India: oggi con gli Usa, domani con la Cina?

L’India tra sete di energia e aspirazioni da superpotenza

Con i recenti accordi per la fornitura di materiali e tecnologie nucleari all’India (vedi BC4/2006), gli Stati Uniti sperano di aver mosso un primo ma significativo passo verso la costruzione di una partnership strategica, vedendo nell’India un potenziale importante alleato regionale da utilizzare per accerchiare e contenere la crescente potenza dell’imperialismo cinese.

D’altra parte, com’è ovvio, l’India in questa vicenda non vuole e non può permettersi di recitare solo una parte da comparsa. È invece probabile che essa sia semplicemente propensa ad approfittare degli accordi con gli USA finché, nel breve periodo, potranno soddisfare le sue aspirazioni imperialiste. Gli accordi permetteranno infatti all’India, che non ha mai firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, di sviluppare decine di bombe a fissione in più ogni anno.

Inoltre, se si analizzano dal punto di vista indiano i rapporti con la Cina, episodi di rivalità e competizione non mancano di certo, a partire dalla creazione di un asse filo-cinese comprendente Pakistan, Nepal e Bangladesh, continuando con l’opposizione cinese agli accordi nucleari India-USA, la marginalizzazione dell’India rispetto alla comunità degli stati dell’Asia Orientale, l’opposizione cinese all’ingresso dell’India nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’influenza cinese nell’Oceano Indiano e nel Golfo del Bengala (con presenza navale e prospezioni petrolifere). Un vero e proprio affronto per l’India è stato infine l’acquisto di Petrokazakhstan da parte della cinese CNCP, per 4.2 miliardi di dollari. All’affare era interessata anche l’indiana ONGC, che però alla fine ha potuto solo lamentarsi di una “assenza di coordinamento” in questa operazione.

Ciononostante, è difficile che New Delhi voglia gettare al vento lunghi anni spesi in un processo di lenta normalizzazione dei rapporti con la Cina, durante i quali ha avviato un fruttuoso dialogo sulla definizione dei confini, ha annunciato cooperazione sugli approvvigionamenti energetici, fino all’annuncio di un partenariato strategico nell’aprile del 2005 e alla definizione del 2006 come “anno dell’amicizia sino-indiana”. Lasciando anche da parte gli accordi di facciata, bisogna notare che il commercio tra i due stati è aumentato del 521% tra il 2000 e il 2005, mentre quello tra India e USA è aumentato solo del 63% nello stesso periodo.

Anche con il Pakistan l’India aveva iniziato a stendere rapporti più pacifici, dopo aver intrapreso negli anni precedenti un braccio di ferro contornato da esperimenti ed esplosioni nucleari sulla questione dei territori contesi del Kashmir. Ora, pure questi rapporti rischiano un deterioramento, a causa del sospetto con cui Islamabad guarda alla proliferazione nucleare in India e al rifiuto statunitense di concedere al Pakistan condizioni simili. Per questo Musharraf si è recato a fine gennaio in visita in Cina, tradizionale alleato, chiedendo sostegno contro il rafforzamento dell’India. E per questo Singh il 24 marzo, in occasione dell’apertura di un nuovo servizio di bus transfrontaliero, ha voluto rassicurare il vicino sull’intenzione di portare avanti il difficile processo di pace a riguardo del Kashmir, proponendo al Pakistan un “trattato di pace, sicurezza e amicizia”.

La notevole crescita dell’India pone poi altre questioni. Secondo i dati della CIA ( cia.gov ), il pil indiano è cresciuto ad una media del 6,8% nella decade dal 1994, e nel 2005 la crescita è stata pure vicina al 7%. Tuttavia la fragilità del sistema è testimoniata dal fatto che una grossa parte della “produzione” è in realtà rappresentata da servizi, i quali contano per metà del prodotto nazionale, anche se impiegano solo un quarto della forza lavoro nazionale. Due terzi degli indiani sono invece impiegati nell’agricoltura. La Banca Mondiale e altri analisti temono poi l’esplodere del deficit pubblico (statale e federale), che corre attorno al 9% del pil, mentre il debito pubblico complessivo ammonta all’82% del pil. Ma il problema principale sembra legato alla disponibilità di energia. L’India importa già oggi due terzi del petrolio consumato e conta su riserve limitate a 5 miliardi di barili. La Cina, ad esempio, risulta in netto vantaggio su questo fronte, importando un terzo del petrolio e contando su riserve strategiche pari a 18 miliardi di barili.

A conti fatti, nel lungo periodo, all’India di sicuro non converrà seguire una politica di destabilizzazione dell’area, sostenuta in questo momento dagli USA, in quanto ciò aggraverebbe i suoi problemi legati alla scarsezza strutturale di risorse energetiche, di cui deve rifornirsi all’estero attraverso percorsi commerciali già esistenti e pipeline di futura costruzione (la cosiddetta “energy grid” asiatica), per ottenere ad esempio petrolio e gas estratti in Iran, Kazakistan, Russia e Myanmar, ma anche energia idroelettrica prodotta in Tagikistan.

Del resto, gli stessi accordi con gli USA sono a rischio, non essendo affatto scontata la loro approvazione presso il NSG (Nuclear Supplier Group). Per questo altre opzioni vengono tenute aperte. Il 17 marzo, provocando l’irritazione di Washington, è stato siglato un accordo con la Russia per la fornitura di 60 tonnellate di uranio per l’impianto nucleare indiano di Tarapur e per la fornitura di materiale e tecnologia per la costruzione di un nuovo impianto a Kundakulam, che dovrebbe essere completato entro il 2008. L’accordo, secondo i contraenti, sarebbe conforme al trattato di non proliferazione, di cui verrebbe sfruttata l’eccezione di sicurezza. In realtà, nell’anonimato, i tecnici dell’impianto di Tarapur hanno affermato che tale eccezione non è affatto giustificata, potendosi gli impianti fermare in completa sicurezza anche in assenza di materiale fissile. Purtroppo bisogna constatare che il Trattato di non proliferazione - che aveva in qualche misura arginato la corsa agli armamenti durante la guerra fredda - sta per cedere sotto l’onda d’urto della crisi economica e sotto gli spintoni degli Stati Uniti e degli altri giganti imperialisti.

In questa gara di tutti contro tutti per l’accaparramento di risorse energetiche e rendite finanziarie, armi convenzionali e ordigni nucleari, in preparazione di scontri catastrofici, una cosa sola è certa: il prezzo finale sarà salatissimo, sia dal punto di vista economico che ambientale ed umano, e sarà fatto pagare come al solito al proletariato internazionale... A meno che il proletariato finalmente non reagisca, liberandosi una volta per tutte di questo putrescente sistema!

Mic

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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