Nostalgie sovraniste

Futuro Nazionale, il nuovo soggetto politico che si colloca a destra della destra di governo, nato dalla fuoriuscita del generale Roberto Vannacci dalla Lega di Salvini - sovranista solo a chiacchiere, a detta delle critiche non del tutto infondate del generale, visto l'appecoramento dei vari leader di governo o a Mosca (Salvini) o a Washington (Meloni; anche se adesso viene presa a pesci in faccia dal Ciuffettone...) - in queste settimane ha tirato fuori dal cilindro l'originalissima trovata di appiccicare sui negozi che vendono solo merce madeinItaly l'adesivo tricolore con la scritta "Io vendo italiano".

Che trovata! Non ci aveva mai pensato nessuno. A parte, tra gli altri, il Partito Nazionale Fascista nel 1938 con l'ordine ai commercianti di esporre in vetrina il cartello "Questo negozio è ariano", o il germanico NSDAP con la campagna di boicottaggio dei negozi ebrei sotto lo striscione "Kauft nicht bei Juden"[Non comprare dagli ebrei, ndr].

La squallida e sgamata demagogia che si cela (male) dietro questa operazione è chiara a chi non fa finta di non vederla, al netto di quelli che abbindolati dalla propaganda sovranista non la vedono sul serio. A tutte le forze reazionarie e nazionaliste ha sempre fatto comodo indicare alla “comunità” tutta che si intendeva ricompattare, per la gioia soprattutto dei padroni, un nemico da cui sentirsi accerchiati. Un nemico (farlocco) unisce, fa scomparire le tensioni di classe e la possibile rabbia dal basso verso l'alto, pericolosa per le classi dominanti, si scarica verso i piani inferiori (anche seminterrati) del condominio Italia, in questo caso.

Gli allocchi che ci cascano si scordano dell'ipocrisia di chi da destra proclamava che "finché lavorano onestamente possono rimanere", per poi tirarsi la zappa sui piedi da solo prendendosela anche con questi ultimi. La realtà è che, portato a questo stadio, il razzista, servo dei padroni allo scopo di dividere la classe proletaria, non fa tutte queste distinzioni tra regolare e clandestino, anche se le ha usate finora per attirare consensi, far vedere che "non è razzista" e dividere a loro volta i proletari immigrati in serie A e B.

Chi ci guadagna è fin troppo chiaro. Ma chi ci perde? Ci perdiamo noi tutti, che a credere a queste balle avremo sicuramente un comodo punching ball (metaforico, ma per alcuni anche reale) su cui addossare la colpa di tutti i mali e intanto non ci renderemo conto di essere ancora più indeboliti, più alla mercè di chi comanda, più lontani dalla seppur minima forma di difesa dei nostri interessi e sicuramente più succubi di quell'ideologia borghese, per abbracciare la quale non serve il conto in banca a tanti zeri o avere tre ville, come quelli che ce la vogliono vendere per due spicci.

No, serve imparare a pensare come fa comodo a loro che tu pensi, perché più pensi così più per loro si allontana il pericolo di un cambiamento sociale che il capitalismo non ha mai offerto e non offrirà mai. Finora infatti tutti i cambiamenti di facciata di gattopardiana memoria ("Vogliamo che tutto cambi affinché tutto resti uguale") che il capitalismo è stato in grado di offrire non sono stati altro che dei "regime change", autoritari o democratici che fossero, cambi della guardia davanti allo stesso "palazzo", in cui a cambiare era l'assetto politico, mentre rimaneva inalterato il quadro economico generale: cambiavano i burattini, ma non i burattinai.

Anche i comunisti vogliono ricompattare la loro comunità, e non è quella nazionale, che in nome della comune lingua, cultura o appartenenza territoriale ci dice che siamo sulla stessa barca coi nostri sfruttatori. Le cose che uniscono o dovrebbero unire veramente - in profondità e non in superficie - non solo tra autoctoni ma anche tra autoctoni e immigrati, sono le comuni condizioni di vita, il modo in cui si è collocati nel mondo. La comunità che i comunisti vogliono ricompattare è la comunità di classe, il proletariato, infonderle coraggio, scacciare apatia e rassegnazione dalle sue file e attingere dai suoi elementi più coscienti e combattivi il pugno di compagni/e di cui avrà (ha) bisogno quando si tratterà di rivolgere la propria rabbia verso nemici veri e non immaginari.

LOTTA DI CLASSE, NON DI RAZZA!

La vespa rossa
Venerdì, April 17, 2026