Tendenza Comunista Internazionalista

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Balza agli occhi l'estrema frammentazione della sinistra extraparlamentare. Dove sta dunque la differenza tra noi e gli altri gruppi che si richiamano alla lotta di classe e all'anticapitalismo?

Ci chiamiamo internazionalisti perché crediamo che gli interessi degli sfruttati siano gli stessi in tutto il mondo e che il comunismo non si possa realizzare in una sola area geografica, mito spacciato per vero da Stalin. Siamo, dunque, visceralmente avversari dello stalinismo, in tutte le sue varianti, troppo a lungo scambiato per comunismo, tanto dalla borghesia quanto da numerose generazioni di lavoratori che guardavano a esso in buona fede: quando la proprietà delle industrie, delle catene di distribuzione, delle terre, ecc. da privata diventa statale, lasciando, nella sostanza, intatti i rapporti tipici del capitalismo e i suoi elementi costitutivi (merce, denaro, salario, profitto, confini ecc.), non si realizza il comunismo ma una forma particolare di capitalismo: il capitalismo di stato. Furono l'accerchiamento economico dell'Unione Sovietica da parte del mondo capitalista e la mancata rivoluzione in Occidente a determinare, dopo il 1917, la trasformazione della rivoluzione nel suo contrario, in quel blocco imperialista che sarebbe crollato solo settant’anni dopo.

Negli scontri tra una borghesia nazionale e un'altra, dalla Palestina ai Paesi Baschi, siamo a fianco dei proletari che, mettendo da parte le rivendicazioni territoriali, fraternizzino con i lavoratori messi nella trincea opposta. Questo non è un appello alla passività per i proletari vittime di un'occupazione militare, ma al disfattismo rivoluzionario e all'unità di classe, al di sopra delle frontiere borghesi. La cosiddetta guerra di liberazione nazionale è una subdola trappola per agganciare i proletari, i diseredati, al carro di interessi borghesi e reazionari.

Noi ci poniamo come referente politico del proletariato, in primo luogo di quei settori che si sono stancati del sindacato, di qualunque sindacato: questo non significa che sia finita la lotta per la difesa degli interessi immediati (salario, orario, ritmi, ecc.), al contrario!, ma che il sindacato oggi non è più la forma attraverso cui i lavoratori possono concretamente organizzare e portare avanti in qualsiasi modo queste lotte. Il sindacalismo confederale è ormai apertamente uno strumento di controllo della lotta di classe e di gestione della forza-lavoro per conto del capitale, mentre quello di base, al di là delle intenzioni dei militanti, è per i lavoratori un’arma spuntata, perché avanza istanze economiche radicali senza mai mettere in discussione le gabbie giuridico-economiche imposte dallo stato borghese. La condotta dei sindacati di base è ulteriormente vanificata dalla crisi, che ha fortemente compromesso gli spazi per una prassi politica riformistica.

La vera alternativa al sindacalismo è per noi l'autorganizzazione delle lotte, che devono partire spontaneamente dai lavoratori, fuori e contro il sindacato, per scegliere autonomamente le forme di mobilitazione più efficaci, necessariamente al di là delle compatibilità del sistema. Le lotte per gli interessi immediati non devono però mai far dimenticare gli interessi generali della classe - il superamento del capitalismo - e a questi devono costantemente collegarsi.

Siamo antiparlamentari: pensare di spingere le istituzioni "dall'interno" in una direzione proletaria, vuol dire concepirle, a torto, come un'entità neutra, quando invece sono la struttura che la borghesia si dà per imporre il suo dominio. La partecipazione ai governi e ai parlamenti borghesi, dei vari partiti sedicenti comunisti, è figlia della rinuncia - da sempre - alla prospettiva rivoluzionaria e dell'accettazione della pace democratica (che riposa, lo ricordiamo, sui fucili borghesi).

Il superamento del capitalismo è possibile solo attraverso una rivoluzione, ossia con la conquista del potere politico del proletariato, fuori e contro tutti i canali della pseudo-democrazia borghese (elezioni, riforme, ecc.), meccanismi creati apposta per evitare qualunque cambiamento radicale della società. I forum della nostra “democrazia”, gli organismi di potere della rivoluzione, saranno invece i consigli proletari, assemblee di massa in cui gli incarichi saranno affidati con mandati precisi e revocabili in ogni momento.

