Il crollo del capitalismo

Stiamo assistendo, sopportandone tutte le dirette conseguenze, ad una ulteriore fase di accelerazione della crisi economica, dopo un breve periodo di relativa stasi che aveva riacceso a livello di "esperti" la vecchia illusione sulla possibilità di un controllo e di un contenimento in termini congiunturali, e sollevata qualche timida speranza in una possibile ripresa a breve intervallo.

La situazione di aggravamento creatasi in questi ultimi mesi riconferma la nostra analisi sulla natura di fondo della crisi, che non é di assestamento o di limitate "scelte" di sviluppo ma bensì costituisce la fase ultimale di un ciclo di accumulazioni del capitale a livello internazionale.

Anche se la durata di questo specifico periodo storico non é prevedibile in limiti di tempo esatti, appare ormai evidente a tutto lo schieramento borghese, ed alla sua componente social-opportunista in seno al movimento operaio, il pericolo di una esplosione di "perturbazioni di più vasta portata, anzi più minacciose per il destino della umanità". Ed é nella prospettiva di un "catastrofico" futuro della società e "civiltà" borghese che la neo-socialdemocrazia assolve ancora una volta alla sua legittima funzione storica, giocando sul tappeto verde e consunto della conservazione economica e sociale le carte di un "risanamento" del sistema in crisi, e riproponendo la "ricerca" di quei "mezzi di adattamento" che dai tempi del più classico revisionismo dovrebbero impedire un collasso del capitalismo, controllando e perfino eliminando le sue congenite contraddizioni ormai pervenute al momento della loro maggiore tensione e pericolosità.

Quale premessa ideologica ad una azione di difesa del capitalismo (l'obiettivo di ogni "cambiamento" é la funzionalità del "meccanismo economico") si rende necessario un ennesimo tentativo, sulle rovine dei precedenti, di disgregazione della dottrina marxista e di denigrazione delle conclusioni a cui é pervenuta l'analisi critica della economia capitalista condotta con l'uso strumentale del socialismo scientifico. Nella confusione ideologica imperante, e ad arte alimentata, viene fra l'altro attribuita al marxismo la visione fatalistica di un crollo finale e spontaneo del capitalismo, per trarre poi dal suo fin qui negativo riscontro storico la dimostrazione del fallimento di una teoria e di un programma.

Il marxismo esclude, a dispetto di tanti interpreti di comodo, dalla sua teoria della crisi la prospettiva di un possibile crollo automatico e verticale del modo di produzione capitalista. La crisi, alla cui origine e come fattori che ne provocano lo sviluppo noi ritroviamo il già previsto ingigantirsi di tutte le contraddizioni del sistema e di tutte le conseguenze legate alla caduta del saggio del profitto, può avere la sua soluzione borghese, cioè la guerra (in questo caso il terzo massacro mondiale), se la classe operaia non sarà in grado di realizzare la propria soluzione proletaria, vale a dire la rivoluzione comunista. È la guerra la catastrofe a cui il capitalismo conduce l'intera umanità, ma questo punto di arrivo finale che si ripropone in ogni ciclo di accumulazione del capitale quale unica via d'uscita dal precipitare della crisi economica all'interno della società borghese, non significa e non conduce di per sé alla fine del capitalismo né tanto-meno al suo superamento in senso rivoluzionario e in direzione comunista.

Il capitalismo é moribondo; l'imperialismo rappresenta la sua ultima fase storica di decadenza parassitaria: esso rende più potente ed assoluto il dominio del capitale nel mondo ma nello stesso tempo più precaria e vulnerabile la sua sopravvivenza. La sua "alternativa ovvero la sua negazione rivoluzionaria il comunismo, é però condizionato dalla presenza operante di una direzione e di una organizzazione, di una coscienza e di una volontà di azione.

Il marxismo ha individuato nella economia capitalistica, nelle sue leggi particolari e nella sua struttura complessiva, un modo di produzione transitorio destinato a subire al suo interno continue e violente esplosioni di crisi sotto il peso delle proprie contraddizioni e degli antagonismi di classe che in esso si sviluppano.

