La morte della democrazia borghese

Oligarchia e democrazia

Se alle parole viene riconosciuto un potere evocativo è vero anche che, a causa dell’usura o per l’uso improprio, questo tenda a declinare od a subire significative trasmutazioni. Poche hanno però subito un uso così strumentale tale da far svilire, per logoramento, per decadimento, quasi per intero il loro significato originario come la parola “democrazia”, segnatamente nella sua accezione borghese.

E sì che la democrazia, intesa come forma di governo, ha rappresentato una tappa fondamentale nella nascita e nello sviluppo della civiltà occidentale. Tutto un periodo storico, quello che va dall’VIII secolo al VII, è segnato dalle lotte condotte dal “demos” per avere ragione della plutocrazia che imperava nelle città greche. Il “basileus”, magistrato a cui spetta l’esercizio totale della sovranità e che è espressione delle classi nelle cui mani si concentra la maggior parte della ricchezza, deve cedere il passo al regime democratico che trova nella costituzione di Solone la sua cifra più alta delineando, allo stesso tempo, capisaldi fondamentali quali la libertà, l’eguaglianza e la certezza che lo Stato debba mettere la sua potenza al servizio dei cittadini. È una conquista fondamentale al di là dei riferimenti enunciativi, dei principi codificati in leggi. “L’uomo - scrive Aristotele - è un animale politico” significando con ciò che l’uomo è degno di tal nome soltanto se è un uomo libero, un cittadino, naturalmente nel particolare contesto storico e nella prospettiva del filosofo di Stagira. È la proposizione di quelli che comunemente vengono definiti principi universali dai vari Stati e governi riconosciuti quanto meno formalmente. Ai giorni nostri le dinamiche economiche e politiche poste in essere da un capitalismo sempre più in crisi stanno portando alla nascita, un po’ ovunque, di gruppi oligarchici che rappresentano minoranze nelle cui mani si concentra il potere effettivo, esercitato a proprio esclusivo vantaggio e che sembra vogliano far volgere il senso della storia all’indietro . È fenomeno storico, valso in ogni contesto, che, cambiando le classi al potere, si modificano, per conseguenza, anche le forme statuali che meglio esprimono le nuove condizioni. Tuttavia, se nell’VIII secolo, in Grecia, l’affermazione dei gruppi oligarchici poteva considerarsi diretta conseguenza di una rivoluzione economica che portava ad uno sviluppo straordinario di industrie e commerci (iniziava l’era della moneta e si diffondevano il credito e la speculazione: era scoccata l’ora della cremastica (1),cioè quello che oggi definiremmo capitalismo) determinando necessariamente ripercussioni di ordine politico e sociale, nel XXI secolo il costituirsi di questi gruppi è il portato di un acuirsi delle contraddizioni capitalistiche nella cosiddetta fase della mondializzazione, dei processi di concentrazione e di centralizzazione dei capitali, a cui da fondo la borghesia per cercare di fronteggiare o quanto meno limitare gli effetti delle crisi di ciclo che tanto in profondità stanno modificando la struttura capitalistica. Se lo Stato nazionale, inteso come strumento di esercizio politico da parte di una borghesia affermatasi con le rivoluzioni del XVIII e XIX secolo, è sintesi di un processo di unificazione nazionale dei vari stati feudali (2), dei diversi mercati, la democrazia rappresentativa,al contempo, costituisce il miglior involucro di cui si serve la classe borghese per la sua conservazione. Tutto ciò ha mantenuto una sua validità per l’intero arco storico che va dai periodi a cui abbiamo fatto riferimento fino ai giorni nostri consentendo alla classe borghese di svilupparsi e di gestire le crisi economiche, guerre comprese. Entrati però in crisi i meccanismi di accumulazione capitalistica, la borghesia è stata indotta a sviluppare in misura sempre maggiore la sfera finanziaria e speculativa finendo col penalizzare, in misura altrettanto maggiore, le attività produttive che, soprattutto per via del basso costo della forza-lavoro, sono relegate nella cosiddetta periferia, vengono cioè delocalizzate. La dimensione nazionale è diventata quasi anacronistica, un non senso, se rapportata alle esigenze poste dalla mondializzazione coi suoi processi di concentrazione/centralizzazione dei capitali ai quali è connesso - rilievo non certo secondario - un contemporaneo peggioramento delle condizioni di vita del proletariato ma anche di strati sempre più ampi, per effetto del processo di polarizzazione della ricchezza, di piccola e media borghesia.

