Gli scontri interetnici nello Xinjiang, una tragedia proletaria

Il bilancio delle vittime degli scontri cominciati lo scorso 5 luglio in Xinjiang è pesantissimo. Il governo centrale parla di 184 morti (di cui 137 cinesi han e 46 uiguri), che segnano la rivolta come il più sanguinoso sollevamento popolare in Cina negli ultimi dieci anni, nettamente più grave delle rivolte del marzo 2008 in Tibet.

La violenza è scoppiata ad Urumqi, quando alcune migliaia di manifestanti uiguri si sono scontrati con forze di polizia e blindati dell’esercito. I manifestanti protestavano per la morte di due uiguri in una fabbrica di giocattoli nella provincia del Guangdong, durante una gigantesca rissa tra operai uiguri e han. La rissa (da cui sono usciti 118 feriti) era partita dall’assalto a sei uiguri ritenuti colpevoli dello stupro di due operaie han, ed è emblematica delle tensioni interetniche che purtroppo attraversano la classe operaia in tutta la Cina.

Lo Xinjiang, il cosiddetto ex “Turkestan orientale”, si conferma una delle regioni cinesi più instabili. La scorsa estate, a ridosso delle olimpiadi, se ne era parlato in quanto teatro di tre successivi attacchi contro uffici di polizia e altri obiettivi, che causarono in tutto 30 morti. La regione occupa un territorio grande 5 volte l'Italia, ma assai scarsamente popolato. La migrazione han ne ha ribaltato in pochi anni gli equilibri etnici, a partire dai principali centri economici. Ad Urumqi gli han costituiscono già più del 70% dei 2,3 milioni di abitanti. Dei circa 20 milioni di abitanti della regione, circa la metà sono uiguri, mentre gli han rappresentano una percentuale di poco inferiore, ma in rapida crescita. Gli uiguri - che sono turcomanni, musulmani ed usano un alfabeto fonetico - soffrono malvolentieri la vicinanza forzata con gli han e denunciano da decenni le politiche discriminatorie e repressive del governo centrale.

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Le migrazioni interne non sono la semplice manifestazione di una sorta di osmosi demografica, quanto piuttosto il risultato di politiche economiche che investono il “far west” cinese, ponendolo al centro degli interessi vitali del sistema produttivo e finanziario nazionale. Tanto per cominciare, dalla regione parte il 14% del petrolio prodotto in Cina (circa 27 mln ton) e un terzo del gas naturale (24 mld mc all’anno). Il sottosuolo, ancora poco sfruttato, è ricco di rame, piombo, zinco, oro, argento. Si stima inoltre che vi si trovi il 40% delle riserve nazionali di uranio e carbone. Non è un caso che proprio nell’area, a Malan, sorga un centro deputato alla ricerca sul nucleare, circondato naturalmente dal più fitto segreto.

Ma lo Xinjiang è importante anche e soprattutto in quanto avamposto cinese in Asia Centrale, una regione ricca di risorse energetiche attorno a cui si avvitano gli interessi delle principali potenze imperialiste mondiali, creando tensioni sempre maggiori, e che naturalmente non risparmiano le regioni cinesi occidentali. Uno dei progetti principali riguarda una pipeline che da Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan dovrebbe arrivare in Xinjiang e poi estendersi verso le provincie orientali (1). Non c’è da stupirsi quindi nel veder citati come importanti centri della organizzazione della dispora uigura, in veste nazionalista e panturca, la Turchia e gli Stati Uniti (oltre all’India e a vari stati europei) - paesi sostenitori e potenziali beneficiari di pipeline che orienterebbero i flussi energetici dell’Asia Centrale verso l’Oceano Indiano (TAP) e verso l’Europa (Nabucco), anziché verso la Cina. (2)

Tornando ai recenti scontri, si ha notizia di spedizioni punitive organizzate da centinaia di uiguri o han, in gran parte proletari, armati di coltelli e spranghe, contro persone dell’etnia contrapposta. In queste tragiche condizioni, sarebbe un grave errore schierarsi idealmente al fianco di una delle fazioni proletarie, anche se le scene degli scontri con le forze dell’ordine possono dare l’impressione di una contrapposizione frontale con gli interessi dominanti. Naturalmente, gli interessi difesi da poliziotti e militari sono interessi puramente borghesi; ma non è certo con le divisioni e gli scontri fratricidi che il proletariato può prepararsi ad attaccarli.

Alla barbarie del capitalismo occorrerebbe invece che le forze comuniste rispondessero mettendosi alla testa del proletariato, unendo uiguri e han contro il loro comune e vero nemico: il capitalismo, lo sfruttamento sempre più feroce che impone alla forza lavoro, gli scontri imperialistici che genera tra potenze globali e che si giocano sulla pelle dei lavoratori di ogni paese ed etnia. È per questo che chiamiamo i comunisti a costruire e radicare un partito internazionale ed internazionalista, radicato nella classe operaia, che sappia unire e guidare il proletariato mondiale all’attacco di questo sistema, che altrimenti continuerà a reclamare sudore, lacrime e sangue dai lavoratori, per generare mostruosità sempre più raccapriccianti.

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(1) In un rapporto presentato l’anno scorso al senato italiano si legge:

“Negli ultimi anni, Pechino ha pertanto adottato una strategia di penetrazione delle sue compagnie petrolifere nella regione (Asia Centrale - ndr) con il risultato che oggi Kazakistan, Uzbekistan e Iran sono tra i più importanti fornitori di petrolio e idrocarburi della Cina. Un oleodotto di mille km collega dal 2006 la città di Ataru in Kazakistan alla provincia cinese dello Xinjiang. In futuro si estenderà per tremila km attraverso la Cina. Con l’Iran la Cina ha concluso nel 2004 un contratto del valore di 70-100 miliardi di dollari per l’acquisto di 10 milioni di tonnellate annue di gas naturale liquefatto per 25 anni. La Cina sta anche progettando la costruzione in Iran di un oleodotto di 400 km che si collegherebbe a quello Kazakistan-Cina. All’inizio di dicembre 2007 Pechino e Teheran hanno stretto un importante patto petrolifero del valore di due miliardi di dollari. L’accordo, siglato dal governo iraniano e la China Petrochemical (Sinopec) prevede lo sviluppo dei giacimenti di Yadavaran che si stima contengano 18 miliardi di barili di greggio e 357 miliardi di metri cubi di gas. Il contratto prevede due fasi per un totale di 7 anni, al termine dei quali Sinopec sarà obbligata a cedere il 51% dei suoi subappalti a compagnie iraniane. Tale accordo ha una grande valenza strategica. È stato stipulato all’indomani del rapporto dei servizi segreti americani che ha ridimensionato la minaccia nucleare iraniana. L’Iran è oggi il terzo fornitore di greggio della Cina, secondo l’amministrazione generale delle dogane di Pechino.”

(2) Si veda il dettagliato articolo di Federico De Renzi “Il sogno del Turkestan Orientale”, pubblicato nel numero di Limes su “Cindia, la sfida del secolo”.