidentale è d'accordo infatti nel sostenere che la marcia stessa verso la liberalizzazione completa è subordinata a un massiccio afflusso di capitali esteri. Se dunque gli Usa volessero davvero attuare forme di pressione in quel senso ne studierebbero altre che non il banale e inutile ricatto.

Il Giappone, da parte sua, ha già risposto picche: non vede ancora le condizioni per un intervento realmente utile alla stessa Urss e sufficientemente redditizio per sé. Il calcolo è puramente economico a breve e in effetti l'Urss figura fra i paesi a maggior rischio per l'investimento finanziario e non è nella condizione di poter assicurare adeguati profitti all'investimento industriale diretto.

Ciò non significa - per autorevoli dichiarazioni giapponesi - che il paese del Sol levante non possa un domani rivedere la propria posizione e procedere a un meditato intervento con capitali e tecnologie nelle sterminate zone siberiane, facilitato peraltro e grandemente dalla vicinanza geografica.

Anche qui dunque gli interessi dei grandi occidentali divergono intrecciandosi o scontrandosi con quelli dell'Urss.

Il ciclo è davvero alla fine

A proposito di Urss bisogna ancora esaminare un altro problema, rispondendo alla domanda: potrà il nuovo mercato che va aprendosi nell'immensa ex Unione Sovietica, risolvere i problemi che da ormai 20 anni assillano l'economia mondiale, assicurando un rilancio della accumulazione a scala globale?

Rispondiamo subito no e passiamo ad argomentarlo succintamente. Innanzitutto il cosiddetto aprirsi del nuovo immenso mercato è prodotto della crisi del ciclo di accumulazione. È questa che si è espressa nel crollo verticale delle particolari strutture amministrative create dallo stalinismo, ma non è certo cambiandone la forma che si dà nuova vita all'oggetto della amministrazione stessa: la accumulazione di capitale. Questo vale in generale e per quanto riguarda l'Urss considerato come sistema chiuso.

Il fallimento di 6 anni di perestrojka è lì a dimostrarlo, con l'inabissarsi di tutti gli indicatori economici più significativi, nonostante le volontà e le reali mosse di liberalizzazione e di privatizzazione.

Ma c'è di più. La crisi di ciclo riguarda il capitalismo globale e ha colpito anzi l'Occidente, nelle sue metropoli, per primo. Come visto sopra ciò ha forzato i capitali metropolitani occidentali alla ricerca dell'investimento comunque a breve termine, sia sul piano della speculazione finanziaria sia sul piano dell'impiego produttivo. È da tempo finito il periodo in cui l'investimento veniva dimensionato sul lungo periodo pensando a ciò che avrebbe reso in una fase espansiva di cui non si vedeva la fine. I cicli di ripresine e ricadute, sulla curva complessivamente discendente della accumulazione, sono troppo ravvicinati perché i grossi capitali possano pensare di trasformarsi massivamente in impianti, macchine e in salari per ricavare profitti che potranno crescere solo in tempi lunghi.

Ora il grande mercato che qualcuno pensa si sia aperto in Urss può essere concepito teoricamente solo come grande mercato di sbocco per le merci occidentali, non certo per i capitali. Non esiste pressoché nessuna delle condizioni che rendono possibili una rapida realizzazione di profitti e una altrettanto rapida accumulazione. Non è ancora possibile esportare la totalità del prodotto, per usufruire così del basso costo della mano d'opera. Non si vede,tra l'altro, perché lo stato capitalista russo dovrebbe acconsentire a che il suo territorio bisognoso di tutto debba essere sede di produzioni destinate altrove e non debba in qualche modo avvantaggiarsene.

D'altra parte non è nell'interesse del capitale occidentale favorire in qualunque modo il crescere di un nuovo grande concorrente nelle produzioni avanzate, quale sarebbe l'Urss compiutamente ristrutturato e... rilanciato. Ci si può dunque aspettare che solo la Germania intervenga fattivamente sulle richieste di capitali sovietiche, in funzione e nei limiti dei propri interessi economici diretti e strategici.