Democrazia e oligarchia nell’era del capitale finanziario

Quale miglior ambiente, quali migliori condizioni per la formazione di oligarchie economico finanziarie, ormai su scala mondiale, che controllano e condizionano tutti i gangli della società, a tutti i livelli?

Come si rapportano queste ristrette cerchie con la democrazia rappresentativa? Di certo, se questa costituiva, prima, il miglior involucro dietro al quale nascondere, camuffare autentici rapporti di dominio, adesso può fungere da comodo alibi per giustificare ogni spregiudicatezza, qualsiasi illegalità quando non venga addirittura e in modo risoluto messa da parte e dare quindi un taglio netto ad inutili dissimulazioni. Come altro spiegarsi, se no, il ruolo sempre più secondario a cui si sta relegando il parlamento che da luogo istituzionale in cui veniva intessuta, con tutti i suoi limiti, una certa funzione di mediazione sociale si è, via via, ridotto a luogo di intrallazzi, spartizioni, lotte tra fazioni opposte per il potere, tout court. A cosa finalizzare la mediazione se gli interessi dei gruppi, delle lobbies, delle consorterie, dei comitati d’affari sono rappresentati direttamente, a livello parlamentare, da rappresentanti di tali organismi, se, a più voci, si richiede sempre più uno Stato meno invasivo? Si spiega così, per fare un esempio, come la maggior parte dei parlamentari berlusconiani sia costituito da avvocati, commercialisti, fiscalisti e altra umanità, tutti in un modo o nell’altro facenti riferimento alla strategia del gruppo. Si delega niente a nessuno; si agisce in prima persona. Lo stesso fenomeno si presenta, con dimensioni e modalità differenti, in altri contesti geografici per cui possiamo definirlo come linea di tendenza consolidata in cui lo Stato viene a modificare anch’esso la sua funzione: se prima era chiamato a svolgere una certa funzione di compensazione, di mediazione tra le classi, adesso gli si chiede quella duplice di reprimere e di rappresentare elemento fondamentale nel ciclo di accumulazione capitalistico. Gli esegeti del democraticismo borghese hanno sempre stizzosamente rigettato l’idea che lo Stato non fosse propriamente neutrale, coltivando la convinzione che questo dio equilibratore potesse alla fine riportare gli inevitabili contrasti sociali nell’alveo della compatibilità, della condivisione. Ma l’insorgere dei fenomeni sopra descritti ha rappresentato una sorta di allarme per cui sono sempre più frequenti i dissensi e le denunce che, però, anche quando sono supportate da argomenta-zioni puntuali e verificate, presentano sempre il grosso limite di ritenere la società capitalistica riformabile e quindi meritevole di essere difesa da fenomeni che possano minarne i fondamenti democratici. Si ripropongono, in certi termini distorsioni interpretative e soluzioni che, a suo tempo, hanno portato a conclusioni errate finanche pensatori del calibro di un Hobson o di un Kautsky. Quanto sta avvenendo non è riferibile al semplice caso bensì risponde ad esigenze che hanno a che vedere con il processo di accumulazione e con i suoi imprescindibili corollari di concentrazione e centralizzazione di capitali.

