Gli Stati Uniti e il dominio del mondo

Con il crollo dell'ex Unione Sovietica si era diffusa la convinzione che l'umanità avesse di fronte un'era di pace e prosperità. Si era pensato che esso segnasse la chiusura del ciclo della crisi avviatosi nei primi anni 1970 e aprisse le porte a una nuova fase espansiva dell'economia mondiale; che potesse iniziarsi un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica imperniato sulla microelettronica e comandato dai paesi tecnologicamente più avanzati. I sicofanti del capitale, esaltando l'economia del libero mercato quale conditio sine qua non per l'affermazione più completa della pace e della democrazia, sostenevano addirittura che fosse finita la storia in quanto erano state superate tutte le contraddizioni che generavano l'antagonismo fra le classi sociali e fra gli stati accreditando, indirettamente, la tesi che tutti gli ostacoli che si erano frapposti, negli ultimi cinquanta anni, allo sviluppo pacifico dell'umanità fossero addebitabili unicamente alla esistenza dell'Unione Sovietica che generava una contrapposizione di ordine etico e morale e il conseguente schieramento dell'esercito del bene sul terreno della libera concorrenza e della democrazia e quello del male in difesa del socialismo e della dittatura.

Il crollo dell'Unione Sovietica rimuovendo la causa di tutti i mali avrebbe finalmente consentito all'economia e alla organizzazione politica e sociale del vincitore di affermarsi su scala planetaria senza ostacoli di sorta.

Il modello di vita occidentale basato sulla libera concorrenza avrebbe finalmente potuto dispiegare tutte le sue potenzialità e regalare al mondo intero se non il paradiso in terra almeno libertà e benessere.

Sotto gli occhi di tutti vi è, invece, una realtà che, dalla caduta del muro di Berlino a oggi, si è caratterizzata esclusivamente per l'incancrenirsi dei conflitti ed il dilatarsi della crisi economica in contraddizione con tutte le previsioni fatte. Evidentemente gli schemi utilizzati, seppure utili per un'azione di propaganda politica mirata a sradicare dalla coscienza del proletariato internazionale ogni residuo richiamo agli ideali del socialismo, erano del tutto inadeguati per comprendere la complessità delle ragioni che hanno determinato quel crollo e di conseguenza anche le nuove dinamiche che avrebbe attivato la rottura dei vecchi equilibri interimperialistici.

Gli Stati Uniti sono rimasti l'unica superpotenza, ma il mondo non va verso un nuovo ordine; al contrario va verso una fase di grande instabilità: ciò perché la crisi mondiale non era addebitabile alla semplice esistenza dell'"impero del male" ma scaturiva dalle contraddizioni strutturali del ciclo di accumulazione capitalistica tanto nella sua versione statalizzata dell'est quanto in quella occidentale. D'altra parte uno sguardo allo storia passata mostra con estrema chiarezza che se per tutti gli anni che vanno dal 1945 al 1970 l'economia statunitense e mondiale ha conosciuto una poderosa fase espansiva ciò si è verificato proprio grazie alla seconda guerra mondiale che ha rimosso le cause strutturali della crisi economica che si trascinava sin dagli ultimi anni venti consentendo l'apertura di un nuovo ciclo di accumulazione e il controllo bipolare del mondo.

Gli accordi di Yalta

L'Urss, se per per mille versi si collocava in posizione conflittuale agli Usa, per altri era parte integrante del mondo uscito dalla seconda guerra mondiale e contribuiva non poco alla sua stabilità. Gli accordi di Yalta, per quanto la propaganda occidentale li abbia sempre rappresentati come una sorta di sconfitta degli Stati Uniti costretti al compromesso dall'orso sovietico e dall'abilità tattica di Stalin, in realtà furono un affare per entrambi ed in particolar modo per gli Stati Uniti, i veri vincitori del conflitto.

Benché la guerra si fosse combattuta in ogni angolo del pianeta abbattendo ovunque la sua terribile forza distruttrice, gli Stati Uniti furono gli unici a uscirne veramente rafforzati. Mentre tutti, indistintamente tutti, gli altri attori della tragedia bellica subivano terribili perdite e la distruzione dei loro apparati produttivi, gli Stati Uniti, grazie al fatto che nè il Giappone da Ovest nè la Germania da Est erano in grado di attaccarli sul loro immenso territorio, poterono fra, il 1940 e il 1945, raddoppiare il loro potenziale produttivo e porsi così in posizione di supremazia totale tanto rispetto alle potenze sconfitte che a quelle alleate.