In conclusione, quanto potrà essere realizzato in termini di joint venture o di investimenti diretti da parte delle multinazionali occidentali è ben poca cosa rispetto ai bisogni reali di ripresa produttiva in Urss, da una parte, e a maggior ragione rispetto al vero espandersi della accumulazione di cui il capitalismo globale avrebbe bisogno per considerarsi fuori dalla crisi.

Il grande mercato sovietico è un sogno già finito

Ma anche come semplice mercato per le merci occidentali, l'Urss non rappresenta quella grande novità che alcuni si sforzano di vedere.

Il dissesto economico dell'Urss si traduce in calo della domanda effettiva.

Lo stesso Gorbaciov aveva parlato di un eccesso di domanda rispetto alla disponibilità di beni nell'Urss fino a tre o quattro anni fa. Ma il riferimento era ovviamente alla produzione sovietica ai prezzi sovietici di allora. Già le prime forme di liberalizzazione del mercato hanno portato a una impennata mostruosa dei prezzi di tutti i generi non di necessità vitale. A puro titolo d'esempio, una lattina di birra importata costa oggi a Mosca un decimo di un buon stipendio e un sesto o settimo di salario medio operaio. In dollari o marchi costa come da noi. Bisognerebbe produrla in Russia, ma torniamo al punto di prima.

Infine va sottolineato che i crediti recentemente concessi da Italia, Francia e Germania non costituiscono denaro fresco che affluisce alle casse sovietiche, ma vanno a copertura di debiti precedentemente contratti all'importazione. Solo la Germania ha realmente passato una quota di capitali netti, del totale del credito concesso.

In conclusione la rinnovata unione, se si rinnoverà, o i singoli stati che dovessero radicalmente staccarsi, potranno acquistare dall'estero solo in ragione delle materie prime che potranno esportare e della disponibilità degli stati esteri a garantire i loro esportatori su un debitc sovietico destinato a crescere.

Non ci stancheremo mai di ripetere che in regime capita lista non è il bisogno degli uomini a costituire il mercato ma la capacità dei bisognosi di pagare. Altrimenti il Brasile sarebbe anch'esso un enorme mercato, visto il suo regime liberista e i milioni di uomini al di sotto di ogni soglia di povertà.

Prospettive dell'Urss

Due possibilità e una variabile

La disintegrazione e la possibile riaggregazione dell'Unione ex sovietica non prelude quindi a grandi rilanci economici nei termini propagandati da Gorbaciov ai suoi concittadini: crescita degli standard di vita in una nuova più brillante dinamica della collettività. Disoccupazione di massa, povertà in crescita e generalizzata, ristagno o estrema lentezza di crescita della produzione di beni di consumo, sono nelle prospettive immediate e a medio-lungo termine di questa vasta regione del mondo. Ciò mette nel campo delle più forti probabilità il crescere delle tensioni sociali, che si troveranno aperte due possibilità di traduzione e trascrescenza politica: la polarizzazione della società nelle due classi che sostanzialmente la costituiscono o lo sviamento verso le trappole del nazionalismo, dell'identità etnico religiosa ecc. La via rivoluzionaria o la via reazionaria è l'alternativa che si presenta alle masse proletarie e semiproletarie nella tormenta di una crisi senza speranze.

A spingere verso la via reazionaria ci sono forze reali e possenti, di cui gli attuali caporioni nazionalisti dei paesi baltici e più ancora di paesi come la Georgia, appaiono oggi come capofila. A indicare la via rivoluzionaria, spingendo prioritariamente verso la organizzazione degli operai in quanto tali (fase primordiale del costituirsi del proletariato a soggetto storico) esistono - se esistono - solo le avanguardie proletarie in fabbrica e le certamente ultradisperse e perseguitate avanguardie politiche. Ma a loro favore giocano le spinte oggettive stesse della crisi, che puntano allo scontro materiale fra le classi. Le forze ideologiche e politiche della borghesia si battono infatti contro corrente, di fatto contro la storia.

Se non abbiamo ancora percepito i segni di una ripresa di iniziativa della classe come tale, non per questo possiamo considerar chiusi i giochi, che invece si stanno proprio ora aprendo. L'intervento del soggetto proletario costituisce una vera variabile indipendente nel definirsi delle dinamiche economiche, sociali e politiche dell'ex-Urss, che sarebbero altrimenti determinate dalle tendenze in atto nel capitalismo sovietico.