Chi riassume ed esprime in maniera più incisiva, quasi per sublimazione, queste dinamiche, anticipandole, sono di sicuro gli Stati Uniti essendo il paese dove il capitalismo ha potuto e saputo esprimere al meglio tutte le sue capacità di sviluppo ed, al pari, le insanabili contraddizioni che questo sistema porta con sé. È proprio negli USA, segnatamente in certi ambienti “liberal”, che questa deriva oligarchica viene fatta oggetto di denunce, riferendola a responsabilità precise di certi gruppi ben connotati. Lewis H. Lapham (3), direttore di “Harper’s Magazine, personalità di raffinata cultura tanto da meritarsi l’appellativo di “conoscitore della parola perfetta”, non usa tanti giri di parole e va dritto sull’obiettivo definendo l’amministrazione Bush un’”agenzia criminale”. La messa a punto dell’intellettuale californiano affronta temi che hanno assunto un importante rilievo laddove, secondo lui, negli ultimi ‘30 anni l’azione politica di complessi di interessi, di vere e proprie elites economiche, avrebbe progressivamente trasformato la democrazia americana in una vera plutocrazia, formata da grandi industriali, finanzieri, banchieri, mercanti d’armi e altri spregiudicati affaristi, la quale, a sua volta, si farebbe portatrice di una concezione del potere che, con lo destrutturare la costituzione repubblicana nei suoi valori fondativi porterebbe alla creazione di un Nuovo Ordine Americano teorizzato, tra l’altro, esplicitamente da think tank (4) quali l’”American Enterprise Institute” di Richard Perle o il “New American Century” di William Kristol e altri ancora tra cui l”Heritage Foundation” di Edwin Feulner; un universo fatto di centri studi, giornali e televisioni, fondazioni miliardarie, guru del pensiero neocon che conta quasi più del Pentagono o del Dipartimento di Stato. Nei loro programmi c’è di tutto: si spazia dagli immancabili “principi americani” con annessa libertà d’impresa alla proposta di smantellare completamente il welfare state, dall’abbattimento della pressione fiscale sui ricchi e sulle grandi imprese a temi molto specifici come l’antiabortismo e l’antievoluzionismo.Il trait d’union di questo universo composito è rappresentato dalla “Defense Policy Guidance” in cui Dick Cheney e Paul Wolfowitz, sin dal 1992, teorizzano la necessità della guerra preventiva in quanto, esauritasi la fase della guerra fredda e implosa l’altra grande potenza, gli USA hanno il dovere, inteso come una sorte di missione planetaria, di far prevalere militarmente la loro supremazia. Per far passare tutto questo ci si avvale di tutto un armamentario persuasivo e seduttivo, proprio di una politica che abdica dalle funzioni tradizionalmente ad essa riconosciute per diventare marketing avvalendosi, a tale scopo, di un nutritissimo stuolo di spin doctors il cui unico intento è quello di erodere la realtà quale fattore di valutazione. È pur vero, tuttavia, che la Casa Bianca questa centralizzazione del potere finanziario e militare la stia portando avanti già dagli anni 1950, perlomeno. È infatti Eisenhower che parla del complesso militar-industriale come parte sempre più integrante dell’economia americana. Una poderosa accelerazione viene data dall’amministrazione Reagan per poi proseguire prima con Bush senior e poi col figlio. L’economista Joseph Stiglitz valuta in 200 miliardi di dollari la cifra prevista dall’attuale amministrazione USA per le spese di guerra. Viene sempre più configurandosi quindi una fattiva sinergia tra le spese militari, intese come spesa pubblica per rilanciare l’economia, ed i mezzi bellici prodotti per dominare mercati, controllare risorse (col sottrarre il petrolio iracheno al mercato i profitti dei petrolieri sono triplicati) e campi di investimento. Se l’ex governatore della Banca d’Italia, Fazio, nel maggio 2004 sosteneva che la guerra aveva salvato gli Stati uniti, ebbene, non è che ci sia andato tanto lontano. Basti pensare, per chiarire meglio il concetto, che gli States investono nel settore privato una notevole parte del budget destinato alla difesa: più di 30 miliardi fino al 2003 e se si considera il periodo tra il 1994 e il 2004 si vede come l’amministrazione USA abbia stipulato più di 3000 contratti con imprese militari private per i servizi forniti da queste alle missioni militari all’estero. (5)

Nel solo Iraq questi contratti ammontano a quasi 49 miliardi di dollari. Per un paese ritenuto, a torto, liberista è una contraddizione non da poco. Pensate, in un paese in cui il mercato dovrebbe essere l’elemento taumaturgico in grado di riportare il sistema all’equilibrio, così, per via naturale, lo Stato finanzia le sue aziende e, nella fattispecie, le spese militari servono a finanziare aziende che operano nel comparto militare anche se le stesse operano, allo stesso tempo, in quello civile, vedi la Boeing.

