Dopo la ristrutturazione la nuova composizione di classe

Verso la ripresa delle lotte proletarie

Sul numero scorso a conclusione dell'esame del "rapporto fra capitale e lavoro nel processo di crisi in Italia" abbiamo constatato la necessità di una ripresa del movimento di classe nella sua nuova e ancora incompiuta ricomposizione.

E abbiamo indicato la necessità per il movimento rivoluzionario di prepararsi conoscendo lucidamente le condizioni reali della classe per adeguare le forme dell'intervento. È questo il tema della presente trattazione.

Effetti sulla composizione

Riassumiamo dunque i grandi risultati della ristrutturazione sulla composizione di classe.

  1. Si è modificato il rapporto gerarchico fra le diverse figure della forza lavoro e sono cambiate queste stesse figure. Non esistono quasi più (nella fabbrica moderna, scontata la sopravvivenza massiva delle forme tradizionali del processo produttivo e della organizzazione del lavoro) gerarchie interne alla manodopera di produzione essendosi il rapporto gerarchico spostato fra il gruppo degli addetti al funzionamento delle macchine e quello addetto alla loro programmazione e controllo, più o meno remoto.
  2. Si è sensibilmente ristretto il numero degli addetti alle macchine nonostante vistosi aumenti della produzione. Ed è di converso aumentato il numero degli addetti alla programmazione e controllo. Entrambe le figure fanno parte a pieno titolo della classe operaia produttiva.
  3. Sono cresciuti i servizi e la quota di lavoratori in essi occupati. Siano o no tali servizi direttamente connessi alla produzione, siano o no produttivi di plusvalore (cioè non siano o siano momenti di distribuzione del plusvalore complessivo stesso) i lavoratori risultano comunque rappresentanti della parte variabile del capitale individuale impegnato nel processo di autovalorizzazione (mediante produzione di plusvalore o attraverso i processi distributivi del plusvalore stesso). I lavoratori salariati dei servizi sono, al di là della natura socialmente produttiva del loro lavoro, sfruttati al pari degli altri e dunque componenti la crescente classe proletaria.
  4. Nuove figure si sono presentante con tutte le caratteristiche della forza lavoro proletaria (intercambiabilità, forte presenza nella domanda di lavoro, conseguenti bassi livelli salariali) ed altre, precedentemente assimilabili al ceto medio della piccola borghesia e/o degli artigiani, sono state proletarizzate. Si pensi, per esempio, al riparatore/manutentore di congegni elettronici o al "softwarista", che può ancora illudersi di rappresentare una figura ad alto contenuto di specializzazione e professionalità, ma è di fatto ridotto, per le ragioni suddette, alla condizione del "nuovo proletario".

Effetti sulla distribuzione

Ma la rivoluzione del microprocessore non ha comportato solamente una destrutturazione della vecchia composizione di classe, ma anche una redistribuzione sul territorio della produzione e quindi della classe ad essa preposta.

Abbiamo già visto che nel solo decennio 1971-81 si è assistito a una prima frammentazione della produzione con una netta sproporzione fra la crescita delle unità produttive e la diminuzione del numero di addetti per unità.

Dal 1981 il fenomeno si è reso ancor più vistoso.

Il risultato generale consiste in una frammentazione del complesso produttivo, determinata dalla possibilità di scomposizione dei singoli processi produttivi in sottoinsiemi coordinati, sì, ma diversamente dislocati sul territorio, ciascuno che occupa un numero ridotto di addetti. Salvo alcuni settori, quali quello dell'automobile e quello siderurgico, in tutti gli altri non è più necessario il grande complesso che concentri masse considerevoli di lavoratori, distribuiti nelle diverse fasi: produzione o lavorazione dei componenti, assemblaggio, controllo ecc. Consideriamo un esempio giapponese che ben illustra la tendenza comunque in atto.

La avanguardia giapponese

La Dainippon Screen è uno dei maggiori produttori mondiali di sistemi per la prestampa, con sedi produttive anche in Gran Bretagna e negli Usa e sedi commerciali in tutto il mondo. Nel suo stabilimento di Kumiyama vengono prodotti scanner di grandi prestazioni e "da tavolo", sistemi di elaborazione testo e immagine e sistemi di prova colore, distribuiti poi in tutto il mondo (alcune decine sono operative in Italia).

Ebbene, lo stabilimento, fatto di tre edifici, occupa 250 persone circa.

La distribuzione della forza lavoro è questa: 20% nella costruzione meccanica, 70% nella progettazione e 10% nella amministrazione.

Lasciamo la parola al direttore, certo Yamamoto, che parlava a una delegazione internazionale della stampa di settore, facendo rilevare il rapporto fra le forze umane impegnate nella progettazione e nel controllo e quelle impegnate nell'assemblaggio:

Sarete poi sorpresi dalla proporzione fra il numero di operai e il numero di macchine prodotte. Essa è il frutto di una elevata robotizzazione della fase produttiva, di assemblaggio.

È più giusto parlare di assemblaggio, poiché produttori esterni fabbricano le singole parti delle macchine e gran parte delle schede circuitali su progetto della Screen, che qui assembla quasi automaticamente le parti meccaniche e la parte elettronica. Uno dei tre edifici, di Kumiyama è occupato dal centro di controllo delle parti, cioè di ricevimento, controllo e smistamento delle forniture. Ma prima di questo reparto, i singoli componenti passano da un altro centro o magazzino, dove, in 700 metriquadri coperti lavorano 13 persone: 3 addette al magazzino vero e proprio, 10 al controllo dei materiali. I numeri parlano: la movimentazione delle parti è quasi completamente automatizzata.

È qui praticato,dunque, il famoso "just-in time": la fornitura su contratto delle quantità di pezzi (componenti) volta per volta necessari e secondo gli standard di qualità specificati.

Vediamo qui confermati i due fenomeni che abbiamo all'attenzione:

  1. la drammatica mutazione del rapporto numerico fra gli addetti alle macchine e gli addetti al controllo e/o programmazione;
  2. la altrettanto vistosa ripartizione del processo produttivo complessivo in più centri dispersi sul territorio.

Forme della lotta di classe

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, capi di maestranze e garzoni, in una parola oppressi e oppressori, stettero sempre in contrasto fra loro, fecero una lotta ininterrotta, a volte nascosta a volte palese, che finì sempre con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi lottanti.

Il Manifesto del Partito comunista

È questa una potente sintesi dell'arco storico di esistenza delle società di classe che ci introduce al tema dei meccanismi e delle forme concrete della lotta fra le classi.

La classe dominante, o degli oppressori, in tutte le epoche, dispone di tutti gli strumenti e di tutte forme di dominio sulla società. Innanzitutto l'arma legislativa, di fissazione delle leggi che reggono la sua società; strettamente connessi a questa, gli strumenti coercitivi per fare rispettare quelle leggi e regole. Parallelamente la classe dominante possiede anche gli strumenti del dominio ideologico sulla società, che si esprime nelle forme determinate dal tipo di formazione sociale data (l'ideologia della aristocrazia feudale, non è certo l'ideologia della borghesia rivoluzionaria della rivoluzione francese, così come la formazione sociale che la aveva espressa - dal VI al XIII secolo - non era certo simile alla formazione sociale del XVII-XVIII secolo nella medesima Europa).

Così, l'iniziativa della classe dominante in difesa dei propri interessi e comunque contro gli interessi e le condizioni di vita delle classi oppresse, si svolge in permanenza e con continuità (si pensi alla guerra, che anche per il signore feudale non viene avviata per dare addosso ai suoi contadini, ma porta come immediata conseguenza a loro, fame, violenze e morti). Al contrario la risposta delle classi oppresse si esprime in modi frammentari, spesso incoerenti, e, soprattutto, occasionali - cioè a specifiche occasioni - e comunque nell'ambito ideologico e dei rapporti sociali dati.

