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Home ›USA TRA MISSILI E DECADENZA
Accanto alle plateali manifestazioni di potenza, all’arroganza del più forte, alla ferocia predatoria, l’imperialismo americano mostra le sue palesi debolezze che partono dalla fragile struttura economica in balia di deficit e debiti per arrivare ai rozzi tentativi del suo ineffabile interprete di risolverli con la violenza più cieca, quella delle guerre, della devastazione e della più inumana delle barbarie.
Il “neuro” presidente americano, con l’ennesima contorsione politica, ha deciso di non concedere la licenza di produrre missili all’Ucraina, dopo aver giurato e spergiurato di mantenere la promessa fatta a Zelenskyj né, ancor meno, di fornirgli i tanto desiderati missili difensivi Patriot. Con un altro colpo di scena, ha dichiarato in prima istanza di ridurre gli impegni militari (esercitazioni congiunte) con la Corea del sud, per poi pronunciarsi per una definitiva chiusura di ogni forma di collaborazione e di aiuto con il governo di Seul. In entrambi i casi, il cambiamento ha avuto una giustificazione di comodo. Per l’Ucraina, Trump si è limitato a dire che gli aiuti sono già stati tanti e consistenti e che sarebbe ora che Zelenskyj camminasse con le sue gambe. Per l’ormai ex alleato coreano la giustificazione suona in termini ancora più perentori: “Seul si è rifiutata di aiutare le manovre militari contro l’Iran per cui niente esercitazioni navali in comune.”
Se a questi stravolgimenti comportamentali sullo scenario politico internazionale aggiungessimo altre roboanti dichiarazioni di cronaca quotidiana, avremmo un quadro completo del soggetto in questione.
Se dessimo peso ad alcune dichiarazioni del Ciuffettone, come al solito in preda di un delirio narcisistico di profonda patologia paranoica, non ci spiegheremmo perché il suo indice di gradimento nell’opinione pubblica americana è letteralmente crollato, persino tra chi lo ha votato. In occasione dei lavori per l’abbellimento della Casa Bianca (sala da ballo), Trump si è lasciato sfuggire che i lavori erano necessari perché l’abitazione del presidente diventasse una piccola Versailles, ovvero una dimora degna di un monarca. In una seconda occasione, quella della promulgazione di una legge economica sulle cripto valute che porta la sua firma, ha avuto il coraggio di nominarla con il voluto acronimo di “genius” (acronimo di Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins) in onore di se stesso. A completare l’opera, Trump ha pensato di farsi costruire, entro la fine del suo mandato, un arco di trionfo sotto cui sfilare nelle occasioni importanti. Al narciso paranoico deve piacere l’esempio storico degli imperatori romani che, al ritorno dalle guerre vittoriose che allargavano l’impero, passavano trionfalmente sotto l’arco con la biga dorata e uno schiavo alle spalle che, porgendogli sul capo la corona di alloro, gli sussurrava “ricordati che sei un uomo.” A lui, autonominatosi imperatore degli imperatori in chiave moderna, sarebbe più consono che nella sua limousine blindata, dopo i disastri che ha combinato e le non vittorie subite, un moderno schiavo posizionato sul sedile posteriore, gli porgesse una corona di fieno digerito da un bovino ruminante e gli dicesse “ricordati che sei un cretino.”
Ovviamente le cose vanno affrontate in tutt'altro modo. Lasciamo da parte la salute mentale del presidente e andiamo alle reali condizioni che hanno imposto a Trump e all’imperialismo americano di assumere questi palesi atteggiamenti contraddittori.
