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IL SOCIALISMO DI IERI DINANZI ALLA GUERRA DI OGGI
L'Avanguardia, novembre 1914
(...) La chiave del concetto socialista è che la classe dominante in regime capitalistico non può governare e reggere le forze che si sprigionano dagli attuali rapporti delle forme di produzione, e resta a sua volta vittima di certe contraddizioni inevitabili del regime economico, il quale non risponde alle esigenze della grande maggioranza degli uomini. Il grande quadro marxista della produzione capitalistica mette in luce questi contrasti e la impotenza della borghesia a dominarli. Poiché gli strumenti di produzione e di scambio non sono ancora socializzati, non ne è possibile un impiego razionale, non vi è giusto rapporto fra i bisogni e la produzione, che è basata soltanto sull'interesse del capitalista; e da tutto ciò conseguono le colossali e dannosissime crisi economiche che sconvolgono i mercati, le assurde sovrapproduzioni per cui dalla abbondanza si genera la disoccupazione dei salariati e la miseria; e come ultima conseguenza la rovina di alcuni degli stessi capitalisti, nell'interesse dei quali è montata la macchina mostruosa dell'economia presente. Da ciò consegue che la vita moderna non è l'evoluzione continua verso una maggiore civiltà, ma è il percorso della fatale parabola che, attraverso un inasprimento delle lotte di classe e un aumento di malessere nei lavoratori, si risolverà nel crollo finale del regime borghese.
Ebbene, parallelamente a questo processo, per il quale la classe dominante prepara senza poterlo evitare il suo suicidio storico, noi assistiamo ad un altro assurdo. Lo sviluppo dei mezzi di produzione nel campo economico,la diffusione della cultura in quello intellettuale,la democratizzazione degli Stati in quello politico, invece di preparare la cessazione delle guerre e il disarmo degli eserciti fratricidi, conducono ad una intensificazione dei preparativi militari. È questa una sopravvivenza di altri tempi - ad esempio di epoca feudale -, è un ritorno ai secoli della barbarie, o non è piuttosto una caratteristica essenziale del regime sociale moderno, borghese e democratico? Notiamo, intanto, che quelle borghesie statali le quali non possono in tempo di pace reggere le file della produzione, e scongiurare le catastrofi finanziarie, così, anche volendo, sono impotenti ad impedire lo scoppio delle guerre che si presentano come la via di uscita unica e fatale da situazioni economico-politiche in cui gli Stati si trovano cacciati.
E, d'altra parte, è cosi immenso il danno che le borghesie risentono dalla guerra? Questa è certo una distruzione di capitali, ma alla borghesia, intesa come classe, più che il possesso materiale dei capitali, interessa la conservazione dei rapporti giuridici che le consentono di vivere sul lavoro della grande maggioranza. Questi rapporti, interni alle nazioni, consistono nel diritto di monopolizzare gli strumenti di lavoro, che a loro volta sono frutto di altro lavoro della classe proletaria. Purché, ad essere più chiari, resti intatto il diritto di proprietà privata sulle terre, sulle case, sulle miniere; dopo la devastazione della guerra il proletariato ricostruirà macchine, stabilimenti, ecc. e li riconsegnerà ai suoi sfruttatori, risentendo tutte le conseguenze del difetto di generi di consumo, ma ricostituendo i capitali necessari alla vita di tutti per farne nuovamente monopolio di pochi. Naturalmente, non pochi borghesi, come individui, saranno travolti, ma altri li sostituiranno.Si osserva che nella guerra resta schiantato il complesso organismo dei rapporti finanziari e bancari, della circolazione del denaro; ma a ciò i governi borghesi in parte suppliscono con speciali sospensive dell'ordinaria vita economica, in parte contano di rimediare con l'indennità spettante al vincitore.
In conclusione la guerra, disastrosa sotto ogni rapporto per il proletariato, è oggi purtroppo possibile; e la borghesia ne vede intaccata la sua ricchezza materiale, ma conservati e forse rafforzati i rapporti potenziali per ricostituirla, poiché la lotta di classe si assopisce e si spegne nell'esaltazione nazionale. Vi sono imprevedibili complicazioni dovute ad una ondata di rivolta per tante sofferenze; rivolta che avrebbe però poche possibilità di successo, condotta da un popolo stremato, dissanguato ed ottenebrato da odii sanguinosi verso i proletariato d'oltre confine...
La guerra che il socialismo "dovrebbe ammettere"
Contro la pregiudiziale antiguerresca, si assume da non pochi socialisti:
- che i socialisti devono partecipare ad ogni guerra di difesa nazionale da una aggressione straniera;
- che i socialisti non possono disinteressarsi delle guerre di nazionalità, poiché sarebbe un presupposto necessario dell'avvento del socialismo la sistemazione di tutte le nazionalità entro i loro naturali confini;
- che i socialisti dovrebbero, in una guerra di nazioni rette con ordinamento più democratico contro altre meno socialmente evolute, parteggiare per le prime contro le seconde.