D'altra parte, mentre per la classe dominante è chiaro e comune l'obbiettivo generale che è di difendere il proprio dominio (il programma), all'interno del quale si articola la difesa di interessi immediati che attraverso quel dominio si esprimono, in più alla classe oppressa manca un terreno unificante di valenza pari o superiore. Alla classe dominata e oppressa manca in generale il programma, così le sue iniziative di lotta si esprimono in risposta a specifiche iniziative dell'avversario o in specifiche rivendicazioni.

Spartaco presta il nome, giustamente, a molte formazioni rivoluzionarie del proletariato nel periodo capitalistico-borghese, perché la sua guerra fu un tentativo di liberazione degli schiavi dalla schiavitù, di rottura dunque del quadro economico e sociale della società romana.

Ma fallì e non poteva che fallire, anche se la sconfitta militare fosse mancata o avesse fortemente ritardato.

Nell'antica Roma abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi...e per di più in ciascuna di queste classi altre speciali gradazioni, speciali gerarchie.

Il Manifesto

Complessivamente sono due le contrapposizioni: liberi e schiavi, patrizi e plebei. Liberare gli schiavi non implicava solo rompere il quadro, occorreva averlo già superato, avere superato la complessità degli antagonismi di classe. Ecco perché Spartaco rimane isolato: i plebei sono sì plebei, ma liberi e come tali, assieme ai patrizi e ai cavalieri, si contrappongono agli schiavi e alla loro lotta (e corrono ad arruolarsi per ingrossare le legioni che danno la caccia a Spartaco).

Potremmo continuare con la guerra dei contadini in Germania, di cui Mehring ha tracciato nel suo libro un quadro preciso e altamente...didattico, o con le rivolte di Pugaciev, o con la rivolta dei Thai Ping in Cina. Rispondono tutte ai medesimi criteri:

  • occasionate da contingenze particolari, tentano una generalizzazione;
  • rimangono all'interno degli schemi ideologici e politici del momento.

Questo perché non esistono le condizioni per lo sviluppo di un programma antagonista e praticabile sul terreno economico, sociale e politico.

L'epoca nostra, quest'epoca della borghesia, si distingue tuttavia per una semplificazione degli antagonismi di classe. Tutta la società si scinde sempre più in due vasti campi nemici, in due classi direttamente opposte, la borghesia e il proletariato.

Il Manifesto

E il Manifesto è il primo documento programmatico del proletariato rivoluzionario.

Oggi è possibile rompere il quadro capitalista, rivoluzionare la formazione sociale corrispondente, nel programma di riedificazione comunista. La classe può e deve fare proprio quel programma e su quello unificare e scatenare le proprie iniziative. Può farlo, ma non necessariamente accade. Il movimento comunista lo riconosce fin dal suo primo Manifesto (trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o comune rovina delle classi in lotta) e dagli altri suoi documenti fondanti (o socialismo o barbarie).

La condizione perché accada è utile che venga ricordata:

  1. il rovinare della società e della sua economia, che rende possibile l'emergere di lotte anche solo difensive del proletariato;
  2. l'estendersi di queste lotte e il loro coordinamento;
  3. il concrescere del programma rivoluzionario (della sua presa sulla classe) con le lotte stesse fino all'identificazione della lotta di classe con la lotta rivoluzionaria.

Parentesi per i confusionari

La lotta di classe è sempre esistita ed è tuttora vivissima. Il fatto è che in questo periodo l'iniziativa, violenta, è tutta della borghesia, stante il proletariato in condizione di soggezione.

In alcuni paesi la lotta fra le classi si esprime su terreni lontani le mille miglia da quello di contrapposizione degli interessi storici delle medesime. La "classe in sé", lontana dall'essere classe "per sé", esprime confusamente la sua opposizione allo stato di cose presente aderendo a ideologie, non solo interne al quadro di riferimento della conservazione borghese, ma fra le più reazionarie (l'integralismo islamico e l'adesione che riscuote presso gli strati più poveri delle popolazioni interessate, è un esempio sintomatico).

Il punto sta nel riconoscere proprio la forza di attrazione che tali ideologie possono esercitare quando le spinte alla lotta degli oppressi, provenienti dai materiali rapporti fra le classi, non trovano il proprio terreno autonomo di espressione, ma solo l'ideologia di cui si ammantano i pelosissimi interessi di taluni strati di borghesia.

Con ciò si devono anche riconoscere le spinte stesse alla lotta, e le loro ragioni. Solo così sarà possibile intervenire in modo adeguato alla preparazione delle condizioni rivoluzionarie.

Abbiamo citato l'integralismo islamico, ma un fenomeno analogo è quello del nazionalismo/razzismo degli altri paesi e dello stesso pericoloso successo leghista fra i proletari italiani.

La classe non elabora il suo programma autonomo a partire dalle quotidiane esperienze nei luoghi di lavoro. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: il programma rivoluzionario è elaborato, rappresentato, portato dal partito rivoluzionario, che su di esso si basa e attorno a esso si configura.

Quindi la lotta di classe si trasforma in lotta rivoluzionaria quando coincide con le indicazioni del partito. In altri termini, e propositi, la lotta di classe è rivoluzionaria quando influenzata e politicamente diretta dal partito rivoluzionario. Se questo non c'è, la lotta di classe non acquista l'attributo di rivoluzionaria, ma non perde certo la sua caratteristica di fenomeno oggettivo, di lotta di classe.

Chiusa la parentesi.

Lotta di classe e strategia comunista: prima dell'Ottobre

Riprendendo il filo del nostro discorso, le condizioni generali per lo sviluppo della lotta rivoluzionaria per il comunismo restano ovviamente valide per tutto l'arco storico di esistenza dell'avversario, la formazione sociale capitalistico-borghese.

Sulla base di quelle "regole" generali si è articolata e deve articolarsi la strategia rivoluzionaria.

Agli inizi del movimento comunista, questa prevedeva:

  1. l'organizzazione generale dei lavoratori, ad opera degli stessi rivoluzionari, sul piano della lotta economica, rivendicativa - quindi ancora interna al rapporto fra capitale e lavoro, al rapporto di lavoro salariato;
  2. l'organizzazione estesa è la base minima perché sulla lotta economica, grazie alla presenza e alla azione dei comunisti, inizi a crescere il programma rivoluzionario;
  3. il lavoro politico di preparazione perché la possibile e perseguita lotta generalizzata della classe operaia si trasformi in... assalto al cielo.

Di lì a poco le condizioni mutano: l'organizzazione economica generale dei lavoratori (sindacato) e lo stesso partito che a parole predicava la rivoluzione, passano dall'altra parte, sul terreno di fatto della conservazione. Il sindacato tende a perpetuare se stesso come organo di contrattazione e a perpetuare quindi il rapporto capitalistico del lavoro salariato (e di questo lo stesso movimento comunista tarda a rendersi conto). E l'organizzazione di partito, ormai inserita nei meccanismi politici della amministrazione borghese, vi si adegua, abbandona il programma rivoluzionario e aderisce alle iniziative della borghesia, guerra compresa.

I rivoluzionari, i difensori e portatori cioè del programma rivoluzionario, incapsulati nel vecchio partito socialista (o socialdemocratico), ne escono e fondano il nuovo partito.

La strategia rimane fondamentalmente la stessa originaria, l'unica differenza è che il sindacato ora deve essere conquistato. Conquistato alla direzione comunista, partendo dalla situzione in cui sta sul piano della contrattazione ed è politicamente diretto dalle forze riformiste della conservazione, dal vecchio apparato di partito socialista.

Dopo l'Ottobre

La situazione cambia di nuovo: il partito che ha fatto la rivoluzione in un paese, la Russia, non riesce a farla altrove; rimane isolato, si ritrova a gestire un processo di accumulazione su base necessariamente capitalista e ne rimane travolto. Salta anche questo la barricata, e conquista buona parte dei sindacati alla sua direzione.

Questa volta non è tradimento della socialdemocrazia, a cui si risponde con la creazione del nuovo partito da parte dei molti rivoluzionari, nella continuità del movimento comunista.