Crisi ed economia bellica

A grandi linee tutto riconduce a configurare una sorta di gestione militare permanente del ciclo economico che rappresenta uno sperimentato ed irrinunciabile sostegno per il capitalismo nordamericano che si avvale, in termini di finanziamento, oltre al signoraggio del dollaro anche dei prestiti contratti con l’estero affinando sempre più una pratica iniziata da Reagan e che consente ad un paese straniero (oggi avviene con la Cina, ieri avveniva col Giappone) di inondare il mercato americano con le proprie merci, a buon mercato e quindi non portatrici di inflazione, sottostando però alla clausola di impegnare la gran parte del surplus commerciale nell’acquisto di dollari e di Federal Bonds.

Il rilancio dell’economia poggia quindi essenzialmente sulla corsa agli armamenti e sulla guerra. Ma tutto questo presuppone che si configurino continuamente delle zone d’intervento tali da giustificare l’attivazione di questo circolo forsennato. Quando personalità di un certo rilievo dell’establishment statunitense si lasciano andare a lepidezze del tipo “se il comunismo vi è piaciuto, l’islamismo vi entusiasmerà”, grevi e ciniche senz’altro, ma che hanno il pregio di mostrare con lucida consequenzialità quali siano i programmi da portare avanti e le priorità di cui tener conto tra le quali, e non ultima, una autonomia operativa a tutto tondo che non può non venire se non da un progressivo indebolimento dell’equilibrio istituzionale a tutto vantaggio dell’esecutivo che “si riserva il diritto di annullare la legislazione del Congresso”. È come veder riproporre una versione attualizzata della Costituzione augustea che dava ampia potestà al “princeps”, - nella fattispecie, lo stesso C. Augusto - attraverso la “tribunicia potestas”, di bloccare le deliberazioni del Senato e le iniziative dei magistrati finendo con ciò, lungo un percorso di apposita scrematura, non solo di ridurre il numero di senatori ma soprattutto di far eleggere uomini di sua stretta fiducia. Allo stato attuale si pianifica quindi la produzione di conflitti, si “crea il futuro”, e l’amministrazione USA, fatta propria questa posizione di dominio, può, di seguito, coinvolgere altre istituzioni, dalla Difesa alla produzione capitalistica di informazione, all’industria culturale, dando, certamente non voluta, un’ulteriore e aggiorna-tissima comprova che le “idee dominanti sono le idee delle classi dominanti. Marx è morto? Nutriamo più di un dubbio.

Un’opinione pubblica sempre più acconciata a fare da spettatrice ed in balia dei resoconti ufficiali, una classe lavoratrice sempre più precarizzata e malpagata, lontanissima quindi dal poter esercitare la seppur più flebile opposizione, l’ insicurezza che è diventata tratto sociale dominante della realtà americana, costituiscono la massa, l’utenza a cui destinare messaggi e slogans improntati sul tema della sicurezza, presentata dall’amministrazione USA come condizione che può essere garantita soltanto per mezzo dell’ingente spesa militare e che deve essere organizzata in quanto continuamente minacciata. Si scopre in tal modo come la sicurezza sia fatta passare e venduta come una qualsiasi merce che assicura i suoi sostanziosi ritorni in tema di profitti capitalistici. La raffinatezza della manovra è insita proprio nella capacità/abilità di produrre sicurezza e condizioni per la produzione di sicurezza (6). Tutto questo porta, naturalmente, all’individuazione dei nemici e meglio ancora se il nemico è uno solo: il terrorismo.

Terrorismo

In sequela, come grani di un rosario, si passa dall’islamismo al fondamentalismo per poi andare a parare sul terrorismo. Semplificazione assai grossolana che è servita e serve tuttora a vari stati per giustificare guerre e nefandezze d’ogni tipo.

Ma cos’è il terrorismo? Non occorre certamente lambiccarsi il cervello per capire come la guerra al terrorismo sia qualcosa di folle, senza alcun senso. Passi pure il concetto di guerra asim-metrica, di guerra agli stati-guscio, ma, allorquando ci si riferisce al terrorismo, si corre il rischio di dichiarare guerra ad un’entità non definita, volatile, astratta e che, come tale, non può essere vinta.