La tesi guerrafondaia, nei due ultimi casi, andrebbe dalla semplice simpatia all'intervento personale e fino alla pressione sul proprio Stato per l'intervento militare nel conflitto nel senso desiderato.
Ebbene, queste tre finestre aperte nell'antimilitarismo si basano su degenerazioni sentimentali che sono del socialismo la negazione assoluta. Anzitutto, esse si contraddicono fra loro in modo evidente. Se la Francia avesse aggredita la Germania, per riprendere l'Alsazia-Lorena (siamo nel campo degli esempi), i socialisti tedeschi avrebbero dovuto difendere la patria o... marciare contro di essa in nome del principio di nazionalità e della democrazia? E nelle guerre coloniali che sono di aggressione e di oppressione, ma di... estensione della civiltà democratica, che cosa devono fare i socialisti? Questi sofismi derivano da un errore fondamentale, dal voler dirimere il torto dalla ragione in competizioni che si risolvono non con elementi dí giustizia, ma con la violenza bruta. Inoltre, sono distinzioni che potrebbe fare solo chi disponesse di una forza risolutiva e definitiva dei conflitti, non chi col suo intervento potrebbe solo spostare le probabilità dei risultati della guerra, aumentandone intanto sicuramente l'estensione e le conseguenze di odio e di revanche.
La guerra di difesa
Non richiameremo estesamente i concetti secondo cui i proletari non hanno alcun interesse da difendere con la patria e sulle frontiere nazionali. Diremo solo che in tutte le guerre l'offesa e la difesa sono reciproche e spesso simultanee. L'aggressione è una parola elastica. S'intende per essa la violazione dei confini? Ma -militarmente - potrebbe essere imprudente attendere tale fatto; è necessario prevenirla rompendo con una controinvasione i tentativi nemici. S'intende per aggressione la rottura dei rapporti diplomatici? Ma, in base ai libri di vario colore, nessun governo manca di argomenti per riversarne sull'altro la responsabilità. S'intende per aggressione il preparare la guerra? Allora tutti gli stati moderni sono aggressori, poiché costruiscono senza posa navi e cannoni e continuamente accrescono gli effettivi degli eserciti. Senza andare oltre, ne risulta che l'adesione alla eventuale difesa nazionale è una cambiale in bianco firmata dai socialisti nelle mani dei governi borghesi, che potranno farne l'uso che credono. Per giustificare l'andata in Libia si disse che i turchi avevano disonorata una ragazza italiana. È il vecchissimo caso del lupo e dell'agnello.
Le guerre di nazionalità e d'indipendenza
Veniamo al problema delle nazionalità.
È vero che, prima di parlare di un'azione socialista internazionale, occorre risolvere tutti gli irredentismi e dare a tutti i popoli la sistemazione politica secondo le nazionalità?
La cosa va guardata un po' più a fondo. Quando il regime feudale cedette il posto alla moderna borghesia, questa nel suo programma idealistico di classe rivoluzionaria scrisse a grandi caratteri il postulato delle rivendicazioni nazionali. La rivoluzione borghese appariva falla nell'interesse dei popoli, anziché in quello di una nuova oligarchia, appunto perché ne risaltava il carattere politico anziché quello economico. Si credeva, dai filosofi borghesi, che ogni schiavitù sarebbe scomparsa con l'eliminazione del dominio di un popolo sull'altro, con l'eguaglianza politica dei cittadini dinanzi alla legge. Il socialismo ha poi dimostrato che vi è un altro motivo più sostanziale e profondo nel malessere delle masse, ed è l'oppressione di classe, anche nell'interno dei gruppi nazionali. Ma senza togliere al problema delle nazionalità la sua grande importanza storica, notiamo che una soluzione parziale, ma abbastanza estesa, si è già avuta, e si ebbe a mezzo di guerre-rivoluzioni, nell'epoca eroica della borghesia, quando il militarismo non era sviluppato come oggi e uni poche migliaia di uomini raccogliticci si abbattevano le bastiglie come si liberavano le nazioni. Quell'epoca storica si è risolta nella formazione e nell'assestamento dei grandi Stati moderni, nell'ambito dei quali la borghesia, meno idealistica di allora, sfrutta largamente il proletariato e fa opera di conservazione.