La prospettiva tutta borghese

I processi oggi in corso, se non disturbati dalla variabile di classe, preludono invece a sostanziali modificazioni dei rapporti fra la possibile nuova Unione e le altre potenze imperialiste. Tali modificazioni si baseranno in larga misura sulle stesse dinamiche politiche interborghesi dell'Unione e sulle reazioni che susciteranno negli altri stati metropolitani del mondo.

Il conseguito accordo di undici repubbliche sul nuovo trattato dell'Unione non è ancora garanzia sufficiente che l'Unione si farà in tutta tranquillità. Le tensioni inter-repubblicane e in particolare fra la Russia e le altre repubbliche rimangono forti, pronte a riesplodere alla prima seria complicazione dei rapporti fra loro e con le altre (repubbliche baltiche e Georgia), e alla prima complicazione derivante dalle tensioni sociali in crescita nell'intera regione. L'accusa delle repubbliche al governo provvisorio dell'Unione riecheggia all'interno del governo stesso, nelle parole di Yuri Luzhhov, vice primo ministro, che parla di "usurpazione dei beni dell'Unione e delle repubbliche" da parte della Russia.

Se il processo di disintegrazione riprende con il riesplodere, necessariamente in forma più grave, dei conflitti inter-repubblicani, costituirà sicuramente un catalizzatore per la costituzione di nuove comunità di interessi a scala globale e di alleanze in vista di ben più larghi scontri.

Nei Balcani è già guerra

Non ripeteremo qui la solita storia degli insoluti problemi che periodicamente riportano i Balcani ad essere terreno di intreccio e scontro di altri interessi a scala euro-asiatica. Ci limitiamo a rilevare il fatto che la destabilizzazione dell'area si è avviata in quasi contemporanea con lo sgretolarsi dell'impero sovietico - e con le incaute dichiarazioni degli ideologi borghesi circa la nuova era di pace - e a ricordare le radici degli attuali scontri in Jugoslavia.

Per certi versi quanto è qui recentemente avvenuto, riproduce quel che è successo in Unione Sovietica. I riflessi della crisi di ciclo, presentatisi da tempo anche in Jugoslavia sono stati letti dalla intera borghesia come crisi del modello centralista nell'economia di piano, pur nella sua forma titoista dell'autogestione, e nella amministrazione politica da parte del partito unico.

Ciò ha comportato l'immediato avvio del moto centrifugo da parte delle frazioni repubblicane della borghesia jugoslava. Questa è fatta grosso modo delle medesime componenti di quella sovietica: burocrati di stato e di partito, manager delle industrie e delle organizzazioni distributive dello stato, con in più quella nuova borghesia imprenditoriale che le forme della autogestione già comportavano e che le recenti liberalizzazioni avevano accresciuto.

Il cemento che teneva unita la borghesia a scala federale era la funzionalità del sistema federale stesso al processo di accumulazione, per quanto a scala ridotta rispetto alle dinamiche occidentali, e al mantenimento delle rispettive quote nella distribuzione dei profitti.

Quando il processo di accumulazione ha mostrato la corda facendo calare la quota complessiva di profitti da distribuire, oltre che impoverendo drasticamente - ma questo conta poco - le masse lavoratrici, quel cemento ha iniziato a sgretolarsi. Nella difesa delle proprie quote di profitto, ciascuna frazione repubblicana di borghesia jugoslava ha iniziato a imputare alle forme dell'unità federale la responsabilità di tutti i mali. Di qui la corsa all'indipendenza e non a caso delle repubbliche più ricche, Slovenia e Croazia, che accusano la Serbia di comportamento egemonista e di usurpazione nazionalista dei ruoli che dovevano essere invece della federazione.

L'accusa è chiaramente strumentale, anche se contiene un fondo di verità. Infatti, nel Kosovo la debolissima borghesia, affiancata dalla piccola borghesia, facendo leva sulle originalità etniche della popolazione albanese, reclamava il diritto di ritagliarsi almeno comode poltrone in una amministrazione autonoma della provincia o addirittura di una nuova repubblica federata. Ebbene tutti in quel caso sono stati d'accordo nel reprimerne le spinte nazionaliste. Ci mancava solo che altri si aggiungessero a reclamare fette del magro bottino realizzato sulle spalle dei lavoratori di tutto il paese!

