Su alcuni aspetti della crisi

Non v'è settore della vita sociale, a livello mondiale, che non presenti i segni caratteristici della profonda crisi che il capitalismo sta attraversando. Assistiamo ovverosia ad un progressivo imbarbarimento della società che si manifesta a livello dei contenuti stessi della vita i quali si autoevidenziano anche se non volessimo spingerci più in là, in un'analisi delle cause del fenomeno che stabilisse le correlazioni necessarie tra il mondo della struttura (economia capitalistica in crisi) e quello della sovrastruttura (politica capitalistica della fase di crisi e conseguente crisi di tutta la società).

Mai come oggi ai problemi posti dal suo modo di produzione, il capitalismo ha dovuto (e deve) affrontare quelli non meno gravi delle sue alleanze già foriere di mai completamente sopiti bellicismi; quelli che riguardano milioni di giovani cui mai è stata data l'opportunità di lavorare e su cui pende la condanna alla disoccupazione e - almeno per una parte di questi - la condanna ben più grave alla droga con cui si cerca, oltre che al lauto e sporco profitto, il modo più schifoso di rabbonimento e schiavizzazione di grandi masse giovanili; quelli di un terrorismo sempre più diffuso che si presenta localmente con le più svariate caratteristiche: ora risposta a regimi repressivi, in collegamento a precisi fronti dell'Imperialismo, ora architettura di piani di conservazione che attingono nel losco giro dei provocatori e killer di professione nonché sulla disperazione "militante" di giovani disillusi dalle sedicenti "forze riformatrici della società" e dalle mai realizzate velleità "rivoluzionarie" di quel sessantottesco programma ormai tutto inglobato nelle esperienze apertamente reazionarie della neo-socialdemocrazia.

La carne al fuoco è davvero tanta e tanta è la letteratura stornata in questi ultimi tempi per tentare di spiegare le cause della disgregazione morale, sociale e politica di cui è colpevole e vittima allo stesso tempo il capitalismo. Ne viene fuori un quadro allarmante. Ma tale quadro, per non spiegare le cause vere del fenomeno - pena la messa in discussione definitiva dello stesso modo di produzione capitalistico - serve da alimentare convinzioni (guidate e forzate dagli intellettuali di regime) secondo le quali, anche tra le pressanti difficoltà, a tutto c'è rimedio; il rimedio è: stare dentro al sistema, sentirsene perte integrante; criticarlo, si (le parole non hanno mai fatto male a nessuno), ma "partecipare" (la parolina magica) attivamente per un recupero della qualità della vita e per liberare lo stesso da quelle scorie accumulate nel corso di quest'ultimi anni caratterizzati da "errori" (pausa autocritica) ... ma anche dà "indubitabili successi".

Un'analisi di classe della crisi è quasi mai lo sforzo individuale di una sola persona. È il risultato di un metodo che appartiene a tutto ciò che il proletariato ha già espresso come momento storico della sua coscienza: il partito di classe, l'organizzazione dei rivoluzionari. E in quanto partito di classe abbiamo dato, stiamo dando e daremo il massimo contributo alla comprensione del fenomeno crisi nella fase storica di decadenza del capitalismo. Sia da un punto di vista economico (ci compete la più completa analisi-teoria della crisi), sia da un punto di vista politico (una particolare e congrua bibliografia di partito sui più importanti problemi che la crisi ha sollevato) cui cercheremo qui di appuntare la nostra attenzione per un aggiornamento di alcuni aspetti del pi oblema.

Ruolo delle borghesie nazionali e non-allineamento

Una delle tendenze in atto, spinte con forza dalla crisi, è il convergere e l'accentrarsi politicamente verso i fronti dei principali poli imperialisti di certi paesi tradizionalmente sedicenti non-allineati.

Cosa vuol dire non-allineamento nella fase storica dell'imperialismo dovrebbe ormai essere chiaro a tutti. Non esiste nell'era della decadenza del capitalismo alcun paese dotato di taumaturgiche capacità autodeterminative. La realtà odierna è la realtà dei blocchi che hanno mercanteggiato in piena armonia l'attrazione a sé di vaste zone di influenza (vedi fine della II guerra mondiale e le spartizioni di Yalta), che si sono ostilmente fronteggiati per l'accaparramento di quei mercati internazionali che con gli equilibri creati dopo il secondo conflitto imperialistico potevano considerarsi "terra di nessuno", quindi oggetto di conquista (vedi la cosiddetta guerra fredda con tutti i suoi differenziati risvolti). Paradossalmente, anche la fase della decolonizzazione, è stata in primo luogo il ben riuscito tentativo di attrarre verso la propria sfera di influenza tanto il paese colonizzatore quanto il paese colonizzato, nella misura in cui potenza militare, ordinamento economico e conseguente capacità finanziarie fossero riusciti ad armonizzarsi tra loro e a risultare così potenti fattori di attrazione. È poi anche stata il tentativo, ben riuscito anche questo, di offrire alternative di "modelli" (liberisti o collettivisti, a scelta) qualora una cosiddetta guerra di liberazione nazionale identificava nel paese colonizzatore il portatore di interessi di un blocco determinato: nel qual caso l'intervento dell'altro fronte imperialista veniva giustificato dal fatto obiettivo della richiesta di aiuto di questo o quel paese in lotta (ci fu poi l'apparire della Cina che si proponeva nello scacchiere imperialista come l'alternativa alle alternative conosciute; alternativa di modelli sfumatasi poi - non estintasi - nella coincidenza di interessi che si sono venuti a determinare, almeno nella presente fase storica, tra la stessa Cina e gli Stati Uniti d'America).