Oggi le guerre le fanno gli Stati e non le "Nazioni". Esse si risolvono. col predominio dell'Olia o dell'altra potenza, che ben poco preoccupata di pregiudiziali romantiche allarga la sua influenza economica e politica sui popoli di ogni razza e colore. Senza andare più oltre, la sistemazione delle nazionalità è ormai divenuta irraggiungibile. I moventi delle guerre sono ben altri. I loro risultati dipendono da coefficienti economico-militari, e siccome In ricchezza e la forza armata sono in mano degli Stati più solidamente costituiti, le soluzioni dai problemi guerreschi sono statali e non nazionali. Il famoso principio di nazionalità è poi qualche cosa di inafferrabile. Meno pochi casi classici, le questioni di indipendenza nazionale sono controverse. Le ragioni storiche, geografiche, etnografiche, autorizzano alle più contraddittorie soluzioni. Anche ammesse la concordia e la buona volontà di tutti gli stati europei, neppure sarebbe possibile la famosa sistemazione che ci permetterebbe poi di adoperarci a buttar giù la borghesia. Ed un problema così difficile da risolvere pacificamente lo si vorrebbe affidare all'aleatoria della guerra, alla sorte delle armi! Ma ogni guerra creerà o risusciterà almeno tanti problemi di irredentismo, quanti ne avrà distrutti. E le rivalità, le alleanze, s'intrecceranno sempre più assurde e complicate. Dovrebbe il proletariato socialista aderire a questo gioco sanguinoso, anziché consacrarsi fin da ora e senza pregiudiziali di sorta a preparare lo sforzo rivoluzionario?
Dopo la classica guerra nazionale balcanica contro la Turchia, le nazionalità redente si massacrarono fra loro. Il Giappone è oggi alleato della Russia. I boeri si battono sotto la bandiera inglese. Tutte le guerre degli ultimi anni s'inquadrano malissimo nel vecchio cliché delle nazionalità. Ed è più logico il nazionalista che si pone anche il problema del riscatto, del trionfo, e dell'egemonia di una nazionalità, che il socialistoide che vuole redimerle e conciliarle tutte, ma attraverso una serie di guerre sanguinose le quali per condurre a quello scopo dovrebbero essere singolarmente ammaestrate.
Le guerre democratiche
Resta l'altra pretesa ragione di partecipazione socialista alla guerra: la necessità di favorire il trionfo delle nazioni più civili, più evolute, più democratiche, su quelle arretrate nel processo storico e sociale. Si invoca perciò la solita necessità di accelerare il completamento dell'evoluzione borghese, che è l'argomento principe per ogni genere di transigenze; ciò porterebbe ad approvare senz'altro le guerre coloniali come guerre di civilizzazione, contro la concorde opinione di tutti i socialisti e contro l'altro principio delle guerre di aggressione, che ci trova tutti dello stesso parere. Nella guerra italo-turca noi socialisti italiani non avremmo dovuto essere oppositori, perché l'Italia più o meno democratica era di fronte alla meno che feudale Turchia.
Ma il concetto fondamentalmente erroneo è quello che tendenze politico-sociali del vari Stati prevalgano le une sulle altre nelle guerre e si diffondano per l'universo a seconda della sorte delle armi. Quelle tendenze dipendono da condizioni economiche e sociali di ordine interno e dai rapporti delle classi sociali nell'ambito di ciascuno Stato, si modificano a seconda dello svolgersi delle lotte di classe e di partito ed i loro momenti risolutivi sono le rivoluzioni, le guerre civili.
Nelle guerre esterne gli Stati non si prendono il lusso di combattere per far prevalere sul mondo un principio più o meno accademico o filosofico di democrazia o di assolutismo... Nei loro rapporti internazionali gli Stati vivono in ambiente affatto amorale e si ispirano al massimo dell'egoismo. Gli Stati che impongono ai loro sudditi di uniformarsi a certe norme per rendere possibile la convivenza sociale, nelle relazioni internazionali non riconoscono alcuna legge, ed anche in tempo di pace usano verso gli altri Stati le armi dell'inganno, dell'astuzia, della corruzione, dello spionaggio; per ricorrere m tempo di guerra all'ultima ratio della violenza, che non conosce legge. Il cosiddetto diritto internazionale vige finché ad una nazione non conviene violarlo; applicato ai grandi Stati moderni è una utopia, poiché non v'è diritto ove manchi un' autorità dotata di forze superiori per imporne l'osservanza. Ogni governo non vede e non può vedere altro che i cinici interessi del proprio Stato (è a ragion veduta che diciamo sempre Stato e non nazione) e tende a conservarli e difenderli contro i nemici interni ed esterni. A qualunque partito o scuola filosofica appartenga, l'uomo di governo agisce sempre come un feroce conservatore. La libertà che esso concede ai sudditi è in relazione alla necessità di conservare l'equilibrio interno tra le forze economiche e politiche delle classi e dei partiti. Vi sono diverse scuole di governo, ma sono metodi diversi per assicurare la massima potenza allo Stato, ed in ultima analisi alla oligarchia economica che è da esso impersonata. Quindi i governi non tendono a far trionfare un principio nell'interno di una nazione - e tanto meno a diffonderlo all'estero colle armi - ma solo a rassodare lo Stato e a curarne nel modo più acconcio gli interessi. Si capisce che questa tendenza è celata sotto le belle frasi della civiltà, della democrazia, del progresso - o magari dell'ordine, della religione, del lealismo monarchico ecc. Lo scopo è però unico. Le crociate, le guerre napoleoniche, quelle della restaurazione, tutte le Sante Alleanze, erano ispirate da ben altri moventi, che mistiche e filosofiche ragioni di propaganda universale...
