Cosa sta succedendo nei paesi arabi

Dalla rivista giovanile internazionalista "Amici di Spartaco" #23

Le cause

Dall’inizio del 2011 i Paesi Arabi sono al centro dell’attenzione internazionale. Luoghi di rivolte popolari contro i dittatori prima, terra di emigrazione di grandi masse verso l’Europa e l’Italia poi, teatro di guerra “umanitaria” infine. Questi tre fenomeni si intrecciano strettamente.

Cerchiamo di capire.

Nell’estate del 2007 è scoppiata la “crisi globale”, da allora sono iniziati fallimenti di grandi banche, chiusura di aziende e licenziamenti massicci, aumento del costo della vita, tagli a scuola, sanità, sociale... Nel nostro “ricco occidente” non passa giorno senza che sentiamo quanto sono aumentati i prezzi, quanto le condizioni di lavoro sono peggiorate, quanto la disoccupazione è aumentata.

Ma noi viviamo in occidente, viviamo nella parte più ricca del mondo. Nei paesi più poveri stanno succedendo le stesse cose, solo che loro partivano da una condizione molto peggiore: nessuna rete di assistenza sanitaria, nessuna garanzia per i lavoratori, nessun sussidio per i disoccupati, poche scuole, tanto sfruttamento, nessuna garanzia per l’avvenire.

Così in quei paesi, negli ultimi tre anni, i prezzi sono aumentati, le poche tutele che c’erano sono state tagliate, la disoccupazione è aumentata (vedi cartina) fino a che... i giovani precari e disoccupati sono insorti contro le loro infami condizioni e contro il governo che le garantiva.

I bottegai, i funzionari, una parte dell’esercito e quella parte di padronato che non voleva più stare sotto il dittatore, prima sono stati a guardare, poi si sono buttati nella mischia per difendere i loro interessi borghesi. Così è stato cacciato Ben Ali in Tunisia, poi Mubarak in Egitto e la rivolta si è estesa, una dopo l’altra tutte le popolazioni dei paesi arabi sono insorte.

I giovani disoccupati, studenti proletari, precari, i giovani lavoratori, i lavoratori padri e madri di famiglia, hanno iniziato a scendere in piazza chiedendo pane, lavoro e libertà: la libertà di scioperare, di lottare, di riunirsi, di organizzarsi.

La loro rivolta è stata la prima, la più contagiosa e radicale, ma questi proletari non avevano un partito che potesse guidarli, chiarendo loro quali erano i veri obiettivi rivoluzionari, così, dopo poco, sono entrati in azione i partiti borghesi: i partiti dei commercianti, dei bottegai, dei funzionari, degli industriali, dei burocrati... e sono questi partiti che hanno messo in mano al movimento le bandiere nazionali e la richiesta di democrazia.

Ma è evidente che:

  1. visto che la “democrazia occidentale” si fonda sulla capacità dello Stato di garantire una rete di sicurezza sociale, la “democrazia occidentale” è impossibile in quei paesi;
  2. anche ammesso che si arrivasse a qualcosa di simile alla “democrazia occidentale”, non verrebbero certo risolti i problemi alla base della rivolta;
  3. il nuovo “potere rivoluzionario” in Tunisia ed Egitto si è subito lanciato contro i lavoratori vietando scioperi e manifestazioni, eseguendo arresti di massa.

La Libia

La Libia non fa eccezione e le cose si sono svolte allo stesso modo. I giovani proletari sono insorti, i ricchi borghesi delle tribù dell’est (dove si trovano i pozzi petroliferi) hanno sfruttato l’insurrezione in chiave nazionale per liberarsi, dopo 40 anni, dell’oppressore Gheddafi e per iniziare a sfruttare il petrolio e i lavoratori in proprio.

Dopo che la rivolta, appoggiata dai francesi, si è allargata per poi ripiegare sotto l’avanzata delle truppe lealiste fedeli al Caid (la guida, appunto) l’ONU ha approvato la risoluzione n°1973: il sequestro dei fondi esteri di Gheddafi, la No-flyzone e l’inizio dei bombardamenti che vedono protagonista l’Italia con basi e caccia bombardieri.

Dal 19 marzo alle ore 17.45 siamo in guerra.

La guerra vede, in terra, gli eserciti di due fazioni borghesi che si scannano per il controllo del territorio, in cielo i raid della coalizione dei volenterosi (USA, Inghilterra, Francia, Italia) ad appoggiare il fronte borghese anti-Gheddafi.

Attenzione, la risoluzione ONU non ha ricevuto l’appoggio di Russia, Cina, India, Brasile e Germania: la guerra accelera i contrasti tra le grandi potenze e, così, si iniziano ad intravedere gli schieramenti che potrebbero contrapporsi in una eventuale futura guerra mondiale.

Perché hanno fatto la guerra?

  1. Perché nelle guerre i borghesi vincono sempre - investimenti militari, appalti per la ricostruzione...-, quelli che perdono sono solo i proletari, di entrambi i fronti.
  2. Perché Inghilterra, Francia e Italia (anche in competizione tra loro) mirano agli 1,5 milioni di barili di petrolio che vengono estratti tutti i giorni in Libia e Perché vogliono estendere il loro controllo sui traffici del Mediterraneo.

3) Perché gli USA, messi abbastanza male in Afghanistan e in Iraq, temono che le rivolte possano coinvolgere l’Arabia Saudita che, controllata dagli americani, è il primo produttore mondiale di petrolio. Le rivolte stanno infatti coinvolgendo i confinanti Yemen, Oman, Bahrein e Quatar, paesi controllati da dittatori filo- USA ma che potrebbero, grazie alle rivolte, passare a governi filo-Iran e Russia, mettendo in discussione il controllo americano sulla zona. Oltretutto nell’area vi è anche una pericolosa e massiccia presenza cinese in Niger, Nigeria, Chad e Sudan.

4) Perché nell’area araba viene estratto il 65% del petrolio mondiale e chi controlla la zona ha una indubbio vantaggio rispetto agli altri briganti imperialisti.

5) Perché la crisi del Sistema ci presenterà scenari sempre peggiori, fino ad una possibile guerra generalizzata.

Come andrà a finire?

Male. Male per gli sfruttati che verranno sempre più chiamati a scannarsi per difendere gli interessi di questo o quel padrone.

Male per i proletari che, in fuga dall’area, moriranno in mare o subiranno condizioni di “accoglienza” e sfruttamento sempre peggiori (vedi Lampedusa).

Male per i proletari italiani e occidentali che vedranno accelerare il peggioramento delle loro condizioni di vita. Male per i proletari arabi che, illusi di poter raggiungere un democratico miglioramento delle loro condizioni, vedranno la situazione peggiorare sempre più.

Male... a meno che…