Il 1955 aveva segnato, anche se non ufficialmente, la data di nascita del movimento dei non-allineati che comprendeva principalmente quei paesi avviati verso la fase finale di una smilza decolonizzazione (come ad esempio l'India) o in bilico nelle scelte di campo da effettuare e desiderosi - per ovvi motivi economici - a intrattenere rapporti di "equidistanza" (o, meglio, consentendoci il termine poco ortodosso, di equivicinanza) nei confronti dei diversi poli dell'imperialismo presenti (Jugoslavia e in qualche modo l'Egitto nella fase di assestamento della "rivoluzione" nasseriana confluita poi, nei fatti, nell'ambito dell'intreccio di interessi dell'Unione Sovietica), o, ancora, paesi in condizioni di arretratezza economica e bisognosi di sostanziosi "aiuti" finanziari per un proprio decollo economico e convinti di poter ottenere il massimo dalle rivalità e dalle accese concorrenze dei principali blocchi (fu così per certi paesi africani e asiatici che a distanza di parecchi decenni han visto, più che appianarsi, accentuarsi certe contraddizioni e il divario esistente rispetto ai paesi sviluppati).

Complessivamente, il non-allineamento, mentre fu un banco di prova e di esibizione della potenza del capitalismo monopolistico (all'intervento armato della fase della colonizzazione si sostituì l'intervento del capitale finanziario che, non meno efficacemente, riuscì ad ottenere lo stesso identico risultato della totale, o quasi, dipendenza politica), per essersi tinteggiato coi colori del progressismo, fu soprattutto un terreno di dominio dell'Unione Sovietica, "patria del socialismo", contrapposta a quegli Stati Uniti identificati in un ruolo essenzialmente imperialistico fomentatore - e finanziatore - di golpe e colpi di stato militari e fascisti in tantissimi paesi del mondo.

Il non-allineamento è oggi in crisi. E la sua crisi è parallela a quella del capitalismo internazionale. Quella stessa crisi che mette in ginocchio gli stessi centri dell'imperialismo accentuandone le rivalità dopo un periodo di relativa distensione che sembrava dovesse durare per l'eternità. La ricerca di nuovi mercati ridiventa ossessione; si fomentano guerre locali in cui il ruolo delle borghesie nazionali, da mediatore di interessi di un determinato polo imperialistico, ridiventa quello di portatore di cruente lotte trascinando nello scannamento generale il proletariato indigeno non ancora pervenuto ad uno stadio di coscienza di classe tale da comprendete la natura di tale fenomeno.

Il ruolo dell'Unione Sovietica si presenta così tale e quale lo aveva denunciato, da decenni, la Sinistra comunista italiana: un centro imperialistico, legato ai suoi satelliti - e ai paesi sotto la sua diretta influenza - da un preciso rapporto economico di sfruttamento. Un ruolo, insomma, per niente differente da quello degli Stati Uniti. Gli ammantamenti ideologici (progressismo: non esistono idee progressiste nell'era dell'imperialismo; esistono, per dirla con Lenin, due verità: quella borghese, reazionaria e quella del proletariato, rivoluzionaria) cadono uno dopo l'altro. Le giustificazioni teoriche (l'internazionalismo proletario) si rivelano per ciò che realmente sono: semplici schermi dietro cui riparare la propria politica di rapina e di dominio.

I maldestri tentativi del mercenario e prezzolato Castro al VI Vertice dei non-allineati tenutosi all'Avana di far vedere l'Unione Sovietica come la "naturale alleata dei paesi del non-allineamento" non convincono più nessuno. Come non convincono le teorie dell'equidistanza propugnate da sempre dal vecchio Tito.