Ma tali organizzazioni non diventeranno mai veri organismi del potere proletario, senza l'adesione a un chiaro programma diretto all'abolizione dello sfruttamento e, quindi, all'eliminazione delle classi, per una società di “produttori liberamente associati” che lavorano per i bisogni umani. Questo programma non cadrà dal cielo, ma dall'impegno cosciente di quella sezione della classe lavoratrice che si sforza di cogliere le lezioni delle lotte passate, raggruppandosi a livello internazionale per formare un partito che si batta all'interno dei consigli contro il capitalismo, per il socialismo; non un partito di governo che si sostituisca alla classe, ma un partito di agitazione e di direzione politica sulla base di quel programma. Solo se i settori più avanzati del proletariato si riconosceranno nella direzione politica del partito, il percorso rivoluzionario si metterà sui binari della trasformazione socialista.

Il P.C. Internazionalista (Battaglia Comunista) nasce con questi obiettivi durante la II Guerra Mondiale (1943) e si caratterizza subito per la condanna di entrambi i fronti come imperialisti. Le sue radici sono nella sinistra comunista italiana, che fin dagli anni 1920 aveva condannato la degenerazione dell'Internazionale Comunista e la stalinizzazione imposta a tutti i partiti che la componevano. Negli anni 1970-80 promuove una serie di conferenze che preparano la nascita del Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario e infine della Tendenza Comunista Internazionalista (2009).

Noi siamo per il partito, ma non siamo il partito, né l'unico suo embrione. Nostro compito è partecipare alla sua costruzione, intervenendo in tutte le lotte della classe, cercando di legare le rivendicazioni immediate al programma storico: il comunismo.

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Approfondimenti

VI Congresso - Tesi e documenti - Giugno 1997

Domande frequenti

01. Siete comunisti, quindi volete una società come quella che c’era in Russia?

In URSS e in tutti gli altri paesi del “socialismo reale”, in realtà non c’era un modo di produzione diverso dal capitalismo. La proprietà privata era formalmente assente, ma di fatto i lavoratori non avevano alcuna voce in capitolo rispetto alla gestione dei mezzi di produzione, di distribuzione, e dell’intera società. D’altro lato, l’elite burocratica svolgeva il ruolo di una vera e propria borghesia di stato, controllando la produzione e vivendo parassitariamente, tra lussi e privilegi, sullo sfruttamento del proletariato. Il comunismo prevede invece che la produzione non sia organizzata per il profitto di una esigua minoranza, ma per il soddisfacimento dei bisogni di tutta l’umanità. La società comunista è una libera associazione di produttori che godono dei frutti del loro lavoro e li ripartiscono anche a chi per vari motivi - bambini, anziani, invalidi - non può partecipare alla produzione della ricchezza comune: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.

La rivoluzione proletaria russa, primo e unico episodio in cui il proletariato ha conquistato il potere, pur creando tutte le condizioni politiche alla costruzione della società socialista non ha avuto la possibilità di trascrescere sul più elevato piano delle realizzazioni economiche e sociali, perché penalizzata dalla sua arretratezza economica e dell’isolamento da altre esperienze rivoluzionarie nell’area del capitalismo avanzato. Ma le conquiste dell’Ottobre bolscevico sino a quel punto ottenute rappresentavano solo le condizioni necessarie per il successivo sviluppo socialista e per nulla sufficienti. La socializzazione non è soltanto esproprio; è proprietà collettiva, quindi non proprietà, il che significa semplicemente gestire comunitariamente i beni e le risorse, senza che nessuno individualmente - e nemmeno lo stato - possa rivendicarne il possesso. Perché la potenzialità delle premesse potesse svolgersi in attualità occorreva che la rivoluzione internazionale giungesse in aiuto della “povera” ed arretrata Russia, altrimenti addio socialismo, ma addio anche a tutte quelle premesse così faticosamente raggiunte col primo episodio rivoluzionario vittorioso.

Solo il falso storico stalinista della possibilità del socialismo in un solo paese, corredato dalla eliminazione fisica della vecchia guardia bolscevica, come di qualsiasi forma di opposizione internazionalista, poteva stravolgere la precarietà di una delicatissima fase di attesa e di rinculo programmatico, in decollo trionfalistico verso la edificazione socialista. La mistificazione fu tanto più subdola e nefasta quanto maggiori erano le masse proletarie internazionali che, sull’onda emotiva del ricordo rivoluzionario dell’ottobre bolscevico, erano facile preda del mito Russia. Lo stalinismo, non solo non diede vita a nessuna realizzazione socialista, ma fu la tragica, vessatoria e poliziesca forma che assunse la controrivoluzione in Russia.

