Significati del VI Congresso del Partito

Editoriale

Dedichiamo questo numero ai documenti relativi al VI Congresso del Partito, tenutosi a Milano nei giorni 25, 26 e 27 Aprile 1997.

Sono passati molti anni dal Congresso precedente (Milano, novembre 1982), durante i quali si sono verificati diversi mutamenti della scena offerta dal capitalismo, senza peraltro che mutasse per nulla il rapporto fra le classi, se non nel grado di sfruttamento e di oppressione dell'una sull'altra, e, dunque, senza le scosse che ancora il proletariato deve dare.

Il Congresso è servito sostanzialmente a:

  • fissare e acquisire nel patrimonio "storico" di partito quanto abbiamo esaminato e, nei limiti delle nostre forze, elaborato a fronte dei suddetti mutamenti di scena;
  • segnare l'inizio di quella che non esitiamo a definire una nuova fase nella vita politica di partito e più in generale della sinistra comunista.

Per quanto riguarda il primo punto i mutamenti di scena che abbiamo registrato col Congresso e dai quali abbiamo tratto le dovute conclusioni sono presto elencati: l'implosione del blocco imperialista sovietico come prodotto della crisi di ciclo nell'anello più debole della catena imperialista, con il conseguente mutamento dello scenario imperialista che porterà alla guerra; l'altro grande prodotto della crisi del ciclo di accumulazione, la quale già era stata oggetto del precedente Congresso, e cioè la profonda ristrutturazione dell'apparato produttivo - che ha coinciso con la "terza rivoluzione tecnologica" del microprocessore - da una parte, e la spaventosa crescita del settore finanziario dell'economia capitalistica, dall'altra.

Le tesi qui riportate trattano in dettaglio le conseguenze di questi fenomeni e i loro significati per la prospettiva rivoluzionaria.

Per quanto riguarda il secondo "scopo" del Congresso, merita forse aggiungere qualcosa.

I quindici anni che ci separano dal Congresso prevalentemente segnati dalla passività della classe di fronte ai durissimi attacchi subiti, hanno pesato, inizialmente, sulle strutture più tradizionali della organizzazione, spegnendo precedenti entusiasmi e riportando "a casa" non pochi militanti e simpatizzanti. (Rileviamo a questo proposito un fatto per noi ovvio - non così per altri: nonostante le perdite oggettive, non abbiamo seminato "gruppetti"...). Il fenomeno rientra nella normalità.

Si studia, si lavora, si lotta, ma nell'arco di decenni non cambia nulla e potrebbe non cambiare per altri. Di fronte a ciò, non tutti, per quanto convinti della insopportabilità storica di questa formazione sociale e della giustezza delle nostre posizioni per il suo avvenire, si assumono l'onere di preparare, non si dice le fondamenta, ma gli strumenti per gettarle (che è il compito dell'ora).

È anche, forse, un problema generazionale: gli avversari più tradizionali (lo stalinismo nella forma dei PC, il socialdemocratismo classico) sono, o sembrano spariti e altri, apparentemente nuovi, se ne presentano, con linguaggi e armamentari ideologici apparentemente nuovi. Non c'è dubbio che chi affacciandosi alla maturità politica ha avuto a che fare con questi è più attrezzato e, appunto, più fresco.

Ma la talpa continua a scavare... e per uno che si scoraggia e torna a casa, due più freschi lo sostituiscono. Il Congresso ha verificato anche questo fatto. Ma c'è qualcosa di più.

La relativa novità di linguaggi e armamentari ideologici (relativa perché in realtà qui si sta tornando agli utopismi del primo Ottocento) non piovono dal cielo. Sono la risposta dell'ideologia borghese di sinistra ai mutamenti di scena indotti dai grandi fenomeni sopra accennati e che il Congresso ha posto in esame.

Ora, è per certi versi desolante che si sia rimasti pressoché soli nel tentare, quantomeno, un aggiornamento dell'analisi del terreno reale e concreto sul quale la lotta per la ricostruzione del partito si svolge. È banale che se cambia il quadro degli equilibri imperialisti e quindi il quadro nel quale essi si romperanno, ciò deve essere perlomeno registrato dalle forze di partito. Ed è altrettanto banale che se una rivoluzione tecnologica sconquassa la precedente composizione materiale di classe, e l'implosione di un intero blocco imperialista (quello sovietico) priva i lavoratori dei suoi precedenti riferimenti, per quanto falsi e bugiardi, il Partito deve confrontare con tutto ciò le sue analisi, i suoi comportamenti e le sue prospettive a breve.

Ma tutto ciò è banale solo per chi è sulla linea della attiva costruzione del partito.

Quanti sono invece ancora quelli che, magari partiti da basi grosso modo comuni e interne al campo politico proletario, si contentano di proclamarsi partito (magari internazionale) rimirandosi l'ombelico, non avendo neppure posto in agenda la necessità di fare i conti con un quarto di secolo di crisi del ciclo? Troppi.

Sorge allora forte il dubbio che si debba rivedere la definizione che noi stessi demmo di campo politico proletario.

Si tratta qui di processi politici che sono o potrebbero essere in atto e che non si possono tranciare con facilità, soprattutto in un quadro che ancora non si presenta alla resa dei conti di classe. Ma il dubbio rimane ed occorre esser pronti a scioglierlo.

Prometeo

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