Ancora illusioni sulla Palestina

In più di un’occasione abbiamo avuto modo di denunciare come l’apparizione programmatica e la scomparsa di fatto della possibilità della nascita di uno Stato palestinese, fossero legate alle necessità imperialistiche e/o alle vicende politiche delle Amministrazioni americane di turno. Era successo all’epoca di Clinton, persino sotto la gestione Bush aveva fatto capolino la questione “due popoli due Stati”. Oggi le cose non sono cambiate se non nei motivi che l’hanno riproposte.

Il presidente Obama sin dalla campagna elettorale, e con maggior enfasi e determinazione negli ultimi mesi, ha rimesso all’ordine del giorno la nascita di uno Stato palestinese. Accanto alla non sottaciuta soddisfazione che ne ricaverebbe il nuovo presidente presentandosi alla storia come colui che riuscirebbe in quel compito che ha visto il fallimento dei presidenti che lo hanno preceduto, due sono le ragioni alla base del nuovo tentativo di dare soluzione ad una questione che, per mille motivi, è rimasta tragicamente insoluta.

Il primo risiede nel tentativo di riguadagnare consensi dopo che il suo indice di gradimento ha toccato il livello minimo da dopo le elezioni. Una vittoria d’immagine porterebbe acqua al suo mulino sia in termini di rinnovata fiducia del suo elettorato, smarrito in seguito alle difficoltà a realizzare le riforme promesse, sia in termini politici che si tradurrebbero in un suo rafforzamento come capo dell’Esecutivo, mettendolo al riparo dagli attacchi dei repubblicani che di frange del suo stesso partito.

Il secondo si fonda sulla speranza – illusione che l’accordo, più o meno definitivo tra palestinesi ed israeliani, possa togliere da sotto ai piedi degli oppositori arabi, che tanto odiano la politica medio orientale degli Usa, un’arma ideologica che tanti problemi ha creato all’imperialismo americano.

Tutto sembrerebbe pronto. Sotto le pesanti pressioni da parte del presidente americano - c’è chi sostiene che Obama abbia minacciato di tagliare i fondi e di essere più rigido nella fornitura d’armi a Israele - Netanyahu ha fatto mezze promesse sul prolungamento della moratoria che riguarda gli insediamenti israeliani a Gerusalemme est e in Cisgiordania. Abu Mazen, anche se a denti stretti, ha dichiarato di essere disposto alla riapertura della trattativa, sebbene la questione insediamenti rimanesse nel vago. Sempre Abu Mazen, capo della Anp, e Khaled Mashall, responsabile all’estero di Hamas, hanno stabilito, in una recente riunione a Damasco, di sospendere le ostilità per non ostacolare lo sviluppo degli eventi.

Anche qualora le controverse vicende imperialistiche di Washington dovessero favorire l’inizio di un processo di formazione dello stato palestinese, occorrerebbe infatti verificare il comportamento degli altri imperialismi presenti nell’area, che, a vario titolo, sarebbero interessati a lasciare le cose come stanno, per non dire che potrebbero essere dichiaratamente contrari. In un simile scenario, per Russia, Iran e Siria, la nascita di uno stato palestinese vassallo e debitore di Washington, rappresenterebbe la vittoria degli interessi strategici Usa e, contemporaneamente, una sconfitta d’immagine e dei loro interessi locali. Per quei paesi sarebbe eventualmente interessante una Palestina sotto il loro controllo. Avrebbero a disposizione un porto, quello di Gaza. Potrebbero pensare di fare del suo litorale un terminale petrolifero che riaprisse il vecchio oleodotto iracheno e, comunque, avrebbero un alleato nel basso Mediteraneo da usare in chiave anti-Israele e, quindi, anti-Stati Uniti. In seconda battuta, la questione degli insediamenti, per quanto il governo di Tel Aviv possa premere sui coloni, sarà sempre materia di scontro tra le due comunità: araba e israeliana. Scontro non più tra uno Stato ed una popolazione ma tra due Stati, il che renderebbe la conflittualità ancora più dura. Anche la questione idrica, lo sfruttamento delle acque del Giordano, riprenderebbe fiato coinvolgendo la Giordania e la Siria, che rivuole indietro le Alture del Golan. Sul fronte palestinese, non si sopirebbe lo scontro da Hamas e Al Fatah, al contrario: la lotta per la supremazia politica riaccenderebbe lo scontro fratricida tra le due componenti borghesi della Palestina, che continuerebbero a scannarsi in una guerra civile senza fine. Per tacere del fronte israeliano, dove gli esponenti più oltranzisti del Likud, i partiti religiosi, il mondo degli ortodossi e dei coloni finirebbero per sferrare una lotta senza quartiere contro il loro governo, reo di aver osato andare contro il volere di dio, oltre che ai loro interessi economici. Sempre che tutte queste tensioni non esplodano prima, come ai tempi degli accordi di Oslo – Washington, mentre il tessitore Obama sta ordendo la sua trama. Comunque vadano le cose, siamo soltanto agli inizi, l’ennesima strategia per il progetto “due popoli due stati” potrebbe percorrere un lungo tratto come uscire di strada alla prima curva. Un aspetto va però sempre sottolineato: il proletariato palestinese deve trovare la forza di non cadere nei soliti piani dei vari imperialismi. Deve trovare la rotta politica per uscire dalle gabbie in cui lo hanno chiuso le sue componenti borghesi, sia quella laica, corrotta e incapace di qualsiasi azione che non sia quella di raccattare le briciole economiche e finanziarie che il suo “status” le consente, sia quella religiosa, che gli impone il martirio per interessi che non sono i suoi. La prima componente borghese, che è stata rappresentata ieri da Arafat e oggi da Abu Mazen, è ormai schierata sul fronte dell’imperialismo occidentale, in particolare quello americano. La seconda, quella religiosa, integralista, oscurantista nei contenuti civili, reazionaria in quelli politici, ferocemente anti comunista, è legata a vario titolo all’imperialismo iraniano e siriano, nonché a quello russo che, dei due, è lo sponsor ufficiale.

La sua rotta politica, come quella degli altri proletariati dell’area, non deve passare attraverso nessuna forma di sostegno borghese, ma deve iniziare a muoversi sul terreno di scontro con la propria borghesia, contro ogni ingerenza imperialistica, per una soluzione politica che vada al di là del quadro nazionalistico, per un’alternativa sociale al capitalismo e a tutte le sue forme di amministrazione economica, sociale e politica, ed essere da esempio e stimolo agli altri proletariati del Medio Oriente.

FD

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.