Le nazioni moderne, rette a democrazia, nelle colonie opprimono e tiranneggiano in ragione della minor forza dei loro sudditi. L'Inghilterra, la Germania, la Francia, l'Italia, hanno tutte una vergognosa storia coloniale. E perciò non può attendersi la diffusione di certi principi moderni che dal trionfo militare dei paesi in cui già sono diffusi, specialmente nell'epoca attuale che non è più una epoca eroica come quella in cui la borghesia si formava e poteva ancora avere certe generosità.
D'altra parte il trionfo di un regime democratico è sempre un passo verso il socialismo? Se noi ci rifiutiamo di aiutare la democrazia borghese, sia nei suoi conflitti interni colle classi feudali e i partiti clericali sia sul campo logico del suo ulteriore sviluppo - in base alle ragioni della nostra transigenza -, perché dovremmo favorirne poi i successi militari, che sono un modo tanto discutibile di fare propaganda di principio e assai poco suscettibile di fornire coefficienti di progresso?
Anzitutto dunque la democrazia non si diffonde nel mondo con le baionette, secondariamente da tempo essa non merita più né le nostre simpatie né il nostro appoggio. Il fenomeno - tanto citato in questi giorni come verità indiscussa - avviene forse nel senso precisamente inverso. Le vittorie militari sono un coefficiente di ritorni politici. Dopo l'epopea napoleonica la Francia subisce la restaurazione. Dopo Sedan, abbiamo invece la repubblica ed un tentativo socialista: la Comune. Ogni guerra, determinando la famosa unanimità nazionale dei partiti e delle classi, rialzando il prestigio delle istituzioni e dell'esercito, qualunque ne sia la causa e l'esito, non è un passo indietro nelle nostre aspirazioni rivoluzionarie, il cui mezzo naturale è la lotta di classe?...
Pacifismo?
No. Noi siamo fautori della violenza. Siamo ammiratori della violenza cosciente di chi insorge contro l'oppressione del più forte, o della violenza anonima della massa che si rivolta per la libertà. Vogliamo lo sforzo che rompe le catene. Ma la violenza legale, ufficiale, disciplinata ali' arbitrio di un'autorità, l'assassinio collettivo irragionevole che compiono le file di soldatini automaticamente all'echeggiare di un breve comando, quando dalla parte opposta non meno automaticamente vengono incontro le altre masse di vittime e di assassini vestiti di un' altra casacca, questa violenza che i lupi e le iene non hanno, ci fa schifo e ribrezzo. L'applicazione di questa violenza militare alle masse di milioni di uomini tolti agli angoli più remoti degli Stati, nelle tremende alternative di questa guerra, non può avere altro effetto che di soffocare quello spirito di sacrificio e di eroismo a cui potremo domani chiamare i campioni dell'insurrezione proletaria - e che è ben diverso dalla bestiale tendenza a distruggere, ad uccidere finché è possibile, con gli occhi velati dal fumò e dal sangue.
Noi pacifisti? Noi sappiamo che in tempo di pace non cessano dal cadere frequentissime le vittime dell'ingiusto regime attuale. Noi sappiamo che i bimbi degli operai sono falciati dalla morte per mancanza di pane e di luce, che il lavoro ha la sua percentuale di morti violente come la battaglia, e che la miseria fa, come la guerra, le sue stragi.
E di fronte a ciò non è la supina rassegnazione cristiana che noi proponiamo, ma la risposta con la violenza aperta a quella violenza ipocrita e celata che è il fondamento della società attuale. Ma la violenza sacra della ribellione per non essere colpevole sacrificio deve colpire giusto e dare al tronco. Furono ben morti le migliaia di comunardi caduti sotto il piombo dei versagliesi. Ma il mandare al massacro in nome della rivoluzione un milione di uomini, consegnandoli ai dominatori di oggi perché siano impegnati in un' impresa di successo incerto, che trova le sue ragioni in una discutibile e bolsa retorica incosciente e contraddittoria, non si giustifica col dirsi immuni da tenerezze pacifiste, no, perdio, ma è opera insana da macellai impazziti.
