Scioperi alla FIAT: ripresa della lotta di classe?

Eppur si muove? Questa è la domanda che sorge spontanea di fronte alle cifre snocciolate con soddisfazione dalla FIOM sulla partecipazione agli scioperi in FIAT, a Torino. Infatti, il mese di ottobre è stato punteggiato da una serie di proteste operaie contro la politica aziendale, che rovescia sugli operai un'altra ondata di cassa integrazione e si appresta, di fatto, a licenziare settecento lavoratori della Powertrain, dopo il trasferimento del motore Tor. que in Argentina.

In realtà, nonostante l'autocompiacimento della FIOM, la situazione della classe operaia FIAT è molto più complessa, le ombre sembrano ancora prevalere nettamente sui pochi sprazzi di luce che ogni tanto gli operai di Mirafiori riescono, tanto generosamente quanto faticosamente, ad emettere. Gli ostacoli da superare, i problemi da risolvere, prima di dire che i lavoratori hanno decisamente imboccato la strada della lotta di classe vera, sono ancora tanti e il sindacalismo, naturalmente, è parte del problema, non la soluzione.

In fabbrica, i ritmi e i carichi di lavoro hanno raggiunto livelli insopportabili, la fatica logora rapidamente le energie fisiche e mentali, tanto che non si contano i casi dei "fuori di testa" più o meno gravi. Ma, nonostante questo, la direzione aziendale chiede più produttività, più flessibilità, maggior utilizzo degli impianti, come se i lavoratori fossero fatti d'acciaio e di circuiti integrati tanto quanto le macchine che devono servire.

Vetero operaismo, dicono i servili pennivendoli dei padroni, che, pur non perdendo mai un'occasione per decretare la scomparsa della classe operaia, le si scagliano contro ogni volta che essa dimostra, con la lotta, di non essere un fantasma e, anzi, di essere come e più di prima il pilastro principale su cui si fonda il capitalismo. Di vetero, di vecchio c'è dunque l'eterno adoperarsi dei miserabili gazzettieri per nascondere la sostanza della società borghese, fatta di sfruttamento, oppressione, paura. E di paura, a Mirafiori, ce n'è tanta. Paura di perdere il lavoro, paura di andare in cassa integrazione, paura di ribellarsi alle angherie quotidiane dei guardioni, che volteggiano come avvoltoi tra gli operai per stroncare ogni accenno di rilassamento, ogni atteggiamento potenzialmente anti-padronale. Se a soffocare sul nascere la lotta di classe non bastano questi tristi personaggi, che hanno venduto al padrone la loro dignità di esseri umani, entra in campo il sindacato a deviare sul binario morto del collaborazionismo riformista la rabbia operaia.

Il sindacato, in particolare la FIOM, nelle ultime settimane ha dato più volte prova del suo vero ruolo, indipendentemente, è ovvio, dalla buonafede di tanti operai che credono sinceramente nella combattività di facciata della FIOM medesima e, per essa, spendono energie, soldi, tempo: in breve, una parte importante della propria vita.

I primi scioperi, di due ore soltanto, un po' per legittima sfiducia nei confronti di una forma di lotta tutto sommato innocua, che danneggia solo chi la pratica, un po' per il clima di intimidazione che regna in fabbrica, sono stati un fallimento. Ma quando, poco dopo, gli operai della TNT si sono fermati spontaneamente, subito seguiti da quelli delle carrozzerie, allora la FIOM si è precipitata a dare la sua "copertura" allo stato di agitazione serpeggiante tra gli operai, proclamando uno sciopero - con tanto di blocco stradale... preventivamente concordato con la polizia - per il 14 ottobre, questa volta riuscito. Insomma, ancora una volta c'è voluto uno sciopero spontaneo di combattive avanguardie per scuotere i lavoratori, ma, ancora una volta, il sindacato è riuscito ad addomesticare la lotta mettendovi sopra il suo "cappello". Segno evidente che la classe si dibatte tra passiva rassegnazione, sfiducia in se stessa e rabbia profonda, che però, finora, non va al di là di brevi e improvvise esplosioni. Gli stessi sindacatini "di base" non spostano di una virgola la situazione, proprio perché, muovendosi sul terreno del sindacalismo, non possono che essere sconfitti in partenza dalla concorrenza incomparabilmente più forte del sindacalismo ufficiale. In gran parte ciòè dovuto al fatto che il sindacalismo cosiddetto di base non ha capito nulla della fase attuale del capitalismo e, se l'ha capito, si ostina a utilizzare strumenti da gran tempo inservibili, quali, appunto, il sindacato; ma, almeno nelle intenzioni, dichiara di voler superare il capitalismo.

Il sindacalismo confederale, invece, non prende nemmeno in considerazione questa ipotesi e sulla crisi della FIAT spande a piene mani pure e semplici bugie, per incanalare su falsi obiettivi la lotta dei lavoratori.

La multinazionale torinese, al pari degli altri colossi dell'auto, da anni sta trasferendo all'estero - e all'esterno - quote via via crescenti di produzione (delocalizzazione, outsurcing, ecc.), là dove le condizioni produttive sono più favorevoli, a cominciare, beninteso, dal minore "costo del lavoro". Il fatto è che oggi la FIAT, nonostante le sue enormi dimensioni, è piccola rispetto a imprese quali la Daimler-Crysler, la General Motors (GM), ecc., e le capacità produttive dell'industria dell'auto europea sono del 30% superiori all'effettiva capacità di assorbimento di questo mercato. Risulta chiaro, allora, come la concorrenza abbia assunto toni estremamente aspri, una specie di lotta a coltello tra i vari marchi per sottrarsi reciprocamente fette di mercato, mentre la forza-lavoro è sottoposta a una spremitura che sembra non conoscere limiti. Ma ormai, anche la delocalizzazione e il super-sfruttamento stanno per raggiungere la soglia oltre la quale la caduta del saggio del profitto, momentaneamente rallentata da queste misure, riprende il suo moto discendente, se è vero che in Russia, dove un "buon" salario operaio (dell'auto) non supera i 200 dollari al mese, il costo delle automobili straniere prodotte in loco è solamente il 15% più basso del prezzo delle stesse auto importate. Tuttavia, oggi anche quel 15% è vitale. La BMW è andata ad aprire fabbriche nel "profondo Sud" degli USA, dove la sola parola "sindacato" fa venire l'itterizia a un sacco di gente, la GM (Opel e Saab) e la Volkswagen hanno in cantiere decine di migliaia di licenziamenti, e tutto questo, a sentire i sindacalisti di ogni paese, sarebbe colpa della cattiva gestione aziendale. O sono dei poveri sprovveduti o mentono sapendo di mentire; nell'uno e nell'altro caso (ma noi propendiamo decisamente per il secondo...) vogliono far credere che un capitalismo diverso, più razionale, attento alle esigenze degli operai, sarebbe possibile. No, il capitalismo è questo, non ce ne sono altri, e invece di chiamare gli operai ai sacrifici per "salvare l'auto italiana" (o tedesca, svedese, ecc.), dovrebbero guidarli allo scontro aperto con il capitale, approfittando del momento in cui esso dimostra nella maniera più chiara possibile che gli interessi degli operai e quelli dei padroni sono completamente opposti. Dovrebbero? Se fossero comunisti, non sindacalisti.

e&c

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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