02. Perché non partecipate alle elezioni?

Nella formazione sociale borghese, la borghesia, possedendo i mezzi di produzione, detiene di fatto tutto il potere (economico, politico e militare). Per questo diciamo che l’attuale sistema politico, la cosiddetta democrazia borghese, è alla sua base una “dittatura della borghesia”. Le elezioni sono semplicemente il teatrino della politica per legittimare il potere nelle mani della borghesia, ma con un mandato popolare, e nello stesso momento fare apparire il sistema “democratico”. Le elezioni sono il momento in cui la democrazia parlamentare borghese concede agli sfruttati la libertà di eleggere i loro padroni, e di sceglierli fra coloro che hanno dimostrato di saper ben difendere gli interessi della classe borghese. Partecipare alle elezioni significa avallare questa mistificazione democratica ed aiutare la borghesia nella sua dittatura: proprio quella che chiamano “democrazia”.

Contro l’inganno parlamentare borghese, bisogna rilanciare l’astensionismo di classe; non certo per legittimare l’apatia e l’individualismo apolitico, ma per impegnarsi alla ripresa della lotta di classe, nei luoghi di lavoro e nelle piazze, e alla ricostruzione del partito rivoluzionario. Non si otterrà mai per via parlamentare l’abolizione dello sfruttamento del lavoro salariato, né la conquista di alcun “diritto” (come viene chiamato impropriamente oggi) duraturo. Solo la lotta di classe montante può costringere il capitale a concedere momentaneamente qualche spazio. Solo la rivoluzione proletaria può creare le condizioni per la realizzazione di una società senza sfruttamento.

03. Volete una rivoluzione per instaurare la dittatura del partito comunista?

No. Il compito di realizzare la rivoluzione e conquistare nelle proprie mani tutto il potere è solo del proletariato, della classe lavoratrice intera. “Tutto il potere ai soviet”, alle assemblee di lavoratori: questo è il nostro programma e questa è la vera democrazia, la democrazia proletaria.

Ci dovrà essere massima democrazia all’interno degli organismi di potere della classe (che esprimeranno la volontà della maggioranza se non di tutti i lavoratori) e massima durezza (“dittatura del proletariato”) nei confronti di chi si pone fuori e contro (e in armi, con ogni probabilità) i lavoratori e il loro semi-stato, ossia l’organizzazione in consigli. Il semi-stato che il proletariato dovrà realizzare con la rivoluzione sarà basato sui soviet o consigli, e sarà destinato ad estinguersi con la scomparsa della divisione in classi della società. Infatti, viene definito semi-stato proprio perché, a differenza degli stati che si sono succeduti nelle varie epoche storiche, non deve perpetuare il dominio di una classe sull’altra, ma deve portare all’estinzione delle classi e, quindi, anche di se stesso.

La “dittatura del proletariato”, quindi, consisterà nell’esercizio della forza da parte della classe operaia intera, per la rimozione delle cause della divisione della società in classi. Sarà il potere della stragrande maggioranza sfruttata sulla minoranza sfruttatrice, per privarla dei suoi privilegi. Non dittatura del partito.

04. La classe lavoratrice non è spontaneamente rivoluzionaria?

L’unico soggetto potenzialmente rivoluzionario, all’interno del sistema capitalista, è la classe degli sfruttati, il proletariato. Il proletariato, escluso dal possesso dei mezzi di produzione e alienato rispetto al prodotto del suo stesso lavoro, ha interessi storici e immediati contrapposti al capitale. Ma perché il proletariato sia effettivamente rivoluzionario, è necessario che acquisisca unità di classe e coscienza del suo intimo antagonismo rispetto al capitale. A questo scopo è necessaria la presenza nell’ambito della classe proletaria di una avanguardia organizzata, che sia capace di analizzare le dinamiche dei rapporti di produzione, di trarre lezione dalle esperienze di lotta della classe, di elaborare e avanzare un programma di superamento della società capitalista e di guidare politicamente la classe su questa strada.