E contro essa noi restiamo al nostro posto, per il socialismo, antimilitaristi domani come ieri e come oggi, perché desideriamo al sacrificio delle nostre vite, quando fosse necessario, una DIREZIONE molto diversa.
Amadeo BordigaSocialismo, patria e guerre di difesa
Avanti!, 06-01-1915
(...) È molto diffusa, ma poco socialista, la avversità alla guerra di aggressione, con l'adesione a quella di difesa. Ora, se vogliamo restare nelle linee del socialismo rivoluzionario, dobbiamo fondare la nostra azione e la nostra battaglia, anche quando ci appare l'opportunità di allargarne le basi a maggior numero di proseliti, sulle direttive puramente ed esclusivamente socialiste. Mi par di sentire le obiezioni a questa affermazione "astratta", "teorica" e magari... "algebrica". Ma vi è per essa un argomento recente, doloroso e che ritengo decisivo.
Noi siamo già stati vittime di un errore di prospettiva, e lo stiamo amaramente scontando. Quando sembrava che la guerra, la "sola guerra possibile", fosse quella a fianco della Germania e dell'Austria, il Partito socialista, sicuro di aver largo consenso anche in altri partiti ed in classi non proletarie, si avvalse molto nella sua propaganda di argomenti che potevano essere divisi dai democratici e da non pochi conservatori, e pro- mise, contando su milizie che non erano tutte nostre, l'insurrezione popolare.
Venuta fuori la possibilità dell'altra guerra, noi avemmo - a che nasconderlo? - un rude colpo. La democrazia e la media borghesia divennero guerrafondaie. Il Partito socialista rimase politicamente solo. Qual vantaggio, se lo fosse stato idealmente (o calunniata teoria!) fin dal primo momento! Avremmo chiusa la porta da cui entrarono in quel primo momento innumeri alleati, ma dalla quale uscirono poi portando seco, più di loro resi accaniti contro di noi, non pochi dei nostri.
Ecco perché, per evidenti analogie, è necessario oggi chiarire i motivi della nostra avversione alla guerra. La nostra propaganda deve essere tale da metterci al sicuro dalle insidie della corruzione e della menzogna borghese, e non adagiarsi in quelle che sembrano oggi favorevoli opportunità della situazione, ma possono trasformarsi in trabocchetti. Contro tutte le guerre, non per esprimere, come dicono i faciloni della filosofia da strapazzo, un dogmatico Assoluto, ma per prepararci a ribattere da tutte le parti gli assalti degli antisocialisti, per poter rendere il proletariato immune da tutti i travisamenti e le falsificazioni della guerra borghese a cui lo si vorrà condurre domato.
A. Bordiga
La borghesia e il principio di nazionalità
Avanti!, 24-01-1915
(...) L'accusa di dogmatismo è ormai diventata di moda. Incontriamo quasi ad ogni
cantonata qualcuno che si diletta a definirci preti. Ed una larga esperienza ci indica ormai che quell'insulto ci viene scagliato ogni qualvolta il movimento socialista segue l'indirizzo buono, pestando senza esitare i calli a chi vorrebbe trarlo su altre vie. Ma la taccia di dogmatici inflitta ai propri avversari è tanto meno efficace in quanto la si può automaticamente ritorcere. Si può formulare un arbitrario assioma tanto dicendo: "i proletari non hanno patria", come proclamando che: "il socialismo vuole la pace tra gli stati, sulla base del mutuo rispetto delle integrità e autonomie nazionali, presupposto necessario del principio internazionalista e della sua piena attuazione" (ordine del giorno dei socialisti reggiani riportato da G. Zibordi sull'Aventi! del 1° gennaio). È questione di vedere di quali argomenti e di quali motivazioni basate su dati di fatto dispongano i fautori dell'una e dell'altra tesi. E le cose restano al punto di prima.
Se molti trovano sorpassato e formale il vecchio detto dei comunisti, nessuno negherà a noi il diritto di opinare che la famosa teoria delle libertà nazionali "presupposto necessario, ecc., messa li così senz'altro, costituisce il più legnoso degli schemi mentali.
È infatti a furia di presupposti che si distrugge il socialismo. La spina dorsale del riformismo è questa teorica delle condizioni. Il socialismo sarà, ma prima occorre... e qui potremmo elencare tutte le forme degenerative dell'azione proletaria: partecipazione al potere, blocchi, cooperativismo esagerato, eccessivo educazionismo, adesione all'imperialismo capitalista o all'irredentismo romantico... tutto, ben s'intende, per preparare le condizioni necessarie allo sviluppo della lotta di classe, alla quale penseranno i pronipoti dei nostri nipoti. Ed in ultima analisi, il borghese più filisteo può dirsi socialista, se gli mandate buono qualche acconcio presupposto: ad esempio (e sono comunissime obiezioni) l'istruzione popolare perfetta, o magari la trasformazione morale della natura umana. È evidente che tutte queste condizioni ci portano in un campo perfettamente antitetico a quello del pensiero e della azione socialista (...)