Scriviamo in un momento di estrema turbolenza degli eventi in quella regione. Il loro prossimo sviluppo è in stretto rapporto di reciproca dipendenza con le dinamiche politiche dell'intero continente e della Comunità europea.

Sognando Europa

Ora la Yugoslavia è in Europa e la Cee deve intervenire. Deve difendere l'immagine di entità ormai unitaria che si è data e il ruolo di potenza pacifica che si è attribuito. Ma quel che preme qui sottolineare è che, da qualunque lato si osservino, le tendenze in atto in Europa si presentano estremamente contradditorie.

Da una parte la storica tendenza all'unità d'Europa quale entità economica e politica a confronto con le altre grandi potenze unitarie (Usa, Cina, Urss), dall'altra le

altrettanto solide divergenze in tema di interessi sulla regione balcanica.

La Germania, la cui moneta è ormai di riferimento nelle repubbliche del Nord in cui già 150 imprese tedesche hanno operato grossi investimenti, punta evidentemente alla annessione di Croazia e Slovenia nella sua specifica area economica. Gli altri grandi partner Cee (Gran Bretagna e Francia) vedono di malocchio tale ipotesi perché potenzierebbe ulteriormente la posizione della Germania in ambito comunitario. La Grecia, dal canto suo, è pronta a profittare della disgregazione yugoslava per recuperare di fatto le regioni macedoni alla grande Ella-de di memoria alessandrina. Fuori dalla Cee anche ai confini orientali della Yugoslavia si presentano stati di borghesie straccione che mentre affamano i rispettivi proletariati, pretendono di presentarsi come paladine dei rispettivi popoli in terre oltreconfine (parliamo ovviamente di Romania, Ungheria e Bulgaria), per avanzare neppur poi tanto timidamente le proprie pretese su pezzi di territorio yugoslavo.

La "casa comune europea", come l'ha chiamata Gorbaciov, si presenta come una comune casa borghese in tempi di maretta: ognun cerca di salvare il proprio patrimonio, se del caso accrescendolo, rubandone agli altri. E come in qualunque casa borghese tali situazioni preludono a rissosi divorzi, così nella "casa comune europea" si annunciano a chi sa vedere, clamorose rotture.

Non da oggi diciamo che l'unità europea è un sogno di parte della borghesia destinato a non realizzarsi prima della chiusura definitiva di questo ciclo di accumulazione. Ripercorriamo brevemente il filo della elaborazione marxista in materia.

All'uscita dal secondo conflitto mondiale l'Europa si presenta divisa in vinti e vincitori, ma sostanzialmente unita nella sventura di un apparato produttivo semidistrutto e di una povertà generalizzata. La ricostruzione dell'Europa occidentale avviene sotto l'egida americana e a suon di dollari americani del piano Marshall e contorni.

L'egemonia americana è indiscussa: la borghesia europea è ridotta nelle condizioni di una bimba che dalla mamma dipende e alla mamma guarda come alla garanzia di se stessa. Poi la bimba cresce, cresce in sostanza il capitale europeo, sempre più europeo (o italiano, tedesco, francese, olandese) sino a esprimere le prime tendenze a rendersi autonomo dalla mamma americana. Sono gli Usa a facilitare le premesse: il Mercato comune è condizione di più libera circolazione per i capitali americani. Ma al contempo è condizione per lo sviluppo di quella tendenza europeistica: la borghesia d'Europa inizia a capire con una certa chiarezza, perché la sua stessa esperienza quotidiana sul mercato mondiale glielo insegna, che solo l'Europa unita può costituire una potenza economica paragonabile - e a questo punto anche superiore - a quella statunitense. Il sogno che culla le fasce alte e colte della borghesia è proprio questo: fuori dalla tutela americana, come terzo polo mondiale, accanto agli altri due (del vecchio schema).