In una tale situazione, urge all'imperialismo rinserrare le proprie fila, ricomporre gli equilibri oggi in stato di precarietà, ricrearne di nuovi corrispondenti ai bisogni del mondo imperialista che si avvia inesorabilmente verso la guerra. Tutto sembra diventato più chiaro. Indubbiamente ciò è vero. Ma il periodo che si profila è pregno di inquietanti interrogativi. L'imperialismo è ancora in grado di legare a sé, per mille motivi, paesi in piena agitazione e fermento. La crisi incalza ma saranno i tempi di maturazione della crisi coincidenti con quelli della ripresa della lotta di classe su basi rivoluzionarie? V'è un obiettivo ritardo di quest'ultima, indubbiamente; un ritardo che è destinato ad estendersi se i rivoluzionari non sapranno dare al proletariato un partito di classe, forte ed organizzato su scala mondiale. Per impedire che da una situazione di risveglio antimperialistico, un reale movimento venga prima strumentalizzato in senso nazionale e poi alimentato e diretto verso le più becere finalità reazionarie e, come insegna l'esperienza iraniana, in assoluta assenza di punti di riferimento, verso le oscurità abissali dell'irrazionale e del fanatismo religioso.

Il carattere internazionale della crisi

Le strutture economiche del capitalismo si sono seriamente inceppate, possiamo dire senza dubbi di sorta, a livello planetario. Non esiste area geografica che si possa ritenere fuori tiro dai lacci soffocanti della crisi del sistema di produzione capitalistico. Si assiste pertanto ad un progressivo degenerare dei meccanismi produttivi che si ripercuote, negativamente, su quelli che sono i momenti realizzativi del profitto all'interno dei grandi rapporti commerciali tra paesi dominati dall'imperialismo, nonché su quelli - aventi scopo medesimo - della distribuzione all'interno o al di fuori dai confini nazionali di questi.

La conseguenza è un impoverimento di tutti gli sfruttati del mondo che si contrappongono dialetticamente ai profitti vergognosi del capitale finanziario che, a livello mondiale, confermando una tendenza storica dei periodi di crisi, si è completamente abbandonato alla più bieca speculazione; per arginare, non sempre in maniera indolore, (contrasti economici e politici all'interno degli stessi settori della classe dominante) alla caduta del saggio del profitto che da legge tendenziale - in qualche modo arginabile nei brevi tempi - si è trasformata in legge immanente e apportatrice di nefasti e devastatori risultati su tutto il mondo della struttura economica del capitalismo.

L'arginabilità (momentanea) a tale legge oggi passa attraverso una ferocissima ristrutturazione di cui, in primo luogo, la classe operaia internazionale è chiamata a sopportarne le più tragiche conseguenze con un aumento dello sfruttamento a con un progressivo e rapido incremento della disoccupazione su scala mondiale. L'"arginabilità" a tale legge però - è qui uno dei punti che conferma l'irreversibilità della crisi - produce e produrrà tali contraddizioni da farla divenire agente acceleratore dei tempi di durata storica di code sto ciclo di accumulazione che avrà come epilogo - salvo intervento decisivo della classe - un terzo conflitto mondiale.

Ad una selvaggia politica di ristrutturazione, corrisponderà infatti una tale tensione tra i capitalismi in concorrenza da accentuare quella tendenza già in atto di guerra commerciale che non potrà non creare i presupposti - insieme ad altri fattori, politici ed economici insieme - di un generalizzato macello imperialistico avente come oggetto principale il proletariato internazionale. Le ripercussioni del grado di deterioramento della struttura economica del capitalismo si stanno riversando, anche se non meccanicamente, sulle sovrastrutture politiche e sociali di ciascun paese. I sintomi sono innumerevoli e qualche volta si caratterizzano come qualcosa di più che semplice sintomatologia di uno stato di progressiva putrescenza. Nei paesi dell'Est, Russia compresa, i guasti dell'economia, già al grado di cronicità e cli latente esplosività, sono da una parte mascherati da un silenzio di regime che dimostra ancora una indubbia potenza organizzativa basata sulla repressione pura. Quella stessa potenza organizzativa statuale che assieme all'infetta ideologia stalinista che sostiene la leadership della controrivoluzione a livello mondiale, ingabbia il proletariato nelle fitte spire di quella repressività poliziesca da cui scaturisce uno dei principali motivi del ritardo della ripresa della lotta di classe e, quindi, della riappropriazione di una coscienza che sia in grado di partorire i primi nuclei del partito leninista in Russia.

Ma ciononostante si intravvedono, anche in quest'area, piccole avvisaglie che per avvenire in paesi politicamente così caratterizzati, diventano sintomi precisi; i primi scioperi (documentati a suo tempo sulla nostra stampa), condotti in prima persona dalla classe operaia, sono stati perciò salutari dai sinceri rivoluzionari di tutto il mondo come fatti di eccezionale importanza: importanza avvalorata dai dati stessi della crisi (inflazione galoppante e incisivo aumento del costo della vita) e dalla loro ripercussione sulle condizioni di vita di una classe operaia che già scalpita e si muove al di là del mugugno e del semplice malcontento.