Questa volta invece si tratta di accartocciamento di un moto rivoluzionario, di una pesantissima sconfitta che la classe sconta con il suo passivo allineamento sui fronti della seconda guerra mondiale. Soprattutto il movimento comunista sconta la sconfitta con il suo drammatico assottigliamento e con la necessità di fare innanzitutto un bilancio di quella sconfitta.

Di nuovo, restano valide le condizioni generali ai punti A B e C suddetti.

Ovviamente si riparte da zero nel processo di affermazione del programma rivoluzionario all'interno della classe, ma l'impresa non è storicamente disperata. Cambiano necessariamente le condizioni organizzative dello stesso partito: non è più ipotizzabile il partito di massa, di fatto praticato all'inizio secolo, ma d'altra parte ciò è perfettamente in linea con la teoria marxista a proposito di dominazione ideologica...

Si prende atto che il sindacato non è strumento utilizzabile in una strategia rivoluzionaria, si riconosce cioè che l'unico organismo di massa di cui prendere la direzione è il consiglio operaio, o soviet, o comunque lo si voglia chiamare.

Il problema, difficilissimo, quasi insolubile, è quello di battere la influenza e la direzione controrivoluzionaria sulle lotte nel processo del loro estendersi e generalizzarsi. È difficilissimo perché le lotte (sostanzialmente gli scioperi) si esprimono materialmente sul terreno immediato della fabbrica, e anche per questo sono da subito dirette dall'avversario conservatore che è pure alla testa del loro eventuale estendersi.

Anzi la loro estensione avviene solo quando è ben salda nelle mani del sindacato la avanguardia delle lotte: solitamente le maestranze delle grandi fabbriche ad alta concentrazione di lavoro.

È da qui che sono sempre partiti gli scioperi delle grandi stagioni contrattuali o su alcune questioni extracontrattuali.

È nella grande fabbrica, infatti, che è più facile l'emergere della contrapposizione fra lavoratori e padronato o direzione, fin sulle questioni più di dettaglio. La conflittualità della grande fabbrica non è certo paragonabile al quieto vivere nel supersfruttamento paternalistico della piccola officina o dell'ufficio con pochi dipendenti.

L'attesa era dunque che nel processo di estensione della lotta, l'intervento dei rivoluzionari potesse rafforzare, anche sul piano organizzativo, la loro presenza all'interno della classe per mettersi in condizione di condurre le battaglie decisive per la direzione rivoluzionaria nei possibili ulteriori processi di generalizzazione e superamento dei limiti imposti dal sindacato, nelle forme organizzative dei consigli. Che questo sia possibile e sia anzi la condizione perché la lotta operaia sia davvero difensiva degli interessi proletari, lo dimostrano diversi episodi della lotta materiale di classe degli ultimi decenni nel mondo: dal Maggio francese, alla Polonia 80, dai consigli operai dell'89 iraniano ai più recenti comitati dei minatori russi.

È lì che se il partito si presenta in forze adeguate e adeguatamente agguerrito si può e si deve realizzare il suo ricongiungimento con la classe, e dunque il coincidere della lotta materiale di massa con la battaglia politica per il comunismo.

Dopo la rivoluzione del microprocessore

Il cambio della composizione di classe, o - per ora - la fine di quella vecchia, va a modificare naturalmente le condizioni obiettive in cui la strategia si articola.

Diciamo subito dove avviene la mutazione.

Essa si verifica nel modo in cui possono nascere e svilupparsi le lotte. Ne vedremo subito le implicazioni, piuttosto rilevanti sul terreno immediatamente politico.

Intanto però ribadiamo che non muta la prospettiva strategica che abbiamo detto delinearsi all'uscita dalla seconda guerra mondiale e che riassumiamo.

  1. La crisi, in atto, rompendo gli equilibri economici e di conseguenza quelli sociali, rende possibile l'emergere delle lotte sociali, e, per quanto ci interessa, delle lotte del proletariato, indipendentemente dalla direzione politica che esse assumono al loro sorgere.
  2. La forza politica comunista deve agire all'interno del movimento materiale del proletariato per influenzarlo quanto più possibile nel senso della sua caratterizzazione sul terreno di classe.
  3. Nel processo di estensione, generalizzazione e coordinamento delle lotte deve crescere la direzione rivoluzionaria in aperta contrapposizione teorica, politica e organizzativa con le forze conservatrici interne ed esterne al movimento di classe stesso.
  4. Il periodo rivoluzionario critico si apre nel momento in cui il programma è sufficientemente penetrato nella classe perché questa abbia in sé la forza di dare l'assalto "finale" allo stato borghese. In altri termini, nel momento in cui il partito di classe esercita la direzione politica su forze di classe adeguate all'attacco vittorioso.

I punti 3 e 4 si rendono possibili quando si sia verificato quanto previsto al punto 2: una crescita del movimento operaio sul suo autonomo terreno di classe e dunque con la presenza attiva e operante in esso dell'avanguardia rivoluzionaria.

La crisi dicevamo è in atto e non manca di generare sommovimenti anche drammatici degli equilibri sociali e politici. Basta fare attenzione a quanto accade nel mondo. Ma siamo ancora drammaticamente lontani dal manifestarsi di un movimento proletario minimamente caratterizzato sul suo terreno. Anzi, e lo abbiamo ampiamente esaminato su queste pagine e su quelle di Battaglia comunista, la classe ha subito ulteriori colpi alla identificazione di se stessa, sia sul terreno materiale che della soggettività.

Riassumiamo:

Per quanto riguarda i mutamenti nella composizione di classe, abbiamo già detto quanto basta per comprendere quanto essi possano aver negativamente influito sulla capacità della classe operaia di riconoscersi nelle sue nuove e molteplici articolazioni. (1)

Sul terreno della soggettività, ovvero delle idee e delle aspettative o ideali, il miserevole crollo dell'Urss ha fatto il resto.

È opportuno qui soffermarsi per rilevare alcuni fenomeni di grande interesse.

Crollo dell'Urss e classe operaia

L'accartocciarsi su se stessa della rivoluzione russa e il correlato ripiegamento dello Stato sovietico e del partito che lo dirigeva sul terreno controrivoluzionario del capitalismo di stato hanno segnato una drammatica sconfitta storica del proletariato, russo e internazionale. Non era uno stato o un partito che abbandonavano la classe di cui avrebbero dovuto essere espressione: era un grandissimo inganno portato avanti dallo stato e dal partito che continuavano a dirsi comunisti, avallato, anzi addirittura esaltato da tutti gli altri partiti legati all'Internazionale. I partiti: le avanguardie pensanti delle rispettive sezioni di classe. Se queste "non si accorgono" di quanto sta accadendo nella "patria del Socialismo", è folle (oltreché idealista) attendersi che se ne accorgano le masse operaie che nelle fabbriche di tutto il mondo continuano a sgobbare per stentare l'esistenza.

Intanto si prepara una guerra micidiale nella quale quelle stesse masse saranno chiamate a scannarsi in nome di bugiardissimi ideali, volta a volta confezionati dalla classe dominante.

All'uscita dal conflitto, si ritrova l'Urss - ancora patria del Socialismo - in concorrenza con il blocco capeggiato dagli Usa nella spartizione del mondo.

Il proletariato si presenta nelle condizioni e nella composizione di prima, salvo i normali aggiustamenti di un normale progresso tecnico. Per di più l'apparato industriale di molti dei paesi belligeranti è in pezzi e da ricostruire.

La classe continua dunque a vedere nei partiti "comunisti" il proprio referente politico anche perché così essi si presentano, secondo i pelosissimi interessi dell'Urss di rompere le scatole al concorrente occidentale dal suo proprio interno (di prospettiva rivoluzionaria e comunista, manco parlarne).