Gli accordi di Yalta, che sostanzialmente congelavano le posizioni acquisite dai due eserciti sul terreno al momento della resa tedesca, assegnando agli Stati Uniti il controllo dell'Europa Occidentale e del Giappone, tenevano conto delle esigenze economiche della poderosa macchina produttiva statunitense più di ogni altra cosa. Queste due aree, infatti, vantavano una lunga tradizione industriale e presentavano tutte le caratteristiche per poter divenire, a partire dalla fase della ricostruzione, mercati sufficientemente strutturati per accogliere l'intervento del capitale statunitense. Al contrario i mercati oltre l'Elba ivi compreso quello russo si presentavano in gran parte poco sviluppati e, salvo alcune aree dell'Europa centrale, privi di una tradizione e una struttura industriale moderna. Assumerne il controllo significava anche per gli Stati Uniti caricarsi di un onere rilevante senza una prevedibile proficua contropartita, tant'è che fu reso esplicito nel trattato che la zona sotto il controllo sovietico non avrebbe ricevuto, nè potuto chiedere per la sua ricostruzione alcun aiuto statunitense.

Con questo tipo di spartizione praticamente nasceva un sistema di controllo economico, politico e militare del pianeta basato su due centri di comando che grazie alla clausola della non interferenza assicurava a ciascuno di essi il monopolio del potere. Per entrambi si trattava di un buon affare poiché acquisivano la certezza di poter disporre a proprio piacimento dell'area controllata e nel contempo che anche l'altra area sarebbe stata controllata e gestita secondo criteri comunemente prestabiliti e tesi ad azzerare i rischi di instabilità.

Per gli Stati Uniti, in maniera particolare, ciò ha significato la possibilità di effettuare tanto in Europa che in Giappone investimenti massicci in assoluta tranquillità assicurando alla loro struttura industriale un enorme mercato altamente profittevole e nel contempo di poter operare una attenta politica di contenimento dell'avversario avendolo relegato al controllo dell'area più povera.

Entrambi i contraenti, grazie a Yalta, poterono raggiungere i fini che si erano prefissati in relazione alle rispettive esigenze: l'Urss poté scaricare gran parte dei costi della propria ricostruzione ed industrializzazione sui suoi satelliti e gli Stati Uniti ebbero a loro completa disposizione un mercato di milioni e milioni di consumatori che era esattamente quello di cui avevano bisogno le loro grandi imprese multinazionali per poter produrre con elevati profitti. Inoltre, grazie a questi elevati profitti all'interno si rese possibile una politica di alti salari che consentì l'integrazione di vasti settori del proletariato industriale nei piani produttivi del grande capitale monopolistico e una colossale espansione della domanda di beni di consumo. Illuminante in tal senso fu la conclusione del grande sciopero del 1946 alla General Motors con un accordo che prevedeva un forte aumento dei salari in cambio della rinuncia degli operai allo sciopero, un forte innalzamento della produttività e l'aumento del prezzo del prodotto finito reso possibile dall'assenza sul mercato mondiale di concorrenti competitivi. Per chi ha presente la virulenza degli scontri sindacali negli Stati Uniti negli anni trenta e l'elevato grado di concentrazione raggiunto dal capitale, appare evidente l'enorme importanza di questo accordo che di fatto azzerava il conflitto sociale e inglobava la classe operaia nella pianificazione monopolistica tant'è che per i successivi venticinque anni esso costituì il modello a cui si informarono tutti i grandi settori industriali e i loro sindacati. Grazie alla guerra inoltre e agli accordi di Yalta da essa scaturiti, gli Usa di fatto divennero sia sul terreno militare che economico il punto di riferimento insostituibile per tutto il mondo occidentale. Lo schieramento delle loro truppe a difesa dei confini al di qua dell'Elba dallo spauracchio del" comunismo" e la costituzione della Nato consentirono loro di ridurre il ruolo tanto degli sconfitti quali la Germania, l'Italia e il Giappone che degli alleati francesi e inglesi a quello di semplice comparse. Soprattutto questi ultimi dovettero prendere atto che la loro epoca era definitivamente tramontata e mettere in stato di liquidazione i resti dei loro imperi. Dal Medio Oriente, all'Africa Centrale nell'arco di quindici anni, tutte le più importanti colonie delle vecchie potenze europee procedettero alla loro dichiarazione di indipendenza per passare di fatto nella sfera d'influenza statunitense. Nel solo 1960 ben 16 paesi centro africani lo fecero. D'altra parte con un' economia uscita distrutta dalla guerra, nessuna delle vecchie centrali imperialistiche europee era più in grado di sostenere un ruolo di grande potenza dipendendo sia dal punto di vista militare che economico-finanziario dagli Stati Uniti. Già a partire dal 1943, gli Stati Uniti, con l'UNRRA (United Nation Relief and Rehabilitation Agency) e poi con il piano Marshal si erano fatti carico degli investimenti necessari per la ricostruzione post-bellica ponendo così le basi per gli accordi di Bretton Woods del 1949 con cui fu riconosciuta al dollaro la funzione di mezzo di pagamento internazionale ancorato all'oro secondo una parità prestabilita di 34 dollari l'oncia la cui osservanza era delegata alla banca centrale statunitense. Con questi accordi la politica monetaria dell'intera area occidentale passa di fatto nelle mani della Fed e con essa tutta la politica estera diviene un fatto di esclusiva competenza americana.