(...) Il Socialismo è la massima delle moderne eresie. Esso non deve perciò temere di rovesciare dai suoi altari nessuna deità. L'affermazione sentimentale che non si può rinnegare il sentimento di nazionalità, non può e non deve quindi trattenerci dal portare la nostra critica anche sulle ideologie che si basano sul concetto di nazione.
Le nazionalità sono dei fatti, in quanto esistono innegabili differenze di razza, di costumi, di tradizioni storiche e culturali nelle diverse regioni della terra. La divisione però del mondo abitato in raggruppamenti nazionali non è che un'astrazione, ed è impossibile, anche limitatamente a piccole zone, concepirla in maniera incontroversa. Vi concorrono troppi coefficienti geografici, etnici, storici, molte volte in aperto contrasto tra loro. Esistono invece in realtà le divisioni e le frontiere dei vari stati, che hanno carattere più o meno nazionale, e possono risultare dallo smembramento di una o dall'aggruppamento di molte nazionalità, magari intrecciate in modo indissolubile.
La formulazione del concetto che ogni nazionalità deve costituire uno Stato a sé senza ingerenze straniere, pur sembrando accettabile nel senso etico a chiunque si ispiri a concetti astratti di giustizia e libertà, ha un valore puramente metafisico, qualora si prescinda dalla possibilità della sua realizzazione, messa in rapporto allo svolgimento storico dei rapporti fra gli Stati e anche - poichè se ne discute dal punto di vista socialistico - dei contrasti fra le varie classi sociali.
Esaminando l'evoluzione storica del concetto dì nazionalità, si può concludere che la sua universale realizzazione è un'utopia dalla quale sempre più andiamo allontanandoci; e perciò il frapporre tale postulato alla effettuazione del socialismo e, peggio ancora, all'impostarsi dell'azione di classe del proletariato, costituisce una condanna del socialismo all'inesistenza e del proletariato all'impotenza.
Nella storia moderna l'affermazione del principio di nazionalità coincide con le rivoluzioni democratiche che introdussero la sovranità popolare e col sostituirsi del terzo stato alle aristocrazie feudali. La nuova economia borghese aveva bisogno di un regime di relativa libertà politica, e tendeva a costituire gli Stati parlamentari per spianare la via al dominio del capitalismo. Per abbattere l'antico regime, la borghesia doveva procurarsi l'appoggio delle grandi masse ed accettava le ideologie umanitarie che furono base della rivoluzione. Il concetto di nazionalità fu in questo processo più un mezzo che un fine, servì a trascinare il popolo meglio che a redimerlo.
Raggiunte le forme politiche statali, necessarie all'economia capitalistica, la nuova classe dirigente si disinteressa affatto di proseguire verso la realizzazione di quegli idealismi che costituirono il suo programma dei primi tempi eroici.
La prima grande affermazione del principio di nazionalità è contenuta nella dichiarazione dei diritti dei coloni inglesi degli Stati Uniti, all'epoca della guerra d'indipendenza. In quel caso non trattavasi di una vera guerra nazionale, poiché gli americani erano inglesi di origine ed avevano distrutta la razza indigena dei pellirosse, e fu proprio una vertenza di indole economico-commerciale con la madre patria che spinse nelle colonie il giovane e vigoroso capitalismo a crearsi un proprio Stato indipendente.
Nella vecchia Europa le guerre e le rivoluzioni unitarie, dalle quali la borghesia attinse le energie per il suo sviluppo, ebbero in realtà caratteri nazionali. Ma gli Stati che ne ebbero origine, come gli altri già costituiti, nei loro metodi di governo e nella loro politica successiva mostrarono e mostrano che la concezione dei diritti nazionali dei popoli non era stata per loro un programma, ma semplicemente la maschera di interessi dinastici e di classe.
Sarebbe troppo lungo, ed è superfluo, l'esame dettagliato di tutta quanta l'opera degli Stati moderni nelle loro mutue rivalità e nelle imprese coloniali, ed è facile concludere che le borghesie dominanti sono guidate, nella loro politica estera, solo dal famoso "sacro egoismo" nazionale, anzi statale, che non trova limite altro che nel cozzo potenziale o effettivo con altri egoismi meglio premuniti d'armi. Unica legge è in tali rapporti la forza e non esiste un'etica degli Stati, come non esiste un diritto internazionale che valga a risolvere le vertenze fra gli Stati maggiori.