I partiti comunisti possono essere considerati referente politico della classe operaia nel senso proprio del termine "politico", nell'ambito cioè della amministrazione della società borghese, fermi restando i suoi rapporti interni di produzione e sociali. Fare politica "per la classe operaia" significa mediare i suoi interessi con quelli delle altre classi, nell'ambito del rapporto dato (quindi capitalistico). Qui risiede, fra l'altro la ragione per la quale sarebbe più corretto parlare di milizia rivoluzionaria, invece che di politica rivoluzionaria: i rivoluzionari non mediano gli interessi proletari, perché gli interessi storici del proletariato si esprimono nella rivoluzione, non nella mediazione.

I Pc si presentano come partiti dei lavoratori e i lavoratori vedono nei Pc i loro partiti, l'espressione politica cioè del loro essere classe.

Il fenomeno si presenta in Italia in maniera vistosa ed esemplare, perché il Pci è il più grande partito occidentale, quello che ha mantenuto la maggior presa sulla classe operaia, e la classe operaia italiana, fino a tutti gli anni 1970 è quella che più rimane attaccata e fedele al mito delle sue organizzazioni storiche (Pci e Cgil).

In altri paesi, come Gran Bretagna, Germania, gli stessi Usa, dove i Pc non hanno neppur lontanamente la forza e l'organizzazione del Pc italiano, i partiti della mediazione politica della classe dei lavoratori sono i partiti laburisti. Le vicende prebelliche e postbelliche hanno lasciato una eredità politica diversa: l'Urss è pressoché fuori gioco e così i suoi partiti.

Ma già negli anni 70, maturano i motivi di un cambiamento politico di rilievo anche nei paesi dai forti Pc.

Questi, educati dalla politica del Comintern prima, e più ancora del Cominform poi, alle "vie nazionali al socialismo", vivono la contraddizione fra la necessità di ogni buon partito nazional-borghese di difendere e interpretare i superiori interessi dello stato nazionale e la originaria natura di agenti dell'Urss. È questa che li tiene rigorosamente fuori dalle aree di governo: questa è la guerra fredda. Quando il profumo del potere politico si fa sentir forte (e siamo alla metà degli anni 1970), bisogna dare garanzie ai padroni interni e americani: inizia lo "strappo" dall'Urss. Sembra un successo: è del 1976 il semitrionfo elettorale del Pci; bottegai, artigiani, liberi professionisti, si uniscono ai già ampi strati operai che votano Pci, sperando in un cambiamento a sinistra, più democratico, più pulito del corrotto passato di strapotere bigotto.

Ma - dramma e farsa della sorte - iniziano contemporaneamente i guai con gli operai: fra svolte e pranzi conviviali con i padroni, i sindacati segnano gli accordi-stangata e il Pci sostanzialmente li appoggia; glorificando i sacrifici, il partitone si comporta in modi sempre meno consoni alla difesa, seppur nella mediazione, degli interessi operai, e... inizia a perderli.

È, da quasi sempre, un partito borghese e di massa e come tale si comporta di fronte alle emergenze e alle novità: fra lo strappo e i nuovi comportamenti di classe operaia, il cumulo di idiozie da elaborare, scrivere e ripetere è tale che si dice di tutto, il contrario di tutto e si perde il filo. In un decennio circa, da partito dei lavoratori, a partito dalle mani pulite, da partito democratico dell'alternativa a partito del compromesso, il Pci finisce per negare addirittura la divisione in classi, la relativa contrapposizione e financo l'esistenza della classe operaia.

Intanto questa, nel mentre si vede disconosciuta, prende legnate e proprio come classe operaia, come personificazione cioè della parte variabile del capitale, con la spudorata complicità di quel che diceva essere il suo partito. È normale che, in conclusione, la classe perda il suo referente politico.

A insaporire la frittata viene la miserevole caduta dell'Urss e il disvelarsi anche agli occhi più appannati dalla fede inconsulta, delle miserie presenti e passate della patria del socialismo. "Se quello era il socialismo...", suonano i tromboni borghesi e le masse non possono che ripetere.

Se annacquato, mistificato, pur tuttavia quello era un modello di superamento del capitalismo - da correggere, per carità, e magari radicalmente - ebbene con il modello naufragavano le speranze del superamento stesso.

Classe operaia in disarmo, reazionarismi in ascesa

Ce n'è abbastanza per lasciare la classe operaia nella sua totalità completamente disarmata di fronte alla bufera che sempre più violenta si abbatte su di lei.

Fino al punto che nei giorni in cui scriviamo si assiste a impunite manifestazioni di piazza di decine e decine di migliaia di bottegai e padroncini, in protesta contro il fisco - che colpirebbe loro lasciando i privilegi ai lavoratori dipendenti e continuando ad assistere chi un lavoro qualunque neppure ce l'ha.

Che la crisi colpisca duro anche gli strati della micro-piccola borghesia è un fatto, che ne avvicini consistenti strati alle condizioni proletarie è vero, ma quando questi strati si muovono in proprio, senza o addirittura contro il proletariato, ebbene questo è un dramma, segno di cupa reazione.

Quando la piccola borghesia si muove in proprio è anche un segno di scollamento della solidarietà borghese (non è mai un caso che questa si allenti quando è meno necessaria di fronte all'avversario).

Scrivevamo già ormai anni fa che la borghesia italiana doveva crearsi un nuovo ceto politico. La cosa non era facile, data l'ingessatura del quadro politico stesso, voluta dalla guerra fredda, ma era pur sempre necessario. La borghesia, quella grande, che controlla le banche e la Confindustria, ha creduto di trovare il modo scatenando la guerra giudiziaria al vecchio apparato di potere politico.

Ma... non è pronto il ricambio e la crisi economica continua a imperversare. In questa condizione nulla di più facile che le tensioni interne alla borghesia, rimaste senza governo, crescano allo spasmo.

In fondo le forze di governo, rodate al governo, sono quelle alle quali è demandato il compito di mediare fra le diverse e magari opposte spinte, con riferimento costante agli interessi più complessivi, di maggior respiro della classe dominante nel suo insieme. Quando quella forza di mediazione e di governo, quell'incaricato alla lucidità viene meno, o risulta fortemente indebolito, le spinte diverse rimangono scomposte, finendo spesso per confliggere, ciascuna prendendo a referente quelle forze e quelle tendenze che crede più adeguate. È il medesimo fenomeno accaduto nell'Urss con la messa a parte di Gorbaciov e di quella borghesia rossa ma illuminata che egli rappresentava. È ciò che è accaduto alla Yugoslavia, con l'abbandono del titoismo.

In forme certamente meno drammatiche, almeno per ora, è quel che sta accadendo in Italia: bottegai e piccola industria con la Lega; grande borghesia privata alla ricerca spasmodica di referenti più credibili di quelli che si è per ora dati (Ciampi e congrega); grande borghesia di stato e relativa clientela con il fronte dei vecchi apparati politici a difendere le proprie posizioni dagli attacchi delle privatizzazioni.

E il "popolo", i lavoratori dipendenti degli uni degli altri e degli altri? A dividersi su questi fronti, tanto agguerriti quanto reazionari, tanto fedeli ai propri principi quanto privi di principi e inconcludenti. Si assiste per ora a una forma di plebeizzazione diremmo del proletariato, che non riconoscendo i suoi connotati di classe, si scioglie in cittadinanza dello stato borghese che, poiché sprovvista di mezzi culturali e politici propri, si divide sui fronti dei "grandi". E poiché la condizione materiale del cittadino plebeo non è rosea, lo porta spesso ad aderire alle sollecitazioni demagogiche dei borghesi più "nemici" dell'esistente, non importa quanto bolso e reazionario sia il pulpito dal quale le sollecitazioni provengono.

In sostanza la ricomposizione di classe deve ripartir da quasi zero.

Per il ritorno della classe operaia

La classe operaia deve tornare dunque a rappresentare un soggetto di storia a partire dalla ripresa delle elementari lotte di difesa sul suo terreno autonomo; perché una classe incapace di difesa dal suo avversario nel confronto quotidiano con esso non è degna né può sperare di sconfiggerlo sul terreno del potere.