Paesi tradizionalmente efficienti come quelli retti a sistema socialdemocratico di tipo nordico, vivono anch'essi momenti difficilissimi. A livello politico la sconfitta di Palme in Svezia - anche se è stata rappresentata come una superabile contingenza - dopo decenni di potere socialdemocratico, si mostra, assieme al malcontento crescente in tutti i settori della vita sociale, assieme ad una preoccupante spirale inflazionistica che investe anche i paesi fratelli (Norvegia e Danimarca), come sintomo di una necessità di "cambiare" che purtroppo viene ancora tenuta all'interno del sistema (essenzialmente, a livello politico, bipolare pur se coalitivo) quando addirittura non sospinta nelle sfere del qualunquismo (il problema dell'energia nucleare cui Palme s'era dimostrato ostile, pur mostrandosi come falso problema, si inquadra nell'ambito di quella strategia di distruzione che accompagna il tormentoso processo delle alleanze politico-militari verso cui la classe operaia, anche confusamente, mostra la sua recisa contrarietà).

Dunque la crisi economica ha cominciato a corrodere anche gli equilibri politici. Dietro le pretestuose accuse dei governi alle opposizioni (e viceversa) si nasconde l'impossibilità di portare avanti i processi produttivi sempre più minacciati da cause obiettive. Valga come esempio il caso inglese che, con la vittoria della signora Thatcher, sembrava si dovesse completamente cambiare rotta dopo una continuata gestione laburista basata su una sempre maggiore inclinazione statalista. L'anacronistico programma del primo ministro, inaugurato con l'esaltazione d'altri tempi ("arricchitevi!") di bonapartistica memoria è fallito ancor prima che si fosse potuto iniziare; la tendenza ad una sempre maggiore partecipazione dello stato (quale massimo detentore di capitale finanziario), in un periodo di crisi e di languore assoluto degli investimenti, è una tendenza che possiede tutti i motivi dell'oggettività. La volontà umana può solo accondiscendere o contrastare tale tendenza, mai invertirne il corso storico; di fatto la Thatcher - ironia della sorte - ha dovuto insistere proprio sul tasto che era stato motivo di aspri contrasti con i laburisti al governo: l'intervento dello stato sull'economia ha subito in pochi mesi un incremento tale da far impallidire il più convinto sostenitore del capitalismo di stato. La tendenza alla concentrazione, fatto storico ineluttabile, specie nell'era presente, ha avuto ragione delle insulse e false interpretazioni sulle possibilità soggettive di un intervento sovvertitore della dialettica storica e sulla preminenza della volontà umana sulle cose. Abbiamo definito questi avvenimenti come qualcosa di più che semplici sitomi della gravità della crisi. Per due motivi, che sono:

  1. la constatazione, per un'analisi dell'economia capitalistica già seriamente avviata, che riguarda la strutturalità e l'irreversibilità della crisi a livello mondiale;
  2. il legame intimo e le profonde connessioni, nell'era dei mercati unificati della fase imperialistica, di tali "sintomi" con le situazioni più esplosive e già di aperto conflitto (localizzato) esistenti in varie parti del mondo.

Tra le spire e le mire dei contrapposti blocchi, l'Africa, ad esempio, si presenta come un potente detonatore, pronto ad esplodere in virtù delle drammatiche contraddizioni che si sono via via accumulate e che non potranno più avere possibilità di soluzione; un Sud-est asiatico inquieto e che minaccia anticipatamente la pace borghese in un conflitto che vede impegnate varie entità nazionali (Cina-Vietnam-Cambogia e, più vicino nel tempo, l'Afghanistan) e sovranazionali (i blocchi imperialistici degli USA, dell'URSS e della stessa Cina). Un Medio Oriente che offre pretesti di scontri intorno al problema dell'energia (che è al tempo componente e conseguenza della crisi) per mascherare un processo di aspre lotte combattute per la definizione dell'assetto geografico e degli equilibri politici all'interno della strategia spartizionistica dei contrapposti blocchi ai fini della creazione di quegli assi costitutivi i futuri schieramenti bellici (la crisi USA-Iran obbedisce a questa logica e alla urgente necessità di sganciamento dell'economia iraniana dalle ormai soffocanti dipendenze dal dollaro).

Il mondo capitalistico è in agitazione e vive ormai di guerre commerciali e di complicati intrecci diplomatici miranti al rafforzamento o alla ricostituzione di schieramenti ora obsoleti o in stato di precarietà.