Esiste infatti una profonda differenza fra “istinto di classe” e “coscienza di classe”. L’uno nasce e si sviluppa all’interno delle lotte operaie come patrimonio dei proletari medesimi; è posto in essere dall’antagonismo degli interessi materiali e si nutre delle crescenti contraddizioni economiche, sociali e politiche originate da quello stesso antagonismo; chiede infine, per esserci, che i rapporti fra proletari e capitalisti siano sufficientemente tesi da comportare una certa generalizzazione delle lotte operaie e una certa durezza degli scontri. L’altra, la coscienza, nasce dall’esame scientifico delle contraddizioni di classe, cresce con il crescere della conoscenza delle contraddizioni; vive e si nutre con l’esame e la elaborazione dei dati promananti dalle esperienze storiche della classe.

Con la rivoluzione, il potere spetta all’intera classe proletaria, ai suoi organismi assembleari. Il partito però non svolge solo un generico ruolo di agitazione e propaganda. Il partito sostiene il programma rivoluzionario e socialista nei soviet e i suoi militanti sono pronti ad assumere responsabilità, incarichi revocabili in ogni momento, qualora le assemblee dei lavoratori si riconoscessero nelle parole d’ordine del partito. Insomma, la "direzione politica" del partito, la preminenza del programma comunista, indispensabile al successo di una rivoluzione proletaria, è qualcosa che non si impone ai soviet, ma si conquista e si difende con la battaglia politica.

05. Le nazionalizzazioni sono una misura di carattere socialista?

L’equazione “socialismo = statalismo” è una falsificazione legata alle aberrazioni dello stalinismo e alla inadeguata critica mossa nei confronti della società e della struttura produttiva russa da parte del trotskismo, oltre che alle mistificazioni del riformismo borghese. Al contrario, secondo il marxismo, la macchina statale è strumento del potere della classe dominante, ossia della borghesia sul proletariato, e in quanto tale deve essere spezzata.

La proprietà statale, anziché privata, dell’industria non cambia la natura dei rapporti sociali della produzione. L’intervento e il controllo dello stato nell’economia non solo non rappresenta una frattura nelle leggi fondamentali dell’economia capitalistica, ma per certi versi è il portato naturale ed inevitabile di tutto il suo sviluppo storico. Quest’intervento può spingersi fino all’eliminazione della forma giuridica della proprietà privata individuale dei mezzi di produzione non solo senza eliminare, ma al contrario potenziando, quello che è il dato fondamentale del sistema di produzione capitalistico: lo sfruttamento del lavoro umano attraverso l’appropriazione del plusvalore da esso prodotto.

06. Appoggiate le lotte di liberazione nazionale?

Lo slogan internazionalista è “proletari di tutti i paesi unitevi”. La creazione di nuovi confini nazionali non è un passo avanti verso l’unità internazionale del proletariato. Le lotte nazionali servono a coinvolgere il proletariato in guerre tra fazioni borghesi a livello internazionale, che non prevedono in nessun caso la difesa degli interessi del proletariato. Queste lotte, anzi, dividono il proletariato di diverse nazionalità e lo spingono a schierarsi dietro le bandiere nazionali, a versare il sangue per una patria borghese, anziché a lottare per liberarsi dallo sfruttamento del lavoro salariato, sia quello imposto dai padroni stranieri che quello che vorrebbero imporre i nuovi padroni locali.

07. Partecipate ai fronti unici antifascisti?

Come comunisti combattiamo senz’altro il fascismo, così come combattiamo ogni forma di potere della borghesia. Storicamente il fascismo è stato una risposta alla lotta di classe e al movimento comunista. Le sue radici vanno individuate nel modo di produzione capitalista e nel potere borghese che, quando ne ha la necessità o l’opportunità, non esita a dismettere la sua maschera democratica per mostrare il suo vero volto reazionario.

È per questo che riteniamo sbagliate e foriere di cocenti sconfitte le alleanze con forze borghesi in funzione antifascista, se per antifascista si intende semplicemente la lotta contro questa particolare forma di dominio borghese e per la difesa della democrazia borghese, perché è proprio la borghesia a costituire il sostrato portante di ogni regime fascista. Invece, siamo sempre stati favorevoli e promotori di iniziative di “fronte unico dal basso”, ossia di unione tra tutti i proletari per difendersi e contrastare il potere borghese, tanto più quando si presenta con insopportabile ferocia, ma senza cedere a compromessi con le dirigenze di matrice borghese e i loro programmi riformisti.

