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Home ›AGGIORNAMENTI SUL FRONTE DEGLI IMPERIALISMI
Ad aggiungere tensione alla già critica situazione internazionale ci si sono messi anche gli Emirati del Golfo che hanno preso la storica decisione di uscire dall’OPEC. Decisione maturata e provocata nella e dalla crisi bellica tra Usa e Iran e diventata irrinunciabile dopo i bombardamenti subiti per mano dell’Iran sui propri territori ospitanti le basi militari americane. Storica occasione per ridefinire i rapporti di forza sul fattore energetico con tutti i paesi esportatori e con la stessa Arabia Saudita che, per il momento, è stata l’unica a non concedere anticipatamente agli Usa le sue basi militari e ha persino vietato di usare il suo spazio aereo ai caccia a stelle e strisce. Al riguardo è circolata una narrazione in base alla quale l’uscita degli Emirati dall’OPEC sia stata in qualche modo favorita dallo stesso Trump per indebolire il cartello petrolifero nato nel 1960 proprio per sfuggire alla dittatura delle cosiddette 7 Sorelle e per condizionare le esportazioni del petrolio russo e, non da ultimo, sarebbe stato un modo per rafforzare il “patto di Abramo”. Se così stessero le cose saremmo in presenza dell'ennesimo errore strategico del feroce “menzognero” di Mar-a-Lago. Innanzitutto perché la manovra favorirebbe comunque l’esportazione del petrolio e del gas russi verso la Cina, l’India e il Pakistan attraverso le pipeline asiatiche via terra senza bisogno di passare dal Golfo persico, anche se per le petroliere cinesi il passaggio è comunque garantito. Cosa che sta già avvenendo e che in prospettiva è destinata ad intensificarsi, visti i costi del petrolio americano, che sono di 5 volte superiori a quello russo, e considerando il lasciapassare garantito alle navi del dragone. Secondariamente, l’uscita degli Emirati dall’OPEC ha come duplice scopo quello di vendere e produrre il loro petrolio senza avere pressioni e vincoli all’interno del Cartello e, soprattutto, di commerciare con divise diverse dal dollaro, con particolare riferimento a quelle più forti come lo yen, lo yuan, l’euro, la rupia e il rublo. Inoltre gli Emirati stanno discutendo se rinnovare le concessioni alle basi militari americane che i bombardamenti iraniani hanno distrutto, con gravi danni anche per la popolazione civile. Secondo fonti interne “Gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto almeno 228 strutture o equipaggiamenti in basi militari statunitensi in Medio Oriente dall’inizio della guerra, colpendo hangar, caserme, depositi di carburante, velivoli, sistemi radar e per la difesa aerea. E’ quanto emerge da un’analisi del Washington Post basata su immagini satellitari, secondo cui l’entità dei danni sarebbe molto più ampia rispetto a quanto riconosciuto finora pubblicamente da Washington. E’ dunque avvenuto esattamente l’opposto di quello che la narrazione trumpiana avrebbe voluto recitare al mondo intero, con l’aggravante di aver reso ancora più tese le relazioni internazionali tra gli Usa, Israele e il resto del mondo, ex alleati compresi. Per ora siamo allo stallo di una tregua fasulla; le delegazioni presenti ad Islamabad continuano, mentre i tre contendenti si accusano e si colpiscono reciprocamente.
Intanto la crisi economica continua a macinare il “suo grano avvelenato” sia nello stretto di Hormuz che a Gaza, dove tra bombardamenti, epidemie, morti per fame e sete, la pulizia etnica continua indisturbata, così come il tentativo di annettere allo stato di Israele la Cisgiordania, scacciando dalla loro terra la popolazione palestinese. Mentre la fascia di “sicurezza” conquistata in Libano è arrivata, a suon di missili e morti civili, ben al di là del fiume Litani. Nel frattempo i negoziati di Islamabad si trascinano senza risultati, perché la seconda proposta americana in 14 punti è stata sdegnosamente rifiutata da Teheran (10 maggio). "L'Iran non si piegherà mai al nemico": lo ha dichiarato il presidente Masoud Pezeshkian, sottolineando che "se parliamo di avviare colloqui, non significa che ci arrendiamo o ci ritiriamo, ma piuttosto che puntiamo a realizzare i diritti dell'Iran e a difendere con forza gli interessi nazionali". Secondo l'agenzia di stampa Irna, il presidente ha invitato il popolo all'unità di fronte alla "situazione e alle difficoltà attuali". (ANSA). Le vere decisioni verranno forse prese al prossimo vertice di Pechino nell’incontro programmato da tempo tra Trump e Xi ma già rimandato il mese scorso. Sul tavolo ci saranno certamente la questione iraniana, il disastro medio orientale, le violazioni del diritto internazionale che verranno impugnate da Xi per giustificare le sue pretese su Taiwan (tu sì in Venezuela, Medio oriente e Iran e io no a Taiwan?). Si parlerà di dazi, di accordi commerciali e della crisi petrolifera innescata dal blocco dello stretto di Hormuz come preludio sulle più gravi tensioni (Taiwan e Indopacifico), che contrappongono i due maggiori imperialismi. Ovvero su chi, con le buone o con le cattive, conquisterà il diritto di gestire la supremazia mondiale. (10/05/2026)
SUMMIT DI PECHINO
Come da programma (13-14 maggio 2026), il Summit ha avuto luogo.