Per i paesi dell'Europa Occidentale e per il Giappone, la delega della loro politica estera agli Stati Uniti se da un lato rappresenta l'accettazione di una condizione di sovranità limitata, dall'altra, liberandoli dall'obbligo di attrezzare eserciti in grado di contrastare eventuali attacchi provenienti da est, rende possibili politiche di assistenza sociale che consentono un forte contenimento dei conflitti di classe anche in presenza delle politiche di bassi salari necessarie alla ricostruzione delle rispettive economie nazionali.

Fino a tutti gli anni sessanta gli interessi dei paesi dell'Europa occidentale e del Giappone risulteranno coincidenti con quelli statunitensi perché la guerra e non il buon cuore dello zio Tom aveva creato le condizioni di uno sviluppo complessivo del sistema capitalistico su scala mondiale incentrato sullo sviluppo interno statunitense. Il meccanismo che, come abbiamo visto, rese possibile la crescita dei consumi interni portandoli a livelli stratosferici ha dato luogo ad una situazione affatto originale nella storia dell'imperialismo moderno poiché la potenza imperiale, date le dimensioni assolute della sua economia, pur essendo determinate nella dinamica della crescita della relazione domanda-offerta su scala mondiale vi partecipava, fino a tutti gli anni settanta, con solo l'8 per cento del suo Pnl lasciando così ampi spazi alla altrettanto vertiginosa crescita degli apparati produttivi degli alleati europei e del Giappone.

Con il crollo dell'Unione sovietica si è pensato che questo meccanismo di sviluppo potesse ripartire con lo stesso impeto con cui si era avviato dopo la seconda guerra mondiale, dimenticando che la nuova "vittoria" statunitense non aveva avuto un intermezzo importantissimo quale lo scontro militare aperto. Senza le grandi distruzioni prodotte dalla seconda guerra mondiale il capitalismo non avrebbe mai potuto avviare una fase di sviluppo così sostenuta e duratura, né gli Stati Uniti affermarsi in maniera così eclatante.

L'accumulazione capitalistica e la guerra

La guerra, contrariamente a quanto viene comunemente sostenuto dagli ideologi borghesi, non scaturisce dalla perversa malvagità dell'uomo né dalla sua atavica aggressività. Essa si pone all'ordine del giorno della storia quando le contraddizioni del processo di accumulazione del capitale si sviluppano sino a determinare una sovrapproduzione di capitale e una caduta del saggio del profitto che il sistema non riesce ad arginare mediante le spinte antagonistiche al fenomeno che esso stesso ordinariamente attiva . Si pongono allora due ordini di problemi: a) la distruzione dei capitali in eccesso ; b) l'estensione del dominio imperialistico sul mercato internazionale. È risolvendo questi due problemi che la guerra consente l'avvio di un nuovo ciclo di accumulazione e assicura la sopravvivenza del sistema unitariamente inteso.

Dai primi anni 70, come è ormai universalmente riconosciuto, il sistema economico mondiale è afflitto da un'endemica sovraccumulazione di capitali. La crisi della stessa Urss, come abbiamo già avuto modo di evidenziare su questa rivista (Vedi Prometeo n 11, IV Serie), pur in presenza di alcune specificità legate alla enorme centralizzazione dei capitali nelle mani dello stato-capitalista, è per intero riconducibile al fenomeno della sovraccumulazione e in generale alle contraddizioni del processo di accumulazione del capitale.