Alla base di tutto c’è una devastante situazione economica che è stata ulteriormente aggravata dalle guerre in corso. Le risorse finanziarie si sono ridotte, le attività produttive hanno margini di redditività sempre più bassi. Il debito pubblico ha raggiunto la faraonica cifra di oltre 40 mila miliardi di dollari. Solo per pagare il servizio sul debito il governo americano paga 3 miliardi di dollari al giorno, ovvero mille e quattrocento miliardi all’anno, circa il 20% del budget federale. Se si aggiungono i debiti delle imprese e quello delle famiglie, il quadro è quasi al completo. La guerra in Ucraina, gli aiuti finanziari e militari allo Stato di Israele, la non vittoria militare in Iran - che ha costretto Trump a sospendere i bombardamenti dirottando la strategia dal piano militare a quello economico, per riprendere fiato almeno per un mese - e la crisi della chiusura dello stretto di Hormuz hanno fatto il resto.
All'interno di questo dissestato quadro va considerato soprattutto l’aumento delle spese militari. In soli 6 mesi il debito pubblico americano è aumentato di mille miliardi di dollari con l’aggravante di aver più che dimezzato le scorte missilistiche. Nei soli primi mesi di guerra contro l’Iran il Pentagono ha lanciato circa 900 missili Tomahawk e un migliaio tra missili Patriot e Thaad, riducendo drasticamente le scorte che sono passate da 2200 a 800 missili, dal il costo di 4 milioni di dollari a testata per i primi, e di 15 milioni per i secondi (fonte CIS Center for strategic di Washington). Secondo il Washington Post, nella guerra con l’Iran, sempre solo nei primi mesi, gli Usa hanno speso la bellezza di 37,5 miliardi di dollari. Trump con inspiegabile ritardo è corso ai ripari stanziando 1500 miliardi di dollari per la ricostituzione delle riserve missilistiche e la modernizzazione dell’apparato militare, pur sapendo che questo processo industriale avrà bisogno di almeno dai tre ai cinque anni per i missili e di più per il resto dell’apparato militare. Decisione tardiva e sciagurata per gli interessi strategici dell’imperialismo americano, che ben descrive le capacità mentali del soggetto in questione. Inoltre, una simile spesa andrà ad incidere ulteriormente sul debito pubblico e sulle condizioni sociali già traballanti, in primis, su quelle del proletariato americano, la prima fascia sociale a subire il peso di una politica di guerra basata sul debito. Già adesso (primi di settembre '26), lo scarso welfare americano si è ulteriormente contratto. Sulla politica sanitaria Trump ha cancellato quel poco di assistenza introdotta dall’Amministrazione Obama, rendendo la sanità sempre più privata e sempre più cara. Lo stesso trattamento è toccato anche all’istruzione e alle pensioni. E’ persino arrivato ad invertire il processo verso la riduzione delle fonti energetiche rinnovabili per incrementare quelle fossili. In questa direzione ha stanziato 679 milioni di dollari per ritornare sul petrolio e sul gas tentando con successo, per il momento, di mettere le mani criminali su 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano con un contratto capestro per il governo di Caracas. Ha ribadito l’interesse americano sulla regione ricca di petrolio dell’Alberta in Canada. Ha perseguito la politica dei bassi salari, che già erano pressoché fermi da decenni e sempre più alla mercé dell'inflazione. Infatti mentre l’inflazione galoppa al 3,7%, disaggregando il dato statistico, si ha che per i generi di prima necessità, il cosìddetto carrello della spesa, l’incremento dei prezzi arriva al 30%/40%, mettendo milioni di famiglie di proletari nella precaria situazione di non arrivare alla fine del mese. Questi sono i frutti dell’economia di guerra, che finisce per pesare quasi esclusivamente sul mondo del lavoro, mentre i profitti delle imprese produttrici di morte salgono vertiginosamente e sono direttamente proporzionali all’aumento del debito pubblico, che si gonfia in maniera ormai insostenibile.