Trump travestito da agnello ha scenograficamente assunto una “postura pastorale”. Il nemico n° 1 della Cina si è rivolto a XI con deferenza e con l’umiltà che non lo contraddistingue. “Noi dobbiamo essere partner e non nemici” e, con maggior enfasi, come se recitasse su di un teatro newyorchese una commedia di mafia, ha aggiunto: “Io sono onorato della tua amicizia”. Le ragioni di tanta ipocrisia stanno in due condizioni che il presidente americano non può bypassare. La prima è che con la Cina non può permettersi di fare la voce grossa, pena il completo fallimento della sua missione asiatica. Seconda condizione, è perché parte da una situazione negoziale di estrema debolezza nei confronti del mortale avversario. La crisi della guerra con l’Iran rischia di impantanare gli Usa in una situazione senza sbocco. L’economia americana è a pezzi e il Tycoon deve, a tutti i costi, tornare a casa con una parvenza di “vittoria” diplomatica se non vuole rischiare di perdere le elezioni di midterm, già ampiamente compromesse dalle sue bizzarre azioni di politica interna ed internazionale. Per cui la montagna ha partorito un topolino. Trump ha preteso che la Cina si adoperasse per togliere il blocco navale imposto dall’Iran come contromisura agli attacchi ricevuti e al contro blocco degli stessi Usa. Richiesta paradossale, se si pensa che a creare la crisi con l’Iran, con la conseguente risposta contro le basi Usa nei paesi del Golfo e la crisi petrolifera, è stata voluta da Trump per colpire gli approvvigionamenti energetici della stessa Cina; paradossale che si rivolga proprio a Pechino per trovare una soluzione ai guasti provocati da loro stessi, cioè gli Usa. In seconda battuta l’altra richiesta è stata quella di contribuire a impedire al regime degli Ayatollah di fornirsi della bomba atomica e di consegnare immediatamente al “futuro Nobel per la pace”, l’uranio di cui dispongono gli scienziati e tecnici iraniani. Per completare l’opera, l’inquilino della Casa Bianca ha inoltre chiesto a XI di non finanziare ed armare l’esercito dei Pasdaran come condizione per arrivare ad un accordo di pace. Pechino ha risposto che da sempre è stato dalla parte della pacificazione del conflitto, dell’agibilità dello Stretto di Hormuz, ma che condanna la violazione del diritto internazionale nei confronti dell’Iran e che sarebbe disposta a cessare gli aiuti a Teheran a condizione che gli Usa la smettano di armare Taiwan. L’ultima fornitura programmata ma, per il momento, non attuata dal Pentagono, sarebbe di 14 miliardi.
Un altro punto è stato quello su cui Trump ha insistito maggiormente, quello relativo alla ripresa degli scambi commerciali tra le due potenze. Ovvero la richiesta che Pechino si impegni a concludere l’affare dell’acquisto di 200 boeing americani, nelle speranze erano inizialmente 500, e che riprenda ad importare i surplus produttivi di soia e grano provenienti dalle coltivazioni del sud degli Stati Uniti e carne bovina. In aggiunta, con una politica dei dazi frantumata, avanza la richiesta di accedere all’acquisto di parte di quelle strategiche terre rare di cui la Cina detiene quasi il monopolio (70%) della produzione mondiale e che sono fondamentali per lo sviluppo tecnologico civile e militare dell'asfittica economia americana. Richieste che la Cina valuterà se esaudire o no a seconda di contropartite soddisfacenti. XI ha abbozzato sui punti presentati da Trump, ma ha spostato il piano dell’incontro più sul terreno politico, denunciando le responsabilità di Trump e Netanyahu in Medio oriente dove la mattanza continua, nonostante la presunta tregua. Il premier cinese ha più volte ricordato le violazioni del diritto internazionale al solo scopo di introdurre il vero “focus” del Summit di Pechino, ovvero la questione di Taiwan. Problema che non riguarda solo l’annessione dell’isola alla Cina continentale, riguarda anche il monopolio dei semiconduttori gestito da Taipei, riguarda il dominio militare e commerciale di tutto l’Indo-pacifico, attiene cioè al vero scontro tra i due imperialismi nello scenario asiatico. E su questo XI è stato chiaro: “O la questione Taiwan viene trattata nel giusto modo o sarà la causa di un conflitto diretto tra la due potenze”. Questo e non altro è stato il vero fulcro del summit. La pace con l’Iran, l’agibilità dello stretto di Hormuz, l’atomica degli Ayatollah, gli accordi commerciali, tutti aspetti importanti, ma sono solo lo schermo contingente e strumentale dietro il quale incombe lo spettro dello scontro definitivo tra i due imperialismi. Per il momento si esce da Pechino con un pacchetto di accordi precari e false promesse sotto un cielo plumbeo che non lascia presagire nulla di buono. Trump, come al solito, ha cantato vittoria, ha parlato di un summit proficuo, ma di fatto è tornato da Pechino con pochi risultati e una sola certezza: il nemico cinese ha minacciato gli USA a non interferire sulla questione di Taiwan, pena lo scontro diretto.
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