Il crollo dell'Urss, per quanto devastante non ha determinato la stessa situazione che si produsse all'indomani della seconda guerra mondiale o che si sarebbe prodotta qualora il crollo fosse stato conseguente ad un conflitto armato. Il crollo senza guerra anziché favorire la distruzione dei capitali in eccesso ha determinato una situazione paradossale nel senso che ha reso più acuta l'eccedenza dei capitali sul mercato internazionale. L'Urss, per quanto arretrata, era pur sempre una potenza industriale di tutto rispetto con un apparato produttivo in gran parte obsoleto, ma con settori all'avanguardia e comunque capaci di competere con i corrispondenti settori occidentali se non altro per il basso livello medio dei salari. È il caso, ad esempio, del settore siderurgico che sta letteralmente mettendo in ginocchio la siderurgia dell'Europa occidentale e tedesca in particolar modo, già afflitte da fenomeni di sovrapproduzione. È come se nel settore siderurgico occidentale già fortemente caratterizzato da sovraccumulazione, si fosse formato un capitale addizionale con la conseguenza di imprimere alla caduta del saggio del profitto un'ulteriore accelerazione. Pur non trattandosi di un fenomeno generalizzato, certamente testimonia che il problema della sovraccumulazione nei paesi occidentali non ha tratto alcun giovamento dalla caduta dell'Urss; tanto più che il mercato russo non si è mostrato sufficientemente articolato da accogliere su vasta scala i prodotti dell'industria occidentale. Il fatto poi che la Russia e un po' tutti i paesi dell'ex blocco sovietico lamentino uno scarso afflusso di capitali provenienti dal blocco occidentale verso la loro economia solo apparentemente contraddice l'esistenza di un problema di sovraccumulazione. Per sovraccumulazione di capitali non deve intendersi che si è in presenza di:

una sovrapproduzione assoluta in generale , una sovrapproduzione assoluta di mezzi di produzione. Essa è solo una sovrapproduzione di mezzi di produzione in quanto questi operano come capitale e devono, perciò, in proporzione al valore accresciuto che deriva dall'aumento della loro massa, valorizzare questo valore, creare un valore supplementare.

Marx - Il Capitale - Libro III cap. 15

Non vi sono in assoluto troppi mezzi di produzione rispetto, per esempio, ai bisogni della collettività, ma vi sono troppi mezzi di produzione rispetto alla capacità di estorsione di plusvalore da parte del capitale stesso. Accade con i capitali industriali e finanziari quel che accade con talune merci (che poi sono sempre capitale): esse vengono distrutte non perché ve ne siano troppe rispetto ai bisogni che potrebbero soddisfare, ma ve ne sono troppe rispetto ai prezzi e quindi al saggio di profitto che si formerebbe con l'immissione sul mercato di una quantità supplementare della merce considerata. Vi sono troppi capitali rispetto ai saggi di profitto che il loro impiego produttivo assicurerebbe, ma non rispetto alle esigenze produttive esistenti su scala planetaria in relazione ai bisogni dell'umanità.

Il crollo per implosione dell'Urss non avendo dato luogo a una distruzione generalizzata di capitali in nessun caso poteva segnare l'avvio di un nuovo ciclo di accumulazione, ma solo il passaggio ad una nuova fase della crisi mondiale in cui tutto è stato rimesso in discussione e tutto è destinato a mutare.

Il declino statunitense

Dal 1945 al 1970, la potenza economica statunitense si è poggiata, come abbiamo visto, sullo sviluppo costante del mercato interno e sull'egemonia esercitata sul mercato internazionale senza che essa confliggesse con la crescita delle economie dei paesi alleati. Dalla fine della guerra al 1970 la bilancia commerciale aveva accumulato un saldo attivo pari a 140 miliardi di dollari; ma già nel 1970 si hanno i primi segni di una inversione di tendenza e nel 1971 la bilancia commerciale fa registrare un saldo negativo di 2,3 mld di dollari. Da allora il deficit della bilancia commerciale è sempre cresciuto passando a 6,3 mld di dollari nel 1972, 26,7 mld di dollari nel 1977. Oltre al saldo della bilancia commerciale, a partire dai primi anni 70, altri indicatori macro-economici segnalano la chiusura della fase espansiva apertasi con la guerra.