08. I sindacati difendono gli interessi dei lavoratori?

La nostra visione dei sindacati è che essi non sono mai stati rivoluzionari. I sindacati sono per loro natura organi di mediazione, di contrattazione delle condizioni di vendita della forza lavoro. Ma è stato solo all’inizio del secolo scorso che si sono schierati completamente con lo stato capitalista, sostenendone la sua necessità di mantenere la pace sociale e pianificare la produzione in una società sempre più dominata dai monopoli. La nostra opposizione non è basata solo sull’analisi teorica, ma anche sulla nostra esperienza pratica in ogni paese dove siamo presenti. Ogni volta che i lavoratori cominciano a muoversi, lo stesso fanno i sindacati, ma per assicurarsi che il movimento sia sconfitto.

Il problema, comunque, non è intervenire o meno nelle assemblee sindacali e nelle mobilitazioni indette dai sindacati. Noi internazionalisti interveniamo nelle assemblee e nelle mobilitazioni indette dai sindacati, confederali e di base, perché gli iscritti ai sindacati, così come tutti i lavoratori, sono il nostro naturale referente ed è a loro che ci rivolgiamo quando interveniamo nelle situazioni di lotta. Il fatto è che, in tutte queste occasioni, noi critichiamo radicalmente il sindacato e diamo come indicazione l’autorganizzazione delle lotte e la rottura delle compatibilità capitalistiche come unica strada per difendere concretamente i propri interessi di classe.

Altre forze politiche che si spacciano per comuniste e rivoluzionarie, invece, non solo stanno dentro i sindacati, ma occupano all’interno di essi anche ruoli dirigenziali. E occupare ruoli dirigenziali, in un sindacato che è ormai a tutti gli effetti cinghia di trasmissione degli interessi padronali e di stato in seno alla classe lavoratrice, significa schierarsi dall’altra parte della barricata.

09. Se non attraverso i sindacati, in che modo i comunisti possono intervenire nelle lotte?

Riconoscere al sindacato una funzione antioperaia non significa affatto disprezzare o guardare con sufficienza alle lotte “economiche”. Al contrario, con Marx, riteniamo che una classe incapace di difendere le proprie condizioni immediate di vita e di lavoro, non sia capace né degna di lottare per la rivoluzione. Per noi, è la praticabilità della forma-sindacato ad essere (da grandissimo tempo) finita anche per le lotte - vere - dirette al conseguimento di obiettivi parziali, “minori”, non la lotta economica in sé. Questa ha bisogno di altri strumenti, ossia comitati di lotta, di sciopero ecc. che sorgono dal basso, fuori e se necessario anche contro la prassi sindacale. In questi organismi il partito fa battaglia politica, per guidarli nella direzione del programma comunista e rivoluzionario.

Il partito stesso, per intervenire nelle lotte proletarie, organizza i cosiddetti “gruppi internazionalisti di fabbrica e di territorio”. Questi organismi politici del partito si sforzano di promuovere la lotta economica - cercando di indirizzare continuamente la classe lavoratrice verso livelli di maggiore coscienza politica e più decisa conflittualità - e di attrarre a sé gli elementi più attivi e coscienti nelle inevitabili fasi di reflusso della lotta, per dare continuità al programma e all’organizzazione comunista, arricchendoli con le esperienze delle vive vicende della lotta di classe. Non necessariamente tutti i lavoratori che aderiscono ai gruppi sono iscritti al partito, ma ne condividono gli indirizzi fondamentali, tra cui l’anticapitalismo e la denuncia della forma sindacale.

10. La lotta armata è una strada valida per combattere il capitalismo? Siete terroristi?

No. Siamo totalmente e irriducibilmente contrari ai metodi di lotta terroristici fondati sull’azione esemplare di poche persone, secondo una pratica priva di alcun senso, perché totalmente estranea alle masse proletarie e alle loro condizioni di vita fatte di privazioni e di fatiche quotidiane. Le pistolettate del terrorismo, spesso occultamente mosse o manipolate dagli stessi apparati statali borghesi, conducono fatalmente a una ritorsione della borghesia proprio contro il mondo del lavoro fornendole su un piatto d’argento l’opportunità di agire repressivamente nei confronti di tutti coloro che si schierano su di un vero terreno di lotta anticapitalista e di accelerare proprio le riforme dirette a peggiorare la vita e il lavoro proletario con il pretesto dell’emergenza terrorista. Questo nella totale passività e nel disorientamento dei lavoratori.