La situazione è assai fluida ma sembra possedere già degli elementi di stabilità in funzione della strategia bellica. Soprattutto dopo che appare quasi completamente risolto il "problema Europa" sul cui territorio l'installazione dei missili americani è risultato un banco di prova e di misura di fedeltà (non si dimentichi l'appassionata intercessione di Hua Guofeng) più che una necessità strategico-militare e di compensazione ai limiti posti dal Salt II.

USA-Europa-Cina-Giappone sembra pertanto ormai un già costituito asse contrapposto a quello ormai ferreamente consolidato dal Patto di Varsavia (ciascun blocco possiede satelliti sparsi qua e là come avamposti strategici o retrovie di sicurezza anche all'interno dell'area del blocco avversario: non si dimentichi il ruolo del Vietnam o di Cuba legati a filo doppio alla strategia di Mosca).

La nuova ondata di crisi che sta per avviarsi avrà come scenario internazionale un rifiorire di guerre locali fomentate dall'imperialismo per accrescere la propria influenza strategica e militare nonché per riottenere nuovi mercati per l'esportazione di capitale finanziario con cui dare ossigeno alla propria economia in crisi.

Tali considerazioni, è bene precisarlo, sono considerazioni di massima; è anche bene tenere presente che la guerra, combattuta in stato di necessità, troverà le sue motivazioni più appropriate nell'ambito di quelle esigenze che potrebbero risultare estranee ai fatti contingenti (anche se importanti) cui al momento ci è dato di assistere. La condizione sarà comunque uno scontro da cui riottenere posizioni di forza e con le quali riaprire a un nuovo ciclo di accumulazione perpetuante il sistema e il modo di produzione capitalistico su scala planetaria.

Ristrutturazione e neo-socialdemocrazia

Senza ristrutturazione il capitalismo non ha possibilità di respiro. Questa si presenta come il metodo - l'unico metodo - per ricompensare temporaneamente alla caduta del saggio. Ma ristrutturazione, in quanto modificazione brutale del rapporto organico del capitale (a favore della parte costante dello stesso), significa innanzitutto disoccupazione e miseria per ingenti masse di proletari a livello internazionale. Il processo si è già avviato e il caso della Leyland (Inghilterra) conferma tali catastrofiche prospettive. Prospettive avvalorate da quella miriade di piccole e medie aziende che, per effetto di una politica di rapido accentramento, sono state costrette a chiudere o navigano in acque assolutamente non tranquille (molti dei governi europei hanno aumentato di vari punti il tasso di sconto e ciò ha rimesso in moto la crisi di quelle aziende bisognose di crediti bancari e in già precarie condizioni di salute economica). La minaccia della perdita del posto di lavoro è immanente e nessuna contromisura potrebbe arrestare tale processo.

Alla Fiat - tanto per fare un esempio vicino per tempo e luogo - la vicenda dei 61 licenziati, al di là della gravità del fatto in sé e per come è avvenuto, pur riferendosi ad una azienda a grande produttività (e promotrice dello stesso processo di concentrazione), è stato inaugurato l'inizio di una preoccupante stagione di licenziamenti che è destinata ad allargarsi al di là delle stesse prospettive e stime degli economisti borghesi e dei sindacati.

Per contro, ed in risposta a tutto questo, assistiamo ad un rifiorire sistematico dell'area della speculazione cui i borghesi detentori di capitale finanziario si sono lanciati a capofitto con effetti disastrosi per quella che è invece l'area della produzione: si cerca così di assicurarsi una massa sempre crescente di extraprofitti che alimentano quello stato di conflittualità e antagonismo fra gli stessi settori della classe dominante. Non già profitti da produzione dunque, ma extraprofitti, succhiati e rosicchiati "illecitamente" con l'arma della forza speculativa dei grossi monopoli. È sempre con tale arma che si gioca al "gioco del petrolio" e alle false prospettive catastrofiche di un mondo senza energia. Intanto l'inflazione scarnifica progressivamente il potere d'acquisto dei salariati sul cui cadavere viene e verrà fatto passare il processo di ristrutturazione.

