Cecchini del weekend

Ratko Mladic è morto. Uno dei principali criminali di guerra del conflitto nella ex Jugoslavia ha raggiunto gli altri suoi degni compari, responsabili di atrocità paragonabili, se non per numero, sicuramente per efferatezza, a quelle perpetrate durante la Seconda Guerra Mondiale dai tagliagole delle SS. La lista va dai gangster mafiosi riciclatisi come combattenti, quali Arkan aka La Tigre, via via salendo fino ai vertici degli eserciti in lotta tra loro. Infatti, pur denunciando i misfatti della Serbia di Slobodan Milosevic, non possiamo non fare altrettanto con le truppe bosniaco-musulmane o quelle, eredi degli ustascia, che hanno combattuto tra le file croate nella prima fase del conflitto balcanico.

Una guerra nata dallo smembramento di un'entità statale eterogenea come quella jugoslava, sorta alla fine della prima guerra mondiale dai trattati di Versailles e tenuta insieme, non senza fatica, anche dallo stesso Tito fino alla sua morte, dopo la quale – sulla spinta della crisi del ciclo di accumulazione - esplosero tutte le contraddizioni sopite per oltre settant'anni e fomentate poi dagli interessi dei nuovi attori dello scacchiere geopolitico europeo, tra cui spiccava il ruolo della riunificata Germania. Fu proprio lo zampino tedesco a portare alle spinte separatistiche slovena e croata che diedero fuoco a quella che ormai era diventata una polveriera a tutti gli effetti.

Fu inoltre, a dispetto dei trionfalismi borghesi - che all'indomani del crollo del Muro e dell'Urss annunciavano un lungo periodo di pace e prosperità per il mondo - la secca smentita che il capitalismo dava ai suoi stessi proclami, insieme alla prima guerra del Golfo, all'intervento americano in Somalia, e ad altri focolai locali. La nostra posizione come internazionalisti la rendemmo chiara fin da subito, fino a quando al termine della seconda fase della guerra questa si estese al Kosovo, dimostravamo davanti alla base NATO di Aviano in Friuli: né con Milosevic né con la NATO. Come sempre, contro ogni fronte imperialista.

Al di là dell'imperialismo egemone, in un conflitto tra stati e quindi tra le borghesie che li reggono, anziché parteggiare per un imperialismo in quanto aggredito o in quanto "minore", abbiamo sempre scelto di stare unicamente dalla parte delle vittime di ogni nazione – in primo luogo del proletariato, della classe salariata -, coloro che in nome di interessi superiori che gli vengono "venduti", versano il loro sangue al solo scopo di riempire le tasche di politicanti e industriali, soprattutto del ramo degli armamenti.

Oggi a quasi trent'anni dalla fine della guerra in ex Jugoslavia, altri nodi sono venuti di recente al pettine grazie a rivelazioni e inchieste giudiziarie, e danno la misura del livello di barbarie rispetto alla quale quale nemmeno gli insegnamenti della Storia recente e passata ci rendono insensibili.

Parliamo dei cecchini del weekend, ovvero di quei borghesi annoiati e danarosi, italiani e non, che dal venerdì alla domenica sera passavano il fine settimana appostati con un fucile o un'altra arma di precisione dietro a qualche finestra di Sarajevo come ausiliari a pagamento delle truppe che assediavano la città e non si facevano scrupoli ad aprire il fuoco su donne, vecchi e bambini. Il libro che ne parla, "I cecchini del weekend: L'inchiesta sui safari umani a Sarajevo" di Ezio Gavazzeni, è la cronaca dettagliata di tutto ciò che emerge dalla ricerca dell'autore, dalle testimonianze delle persone coinvolte e dalle indagini che hanno seguito l'iniziativa dell'autore, a cui lui stesso ha dato il la.

I contatti con le agenzie che organizzavano il volo dagli aeroporti del Nord, tra cui oltre a Trieste spicca quello di Parma, l'agenzia che si occupava di ricevere gli arrivi e di indirizzarli sul teatro di guerra, le cifre che gli aspiranti assassini erano disponibili a versare e quelle che esigevano come compenso, la differenziazione del bersaglio in base al colore del bossolo come unico modo di segnare il macabro punteggio (un colore per i bambini, uno per le donne, uno per i vecchi ecc.), l'assenza totale del benché minimo senso di umanità e, anzi, la demonizzazione del nemico allo scopo di dare una giustificazione morale al proprio comportamento, nonostante il nemico che era di fronte non avesse divisa ed elmetto, ma fossero civili inermi.

Quando Bertolt Brecht, come monito nei confronti del ritorno del fascismo, disse che il grembo da cui nacque è ancor fecondo, parlava del capitalismo. Anche se nello specifico parlava del fenomeno fascista come prodotto di una società basata sullo sfruttamento, la metafora ben si attaglia al quadretto appena descritto. I mostri che questo grembo genera possono avere anche le facce apparentemente rispettabili del notaio, del chirurgo o dello stimato professionista che al venerdì salgono su un aereo dopo avere salutato la famiglia e ritornano nel suo grembo (e dai!) alla domenica sera col sorriso sulle labbra, dopo avere falciato vite umane da un tetto o da dietro una finestra di Sarajevo. O il volto truce dei macellai come Ratko Mladic, che è sceso nella fossa con sulla coscienza (con o senza gli annessi rimorsi, ma più probabilmente senza) gli 8000 morti di Srebrenica, tra gli altri.

Una società, diciamo sana, sarebbe assai lontana dal produrre simile immondizia, ma essendo questa fondata sul profitto, che poi era lo stesso fine che spingeva questi boia del venerdì a compiere le loro "imprese", non ci si può aspettare da essa niente di meglio che questo: la barbarie, appunto.

La vespa rossa

PS Mladic, responsabile del massacro di 8000 persone, è stato condannato dal Tribunale dell'Aia per genocidio e crimini di guerra, catturato e messo in galera. Il governo israeliano, autore dello stermino ancora in atto Gaza, con la sua “appendice” in Cisgiordania, no. Chissà perché...

Venerdì, August 28, 2026