Serve allora soltanto come pretesto per l’esercizio o la dittatura della paura? Come occasione, dopo aver prodotto un nemico, per intervenire militarmente?

Le scuole di pensiero in tal senso sono numerose ma ad apparire sempre più chiaro è che, riconosciuta la dimensione tragicamente concreta ed attuale del fenomeno, a non convincere è il piano interpretativo e operativo. È tanta l’enfasi che lo circonda, è tanta l’accentuazione che si pone su di esso che si finisce, quasi per contrappasso, col farlo sbiadire in una categoria platonica non meno di quanto lo siano espressioni abusate come “guerra alla povertà, alla droga, all’orgoglio, o alla esterofilia.” Il punto semmai è se si vuole effettivamente combattere il terrorismo, un fenomeno, un’economia che è sempre più parte integrante dell’economia illegale globale e che produce un fiume ininterrotto di denaro che rifluisce all’interno delle economie tradizionali, soprattutto verso gli Stati uniti. (7)

E ancora: può essere esaustiva la nozione di terrorismo laddove venga utilizzata e riferita solo verso quello degli altri e non anche nei confronti di terroristi allevati in proprio? Se c’è Bin Laden c’è pure Posada Carriles, se cè al Zarqawi c’è anche Orlando Bosch. Non si può passare sopra i principali strumenti giuridici internazionali per la lotta al terrorismo, sanciti da una Convenzione firmata nel 1997, quando gli stessi comportano il rispetto di obblighi a suo tempo sottoscritti e sistematicamente disattesi.

La Quadriennal Defense Review 2006, rivista del Pentagono, traccia le linee strategiche per una vittoria che non è più tanto rapida se oramai si ritiene che la “Guerra Globale al Terrore” non arriverà prima di trent’anni anche se, nel frattempo, potrà essere utilizzata per condurre “guerre in paesi con i quali non siamo in guerra”. Che significato vero dobbiamo dare allora al terrorismo ed alla guerra ad esso correlata? Non è un rovesciamento di senso portare guerra a un nemico astratto, virtuale, stante a come viene delineato, rappresentato? Di certo fa comodo poichè rappresenta la materializzazione di una proiezione, di un meccanismo che deve sempre riprodursi, un’entità che deve sempre ritornare perché gli si possa fare guerra. Il terrorismo, qualora fosse eliminato, metterebbe fine a questo meccanismo evocativo che giustifica la perpetuazione della guerra permanente, per portare la democrazia, s’intende. In quanto “dominus”, ormai dal 1989, l’America deve sempre più rendere indiscutibile agli altri la propria cultura imperiale ed in quanto esportatore della democrazia percepisce sé stessa come portatrice di una missione messianica che ha le sue criticità da eliminare anche a costo di sorvolare disinvoltamente su ogni genere di sorprusi e di autogiustificare preventivamente qualsiasi bassezza finendo col delineare quella “New Age of Impunity” che caratterizza di fatto questa pratica politica. In termini reali, come rilevato da più parti, viene evocata, da questi sedicenti liberali, fautori di un millenarismo liberatore senza limiti di tempo e luogo, un’eclissi del diritto affinché l’esecutivo possa combattere, senza inutili orpelli, i nemici occulti. Viene comodo, oggi, identificarli nel terrorismo islamico non più di quanto, ad esempio, nella Francia di Dreyfus veniva identificato con l’”à mort les juifs”. Dovrebbe tutto questo, quanto meno, rendere definitivamente chiaro come nel diritto e nella morale non vigano delle costanti che consentano di preservarne lo spirito più autentico. Franco Cordero direbbe che “l’universo normativo muta secondo luoghi e tempi”. (8)

Ricorrendo ad uno stato d’eccezione provocato dagli attentati dell’11 settembre si varano norme liberticide che autorizzano limitazioni di libertà, sequestri, torture e procedimenti persecutori d’ogni genere. Il “Patriot act” va certamente in questa direzione; è la sanzione procedurale che permette al potere esecutivo, rappresentato dal presidente USA, di poter operare in piena autonomia rendendo nulla ogni possibilità di controllo sui poteri del presidenzialismo, previsto dal sistema dei “Checks and Balance”.