Di fronte a questa situazione, avente tutte le ragioni di una gravità eccezionale, cosa fanno quelle forze sociali che sono direttamente antagoniste al sistema di produzione capitalistico? Ad una visione meccanicistica del problema ne conseguirebbe l'ipotesi di una ripresa dello scontro di classe su più vasta scala e su diverse basi. Nella realtà dei fatti ciò non avviene. Il proletariato fatica non poco a ritrovare una sua coscienza di classe favorendo una dicotomia tra quelli che sono i tempi di maturazione della crisi (a livello obiettivo) e i tempi di maturazione di tale coscienza per dare precise risposte al capitalismo, responsabile di questa situazione. V'è un ritardo storico che ha motivazioni più precise che sono principalmente due:

  1. La paura. La classe operaia vive questa fase sotto la costante minaccia della perdita del posto di lavoro. Diventa perciò ricattabile sul piano della contrattazione della forza-lavoro divenendo massa di manovra per le mire della borghesia impantanata nel fango della più sporca speculazione. La paura è dunque al primo posto tra le cause che sono alla base dell'"immobilità" attuale della classe operaia. Le risposte, in un processo di aspre e profonde contraddizioni (la classe storicamente è sempre in movimento: l'attuale immobilità muove dialetticamente i presupposti per la futura ripresa dello scontro), sono di profonda apatia e di relativa spoliticizzazione: entrambe risultato di una disillusione che comincia riconoscere le ragioni e i motivi dell'abbandono di campo da parte di quelle forze nate che cresciute storicamente a difesa degli interessi basilari della classe. I sindacati, non solo hanno smesso di operare in questo senso, ma si sono posti addirittura a fianco della classe dominante nell'opera di spoliazione del proletariato onde far uscire il sistema dalla crisi, da quella crisi che minaccia sempre più da vicino il complesso di interessi della borghesia e dell'imperialismo a livello internazionale.
  2. Il ruolo e la funzione della neo-socialdemocrazia. L'abbandono del campo di classe da parte dei sindacati non appartiene ad una data recente ma si collega direttamente: a) al degenerare della Ill Internazionale contemporaneamente al degenerare dei partiti comunisti a livello internazionale di cui gli stessi sindacati sono diventati il lungo braccio in fabbrica della loro politica di conservazione (i sindacati non nascono come organismi rivoluzionari ma come organi di difesa immediata della classe operaia; sono state e sono estranee al marxismo rivoluzionario quelle forze politiche che hanno impostato e impostano a tuttora il problema dell'emancipazione operaia in senso economicistico: legandola cioè ad una naturale trascrescenza in senso politico e rivoluzionario delle lotte economiche che invece non possono, per loro intrinseca natura, varcare il limite della semplice acquisizione di una coscienza tradunionistica da parte del proletariato); b) al passaggio storico del capitalismo alla sua fase di decadenza che sancisce la fine di ogni tipo di contrattazione economica tra capitale e forza-lavoro; nel senso che i margini di modificazione sociale in senso riformistico o di semplice soddisfazione di bisogni economici (se visti in relazione alla crisi e alla spirale inflazionistica che sembra automaticamente legata ad ogni benché minima conquista) si sono via via ristretti.

È proprio in questa fase storica che si svolge la parabola degenerativa dei partiti comunisti i quali, nati negli anni venti da precise istanze di classe rivoluzionarie, verranno conquistati dalla controrivoluzione stalinista fino al punto da esserne parte integrante della medesima strategia imperialista. La stessa strategia che ha completamente svuotato il proletariato della sua coscienza per costringerlo nella dialettica fascismo-antifascismo (le due facce di una stessa realtà capitalistica) degli anni trenta e quaranta e alla difesa ad oltranza del sistema capitalistico nei periodo attuale (lotta per la democrazia).

Nella leadership della socialdemocrazia sulla classe si compie il sacrificio (dottrinario ma anche tisico) del proletariato guidato alla condivisione degli interessi contrapposti e antagonistici della borghesia. Il "siamo tutti sulla stessa barca" ha funzionato. Di fatto la classe operaia si ritrova in un ruolo di passività e di accettazione dei sacrifici imposti dalla crisi e dalle esigenze del capitale, in quello - specie in Italia - di paladina della democrazia contro un terrorismo che la stessa borghesia manovra al fine di potersi proteggere e garantire, poliziescamente, sin da oggi, contro quelle che potranno essere le risposte dello scontro di classe, domani. Il ruolo della socialdemocrazia ci appare tanto più chiaro se si pensano alle prospettive stesse della crisi. Abbiamo già detto che la ristrutturazione dovrà passare su una sempre più massiccia scarnificazione del proletariato. Con miraggi riformistici, oggi sempre più evanescenti, la socialdemocrazia si presenta come l'ultimo puntello, il più valido, del sistema capitalistico di produzione; è il crocevia in cui si intersecano tutti gli interessi del processo di ristrutturazione. Senza il quale, indubbiamente, il proletariato mal si disporrebbe contro le continue stangate (economiche, politiche nonché quelle riguardanti i pericoli individuali per una continua ed esasperata proliferazione di provvedimenti liberticidi sull'ordine pubblico) che continua a subire. La socialdemocrazia, in tal senso, é il più valido baluardo del capitalismo; in quanto, ancora, riesce a rabbonire una classe operaia sempre più maltrattata e sempre più vicina alle possibilità della soluzione finale, di una rivoluzione contro tutto il sistema affamatore e portatore di conflitti e di guerre imperialistiche

Con una azione combinata, pur se variamente articolata, il sindacato in fabbrica persegue medesimi obiettivi stipulando accordi o patti sociali che passano sulla testa, direttamente dei soggetti storici che, a parole, si dice di difendere.

