Petrolio e dollari

L’accesso alla materie prime, in particolare alle risorse energetiche, è ovviamente un fattore d’importanza essenziale nel processo produttivo ed ha condizionato l’intero sviluppo storico del capitalismo.

Il consolidarsi, dal secondo dopoguerra, della presenza statunitense nell’area mediorientale (attraverso accordi, alleanze strategiche e lo stanziamento di basi militari) è principalmente determinata dalla fondamentale importanza che il petrolio ha rivestito, ed in gran parte continua a rivestire, nella vita economica (un altro aspetto, tutt’altro che secondario, è rappresentato dal controllo di una delle principali “arterie” del commercio marittimo mondiale).

Nel febbraio del 1945 il presidente FranKlin D. Roosevelt e il re Abdulaziz “Ibn” al-Saud stringevano un accordo che conferiva alle compagnie energetiche statunitensi gravitanti nell’orbita del gruppo Standard Oil i diritti esclusivi di sfruttamento delle risorse petrolifere dell’Arabia Saudita, in cambio del sostegno politico alla famiglia al-Saud e alla protezione militare del regno.

Nel 1974 re Fysal impegnava l’Arabia Saudita a commercializzare il proprio petrolio esclusivamente in dollari e a rinvestire gran parte dei proventi in armamenti e in Treasury Bond (titoli di debito emessi dal governo americano per finanziare il debito pubblico). L’accordo aveva sospinto altre nazioni esportatrici a seguirne l’esempio, ossia a valutare il proprio petrolio in dollari americani.

Pochi anni prima, nel 1971, Nixon aveva annunciato la fine degli accordi di Bretton Woods, abbandonando il Gold Standard; la valuta statunitense non era quindi più sostenuta dall’oro, ponendo l’economia americana in una condizione di maggiore vulnerabilità. L’utilizzo praticamente esclusivo del dollaro nell’acquisto petrolio sul mercato internazionale aveva consentito agli USA di aggirare l’ostacolo, generando una domanda pressoché costante della moneta statunitense, indipendentemente dalla copertura dalle riserve auree. Il ruolo dominante che il dollaro ancora detiene nel sistema finanziario mondiale è quindi strettamente connesso all’utilizzo della valuta americana nelle transazioni di petrolio (ed altre materie prime) a livello globale (1).

Il modificarsi del mercato mondiale negli ultimi decenni ha inevitabilmente avuto profonde conseguenze sul rapporto fra le nazioni mediorientali e gli Stati Uniti; lo sviluppo della tecnica del fracking (o frantumazione idraulica) ha consentito in pochi anni agli USA di diventare il primo produttore mondiale di gas naturale (in precedenza era un importatore netto).

Il processo è stato estremamente rapido, considerando che solamente nel 2016 gli Stati Uniti iniziavano a vendere il gas eccedente all’estero e già nel 2023, grazie agli ingenti investimenti nel settore, divenivano il primo esportatore mondiale, superando il Qatar e l’Australia (2).

La dipendenza statunitense dal petrolio mediorientale si è quindi progressivamente attenuata negli ultimi decenni e nel settore delle forniture energetiche di gas naturale gli americani si sono trasformati nei principali concorrenti; nel contempo la Cina, nuova “fabbrica” del mondo capitalista, diveniva il principale importatore mondiale di petrolio.

Nel 2021 la Cina assurgeva a principale partner commerciale dell’Arabia Saudita e nel 2022, con 1,76 milioni di barili al giorno, il regno mediorientale diveniva il principale fornitore di greggio dell’impero celeste. (3)

Nel solo 2023 le esportazioni dei paesi del Golfo verso la Cina avevano raggiungono i 158,3 miliardi, di cui il 90% costituito da idrocarburi. Il volume complessivo del commercio bilaterale fra il Pechino e i paesi del Golfo, nelle stesso anno, si aggirava sui 297,9 miliardi di dollari. (4).

Nel 2024 gli investimenti in Medio Oriente legati alla Belt and Road Initiative avevano superato i 39 miliardi, rendendo la regione la principale destinataria del progetto. (5)

Cina e Iran nel gennaio del 2021 raggiungevano un accordo che impegna Pechino a investire, nell’arco di 25 anni, 400 miliardi di dollari nell’economia del paese persiano, in cambio di forniture di petrolio a prezzo agevolato; le transazioni dovevano essere effettuate prevalentemente in yuan-renminbi (6).

La penetrazione economica cinese in Medio Oriente si è quindi notevolmente accresciuta negli ultimi anni, tuttavia la rilevante e consolidata influenza politica e militare che gli Stati Uniti esercitano nella regione ne limita ancora pesantemente i margini di manovra.

La Cina sta promuovendo l’utilizzo della yuan come valuta di scambio del petrolio, delle materie prime e nei progetti legati alla Belt Road Initiative; nel 2023 la quota del commercio mondiale del petrolio utilizzando divise alternative al dollaro ha raggiunto il 20%. (7). L’allentarsi del legame fra petrolio e dollaro rischia di deteriorare ulteriormente la centralità della valuta statunitense nel mercato globale e quindi di mettere a rischio la posizione di dominio che gli USA esercitano nel mondo della finanza. La minaccia al dollaro deriva quindi principalmente dall’espansione della Cina.

I nuovi scenari di guerra (come quelli “vecchi”) non sono quindi determinati dalla folle personalità di autocrati più o meno legittimanti dal consenso elettorale, ma dal perseguimento degli obbiettivi strategici dei differenti fronti imperialistici; la collisione degli obbiettivi strategici di Cina e USA, indissolubilmente legati alle necessità di valorizzazione del capitale, stanno moltiplicando i conflitti nella aree critiche.

Come sottolineato anche dal documento National Securety Strategy, il perseguimento del dominio energetico e la preservazione della leadership nel settore finanziario rappresentano degli obiettivi prioritari della politica di potenza statunitense; il rafforzamento del fedele alleato presente nell’area (Israele) e l’indebolimento dell’anello debole del fronte contrapposto (Iran) non sono quindi solamente determinati dal contesto regionale, ma del più vasto scontro inter-imperialistico fra Cina e USA.

Le guerre sono un prodotto inevitabile delle contraddizioni dell’attuale modo di produzione; appellarsi al diritto internazionale o rivendicare una immaginaria giustizia fra i popoli significa ignorare le cause che generano i conflitti stessi. Opporsi al massacro bellico significa opporsi alla logica del capitale, al suo sistema di sfruttamento e di controllo ed organizzare le forze per il superamento rivoluzionario dell’attuale struttura economica e sociale.

GS

In diverse articoli, in particolare su Prometeo, è stato affrontato l’argomento del legame fra dollaro e petrolio (solo accennato nel presente articolo).

Widad Tamimi. “Arriva l’Età dell’oro, ma solo per il gas liquido americano.” Il manifesto 7 marzo 2026.

Giacomo Gabellini “Dedollarizzazione” Diarkos pag. 192

Naziha Mossa “La Cina in Medio Oriente: tra pragmatismo economico e vincoli geopolitici.” geopolitica.info 20/10/2025.

Ibidem

Giacomo Gabellini “Dedollarizzazione” Diakos pag. 188-189.

Dario Tagliacco “La de-dollarizzazione e la fine dell’egemonia statunitense.” 17 maggio 2025. Centro Studi Eurasia e Mediterraneo. cese-m.eu

Lunedì, March 9, 2026