Il problema sta allora nell'individuare il percorso di ripresa delle lotte proletarie a partire dai livelli di frammentazione e scomposizione raggiunti. L'ipotesi ovviamente è che il processo di scomposizione e frammentazione oggettiva sia giunto al suo limite o in prossimità al limite e che comunque sia già possibile il manifestarsi della controtendenza. Inoltre si tratta, dal punto di vista strategico di prefigurare il percorso di convergenza fra il crescere di intensità e di estensione delle lotte materiali di classe e la crescita di direzione del partito di classe, sino al coincidere delle indicazioni strategiche e tattiche del programma rivoluzionario con l'azione oggettiva delle masse proletarie o quantomeno della loro avanguardia trainante. In altre parole si tratta di prefigurare i movimenti della classe in sé verso il suo programma rivoluzionario e viceversa.

Finora, dicevamo, l'incontro fra il programma rivoluzionario (il partito) e il movimento materiale della classe era atteso nella fase di estensione delle lotte. (Atteso ovviamente significa "si lavorava per..").

Si trattava in sostanza del primo incontro - dato l'isolamento, forzato dalla storia precedente, dell'avanguardia rivoluzionaria - del programma strategico e del movimento reale, e si trattava di un processo di estensione delle lotte che procedeva dalla conflittualità permanente delle grandi concentrazioni operaie diretta dal riformismo fin dall'origine. Perciò estremamente difficile, sebbene imperativo.

Ora siamo nella condizione in cui le grandi concentrazioni produttive sono in via di scomparsa. Cambia allora e necessariamente la base di partenza stessa della dinamica delle lotte proletarie, che nella precedente composizione e distribuzione materiale di classe risiedeva appunto nelle grandi fabbriche. La grande fabbrica non costituisce più l'ambito "naturale" della aggregazione elementare dei proletari per la difesa e l'affermazione dei propri interessi immediati. La piccola unità produttiva o comunque di lavoro non solo è tradizionalmente impossibilitata e incapace di svolgere quel ruolo, ma è oggi al centro di quelle micidiali operazioni sulla struttura del salario che tendono alla contrattazione individuale e che hanno per effetto l'ulteriore divisione fra i lavoratori. (2)

Forse allora che viene a mancare del tutto la condizione materiale delle lotte proletarie e della affermazione in esse della centralità operaia (produttiva)? Forse che il suddetto processo di plebeizzazione è destinato a proseguire senza fine. Se così fosse, potremmo andarcene tutti a casa, a occuparci di tutt'altro; non solo, ma dovremmo, anche solo per questo, accodarci al coro di quanti proclamano morto il marxismo.

In realtà è proprio il marxismo (il materialismo storico e la critica dell'economia politica) a insegnarci che sino a che una classe sfruttata esiste, essa non cessa di manifestarsi, nonostante i possibili alti e bassi; fino a che la classe operaia risulta l'unica forza capace di cambiamento rivoluzionario della società, non verrà meno la possibilità che essa ritorni a prendere in sua mano i propri destini.

Occorre allora individuare oggi le possibili basi della ripresa di domani. Questa è la condizione perché l'avanguardia rivoluzionaria sia presente e, nei limiti delle possibilità concrete, contribuisca al sorgere delle nuove forme di manifestazione della conflittualità di classe.

L'essere presenti, "interni", al cominciare stesso della ripresa di lotte comporta il superamento delle enormi difficoltà, sopra segnalate, dell'incontro fra i rivoluzionari (e il loro programma) e la classe.

Vedremo allora che la prospettiva non è così nera come si presenta oggi, a un primo sguardo alla condizione oggettiva e politica della classe operaia.

Dove trovare dunque i segnali delle nuove forme di aggregazione operaia?

Per quanto si sia lontani dalla ripresa, qualche segnale esiste già e paradossalmente proprio nelle estreme manifestazioni di lotta della precedente composizione materiale di classe, nei suoi "colpi di coda".

Ci riferiamo a quelle esperienze quali Cobas, Rappresentanze di Base, Autoconvocati che hanno dato luogo a dimostrazioni anche di notevole portata e di un certo impatto e che - se da una parte sono manifestazione del neo-sindacalismo e dunque di riformismo sostanzialmente estraneo al percorso di ripresa reale di classe - dall'altra presentano caratteristiche che meritano di essere osservate.

Esaminiamo separatamente questi due aspetti di tali esperienze.

Il neo-sindacalismo ovvero il vecchio riformismo

Le "sigle" che abbiamo citato sono le tre più rappresentative di un arcipelago più vasto di opposizioni che presenta però le medesime caratteristiche di fondo.

Tali caratteristiche sono così schematizzabili, per non perderci nelle distinzioni fra l'una e l'altra sigla, di scarso rilievo in questa sede.

  • Puntano alla ricostruzione di un organismo sindacale nazionale capace di rappresentare i lavoratori in modo più diretto nelle trattative con il padronato (più democratico); sia esso un sindacato, sia esso un coordinamento di espressioni parziali o locali, la sostanza non cambia visto che il problema centrale rimane quello della contrattazione.
  • Vedono nella rappresentanza diretta dei lavoratori, o di loro esponenti eletti, al tavolo delle trattative l'obiettivo politico massimo quale condizione di affermazione delle rivendicazioni parziali (economiche e normative) di lavoratori stessi, sempre nell'ambito delle compatibilità, opportunisticamente chiamate "realismo rivendicativo" perché la infamante parola di compatibilità è lasciata ai sindacati ufficiali.
  • Sono nate nelle grandi fabbriche in via di sparizione o di drammatici ridimensionamenti e/o in comparti dell'impiego pubblico, che, sebbene operanti per piccole unità, vedono da sempre una sola grande controparte diretta (lo stato o enti statali). Vedremo che l'impiego pubblico, proprio per la sua struttura, offre già da tempo le indicazioni sulle nuove forme di aggregazione.
  • Sono animate e dirette dal vecchio ceto politico della estrema sinistra riformista che, quantunque in profonda crisi ideologica, non demorde dall'attivismo politico. La bancarotta dello stalinismo e delle mistificazioni del socialismo come statalismo, ha certamente portato alla fine delle più lontane prospettive politiche di costoro, ma ha anche accentuato il loro riformismo, ovvero la loro ostinazione a cercare soluzioni all’interno del modo di produrre capitalistico e alla corrispondente formazione sociale. È caratteristica dell'animale politico, perdere il pelo ma non il vizio di fare appunto politica, nel senso co-gestionario, della mediazione, visto più sopra.

Ora, la natura riformista del ceto politico che è stato in gran parte all'origine di quelle esperienze ben si attaglia alla natura del movimento materiale delle frazioni di classe coinvolte.

È scontato che la prima forma di reazione alla ormai evidente svendita degli interessi operai da parte del sindacato ufficiale, sia la ricerca di nuove forme sindacali. Questo sindacato non va bene, facciamone un altro: normale. Non si individua il male nel "sindacalismo", ma nella sua forma.

Era così facilitato il compito degli attivisti del riformismo di stimolare e di prendere subito la direzione delle esperienze organizzative e di lotta al di fuori del sindacato ufficiale: non mancavano, specialmente nelle grandi fabbriche in crisi (Fiat-Alfa, Maserati, Dalmine, Breda, eccetera) e in diversi comparti del pubblico impiego, frazioni relativamente ampie di lavoratori arcistufi delle svendite sindacali e disponibili alla lotta nel senso indicato.

Di qui il relativo successo di quelle esperienze, anche indipendentemente dalle profonde divisioni interne sulle forme ritenute più appropriate. È peraltro sintomatico che le linee di divisione passino trasversalmente attraverso i partiti politici, al punto che a Rifondazione, per esempio, fanno capo sia parecchi delegati degli Autoconvocati (aspiranti raddrizzatori dei sindacati) quanto i capi dei Cobas (fieri avversari di tale ipotesi). Scontri politici e liti asperrime fra i membri di uno stesso partito riformista-ultrà

porterebbero al collasso delle esperienze parasindacali, se non ci fosse una base a sostenerle o quantomeno se ciascuna delle sigle non potesse vantare dei numeri di associati o di simpatizzanti.