Sono le masse proletarie le protagoniste della storia, sono esse che devono riappropriarsi dell’azione e della difesa dei loro interessi immediati e storici e in mancanza della lotta di classe nessuna pretesa elite può sostituirsi ad esse artificiosamente. Per tutto questo il vero movimento comunista è schierato incondizionatamente contro il terrorismo.

11. Dio, patria e famiglia. Non sono valori da difendere?

“Dio, patria, famiglia”, il motto della reazione anti-comunista dagli albori del movimento operaio fino ai giorni nostri, pare che abbia trovato oggi piena soddisfazione.

Malgrado tutte le scoperte scientifiche di questo mondo, il controllo religioso sulla società continua ad essere molto forte, e non solo nei paesi integralisti o in quelli estremamente poveri in cui seminare l’oppio dei preti è particolarmente facile, ma anche in Occidente. Ma affidarsi a dio significa, il più delle volte, affidarsi a coloro che si presentano come i suoi legittimi rappresentanti, ossia le gerarchie delle varie istituzioni religiose che, essendo parte della classe dominante e incarnandone l’ideologia, sono interessate a difendere la società borghese che li nutre e li sorregge; inoltre l’affidarsi a forze soprannaturali comporta automaticamente lo svilimento della prassi, dell’azione pratica, materialistica, ovvero, l’unico strumento attraverso cui è possibile intervenire sulla realtà per mutarla.

Per quanto riguarda la patria, non bisogna confondere il legame e l’amore che si prova per i luoghi dove si è cresciuti e dove si vive, come anche l’istintiva affinità che unisce le persone che hanno le stesse abitudini culturali, con il patriottismo. Il patriottismo è una posizione politica borghese, tanto nel suo significato storico, quanto in quello attuale. Il patriottismo si è diffuso nell’Ottocento quando le giovani borghesie rivoluzionarie d’Europa hanno dovuto spazzare via le vecchie forme del potere feudale per dare così vita ai propri stati. Che la patria sia uno stato, una entità quasi-statale, come il Chiapas o la Palestina, oppure una entità macro-regionale come l’Europa o il mondo arabo, il succo non cambia: mettere da parte la lotta di classe, che indebolisce la nazione, e schierarsi tutti, il pescecane di borsa a braccetto con l’operaio, il diseredato accanto allo sceicco, contro il nemico comune che parla una lingua diversa dalla nostra. Da veri patrioti.

Anche rispetto alla famiglia l’ideologia borghese ha giocato sporco: è evidente infatti che gli affetti familiari abbiano un peso indiscutibile, scontato, che scaturisce in modo spontaneo dalla convivenza e dall’amore filiale. Ma quando la famiglia diventa una alternativa all’aggregazione extra-familiare, essa assume allora la forma di una gabbia, angusta trappola più o meno confortevole e rassicurante, entro cui si chiudono le singole coppie di proletari che, atomizzati e reclusi ognuno nel proprio salotto di casa, sono spinti all’individualismo e quindi ulteriormente resi, da un punto di vista sociale e politico, impotenti e inerti.

12. Esistono ancora le classi sociali?

La società capitalista è divisa in classi sociali. La minoranza borghese, controllando i mezzi di produzione, detiene di fatto tutto il potere (economico, politico e militare). La maggioranza proletaria per vivere può solo vendere la sua forza lavoro, alle condizioni imposte dalla borghesia. I proletari (operai, impiegati, braccianti ecc.) sono gli schiavi dei tempi moderni, schiavi salariati.

13. In cosa consiste lo sfruttamento della forza lavoro?

Essenzialmente, il capitale paga al lavoratore il valore della sua forza lavoro, ossia quanto è necessario per riprodurla. Ma quel che il lavoratore produce, di cui il capitalista si appropria, ha un valore maggiore, e la differenza è detta plusvalore. Questo meccanismo, alla base dei profitti dei capitalisti, è ciò che definiamo sfruttamento.

A seconda delle particolari condizioni della produzione, lo sfruttamento può essere associato a salari bassissimi e pessime condizioni lavorative, oppure a salari relativamente più alti e migliori condizioni. Ma lo sfruttamento resta una caratteristica imprescindibile del capitalismo, come delle precedenti società fondate sulla divisione in classi, in cui i lavoratori sono espropriati dei prodotti del loro lavoro a vantaggio dei detentori dei mezzi di produzione. Lo sfruttamento diventa tanto più duro e insopportabile, quanto più il sistema capitalista sprofonda nelle sue periodiche crisi di sovraccumulazione.