Nel 1960, il Pnl degli Stati Uniti era pari al 40 per cento del Pnl mondiale; nel 1990 esso è sceso a meno di un quarto. Nel 1960 il rapporto fra esportazioni e importazioni era pari al 133 per cento, 110 per cento nel 1970, 90 per cento nel 1980 e 85 per cento nel 1981.

Nello stesso tempo la quota di mercato occupata dalle industrie estere tendeva sempre più ad aumentare: nell' industria dell'acciaio la fetta di mercato sale dal 7,3 per cento del 1964 al 16,7 per cento nel 1968, mentre nell'industria automobilistica passa dal 6 al 10,5 per cento.

Cristoph Scherrer - La fase Fordista nell'Industria dell'auto e dell'acciaio - Marx 101 sett. 92

Nel 1968 l'industria dei paesi dell'Europa occidentale e del Giappone raggiunse gli standard competitivi della grande industria statunitense tanto da dare un contributo decisivo all'incremento della produzione mondiale e delle sue eccedenze e all'insorgere della grande crisi degli anni settanta da cui di fatto non si è più usciti.

La prima risposta che fu data dagli Stati Uniti con il presidente Nixon e il suo segretario di stato Kissinger fu incentrata sull'indebolimento dei loro alleati-concorrenti. Nel 1971, unilateralmente, gli Usa ruppero gli accordi di Bretton Woods e disancorarono il dollaro dall'oro avviando così un processo inflattivo di dimensioni gigantesche con lo scopo di svalutare la massa di dollari (eurodollari) in possesso dei loro alleati e introdussero un'imposta del 10 per cento su tutte le loro importazioni. Con l'attiva collaborazione dei loro fedeli alleati all'interno dell'Opec, l'Arabia Saudita e l'Iran dello Scià, imposero uno storico aumento del prezzo del petrolio con l'evidente obbiettivo di determinare un aumento dei costi di produzione dei loro alleati per riconquistare così i perduti margini di competitività. L'aumento del prezzo del petrolio portò nelle casse dei paesi produttori valanghe di dollari (petrodollari) che furono trasferiti nelle casse delle banche statunitensi. Di fatto si produsse una gigantesca concentrazione di capitale finanziario nelle mani del Tesoro statunitense che la utilizzò per finanziare l'indebitamento dei paesi del cosiddetto Terzo mondo, con lo scopo da un lato di tenere alta e orientata verso gli Stati Uniti la domanda mondiale dei prodotti agricoli e industriali; dall'altro per compensare con l'incremento della rendita finanziaria proveniente dall'estero il declino dei profitti.

Questa strategia, perseguita per tutti gli anni settanta, pur consentendo il contenimento del declino statunitense scaricandone i costi sui paesi dell'Europa Occidentale e del Giappone, non ha dato i frutti sperati e alla lunga il rimedio è risultato più dannoso del male. Pensato come ricostituente del modello di sviluppo basato sull'espansione progressiva della domanda mediante l'incremento dei salari e della produttività ne ha determinato il crollo definitivo. Avrebbe dovuto restituire competitività all'industria statunitense; invece indusse nei paesi dell'Europa occidentale e in Giappone giganteschi processi di ristrutturazione industriale e una forte riduzione della manodopera che insieme alla riduzione del salario medio mondiale falcidiato dall'inflazione hanno determinato una contrazione strutturale del mercato internazionale. I paesi del terzo mondo che, come abbiamo visto, si pensava avrebbero incrementato la loro domanda grazie ai prestiti concessi loro dal sistema bancario statunitense, rimasero in breve tempo letteralmente schiacciati dal peso degli interessi. L'aumento del prezzo del petrolio e l'impossibilità di avviare processi di ristrutturazione capaci di assorbirne l'impatto sulla struttura dei costi di produzione, determinarono un peggioramento delle ragioni di scambio fra essi e i paesi maggiormente industrializzati da uno a dieci volte cosicché la loro domanda di prodotti industriali anziché dilatarsi subì una forte contrazione. Se si aggiunge che mentre negli anni sessanta i mercati nordeuropeo e americano delle automobili, per esempio, crescevano del 12-13 per cento all'anno e nella seconda metà degli anni 70 il tasso di crescita non superava il 2-3 per cento, si può ben comprendere l'intensità dei mutamenti che si sono prodotti nei meccanismi dello sviluppo capitalistico in questi anni.