In questo senso, crollo e rivoluzione sono "inevitabili" poiché, come scrive la Luxemburg in "L'accumulazione del capitale",

con quanta maggiore potenza il capitale, grazie al militarismo, fa piazza pulita, in patria e all'estero, degli strati non-capitalistici e deprime il livello di vita di tutti i ceti che lavorano, tanto più la storia quotidiana dell'accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali, che, insieme con le periodiche catastrofi economiche rappresentate dalle crisi, rendono impossibile la continuazione dell'accumulazione e necessaria la rivolta della classe operaia internazionale al dominio del capitale, prima ancora che, sul terreno economico, esso sia andato ad urtare contro le barriere naturali elevate dal suo stesso sviluppo.
La società capitalistica - aggiunge Bucharin nel suo "Imperialismo e Accumulazione del Capitale" - é una "unità di contrasti". Il processo di movimento della società capitalistica é un processo di costante riproduzione delle contraddizioni capitalistiche. Il processo della riproduzione allargata di queste contraddizioni. Se le cose stanno così, é però chiaro che tali contraddizioni finiranno necessariamente col fare esplodere il sistema capitalistico nelle sue totalità. Siamo giunti al limite del capitalismo. Quale accentuazione delle contraddizioni sia necessaria perché il sistema esploda, é una domanda a sé stante.

La risposta va ricercata nelle condizioni della riproduzione e quindi del funzionamento della forza-lavoro: quando queste diventano impossibili,

l'apparato produttivo della società esce dai cardini e tra le classi si elevano le barricate. Anche questa spiegazione, generale, necessariamente schematica, "puramente teorica" e quindi condizionata del crollo del capitalismo, presuppone un limite in un certo senso oggettivo. Il limite é dato ad un determinato grado di tensione delle contraddizioni capitalistiche.

All'avvicinarsi di questo limite, é di estrema importanza l'esatta interpretazione del problema dialettico del rovesciamento della prassi, di cui, in un momento difficile della vita del nostro stesso partito, la scissione del 1952, il compagno Damen ne riproponeva e sottolineava i tratti essenziali. Crollo del capitalismo, dunque, a condizione che i termini della questione vengano "storicizzati",

nel senso che nel "prius" deterministico non giocano soltanto le spinte individuali prodotte dagli stimoli e appetiti economici, ma stimoli ed appetiti vanno intesi nel senso del loro muoversi e del loro modificarsi con tutto il processo della economia capitalistica, del grado di sviluppo dei suoi mezzi produttivi, del loro affinamento tecnico, delle variazioni del mercato, delle sue crisi ricorrenti, del crescente dominio del capitale finanziario, etc. etc.

dalle "5 lettere e un profilo del dissenso" in "Bordiga" di O. Damen

Il materialismo storico e il metodo dialettico non possono essere interpretati, se non con conseguenze negative per una tattica e strategia rivoluzionaria, secondo lo schema di un semplice e meccanicistico rapporto di causa (la crisi del capitalismo) ed effetto (la rivoluzione comunista).

L'azione dei rapporti economici é in ultima analisi quella decisiva, ma non é mai indipendente dalla attività umana, in un processo di sviluppo dove azione della base economica e reazione delle sovrastrutture si intrecciano reciprocamente.

Non c'è schema geometrico, né calcolo aritmetico - proseguiva Damen - che possa chiudere questo nesso tra il mondo che determina e quello determinato in una formula sempre vera e sempre valida quale che sia la spinta proveniente dal sottosuolo della economia e quali che siano gli accadimenti della sovrastruttura.

Possiamo dunque concludere, nella riaffermazione dei principi fondamentali della dottrina marxista, che il capitalismo prepara attraverso il suo stesso sviluppo le condizioni del proprio crollo; trasformare questa tendenza oggettiva della attuale struttura economica a riprodurre in continuazione ed in modo sempre più "catastrofico" i suoi limiti fino nel suo superamento rivoluzionario, fare cioè la storia della rivoluzione comunista, é compito del proletario, della classe antagonista al capitale, "forza di eversione dialettica" nel processo di rovesciamento della prassi.

E per questa funzione storica, alla cui realizzazione si lega oggi più che mai il destino di tutta l'umanità, si rende indispensabile che alle condizioni obiettive della crisi capitalistica, dalla analisi marxista anticipate e previste in ogni loro sviluppo e approfondimento, si accompagni tempestivamente l'elemento insostituibile per il concretizzarsi della soluzione rivoluzionaria: il Partito, "centro nervoso di preparazione e di guida della classe".

Prometeo

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