La borghesia - a parte alcune minoranze di romantici o di demagoghi - ha conseguentemente abbandonato la illusoria dottrina democratica delle nazionalità liberamente coesistenti, per volgersi alle tendenze ed alla politica dei vari nazionalismi, culminanti nelle aspirazioni imperialistiche e nei sogni delle egemonie, scopi che non possono raggiungersi se non schiacciando con la violenza le analoghe tendenze di Stati rivali.
Così vediamo la borghesia italiana conciliare le tradizioni delle guerre di indipendenza col brigantaggio libico ed egeico, e quella germanica, sorta dalla guerra di liberazione contro la dinastia degli Absburgo, allearsi a questa nella guerra contro la Serbia, ed esaltare l'annientamento dell'indipendenza belga come cosa giusta e logica.
Non occorre molto per dimostrare che nella storia contemporanea e nei tragici avvenimenti d'oggi è il fatto Stato che prevale sul fatto Nazione. E noi socialisti vediamo nell'organismo statale non l'esponente della collettività dei cittadini, ma l'istituto conservativo dei privilegi delle minoranze capitalistiche.
Vi è posto, nel cozzo di questi egoismi borghesi e statali, per la difesa o l'affermazione di principi di natura universale come la democrazia o la nazionalità? Noi lo neghiamo. Uno Stato che subordinasse le sorti della sua espansione economica e le risorse della sua azione militare a sentimentalismi o scrupoli del genere, non farebbe che prepararsi la sconfitta e cedere il posto agli altri Stati più agguerriti.
D'altra parte, l'esame dei fatti mostra all'evidenza che quei governi i quali, mentre lottano contro i nemici e magari vanno insidiando negli alleati i nemici dell'indomani, si fanno banditori di certi idealismi, li mettono contemporaneamente sotto i piedi con la più grande disinvoltura quando ciò loro convenga. Gli antagonismi e gli avvicinamenti tra i grandi stati non si determinano in base ai caratteri storici o sociali delle loro popolazioni o delle loro istituzioni, ma si cambiano e si invertono a seconda dell'aumentare o del diminuire della potenza militare di ciascuno.
Una fugacissima occhiata alle ultime guerre mette in rilievo questa verità. Quanta retorica non sì è spesa sulla famosa Quadruplice balcanica contro la Turchia? Si levò allora alle stelle la concordia dei popoli che anelavano alla libertà, e non si videro i veri moventi della guerra nelle ambizioni degli stati e delle dinastie balcaniche.
Venne però la seconda guerra, quando i vincitori vollero dividersi il bottino, e crollò così l'impalcatura dello scenario convenzionale su cui si era fatto trionfare, riesumando le scolorite profezie mazziniane, il famoso principio di nazionalità, che avrebbe dovuto additare ai redenti la pacifica soluzione della contesa. Dieci anni circa or sono, l'Europa stette sotto la minaccia della conflagrazione tanto deprecata a causa della irriducibile rivalità anglo-russa per l'egemonia asiatica... Scongiurato lo scoppio del conflitto, venne la guerra russo-giapponese, da cui uscì fiaccato il colosso moscovita. L'Inghilterra si volse così contro un'altra rivale, e si preparò d'ogni parte e di lunga mano l'urto attuale, a cui il Giappone partecipa alleato con la nemica di ieri... Ma domani altre rivalità ed altri sogni di egemonie politiche e commerciali si determineranno, nel continuo spostarsi dei centri di attrazione e di repulsione della dinamica degli stati. Quali influenze esercitano, sull'azione e sulle direttive degli stati borghesi, le nazionalità? Che cosa autorizza a definire la presente "guerra delle nazioni'?
Nel momento storico che attraversiamo si comportano in modo analogo la Germania e I' Austria, due Stati la cui struttura nazionale è enormemente diversa. La maggioranza delle classi dominanti in tutti i paesi in lotta aspira ad una soluzione imperialistica della guerra, a base di annessioni e smembramenti dei paesi debellati.
Chi resta a guardia del famoso principio di nazionalità? Lo Stato moscovita che massacra gli ebrei, opprime finlandesi, prepara il tradimento ai polacchi? La borghesia inglese che reprime la rivolta boera, e pensa di ingrandire il suo impero coloniale mentre la guerra insanguina il continente? La Francia borghese, che riprendendo Alsazia-Lorena si ripromette di staccare un'altra fetta di territorio germanico? Gli Alleati che, diffidando gli uni degli altri, firmano in Londra il patto famoso di non trattare la pace che di comune accordo? II principio delle autonomie nazionali - che per alcuni casi classici dà indubbiamente luogo a problemi di reale attualità e causa malessere che ritarda l'attività di classe del proletariato - non può dunque attendere la sua attuazione dalla borghesia dominante e dagli Stati costituiti.