Ma è un sogno per due ragioni essenziali:

  1. perché i legami fra Usa e stati europei son troppo forti e inoltre differenziati: più solidi con la Gran Bretagna, meno con la Francia, dubbi già da dieci anni con la Germania.
  2. perché il gioco americano da una parte e l'ineguaglianza di sviluppo europeo dall'altra faciliteranno le controtendenze all'integrazione, rappresentate dalla preoccupazione di ogni stato più per le proprie sorti che per quelle dell'unità europea.

Entrambi gli elementi sono oggi quotidianamente verificati, dopo la fine del Patto di Varsavia e dopo lo sgretolamento del blocco sovietico. E addirittura in virtù di quei fenomeni. Lo abbiamo visto sopra: la Germania comprando dall'Urss la sua porzione orientale ha rinsaldato i legami economici e politici con Mosca e ha trovato le condizioni per dilagare coi suoi capitali e le sue tecnologie a est. Parallelamente sono cresciute le invidie e le gelosie degli altri e le tensioni fra questi e la Germania stessa. La Germania può ben sperare di poter rappresentare da sola il contraltare agli Usa, avendoli gia superati in alcuni punti importanti nella definizione dei rapporti di forza imperialistici: esportazioni (di macchinari e tecnologie e totali) e bilancia commerciale.

Non è dunque solo un caso accidentale e contingente, dovuto a malumori passeggeri, che già le date solo un anno fa decise come tappe della marcia verso l'unità stanno slittando. Il 1993 è alle porte e potrebbe anche portare la promessa caduta delle frontiere doganali: questa non basta a segnare l'integrazione formale di un mercato che in sostanza è già integrato ma che non esclude durissime ostilità. Ma non ci meraviglieremmo neppure se anche il 1993 dovesse... slittare. I due o trecentomila paysant scesi a Parigi il 29 settembre hanno già espresso coi fatti parere favorevole.

No, l'Europa non arriverà unita alla resa dei conti e alla formale chiusura di questo ciclo. E d'altra parte se la guerra, come ormai è sicuro, dividerà l'Europa, anche la sua conclusione la troverà divisa, con tanti saluti al sogno europeo.

Dove andiamo?

L'Europa si divide, crescono i dissapori e si allentano i legami fra Germania e Usa, mentre si delinea l'asse Mosca Berlino - ben più determinante dei supposti assi Berlino-Parigi o... Berlino-Vienna.

Crescono anche le tensioni "fraterne" fra Giappone e Usa, e ce n'è ben d'onde. Anche il Giappone esporta più degli Usa e ora non più solo merci, ma anche capitali e in paesi ove era solito imperare il gigante americano. D'altra parte gli Usa costituiscono un mercato essenziale della esportazione giapponese così che possono esercitare sul Giappone non il monopolio della offerta, ma della domanda, mentre i capitali gialli sono fra i principali finanziatori del debito federale. Alla forza dei legami reciproci corrisponde la forza divergente degli interessi nel mondo.

L'Urss rimane, qualunque forma si darà, una enorme area a diretta disposizione della Russia. La Cina continua virtualmente a far da sola e a far gola a tutti. Tutte le carte sono quindi pressochè libere e già in movimento. Come si riaggrupperanno per la partita finale?

Chiariamo innanzitutto che la partita finale è inevitabile. Cresce lo scontro politico fra i grandi in un mondo ormai destabilizzato. La formazione di nuovi stabili equilibri sarebbe ipotizzabile solo in una fase espansiva del ciclo. Solo in tale condizione ciascun nuovo ipotetico fronte può dedicarsi alla accumulazione innanzitutto su base interna, senza entrare immediatamente in rotta di collisione con l'altro. Ma siamo alla chiusura del ciclo, come non ci stanchiamo di ripetere. Non c'è spazio perché - poni - la Germania dica addio agli Usa, ritiri i suoi capitali depositati ad alti tassi nei depositi del Tesoro americano, e, forte del nuovo polmone russo, si dedichi a crescere in tutta Eurasia a spese di americani e giapponesi. E non c'è spazio neppure per altre ipotetiche formazioni di fronti.

La ricomposizione delle forze sarà una accelerazione verso la guerra e sarà in funzione della guerra. Sempre-ché il proletariato non intervenga.