14. Perché il capitalismo genera periodicamente crisi? Come cerca di superarle?

La condizione d’esistenza del capitalismo è la realizzazione di profitti, che vadano ad accrescere il capitale investito nel processo produttivo, e i profitti sono possibili solo a condizione di una progressiva estorsione di plusvalore. È questo che spinge ad un continuo rinnovamento delle tecniche e dei fattori della produzione. L’innovazione della produzione pone i singoli capitalisti in condizione di vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti, garantendo loro quindi sovrapprofitti e quote di mercato crescenti.

Tuttavia, l’introduzione di nuove tecniche è tendenzialmente caratterizzata da una maggiore incidenza del capitale costante, ossia macchinari e materie prime, rispetto al capitale variabile, ossia rispetto al lavoro salariato. La loro adozione generalizzata spinge nel complesso ad un minore impiego del lavoro umano, unica fonte del valore e dei profitti. Quindi, tendenzialmente, mentre aumenta il capitale complessivo, diminuisce la quota relativa al lavoro salariato, e diminuisce il saggio del profitto, ossia il rapporto tra plusvalore e capitale complessivamente investito.

Il capitale può dispiegare una serie di controtendenze, in primo luogo l’aumento della produttività, intesa come aumento dello sfruttamento, che permette di ottenere profitti maggiori dall’impiego di una data quantità di forza lavoro. Ma d’altra parte, se l’aumento di produttività richiede maggiore capitale costante, allora il suo effetto è contraddittorio. Spesso le controtendenze più efficaci sono l'allungamento della giornata lavorativa (che in genere non implica un aumento della proporzione di capitale costante), l'aumento dei ritmi lavorativi, la diminuzione dei salari, soprattutto quando il proletariato non dà una adeguata risposta di classe agli attacchi alle condizioni di lavoro. Comunque, queste controtendenze possono solo rallentare la caduta tendenziale del saggio medio del profitto, senza tuttavia risolvere le contraddizioni che la generano.

Quando la caduta da tendenziale diventa attuale, il capitalismo cade in una fase di crisi che possiamo definire di sovraccumulazione, da cui in definitiva può uscire solo attraverso la distruzione di capitale. Nell’epoca imperialista, le crisi sono state segnate da conflitti sempre più cruenti e distruttivi.

Le crisi si manifestano sul mercato come crisi di sovrapproduzione, o sottoconsumo (o sovraccapacità produttiva, con i metodi di produzione just-in-time). Ma la loro radice è legata ai rapporti di produzione e alle condizioni di sfruttamento, e non semplicemente alla sfera della distribuzione e ai limiti del mercato.

La questione richiede di essere affrontata e studiata con attenzione. La caduta tendenziale del saggio medio del profitto è uno dei più preziosi (e meno compresi) risultati del marxismo, cui sono dedicati vari capitoli del Capitale.

15. In cosa consiste la finanziarizzazione dell’economia?

Già Marx aveva individuato il ruolo della finanza nella produzione, distinguendo il profitto industriale dall’interesse e dalla rendita. Tuttavia ciò che definiamo propriamente “finanziarizzazione dell’economia” è uno dei tratti distintivi della fase imperialista del capitalismo. Tra fine Ottocento e inizi Novecento la finanza cessa di essere principalmente un supporto al mondo della produzione, per acquisire una sua sempre più grande autonomia e addirittura assoggettare, per certi versi, la stessa industria.

La globalizzazione dell’economia, la disponibilità di strumenti di comunicazione e contrattazione sempre più veloci, hanno dilatato enormemente la sfera finanziaria dell’economia, fino a renderla da un certo punto di vista dominante rispetto alla sfera produttiva. In realtà, non esiste separazione tra le due sfere, e la fonte di ogni valore, anche quello che va ad alimentare le rendite finanziarie, alla fin fine risiede solo nel lavoro vivo (nel suo sfruttamento).