Il debito pubblico ingestibile, gli insopportabili pesi economici del costo delle guerre, l’inflazione sono il risultato di una crisi strutturale che divora le basi del sistema economico degli Usa e non solo. Il 50% delle imprese americane non finanziarie e non legate direttamente all’indotto della produzione di armi, soffre di scarsa redditività degli impianti. Non solo, anche nel settore dei servizi, in quello alimentare e in generale nei settori della distribuzione a basso impatto dei prezzi al consumo, la crisi si fa drammaticamente sentire. La potentissima Walmart, che rappresenta la maggiore catena di supermercati americani, ha dichiarato di aver chiuso l’ultimo trimestre con l’incremento più basso degli ultimi dieci anni: solo un più che modesto 2,6%. Persino il gigantesco monopolista dei fast food, il super MC Donald, ha registrato un misero profitto dello 0,8%. Il commento di Heather Long, insigne collaboratore di Navy Federal Creddit Union è stato il seguente: “i risultati finanziari pubblicati questa mattina (11 giugno '26, ndr) da Targhet e Home confermano che la crisi è diffusa. A luglio le vendite nazionali al dettaglio sono arretrate dello 0,6%.” Se a questo aggiungiamo le devastanti conseguenze dei finanziamenti alla produzione bellica, abbiamo il quadro completo della crisi strutturale del capitalismo americano, nato sulla base di una sempre maggiore difficoltà dei capitali, operanti nell'economia reale, ad avere remunerazioni compatibili con le necessità di profitto sia nel primo che nel secondo settore della produzione (settore dei mezzi di produzione e a quello dei mezzi di consumo), nonché della logistica e dei processi della distribuzione in generale, gravata dall’aumento del costo del petrolio.
Il cancro della caduta del saggio medio del profitto dovuto allo sviluppo delle forze produttive sulla base di un incremento del plusvalore relativo1, dà il via alla esasperazione della primaria contraddizione del capitalismo, che risiede proprio nel rapporto tra capitale forza lavoro. All’interno di questo scenario - segnato dall’impiego dell'alta tecnologia (oggi IA, robotizzazione ecc...), dall'esacerbata rincorsa competitiva tra i capitali colpiti dai problemi di valorizzazione - si generano le crisi economiche che, a loro volta, gonfiano quelle finanziarie speculative e producono, di conseguenza, le condizioni per guerre sempre più feroci e vaste, spingendo l’umanità nel baratro della più degenerata barbarie. Secondo le stime di Moody’s, ci sono le nefaste possibilità che gli Usa vadano incontro ad una pesante recessione con tutte le tragiche conseguenze a livello mondiale.
Contro questo raccapricciante scenario futuro, che ha già preso le mosse negli episodi delle guerre in atto, non valgono i falsi moralismi di un imbelle pacifismo. Non serve l’idealistica prospettiva di lavorare all’interno del sistema nel tentativo di risolverne le contraddizioni, lasciando inalterate le cause che le pongono in essere, cioè il sistema capitalistico stesso. Né, tanto meno, serve a qualcosa una supina rassegnazione che si esprime con le solite formule: “tanto non c’è nulla da fare, è sempre stato così, che dio ce la mandi buona e limitiamoci ad osservare criticamente gli andamenti della crisi mondiale”. Una soluzione ci sarebbe, unica e praticabile, a condizione che il popolo proletario, quello che mantiene con la sua forza lavoro tutta l’intera impalcatura del capitalismo internazionale, si scrolli di dosso la fitta ragnatela della mefitica ideologia borghese dell’immortalità del capitalismo e della sua necessaria conservazione. Solo così potrà dare inizio ad una lotta di classe che abbia come obiettivo la distruzione di questa società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, per gettare le fondamenta di un agglomerato sociale che non abbia alla base l’infame rapporto tra capitale e lavoro, ma un organismo di produttori organizzati nel suo partito, che abbia come fine uno sviluppo sociale basato sugli interessi collettivi e non quelli ciechi del profitto.
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1Quello che riduce drasticamente i tempi e i costi di produzione, ma aumentando la quota di capitale fisso nei confronti di quello variabile, restringe progressivamente l’area da cui attingere il plusvalore, che è alla base della valorizzazione ossia dell'unica ragione di vita del capitale.
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