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Home ›VENEZUELA SI APRE UN ALTRO FRONTE DI TENSIONE IMPERIALISTA
Al di là degli eventi precipitati all'improvviso e di difficile previsione, tenendo conto dell'inquilino che regna nella casa Bianca e soprattutto dei suoi umori umorali, dal punto di vista politico degli interessi imperialistici degli Usa, evidentemente nulla cambia rispetto a quelle che sono le previsioni geopolitiche - cioè sulle dinamiche imperialiste - dell'articolo, che aggiorneremo nei giorni a venire
Il dispiegamento di forze americane nel mar dei Caraibi pone una serie di problemi. E’ possibile che dopo gli accordi commerciali sui dazi tra Pechino e Washington, Trump si imbarchi in una guerra aperta contro il Venezuela di Maduro? La risposta è no, altre sono le ragioni di questo atteggiamento non meno pericoloso. A Trump certamente interessa eliminare dal “suo” Mar dei Caraibi la non gradita figura di Maduro da tutto lo scenario sud americano, sia per le sue strategiche simpatie verso Russia a Cina (lo stesso Maduro ha chiesto l‘aiuto militare qualora venisse attaccato), sia perché il Venezuela ha la fortuna di usufruire di un enorme bacino petrolifero il cui controllo sarebbe economicamente e strategicamente importante per gli Usa. Ma un'azione di forza sarebbe tatticamente, in questo momento, controproducente.
Molto meglio agire dall’interno, favorendo un ricambio politico con la fedele Corina Machado, che si presenta come valente avversaria del presidente Maduro, favorendo un cambio di regime presentato come un esempio di democrazia pilotata. Al riguardo la CIA ha grandi esperienze in materia proprio nel Sud America. Nemmeno la presunta lotta alla droga (Fentanyl) è sufficiente a spiegare il mastodontico dispiegamento di forze americane nelle acque dei Caraibi con gli assalti a tre petroliere venezuelane, forse in acque internazionali, e alle imbarcazioni che, sempre presuntamente, sarebbero dirette con il loro carico di droga verso le coste statunitensi. E allora? L’ipotesi che maggiormente si evidenzia è che la politica di Trump abbia volutamente assunto una postura aggressiva per intimorire Maduro e i suoi alleati imperialisti che, anche in quelle latitudini e non solo nel Mar cinese meridionale, si muovono con malcelata discrezione.
I fatti ci dicono come recentemente sia Putin che Xi abbiano inviato cospicui finanziamenti verso Cuba con il rischio che siano, oltre un sostegno economico, la premessa a future basi militari. Non è detto che le “derrate” militari siano già arrivate, ovviamente non se ne dà notizia, ma non sarebbe da escludere. Quindi in ballo c’è l’apertura di un altro fronte imperialistico, per il momento solo agli inizi, con importanti valenze politiche, economiche e strategiche. Una sorta di riposizionamento strategico- militare in funzione di possibili, quanto probabili scenari di confronti sempre più generalizzati.
I fatti: mercoledì 17 dicembre '25 la nave petroliera “Skipper” del Venezuela è stata attaccata e sequestrata da navi da guerra americane mentre si trovava ancora al largo delle coste venezuelane. Il successo della proditoria operazione militare è stato dato di persona dal presidente USA Donald Trump con tutta l’enfasi propagandistica che l’operazione meritava per mettere in difficoltà il regime del leader venezuelano Nicolas Maduro. Contemporaneamente la procuratrice generale degli USA, Pam Bondi, ha diffuso su X tutta l’operazione dell’attacco per dare il maggiore sostegno possibile all’arroganza imperialista del suo presidente. Bondi ha giustificato l’operazione affermando che la petroliera era sotto sanzioni USA da anni, in quanto coinvolta in una presunta “rete di trasporto di petrolio in favore di non precisate organizzazioni terroristiche straniere”. Secondo Washington, la nave trasportava petrolio dal Venezuela e dall’Iran, e Trump ha specificato con orgoglio che si tratta della “più grande petroliera mai sequestrata”. Caracas non solo ha denunciato come il sequestro della petroliera sia di fatto “un furto e un atto di pirateria internazionale”, sottolineando come l’episodio mostri il vero obiettivo dei prolungati attacchi statunitensi al Venezuela, ovvero le sue risorse naturali, in particolare il petrolio.
Gli USA pattugliano costantemente le acque al largo del Venezuela con quello che è il più grande dispiegamento di navi americane nel Mar dei Caraibi dalla crisi dei missili di Cuba del 1962. Poi hanno sequestrato altre 2 petroliere con le stesse modalità piratesche.
Una seconda scusa per mettere in difficoltà il governo di Maduro è la guerra al narcotraffico che partirebbe dal paese sudamericano, dove il potente “Cartel de los Soles”, distributore di quel Fentanyl che ucciderebbe migliaia di cittadini statunitensi, sarebbe controllato direttamente proprio dal presidente Maduro stesso. A questo scopo il presidente americano ha dato il via ad una operazione di terra sulle coste venezuelane con droni e uomini addestrati al caso. In una sua dichiarazione ufficiale, mentre era a colloquio con il premier israeliano, così si è espresso (30 dicembre '25): “ Non voglio dirlo. So esattamente chi è stato ma non voglio rivelarlo. Comunque è successo lungo la costa”. Definendo il grave episodio che comporta il reato di aggressione di un paese terzo come “conflitto armato non internazionale”.
Da queste premesse l’evidente obiettivo di Trump è quello di destabilizzare il regime venezuelano e di favorire la salita al potere della sua protetta Machado, che è sempre stata molto vicina alle posizioni dell’estrema destra internazionale e che vede in Trump il punto di riferimento universale a cui rivolgersi per protezioni politiche e per le necessarie spese elettorali. Il tutto per usufruire al meglio delle risorse energetiche e togliere dallo scenario internazionale un competitore petrolifero che, tra la altre cose, detiene la bellezza di riserve pari a 300 miliardi di barili di petrolio e che, dopo la Russia, è il maggior fornitore energetico della Cina. Quindi in ballo non c’è solo la guerra alla droga, impugnata come scusa, ma l’apertura di un altro fronte imperialistico, per il momento agli inizi, con valenze politiche, economiche e strategiche. Una sorta di riposizionamento strategico-militare in funzione di quei possibili, quanto probabili scenari di quei confronti sempre più generalizzati di cui si parla sopra. Trump molla l’Europa al suo destino, si concentra sul recupero del Sud America e si predispone per la sfida più importante, quella con la Cina, per Taiwan e per il ruolo economico e finanziario che Xi gli sta giocando contro.
FD
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