Inteso in modo troppo universale, esso manca di soluzioni anche teoricamente indiscutibili. Condotto nel campo della sua realizzazione esso importa delle rettifiche di frontiera che nessuno Stato accetterà pacificamente.
li conseguimento quindi delle indipendenze nazionali non potrebbe aversi senza guerre. Ma queste, risolvendosi nella prevalenza del più forte, non possono che creare nuovi irredentismi più cocenti dei precedenti, quando anche pervengano a sopprimerli.
E, dato che nessuno dei moderni Stati borghesi, che hanno nelle proprie mani la forza degli eserciti e delle flotte, vuole e può sposare la causa delle nazionalità irredente, quale deve essere di fronte a un tale problema l'atteggiamento del proletariato socialista?
A. BordigaL'atteggiamento del partito di fronte alla guerra e alla pace
Mozione della Sezione socialista di Napoli del 18-5-1917
La Sezione Socialista di Napoli, riunita in assemblea per esaminare la situazione politica e i deliberati del Convegno tenuto a Milano 1'8 maggio tra la Direzione del partito, il Gruppo parlamentare, la Confederazione del Lavoro, concreta le sue vedute negli accapi seguenti:
- La svolgimento della conflagrazione mondiale nei successivi avvenimenti va sempre più confermando la concezione socialista, che vede nella guerra una diretta conseguenza del regime capitalistico in tutti i paesi, e dimostrando la giustezza della tattica internazionalista che non ammette sospensione della lotta di classe del proletariato contro gli istituti della borghesia in qualsiasi stato belligerante. Tale punto di vista non ha ragione di essere modificato e viene anzi riconfermato dopo l'intervento degli Stati Uniti e la rivoluzione russa.
- Come nessun'altra via di risoluzione del conflitto presente si delinea sull'orizzonte politico, così nessun affidamento sulla durata della pace possono offrire le modalità diplomatiche di essa, e l'utopistica applicazione di sistemi umanitari-democratici nell'ambito delle istituzioni borghesi. L'eventualità di guerre future potrà solo essere scongiurata dall'azione proletaria internazionale diretta a mutare le basi del presente assetto sociale.
- I socialisti di ogni paese debbono consacrare i propri sforzi alla cessazione della guerra, incitando il proletariato a rendersi cosciente della sua forza e a provocare con la sua azione intransigente di classe l'immediata cessazione delle ostilità, tentando di volgere la crisi al conseguimento degli scopi rivoluzionari del socialismo.
- Nel periodo successivo ad una eventuale pace dei governi borghesi, il partito socialista dovrà continuare i suoi sforzi nella incessante propaganda fra le masse operaie per prepararle e spingerle alla realizzazione del suo programma massimo, abbandonando definitivamente ogni illusione circa i benefici delle riforme che si possono conseguire in regime borghese attraverso più o meno larvate collaborazioni con le classi che detengono il potere.
- In tutta Italia, le masse danno segni manifesti del loro malcontento per le conseguenze della guerra e del loro intenso desiderio di pace, guardando al partito socialista, unico oppositore alla guerra, come al naturale guidatore e coordinatore di queste aspirazioni. Nello stesso tempo, altri partiti e correnti politiche si preparano al tentativo di sfruttare questo stato di animo popolare per le loro particolari finalità; questi moti spontanei, quando fossero abbandonati a se stessi, degenererebbero in un'azione disordinata e caotica, nociva ai veri interessi del proletariato. Sarebbe d'altra parte grave errore per il partito socialista adottare di fronte a questi moti la tattica di addormentamento, contraria alla sua essenza ed alle sue finalità politiche.
[La sezione] esprime l'aperto suo dissenso dai deliberati presi nel Convegno di Milano che ritiene insufficienti, incerti e inadeguati alle esigenze della situazione, mentre gli avvenimenti che incalzano richiedono la maggiore energia e fermezza di propositi. Disapprova il fatto che la Direzione del partito, depositaria delle delibere degli ultimi congressi, deviando dalle direttive intransigenti, subordini i propri atteggiamenti programmatici e l'indirizzo del partito al consenso del Gruppo parlamentare e della Confederazione del Lavoro, mentre al gruppi spetta il compito di eseguire con disciplina i deliberati del partito di cui è uno speciale organo di azione, e colle organizzazioni economiche occorre ben mantenere un'intesa tattica, ma senza chiamarle per questo ad influenzare le direttive politiche del partito.
Fa voti che il partito in ogni circostanza, anziché perdersi in ambiguità e in incertezze, sappia compiere il suo dovere assumendo coi suoi organi,
coi suoi uomini, il compito di disciplinare e dirigere l'agitazione ed il movimento delle masse, ponendosi all'avanguardia del proletariato, sul terreno della lotta di classe, contro il capitalismo ed il militarismo borghese.
Oltre il pacifismo
Per la ripresa della critica politica marxista della guerra e della società che la genera
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