Le nuove forme

La sostanza di queste forme di opposizione sindacale è dunque espressione della vecchia composizione materiale di classe. Come tali quelle esperienze sarebbero destinate, in linea di massima, all'esaurimento in parallelo e conseguenza dell'esaurirsi della loro base di determinazione. Ma non c'è da illudersi oltre misura. La sperimentazione positiva delle nuove forme di aggregazione, indurrà certamente i marpioni vecchi e nuovi del riformismo neo-sindacalista a perseverare anche nella nuova composizione. Se le esperienze di Cobas e autoconvocati sono state avviate dal pubblico impiego e dalle grandi concentrazioni operaie, sono state capaci di coinvolgere anche i lavoratori di industrie medio-piccole o comunque di piccole "unità produttive". Questo fornisce la possibilità per quel ceto politico di continuare a rimestare, anche oltre l'esaurirsi delle spinte dalle grandi concentrazioni operaie.

È proprio in questo fenomeno che vanno individuate le "nuove" forme di aggregazione per l'organizzazione delle lotte.

Non è la prima volta, né deve essere considerato strano che esperienze condotte tutte nel segno del riformismo e della conservazione, offrano comunque spunti alla tattica rivoluzionaria. In fondo, lo abbiamo già sottolineato, la indicazione proveniente dal vecchio ceto politico in via di reciclo, coincideva con spinte oggettive all'interno della classe e con un movimento concreto che come tale deve essere preso in considerazione ed esaminato.

Ebbene, quale è la caratteristica di quelle esperienze? È di essersi realizzate mediante il coordinamento di militanti operai su base territoriale. In particolare RdB e Autoconvocati, ma in una certa misura anche la componente Cgil di Essere sindacato, sono state poste in essere da militanti sindacali e/o operai militanti che provenendo da luoghi di lavoro diversi e distinti si coordinavano (certamente su indicazione e col supporto organizzativo e logistico degli esponenti del ceto politico) su base territoriale, non importa se locale, provinciale regionale o nazionale. È ovvio che in questo gli Autoconvocati, interni alle strutture sindacali come è interno Essere sindacato, sono stati enormemente facilitati e non fanno granché testo. Più significativa è l'esperienza (talvolta anche più radicale sul terreno politico) delle RdB e dei Cobas del pubbico impiego, che non godono delle agevolazioni fornite dalla struttura sindacale (contatti pre-esistenti, mezzi tecnici disponibilità di spazi). In questi casi è più evidente la "originalità" della esperienza organizzativa: non federazione di organizzazioni "di fabbrica" già consolidate sul terreno della conflittualità interna al luogo di lavoro, ma il convergere in strutture territoriali di milianti e lavoratori attivi, originariamente isolati sul luogo di lavoro o comunque impossibilitati ad agire in maniera sensibile.

Hanno dato vita al neo-sindacalismo, a nuove forme di fare sindacato, ma la "diabolica invenzione" del riformismo consiste solo nell'aver preso subito la direzione di tipi di aggregazione e organizzazione concreta, che come tale rimane un dato in certo modo storico.

I "padri fondatori" del movimento rivoluzionario videro i limiti della Comune ma riconobbero nella dittatura del proletariato, per la prima volta accennata dalla Comune, la forma del potere politico necessaria al compimento della rivoluzione.

I soviet nacquero in Russia sotto la spinta di gruppi politici i più disparati e sotto la direzione pressoché univoca dei menscevichi. Ma in essi Trotsky prima e i partito bolscevico poi seppero riconoscere la forma, gli strumenti concreti della dittatura proletaria. Non i soviet diretti dai menscevichi e dagli SR (quando non dai Cadetti o dal prete Popov), ma la forma organizzativa del soviet era la forma che avrebbe assunto lo strumento base della dittatura proletaria, una volta orientata sul terreno rivoluzionario, ovvero diretta dal partito rivoluzionario.

Noi qui abbiamo da definire, ancora più indietro, le forme della futura ripresa organizzativa e di lotta del proletariato e non le individuiamo certo nelle sigle che attualmente occupano la scena dell'opposizione sindacale al sindacato.

Le individuiamo invece nel fenomeno che si è dato, e che i riformisti hanno cavalcato e per ora cavalcano, di aggregazione e organizzazione su base territoriale.

Nel pubblico impiego

Abbiamo già accennato al fatto che le forme di organizzazione delle fasce militanti dei lavoratori hanno da subito interessato diversi comparti del pubblico impiego. Sarebbe forse più giusto dire che sono state sperimentate per la prima volta dal pubblico impiego.

Cobas scuola e Macchinisti uniti dato luogo a manifestazioni di forza non indifferenti già nel 1987, prima di cadere vittima di un accentuato sindacalismo. Ma, ripetiamo, è il fenomeno della genesi che ci interessa, essendo di per sé aperto a sviluppi differenti .

Essi sono nati dalla convergenza di alcuni, pochi, elementi militanti delle rispettive categorie, su base appunto territoriale, in riunioni politico-organizzative capaci di cogliere e interpretare le forti spinte di carattere difensivo e/o rivendicativo provenienti dalle categorie medesime. In breve tempo le indicazioni di mobilitazione e di lotta emanate da questi organismi hanno coinvolto centinaia (nel caso dei macchinisti) e decine di migliaia (nel caso della scuola) di lavoratori, fino a portarne 50 mila in piazza a Roma. Era prima della caduta del muro e della campagna sulla scomparsa della classe operaia, prima dell'ondata di delusione e riflusso che ha investito la generica sinistra e prima del manifestarsi brutale della crisi economica e della relativa campagna sui sacrifici necessari.

Erano evidenti i limiti sindacal-corporativi di quelle esperienze, chiuse nei ristretti e talvolta risibili ambiti della categoria o della sottocategoria dei ferrovieri macchinisti. Ed è proprio contro quei limiti che ci battemmo allora, dall'interno. Oltre alla partecipazione alle assemblee provinciali e nazionali e una breve parentesi di presenza nella Commissione esecutiva nazionale del Cobas scuola, producemmo allora diversi manifestini e alcuni documenti, ancora disponibili (3), e partecipammo alla redazione dei due numeri del bollettino “C'erano una volta i Cobas”, nel primo dei quali è riportato il testo della mozione di minoranza che presentammo alla assemblea nazionale del 20 marzo 1988. È in quella "mozione di lotta" che si afferma esplicitamente fra l'altro:

Il movimento ha espresso la sua piattaforma e su questa deve condurre le sue lotte con il fine di strappare i punti più qualificanti, al di fuori del rituale sindacale dell'alternarsi di fantasmi di lotta con le sedute al tavolo delle trattative. Quanto riuscissimo a far concedere seduti al tavolo con il ministro e i sindacati, sarebbe un vero sottoprodotto delle trattative degli altri...

Il nodo era esattamente questo: o il movimento cresce alla base, o inevitabilmente va all'esaurimento e alla sua identificazione nella Commissione esecutiva Nazionale, che soprattutto pensa a ritagliarsi uno spazio di legittimazione politica. E lo scontro era sull'andare o meno alle trattative, con il ceto politico dominante tutto teso alla prima soluzione. Questa portò come da noi previsto nel vicolo cieco. Quel ceto politico non aveva né le capacità né le possibilità oggettive di affermarsi davvero quale nuovo sindacato: troppo forte la concorrenza, e non solo da parte dei confederali. Rimase così lontano dagli agognati tavoli e senza più il movimento. Oggi la sigla sopravvive, ma nelle scuole la "componente proletaria" (giacché solo questa interessa, essendo il resto del corpo docente piccola borghesia) deve riprendere daccapo il coordinamento dei suoi militanti e l'organizzazione di base, al di fuori di quella sigla. (4)

Verso nuovi sindacati?

