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Spesso, di fronte alla povertà intellettuale e morale del personale politico italiano dei giorni nostri, può capitare di assistere a un sentimentale confronto con alcuni uomini di spicco della Prima Repubblica da parte di alcuni nostalgici di un periodo che, a paragone col nostro, viene idealizzato al punto da assumere i contorni di una edulcorata età dell'oro. Due tra questi uomini presi a esempio sono Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante, ed entrambi ne escono come campioni di rettitudine morale e di onestà. Nessuno dei due, essendo morto prima, è stato sfiorato dal ciclone Mani Pulite e dall'azione dei vari pool che nei primi anni novanta hanno fatto piazza pulita della vecchia nomenklatura repubblicana e gettato le basi per un regime-change che più fasullo non poteva essere, visto che gli esponenti dei vecchi partiti che si sono salvati dalla galera, si sono riciclati benissimo, cambiando partito o fondandone uno loro, ma salvando comunque la poltrona.
In questi giorni ricorre del secondo, Almirante, l'anniversario della morte e tutte le più alte cariche istituzionali si sbracciano, dalla Meloni a La Russa, nel tesserne le lodi sotto qualsiasi aspetto, umano e politico. Questa è la narrazione fatta dai membri di un'area che del vecchio MSI almirantiano ha raccolto l'eredità, insistendo sul concetto di rifiuto di tutti i totalitarismi compreso quello di cui sono figli e sul loro essere da tempo "altra cosa", nonostante la fiamma tricolore che ancora campeggia sul loro simbolo: Almirante fu un grande protagonista della scena politica a cui il dibattito democratico deve tanto, e oggi persone di quella pasta non se ne vedono più.
Nostalgia canaglia (come loro)! Ma di quale Almirante parlano? Di quello che si vede ridere coi picchiatori di Avanguardia Nazionale nelle foto degli scontri di Valle Giulia (1968)? Quello che pagò la latitanza a uno degli autori della strage di Peteano (1972)? No, forse quello che fu tra i più ferventi sostenitori della politica razziale del fascismo, dalle leggi emanate nel 1938 al suo posto di pennivendolo nel fogliaccio che rispondeva al nome di La Difesa della Razza. Per non parlare della solerzia che dimostrò a Salò nel firmare decine e decine di condanne a morte.
Questi in fondo sono dettagli, che è meglio non menzionare. O menzionare sotto forma di eufemismi, come "non contrario". Esatto, perché Almirante tra le sue colpe (colpe è troppo, meglio dire mancanze, disattenzioni, sia mai che poi si diventi troppo severi con lui) annovera quella di essere stato "non contrario" alle leggi razziali del regime. Come del resto è stato "non contrario" a un sacco di cose, dalle stragi nazi-fasciste (compresa la deportazione, verso lo stermino, degli ebrei) perpetrate nel biennio che va dal 1943 al 1945, e, andando indietro, "non contrario" alla soppressione con la forza bruta di qualsiasi iniziativa spontanea di classe, che non poteva che essere spontanea perché i sindacati - e ogni altra forma organizzativa della classe - erano stati soppressi, "non contrario" alla partecipazione al massacro imperialista della Seconda Guerra Mondiale da parte dell'Italia fascista, e via dicendo.
L'immagine di questo assassino è stata messa in lavatrice allo scopo di farla uscire come immacolata, almeno per chi non conosce le malefatte dell'assassino in questione, ma l'operazione che sottende alla celebrazione della sua memoria cela (molto male) le reali intenzioni di tutti quelli che in suo nome hanno fatto quadrato intorno a lui: rendergli omaggio e con lui rendere omaggio alle radici del loro "albero genealogico", compresi i rami secchi che sono stati opportunamente rimessi a nuovo con una sapiente operazione di restyling botanico.
L'albero del fascismo nato nel 1919 a piazza San Sepolcro a Milano, è l'albero di un'associazione a delinquere (come ammise il suo stesso fondatore nel discorso che instaurò la dittatura) a libro paga della borghesia italiana. Tra i rami ovviamente c'è quello del postfascismo, i nipotini in pratica, famiglia eterogenea e frammentata a cui una figura unificante dietro cui compattarsi e mantenere un'identità e un'unità può fare sempre comodo. Un collante che tenga insieme le varie anime di una destra non sempre benevola con quella di governo, che vanno da Vannacci a CasaPound.
L'unico modo per sradicare questa malapianta carnivora, oggi come ieri, è fare i conti una volta per tutte coi giardinieri che non le hanno fatto mai mancare le cure necessarie per crescere e prosperare, e sono i padroni.
Da qualsiasi punto la si voglia vedere, i fascisti sono la polizia “privata” della classe dominante, una volta che questa ritenga insufficienti gli strumenti di repressione di cui era dotata fino a un momento prima, che vanno dalla carota sindacale - per incanalare la rabbia dei lavoratori in binari innocui che non rimettono in discussione in nessun modo i rapporti di forza all'interno della società - al bastone, o meglio al manganello, dei reparti celere (o dei CC antisommossa).
I bodyguard padronali, i gorilla a libro paga tenuti in panchina fino a quel momento, diventano a un certo punto necessari e iniziano a riscaldarsi a bordocampo.
Solo capendo questa dinamica, solo non vedendo il capitalismo e il fascismo come entità separate ma, invece, riconoscendo nel primo la paternità del secondo, riconoscendo l'ovvia conclusione che non si può immunizzare il capitalismo dal rischio di contagio fascista ma bisogna regolarci i conti (col capitalismo) una volta per tutte, se si vuole evitarlo, si possono fare i primi passi in avanti per fare compiere a un generico antifascismo senza prospettive di cambiamento sociale un vero salto di qualità, di classe.
L'alternativa è rimanere all'interno di una visione limitata che non riesce o non vuole riuscire ad andare oltre al recinto che questa società infame le ha imposto, impugnando un antifascismo democratico, interclassista, che costringe a girare a vuoto.
La vespa rossa
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