Guerra o rivoluzione

Per socialdemocrazia non intendiamo solamente quelle forze storiche dirette eredi dell'esperienza terzinternazionalista che, avendo subito un processo di degenerazione, sono oggi collocate nel modo descritto rispetto alla classe e al capitale. Ci riferiamo anche a quelle appendici nate al di fuori di queste ma che si legano, per ideologia, formazione e metodo politico alla stessa tradizione e alle medesime istanze di classe (con l'aggravante di fortissime spinte di tipo precipuamente piccolo-borghese).

Tutte le forze uscite dal movimento sessantottino verso le quali l'accusa di opportunismo sarebbe veramente un complimento (sono in realtà forze appartenenti totalmente al blocco borghese), si sono configurate "storicamente" come un tentativo "diverso" (o, meglio, diversificato) per meglio attrarre al blocco della classe dominante settori della classe operaia disillusi dalla politica di quelle forze della sinistra tradizionale di cui abbiamo detto.

La verbosità rivoluzionaria, caratteristica peculiare dei primi tempi, s'è via via sfumata e dispersa in mille direzioni: verso le posizioni storiche della stessa socialdemocrazia, verso posizioni radical-borghesi, verso la costituzione di partitelli "verdi" a indirizzo ecologico e , infine, verso il più bieco qualunquismo (il cosiddetto riflusso che ha investito anche i più recenti movimentisti del 1977).

L'ultimo epilogo di questo processo degenerativo si lega al movimento di Autonomia Operaia che più di ogni altro movimento ha vissuto la crisi della società regalando al proletariato un'ennesima disillusione, un ennesimo, dopo tanti, fallimento. Senza poi contare l'ulteriore confusione apportata nelle file di quei settori operai più inquieti che guardavano, in mancanza di alternative, ai rappresentanti dell'Autonomia come alle proprie avanguardie di classe. Ma avanguardie non si dimostrarono (noi Io denunciammo per tempo), né avrebbero potuto esserlo. Queste furono e sono il risultato dell'ulteriore stato di disgregazione di quella che fu la sinistra extraparlamentare; e come la sinistra parlamentare anche l'Autonomia Operaia, anche nelle sue parti più avanzate, è intrisa di socialdemocraticismo, inteso nelle sue più articolate (e disarticolate) accezioni: economicismo, ossia le lotte sindacali viste come lotte contro il capitale; filoterrorismo (le brigate rosse: compagni che sbagliano) terrorismo più o meno "diffuso"; e soprattutto antipartitismo; quest'ultimo si colora dei più diversi significati ruotanti attorno al problema dell'autocoscienza, dei nuovi "soggetti rivoluzionari" non più identificabili nelle schiere della classe operaia tradizionalmente (e marxisticamente) intesa, dell'antiautoritarismo di stampo anarcoide e considerante il partito, sempre e comunque, oltre che un male, come un organo mai coincidente con gli interessi reali della classe, mai espressione di questa e inevitabilmente costretto alla sclerosi e alla burocratizzazione.

La crisi intanto scava dappertutto e fa muovere le cose prima ancora che gli uomini; essa scava anche nell'impermeabilità dei partiti che dicono di richiamarsi alla classe operaia, oltre che nelle pieghe della struttura economica. I consensi unanimi verso i partiti di sinistra vengono meno e assistiamo gradualmente ad una loro perdita di credibilità, a tutti i livelli.

Per riferirci ad un esempio che è emblematico della situazione di subordinazione e di soggezione che vive la classe nei confronti della neo-socialdemocrazia, parliamo un attimo dell'Italia dove un PCI governa sulla classe stessa non mediante la consueta partecipazione ma mediante un'assenza che deve preoccupare non poco i dirigenti di tale partito. È vero, non esiste un pericolo immediato di uno scollamento tra vertice e base ma si avvertono distanze più lunghe tra il primo e la seconda. Anzi, per la prima volta il PCI perde la sua compattezza anche agli alti livelli dirigenziali (in periferia la situazione è molto più tesa) subendo una piccola crisi di vertice (polemica Amendola-Berlinguer) che apre motivi di riflessione. Una piccola crisi che è destinata a riproporsi (soprattutto per quanto concerne i rapporti con la base) allorquando si saranno definiti i tempi e i modi della sua diretta partecipazione al governo dell'Italia dietro alle garanzie che sarà in grado di fornire alla borghesia riguardo ai problemi dell'ordine pubblico, rispetto all'acquiescenza della classe e del suo contenimento all'interno della politica dei sacrifici che saranno certamente sempre più duri da sopportare.