Per quanto riguarda il mondo industriale, il processo di aggregazione delle forme di opposizione sindacale ha seguito un percorso leggermente diverso. Sulle orme, per certi versi, dei defunti Comitati operai della Fiat dell'80, si sono prima costituiti comitati di fabbrica anche di una certa consistenza, nelle singole grandi fabbriche, i quali hanno poi svolto il ruolo di nuclei di aggregazione attorno cui si sono posizionate "realtà" minori distribuite sul territorio, a costituire forme di coordinamento appunto territoriale.

È anche questa origine a segnare il carattere fortemente sindacalistico e sostanzialmente riformista di queste organizzazioni, nonché l'essere state iniziate dal ceto politico del cripto-stalinismo e della cosiddetta nuova sinistra in ansia di riciclo (dai kabulisti ai trotzkisti della IV Internazionale ora rifondazionisti.

Quella origine infatti segnala quelle organizzazioni vome una sorta di "colpi di coda" della composizione materale di classe in via di scomparsa.

Ciò che comunque deve essere rilevato è che una qualunque opposizione (anche di tipo sindacal-riformista) alla storica e quotidiana svendita degli interessi proletari da parte dei sindacati può determinarsi oggi alla sola condizione di porsi fuori dalle strutture e dalle dinamiche interne ai sindacati.

Conviene rispondere subito alla facile obiezione di qualche ingenuo estremista: ma se queste strutture arrivano, come è loro tendenza e intenzione, a costituire uno o più nuovi sindacati, si torna al punto di prima, con la differenza che saranno capaci di controllare anche i lavoratori delle piccole e medie imprese più di quanto siano capaci i sindacati oggi ufficiali.

Premesso che i sindacati ufficiali non controllano i lavoratori delle piccole e medie imprese, che di per sé non manifestano grandi necessità di essere controllati, il punto sta nella possibilità stessa di impiantarsi di un nuovo sindacato che nella sostanza sia anche solo minimamente diverso da quello attuale.

Se dalla attuale Cub e dintorni dovesse nascere un sindacato capace di contrattazione (ergo riconosciuto), esso non farebbe che ripercorrere le stesse linee dell'attuale: non c'è spazio per una mediazione che non sia mediazione degli interessi padronali verso gli operai. Non c'è spazio, cioè, per rivendicazioni salariali e normative che avendo una reale capacità anche puramente difensiva possano avere successo. È giocoforza allora che si debba gabellare per successi, le bidonate: il sindacato non può subire solo smacchi politici. Esisterà sempre per l'animale politico che ha scelto la professione del sindacalista la possibilità di giostrar con le parole per far passare, per esempio, la riforma del salario necessaria al capitale come un vantaggio per i lavoratori e una occasione per la loro valorizzazione.

Mai ipotecare la storia: è possibile che Cub e dintorni diano luogo a un quarto sindacato e anche che questo si imponga come unico "rappresentante dei lavoratori". Ma questo non sposterebbe di una virgola la questione. La lotta di difesa pur minimale della classe operaia è possibile che riprenda solo fuori e contro i sindacati, d'accordo, ma anche solo a partire dalle forme di organizzazione territoriale dei militanti della classe stessa.

Il dato non è da poco. Le sue implicazioni sono infatti agenti sia sul terreno della prospettiva tattica, sia sul terreno concrete potenzialità politiche del lavoro rivoluzionario.

Nuove possibilità e vecchi pericoli

Sul terreno tattico la prospettiva della riaggregazione degli interessi di classe su base territoriale modifica, come argomentavamo sopra, la base di partenza della dinamica di lotta che condurrà all'assalto rivoluzionario.

Dicevamo che la forza politica comunista deve agire all'interno del movimento materiale del proletariato per influenzarlo quanto più possibile in senso rivoluzionario e che nella crescita di quel movimento materiale deve crescere la direzione rivoluzionaria. (punti 2 e 3, sopra).

Ebbene la presenza dei rivoluzionari all'interno del movimento proletario di difesa immediata fin dalle sue prime forme di manifestazione è certamente più agevolata che nello "schema" precedente. I rivoluzionari sono esigua minoranza dispersa sul territorio così come sono di minoranza le forme elementari di aggregazione degli interessi proletari. Le potenzialità di estensione di queste si traducono nelle potenzialità di espansione dell'influenza rivoluzionaria.

È giusto soffermarsi un poco su queste potenzialità di estensione della organizzazione e della lotta proletaria, per sottolinearne la natura di potenzialità appunto, e non scambiarla con una idealistica immanenza.

Se è certo infatti che il processo di ripresa può partire solo dalla riaggregazione della militanza operaia sul territorio, non è affatto deterministicamente sicuro che questa riesca a mobilitare le masse proletarie e in via di proletarizzazione. Il percorso sarà molto più accidentato di quanto si possa desiderare e vedrà non poche ricadute nel sindacalismo "trattativista" e non pochi ostacoli nei già presenti tentativi di parte confederale di spostarsi a sua volta sul territorio.

Il fenomeno della frammentazione dell'apparato produttivo è talmente evidente che non è sfuggito alla attenzione del sindacato. È inutile attendersi da parte sindacale grandi analisi sui rapporti fra il fenomeno in sé, le dinamiche capitalistiche e la crisi di ciclo che le determina: la critica dell'economia politica non è mai stato patrimonio del personale sindacale. Ma il fenomeno ha tutta la forza della concretezza.

Il sindacato come lo coglie? Come un vertiginoso crescere della piccola e media industria parallelo al declinare della grande; come necessità, dunque, di ristrutturare il suo apparato burocratico nel senso di cacciar fuori dagli uffici categoriali un congruo numero di funzionari, per dedicarli alla caccia di tessere e di seguito nel "comprensorio", cioè in aree ad alta densità di unità produttive medie e piccole o piccolissime e diverse per categoria di appartenenza.

Il segretario della Cgil Trentin ha espresso le urgenze di una generica sburocratizzazione del sindacato; queste si sono già tradotte in più esplicite iniziative in alcune province del Nord da parte degli "operatori sindacali", che si stanno gettando a pesce nel mare della piccola industria e dell'artigianato per affermarvi il loro ruolo di rappresentanza dei lavoratori.

È significativo che la "rappresentanza dei lavoratori" - nelle prospettive dei suddetti operatori sindacali - si accompagni alla presa in carico dei problemi di queste "centinaia di migliaia di imprenditori, che spesso non sono al corrente delle possibilità di sostegno e di finanziamento che la legge garantisce loro" (da un intervento radiofonico di uno di questi sindacalisti). È significativo del fatto che seppure cambierà la struttura operativa dei sindacati, non muterà in alcun modo la loro funzione di mediatori degli interessi dei capitalisti presso la classe operaia.

Ma nella attuale situazione politica generale di classe una penetrazione più capillare del sindacato giocherà senz'altro come un potente ostacolo, se non all'emergere di prime esperienze di aggregazione genuinamente di classe, certamente a un crescere della loro presa sulla massa dei proletari, dispersa nelle micro-unità, in cui l'intimità col padrone rende i lavoratori tanto più permeabili ai suoi problemi e alla sua ideologia, tanto più bolsamente reazionaria quanto più insignificante la sua azienda.

Si consideri questo dato congiuntamente con la generale tendenza della cittadinanza borghese alla chiusura nei più meschini interessi e si avrà il quadro delle difficoltà che incontreranno i tentativi di riprendere l'organizzazione di lotta sugli interessi autonomi di classe operaia.

Ruolo dei rivoluzionari

D'altra parte il quadro complessivo indica con chiarezza anche la necessità/possibilità di presenza delle minoranze rivoluzionarie, internazionaliste. Non è infatti concepibile una forma di espressione operaia autonoma dai sindacati che non si fondi su questi due presupposti.

Il primo è la distinzione fra interesse autonomo di classe e interesse della "economia nazionale" o, peggio, aziendale. Senza di questa, rimarrà solo il sindacato nella piccola e media industria, ovvero nell'insieme dell'apparato produttivo che si va configurando. Chi meglio del sindacato riesce a "coniugare l'interesse dei lavoratori tutti” (operai e padroni, che anche loro lavorano, poverini) con gli interessi dell'economia nazionale?