D'altra parte è presto per dire come andrà perché mancano degli elementi. Noi potremmo individuare esattamente le tendenze di ciascuna delle potenze citate sul piano economico e definirne le teoriche necessità di movimento in linea generale. Ma ciò non basta. Ogni potenza imperialista è in relazione con tutte e ciascuna delle altre in un intreccio tale per cui la risposta in termini politici - e di alleanza contingente con altri - a una specifica situazione può apparire contraddittoria con la risposta a un'altra situazione. Contro Saddam con gli Usa c'era, defilata ma c'era, anche la Germania, ma sui Balcani il dissenso Usa dalla politica tedesca è esplicito: gli Usa per l'unità federale, non importa se sotto il torchio della Serbia, la Germania per l'indipendenza di Croazia e Slovenia. Nel Golfo è prevalsa l'unità di tutti contro l'Iraq e dunque l'unità europea e dell'Europa con gli Usa, nei Balcani no, per la Germania è prevalso l'interesse immediato.

Pretendere di definire nell'intreccio le reali linee di tendenza significa pretendere di poter prevedere i particolari del suo sviluppo. E ciò attiene più all'arte divinatoria che alla scienza marxista e alla critica dell'economia politica. Queste ci dicono che le borghesie vanno alla guerra e che oggi stanno rimescolando le carte, e poco di più. Il poco sono ipotesi, ovvero linee di tendenza che potrebbero però trovare smentita nei fatti della politica. Non siamo certo noi a coltivare "l'autonomia del politico" - esercizio che lasciamo volentieri a operaisti e socialdemocratici vari - ma sta a noi ripetere forte e chiaro un elemento base del pensiero dialettico marxista: quando le forze materiali hanno avviato la dinamica di guerra è questa che diventa elemento centrale di riferimento degli uomini di potere e di governo. La guerra si fa per vincerla: amici e nemici si scelgono in funzione di ciò. E ciò rientra nel campo delle valutazioni politiche, talvolta addirittura soggettive degli uomini di governo, che solo dei materialisti volgari possono considerare determinate e dunque prevedibili.

Chi avrebbe potuto dire che l'Italia di Salandra sarebbe entrata in guerra nel 1915 esattamente contro quelli che fino al 3 maggio le erano formalmente alleati? Ed era scontata l'uscita resistenziale nella seconda guerra? I borghesi sono diventati antifascisti e han sostenuto la resistenza quando e perché fu chiaro che l'Italia sarebbe uscita sconfitta insieme a Germania e Giappone; meglio-cambiare fronte. Se le sorti della guerra fossero state diverse avremmo oggi non Andreotti ma qualche erede di Mussolini, nuovo Garibaldi della borghesia nostrana.

No, non è ancora possibile dire fra chi si scambieranno cannonate e missili. Più importante è sapere che la borghesia, tutte le borghesie, marciano volenti o no, verso la guerra. Per denunciarlo e per costruire su questo l'opposizione proletaria e la possibilità dell'unica alternativa: la rivoluzione di classe.

Mauro Stefanini

(1) Autori vari, I nodi irrisolti dello stalinismo alla base della perestrojka, ed. Prometeo, 1989.

Gorbaciov, il nuovo corso dell'Urss, in Prometeo 10, 1986

La crisi dell'Urss e dei paesi dell'Est, in Prometeo 11, 1987

Dietro la Perestrojka, in Prometeo 12, 1988

Crisi del comunismo o del capitalismo di Stato, in Prometeo 13, 1989;

Unione sovietica: dall'economia di piano all'economia di mercato, in Prometeo 14, 1990.

(2) Vedi Petrolio e rendita da petrolio hanno mosso la guerra del Golfo e rimescolato le carte, in Prometeo 1, 1991.

(3) Vedi a questo proposito il nostro Progetto di tesi sulla tattica comunista nei paesi periferici, su Prometeo 9, 1985.

(4) Vedi a questo proposito La crisi dell'impero americano, in Prometeo 11, 1987 e Recessione debiti e tensioni monetarie: la crisi del capitale nella realtà americana, in Prometeo 1, 1991.

(5) Idem.

(6) Vedi Per una messa a nudo delle radici imperialistiche della guerra del Golfo e Petrolio e rendita da petrolio hanno mosso la guerra del Golfo e rimescolato le carte, in Prometeo 1 cit.

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