16. Quale ruolo hanno le monete e le risorse minerarie ed energetiche, a livello internazionale?

Imporre la propria moneta come strumento di scambio internazionale comporta per un paese o blocco imperialista un grosso vantaggio rispetto ai concorrenti. I paesi concorrenti, infatti, per affacciarsi ai mercati internazionali, devono prima acquistare una certa quantità della moneta di riferimento. Dopo la denuncia degli accordi di Bretton Woods, nel 1971 (momento che per comodità indichiamo come inizio dell’attuale fase di crisi) il valore delle monete - del dollaro in particolare - non è più legato alla disponibilità di merci di corrispondente valore. Semplificando, quindi, possiamo dire che un paese che domini i mercati internazionali - non da ultimo, va da sé, con la forza militare - può permettersi, fino ad un certo punto, ovviamente, di dare carta senza valore in cambio di merci reali.

Uno dei principali mercati internazionali è quello delle risorse minerarie ed energetiche, petrolio e gas in primis. Il controllo dei flussi energetici consente non solo di avere in mano uno dei fattori principali della produzione (il petrolio, oltre che materia energetica, è alla base di tutta l’industria chimica, della plastica, di molti prodotti tessili...) ma anche di decidere in quale moneta saranno contrattati i prodotti minerari e quale economia godrà dei vantaggi del “signoraggio”.

17. Perché dite che il capitalismo è ormai decadente? Non è più in grado di sviluppare le forze produttive?

La fase imperialista e decadente del capitalismo, che grosso modo è iniziata nei primi anni del secolo scorso, si è caratterizzata nel suo periodo iniziale essenzialmente per: concentrazione della produzione e del capitale; fusione/simbiosi del capitale bancario e del capitale industriale e conseguente formazione di un'oligarchia finanziaria; esportazione di capitale; ripartizione del mondo fra i gruppi monopolistici internazionali; ripartizione dell'intera superficie terrestre fra le grandi potenze imperialistiche. Oggi il colonialismo non c’è più, ma l’imperialismo è rimasto ed ha accentuato alcune caratteristiche delle origini: una su tutte, il parassitismo.

Ma la fase di decadenza capitalistica non è da intendersi come termine dei suoi cicli di sviluppo, crisi e guerra, che anzi continuano a manifestarsi con crescente distruttività. Di crisi in crisi, una guerra e una ricostruzione dopo l’altra, il dominio della borghesia potrebbe permanere per diverso tempo, assieme al “continuo rivoluzionamento della produzione”. Il problema è quanto questo sistema costa all’umanità e al pianeta intero in termini sociali e ambientali. Soprattutto da quando è giunto nella sua fase imperialista e decadente, il capitalismo è capace di risolvere le proprie contraddizioni solo a prezzo di catastrofi sempre più intollerabili. La soluzione spetta al proletariato, che solo può abbattere questo sistema decadente.

18. Se l’attuale sistema è decadente, allora il comunismo si realizzerà sicuramente?

Il marxismo ha individuato nella economia capitalistica, nelle sue leggi particolari e nella sua struttura complessiva, un modo di produzione transitorio destinato a subire al suo interno continue e violente esplosioni di crisi sotto il peso delle proprie contraddizioni e degli antagonismi di classe che in esso si sviluppano.

Ma - contrariamente ad una interpretazione tanto diffusa quanto errata - il marxismo esclude dalla sua teoria della crisi la prospettiva di un possibile crollo automatico e verticale del modo di produzione capitalista. La crisi, alla cui origine c’è la caduta del saggio del profitto, può avere la sua soluzione borghese, cioè la guerra e la distruzione generalizzata di capitale e di forza-lavoro in eccesso (esseri umani), se la classe operaia non sarà in grado di realizzare la propria soluzione proletaria, vale a dire la rivoluzione comunista. Il capitalismo conduce l’intera umanità a guerre e catastrofi sempre peggiori. Ma questo punto di arrivo, che si ripropone in ogni ciclo di accumulazione del capitale quale unica via d’uscita dal precipitare della crisi economica all’interno della società borghese, non significa e non conduce di per sé alla fine del capitalismo né tanto meno al suo superamento in senso rivoluzionario e in direzione comunista.

Il capitalismo é moribondo; l’imperialismo rappresenta la sua ultima fase storica di decadenza parassitaria: esso rende più potente ed assoluto il dominio del capitale nel mondo ma nello stesso tempo più precaria e vulnerabile la sua sopravvivenza. La sua alternativa, ovvero la sua negazione rivoluzionaria, il comunismo, é però condizionato dalla presenza operante di una direzione e di una organizzazione, di una coscienza e di una volontà di azione: lotta di classe e partito rivoluzionario sono gli affossatori di questo sistema.

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