Il secondo presupposto, correlato al primo, è l'abbandono e quantomeno il forte indebolimento delle illusioni sulla riformabilità del capitalismo. L'attuale ceto dirigente di Cobas, RdB e simili (per non parlare dei furbini di Essere sindacato) è impregnato di queste illusioni: è riformista costituzionalmente. Anche per questo, per la debolezza del riformismo nella fase di crisi del ciclo di accumulazione, quelle esperienze sono destinata a un relativamente rapido logoramento.

L'espressione organizzata dell'interesse autonomo di classe sul terreno della concreta organizzazione di lotta rende dunque non solo possibile, ma finanche necessaria la presenza attiva, propulsiva, delle minoranze rivoluzionarie sin dalle sue prime manifestazioni. E non pare che questo richieda lunghe spiegazioni.

Se il superamento della organizzazione categoriale è un fenomeno tanto necessario che lo stesso sindacato lo sta faticosamente prendendo in carico, questo conferma la sua portata storica. Prendiamone atto per segnare più marcatamente - e sul piano, almeno in prospettiva, della concreta organizzazione - la antinomia fra sindacalismo di per sé riformista e difesa militante di classe.

Il superamento della organizzazione solo categoriale, non implica affatto la fine, anche se in linea di tendenza, degli scioperi di categoria. Il sindacato confederale potà cambiare, ristrutturarsi ma non sparire: è tanto necessario al capitalismo quanto lo è il rapporto di lavoro salariato.

In conclusione, l'elefante sindacale rimarrà a irregimentare le masse proletarie più inerti e le più agili forme di organizzazione territoriale delle avanguardie dovranno, non contendere le masse al sindacato sul suo piano, ma sviluppare ed esplicitare quanto più possibile e sul terreno di lotta la contrapposizione di classe, l'antagonismo immediato e storico fra proletariato e borghesia. Di questo, ancora, la presenza dei rivoluzionari è condizione e motore principale.

Altro chiarimento necessario, a evitare pericolosi fraintendimenti: qui non si propugna la "organizzazione generale economica apartitica" (o sindacato) stavolta organizzata su base territoriale invece che categoriale.

Un inamovibile macigno sulla via della ripresa di classe è la generale tendenza di ogni organizzazione che si determina nella formazione sociale borghese a cristallizzarsi nella difesa di sé come organizzazione, indipendentemente dalle ragioni originarie della sua costituzione. In altri termini non si deve dimenticare neppure per un secondo che organizzazioni proletarie di lotta si rendono possibili e necessarie solo per la organizzazione della lotta; quando la lotta di classe o la sua urgente necessità di ripresa subisce battute d'arresto o di ritirata viene meno la ragione stessa dell'organismo specifico e allora questo o finisce o si ridimensiona e si trasforma. Ricordiamo a questo proposito, oltre alla infausta fine delle organizzazioni di disoccupati di Napoli, la vicenda del Cobas scuola, ora impegnato a ricercare forme di unità o coordinamento con le altre sigle - dalla FLMU al Cobas Alfa. (5)

I tentativi che attualmente occupano la scena politica della opposizione sindacale, ormai caratterizzati dalla tendenza accennata, sono ancora espressioni della struttura categoriale o addirittura di fabbrica. Ma anche quelli più originalmente territoriali che si potranno dare correranno questo rischio. Ai rivoluzionari spetta il compito di individuarlo e combatterlo.

Unità proletaria

Nella organizzazione territoriale del proletariato di avanguardia è aperta una nuova importante possibilità: quella dell'unità concreta dei diversi strati di classe (occupati o disoccupati) e delle diverse "cittadinanze" (proletari autoctoni e immigrati).

Anche qui non è necessario spendere parole per dire l'importanza di ciò. L'unitarietà degli interessi di classi, determinante le possibilità di emancipazione della classe stessa, si deve tradurre in unità organizzativa e di lotta, quantomeno delle avanguardie. Quando ciò accade è aperta la via alla battaglia conclusiva.

Nella prospettiva politica, dunque, le nuove forme di organizzazione che prenderanno le prossime esperienze di autodifesa della classe, svolgeranno il ruolo di "palestra di lotta di classe", una volta assegnato alla lotta economica condotta dai sindacati.

Non più, però, come organismi stabili, formalizzati e in certo modo istituzionalizzati - concorrenti su questo piano del sindacato - ma come forma fenomenica della ripresa di lotta di classe, il cui momento unificante e coagulante, si presenta:

  1. nella fase di generalizzazione dello scontro;
  2. nella riappropriazione del programma rivoluzionario.

Di stabile può e deve rimanere il nucleo della militanza rivoluzionaria, attorno alle indicazioni e alla battaglia del quale riaggregare le forze per gli scontri con la borghesia.

Torna prepotentemente di attualità il punto forte della tattica internazionalista: i gruppi di fabbrica internazionalisti, che si potranno tramutare in gruppi proletari di zona, non mutando alcunché del loro ruolo di emanazione politica (non di massa) attorno alla quale aggregare le avanguardie proletarie, influenzate dalla linea di classe nella battaglia quotidiana contro il capitale e capaci di trainare quando necessario alla lotta gli altri strati di classe, nelle forme organizzative territoriali di cui siamo andati discutendo.

In conclusione e riprendendo la rappresentazione del percorso alla ripresa generalizzata della lotta di classe proletaria:

  • La genesi che abbiamo tratteggiato dei nuovi organismi territoriali implica un elevazione non indifferente del livello politico di partenza: se nella grande fabbrica la battaglia contro i ritmi coagula lavoratori al di là dei loro livelli di consapevolezza di classe, il concorrere di lavoratori a organismi territoriali di lotta di classe fuori e contro i sindacati, comporta livelli superiori.
  • Questa selezione originaria implica l'assenza delle suggestioni più biecamente conservatrici e in generale una minor difficoltà di... audience per i militanti rivoluzionari.
  • È così resa meno difficile che in passato l'azione della forza politica rivoluzionaria all'interno del movimento materiale del proletariato e quindi la caratterizzazione del movimento stesso sul terreno di classe.
  • Resta necessario il crescere su questa base il crescere della direzione rivoluzionaria, in aperta contrapposizione teorica, politica e organizzativa con le forze conservatrici interne ed esterne al movimento di classe stesso, fino all'accumulo di forze sufficienti all'assalto rivoluzionario.

La nuova forma di espressione dell'organizzazione proletaria, non ci stanchiamo di ripetere, è stata finora solamente accennata dalla dinamica presente di classe: le esperienze in atto sono ancora ben salde sul terreno della mediazione riformistica.

Rimane dunque fortemente probabile che essa si affermi più esplicitamente a seguito di ulteriori sconquassi della presente formazione sociale (vedi Tesi del nostro V Congresso). L'importante è essere pronti, tanto sul piano teorico-analitico, quanto sul piano politico-organizzativo. Abbiamo ancora tempo per perfezionare l'esame, anche sulla scorta della dinamica presente. Bisogna andare avanti dunque in questo senso e saper cogliere dall'oggi i segni e le indicazioni per un domani non sappiamo quanto prossimo o lontano.

Mauro jr.Stefanini

(1) Vedi più in particolare "Il rapporto fra capitale e lavoro nel processo di crisi in Italia" in Prometeo 5 (giugno 1993).

(2) Vedi a questo proposito il fascicolo 3 di Strumenti di Battaglia comunista, dedicato appunto alla riforma del salario e al ruolo dei sindacati in essa.

(3) L'accordo intercompartimentale per il pubblico impiego del dicembre 1985 e Intervista sui Cobas.

(4)Alcuni tentativi in questo senso sono in atto e vedono giustamente la presenza anche dei militanti della nostra organizzazione. È anche questa un esperienza necessariamente ancora legata alla categoria specifica, potenzialmente aperta però alle altre fasce proletarie, occupato o meno.

(5) Significative in questo senso le assemblee generali, in realtà riunioni generali delle sigle, come quella di Milano del 21 Novembre.

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