Colpo di Stato

Le perle inanellate dalla banda della Casa Bianca, questa accolita di spregiudicati guerrafondai, sono numerose: si va dai documentati brogli elettorali alla brutalizzazione dei prigionieri politici che da sempre è sinonimo di abusi o torture e non, come banalmente si cerca di definirli, “robusti metodi di interrogatorio”, per intenderci quelli in auge a Bagram, Abu Ghraib, a Guantanamo. La nuova legge promulgata il 17 ottobre scorso, con l’avallo del Congresso - insieme repubblicani e democratici - rappresenta un colpo di stato (9) a livello legale che di fatto conferisce al presidente degli Stati uniti prerogative che nel medio evo venivano riconosciute al solo re. Se ne è fatta di strada. Adesso, però, sembra prevalere quella a ritroso.

Un esecutivo che in materia di lotta al terrorismo si avvale della cosiddetta legge sulle commissioni militari e sulle regole per interrogare sospetti terroristi, che fa riferimento, come prassi consolidata, a direttive segrete, che da la possibilità alla CIA di poter “legittimamente” catturare , dappertutto quindi anche all’estero, chiunque possa essere definito possibile combattente nemico degli Stati uniti, si definisce sempre più come entità a sé stante ed organicamente intrecciata al “Big Business” . Le” extraordinary rendi-tions” sono state perpetrate e continuano a reiterarsi senza che l’opinione pubblica sappia niente e senza che i legali abbiano la possibilità di ricorrere in appello. I detenuti possono essere interrogati senza prove a carico e, perla fra le perle, il “Detainee treatment act” del dicembre 2005 vieta agli stessi di ricorrere contro la propria carcerazione concedendo al presidente il potere di trattenere persone innocenti, farle torturare “legittimamente”, classificarle arbitrariamente come nemici combattenti (insurgents) fino alla fine della guerra al terrorismo.

Neanche regimi totalitari come il fascismo si erano spinti a tanto. Esisteva il codice Rocco, operavano i tribunali speciali che, quanto meno formalmente, riconoscevano talune garanzie. Gli oppositori venivano incarcerati, torturati, a volte assassinati, però, sul piano formale, venivano seguite talune procedure.

Con la guerra al terrorismo scompare anche la più piccola parvenza di garantismo.

Princìpi come l’”Habeas corpus” - il diritto di far valere i propri diritti legali davanti a un tribunale - uno dei capisaldi dei sistemi giuridici anglosassoni, inteso proprio per evitare detenzioni illegali, viene, di fatto, sterilizzato, la stessa Magna Charta i cui principi sono alla base della Costituzione americana derisa.

Follia allo stato puro sebbene supportata da metodo.

Una fenomenologia intrisa di retorica identitaria, enfaticamente valoriale e tradizionalista ,dunque, che ha modo di interessare anche altri Stati e altri governi e che rappresenta più che una spia del processo di decadenza proprio dell’era della mondializzazione con relativi annessi in termini di espansione delle attività finanziare e speculative, ma soprattutto in termini di ricorso sistematico alle guerre che sono ormai diventate il modo di essere del capitalismo.

È, però, evidente come la mondializzazione, la modernizzazione, le guerre di civiltà, intese come categorie interpretative di una realtà per tanti versi inedita siano nozioni universali che non hanno funzionato come chiave per la totalità sociale. (10)

Sono nozioni universali astratte che servono ad ottundere l’unico e vero antagonismo, l’unico universale concreto: la lotta di classe.

Gianfranco Greco

(1) G. Glotz: La città greca. Ed: Einaudi

(2) L. Procopio: Dalla democrazia rappresentativa alla democrazia oligarchica. Prometeo n.8, serie VI, dicembre 2003

(3) A. Pascucci: Manifesto 13 ottobre 2006

(4) F. Rampini: La Repubblica 7 aprile 2003

(5) V. Pacelli: Manifesto 4 novembre 2006

(6) E. Modugno: Manifesto 4 novembre 2005

(7) L. Napoleoni: La nuova economia del terrorismo. Ed: Marco Tropea

(8) F. Corsero: La Repubblica 31 ottobre 2006

(9) P. Lombroso: Manifesto 25 ottobre 2006

(10) S. Zizek: Manifesto 7 ottobre 2004

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