La nuova ondata di crisi si affaccia cioè in una situazione di avaria e all'interno di un processo di fallimento della strategia parlamentare del partito comunista e della cosiddetta nuova sinistra.

Conclusioni

Parlavamo prima dei tempi di maturazione della crisi e del ritardo dei tempi di ripresa dello scontro di classe come conseguenza degli effetti dell'acuirsi della crisi stessa. Non è mai un rapporto di natura meccanica la coincidenza dei due termini: struttura e sovrastruttura sono interdipendenti, sì, ma interrelati da un rapporto dialettico contraddittorio. La crisi non è il dato unico per il muoversi della classe ma è altrettanto vero che non potrà esserci risposta di classe senza crisi economica del capitalismo.

E in effetti, lo ricordiamo, si aprono spiragli che preludono alla ripresa; e tutto ciò nonostante l'esigua presenza (o la quasi assenza) del partito rivoluzionario. La classe è completamente disarmata, sia da un punto di vista della coscienza che fa fatica a riemergere dopo oltre 50 anni di controrivoluzione stalinista (assenza della teoria comunista, della dottrina rivoluzionaria che è appannaggio del suo partito), sia da un punto di vista della possibilità pratica di muoversi organizzativamente contro il capitale. La disorganizzazione è completa: il partito rivoluzionario, con le sue scarne forze, non è ancora riuscito a radicarsi nel cuore della stessa. Ma nemmeno questo è un problema di natura meccanica e obbedisce alle stesse dialettiche leggi che regolano i rapporti tra i dati obiettivi e quelli soggettivi. Non è questione di semplice volontà. Col volontarismo non si costruiscono forti partiti di classe; è vero, d'altra parte, che solo da un processo di vita politica, di viva presenza nelle lotte operaie dei pochi quadri rivoluzionari storicamente presenti potranno scaturire i presupposti di una riattrazione del proletariato ai principi del comunismo, alla strategia della rivoluzione comunista. E questo è, senza dubbio, anche un problema di volontà e di determinazione politica. Solo in tal modo sarà possibile fornire seri punti di riferimento classista.

È emblematico il caso del partito bolscevico (minoritario ed esiguo durante tutto l'arco che va dagli inizi del secolo sino al febbraio del 1917) che perviene alla guida di grandi masse solo alla vigilia dell'evento d'ottobre; ma ci arriva grazie al metodo di impostazione che ha caratterizzato tutte le lotte condotte con e per la classe operaia russa: un metodo che ha adottato e risolto prioritariamente il problema di una presenza permanente all'interno della classe nonché di una costante opera di educazione dei quadri del partito nel fuoco stesso delle lotte di quei due tormentati decenni. È questo oggi il compito dei rivoluzionari, il nostro compito. Con un preciso sforzo di volontà, di costante impegno, bisogna risolvere almeno un problema che ci sembra possedere i caratteri assoluti dell'urgenza: bisogna cioè riuscire, calandosi e operando all'interno dei problemi posti dalla crisi, a risolvere il problema della presenza di classe. Una presenza non episodica ed estemporanea (l'occasionalità, anche frequente, delle lotte) ma permanente. Se è chiuso il periodo delle rivendicazioni economiche, almeno da un punto di vista delle sue possibili soddisfazioni, è pur vero che la classe si muove sotto l'incalzare dei bisogni economici immediati.

Partire dalle rivendicazioni economiche per i rivoluzionari significa:

  1. aver modo di chiarire la natura stessa delle lotte economiche e operare per dar loro corpo e prospettive politiche;
  2. denunciare il ruolo del sindacato come agente della conservazione in perfetta sintonia con le prospettive strategiche della neo-socialdemocrazia impegnata oggi nella difesa dell'economia capitalistica e avviata, in prima persona, verso una generalizzata criminalizzazione del dissenso contrabbandata come lotta al terrorismo;
  3. riuscire a creare punti stabili di riferimento nella classe operaia mediante una rete di fabbrica avente il prioritario scopo di creare una testa di ponte (il termine non piacerà a qualcuno) tra il partito e la classe: una rete che si mostri come un potenziale politico e organizzativo, nell'arco della sua maturazione, per la crescita stessa del partito di classe; per renderlo idoneo a svolgere il ruolo storico che gli compete (di guida rivoluzionaria), per potere entrare, dunque, dalla porta principale, nella scena politica della classe operaia prima che scoppi la tempesta della guerra imperialista che era e rimane, nell'era della decadenza capitalistica, l'unica possibile soluzione borghese alla crisi in corso.
Franco Migliaccio

Prometeo

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