Di fronte al nuovo scenario tutti furono costretti a mutare radicalmente le loro strategie. Negli Stati Uniti si favorì la crescita della cosiddetta "economia della finanza" che è stata alla base della politica adottata dai presidenti Reagan e Bush negli anni ottanta.

Nei paesi dell'Europa occidentale e in Giappone si impresse ai processi di ristrutturazione industriale un'ulteriore accelerazione con l'introduzione generalizzata della microelettronica nei processi produttivi.

La rivoluzione reaganiana

Per effetto di questi mutamenti negli Stati Uniti andò facendosi strada la convinzione che non era più pensabile ribadire la loro supremazia facendo leva sul modello di sviluppo basato sulla espansione continua della domanda interna ed internazionale dei prodotti industriali essendo evidente che i paesi europei e il Giappone li avevano raggiunti e ormai superati in quanto a competitività.

Si trattava di impostare una nuova strategia capace di esaltare quali punti di forza dell'egemonia statunitense la loro potenza militare e finanziaria. Con l'elezione di Reagan alla Casa Bianca la nuova strategia si concretizzò in una precisa azione di governo. A farne innanzitutto le spese furono proprio i livelli salariali interni.

Ingaggiando alcune spettacolari battaglie sindacali, fu smantellato il sistema delle relazioni industriali che aveva dominato per i precedenti venticinque anni e avviata una liberalizzazione del mercato del lavoro con lo scopo di determinare una riduzione generalizzata dei salari. La contrazione della domanda interna che ne sarebbe derivata puntava, oltre che a ridurre le importazioni provenienti dal Giappone e dai paesi europei, a favorire l'accrescimento delle disponibilità finanziaria delle grandi società multinazionali e del sistema bancario. Per la stessa ragione venne riformato il sistema fiscale a favore delle rendite finanziarie e tagliata drasticamente la spesa sociale. Ma il vero grimaldello che fu utilizzato per drenare ricchezze da ogni angolo della terra verso gli Stati Uniti fu la politica al rialzo dei tassi d'interesse.

Grazie al fatto che il dollaro era ed è ancora il più diffuso mezzo di pagamento internazionale, per gli Stati Uniti una politica di alti tassi è molto meno costosa che per qualunque altra economia; infatti se è vero che alti tassi significano anche elevata remunerazione del debito in dollari è altresì vero che significano anche elevate rendite sui crediti in dollari. Ora, essendo il debito estero dei paesi del cosiddetto terzo e quarto mondo espresso tutto in dollari, gli Stati Uniti, innalzando i tassi d'interesse, innalzavano anche le rendite finanziarie che maturavano sul debito dei paesi esposti in dollari. Questa che è una vera e propria rendita di posizione finanziaria fu utilizzata per sostenere la crescita del debito pubblico mediante l'emissione di buoni del tesoro ad elevato rendimento. Gran parte del capitale finanziario tedesco e giapponese attratto dagli elevati tassi d'interesse si riversò copioso nelle case della Fed. In conseguenza di ciò si ebbe un'impennata delle quotazioni del dollaro che per esempio in Italia giunse e superò, in alcune contrattazioni, anche le duemila lire. Essendo il prezzo del petrolio espresso esclusivamente in dollari, il rialzo della quotazione del biglietto verde si trasformò a sua volta per i paesi importatori in un rialzo del prezzo del petrolio a tutto vantaggio della competitività americana.

Grazie alla massa enorme di capitali che affluirono nelle casse del tesoro, fu possibile avviare la ristrutturazione dei settori ritenuti a giusta ragione strategici, quello militare e quello dell'alta tecnologia.

I risultati della nuova politica non si fecero attendere a lungo. Un flusso di merci e di capitale finanziario affluì verso il paese. Per avere un'idea delle dimensioni del fenomeno bastano pochi, ma significativi dati. Il deficit della bilancia commerciale, che registra l'incremento delle importazioni, passa da 26,7 mld di dollari del 1977 a 100 mld nel 1984. Il debito pubblico passa dai 1000 mld di dollari nel 1980 a 4000 nel 1992 ovvero in soli dodici anni il debito che si era accumulato nei due secoli precedenti si è quadruplicato. Ed è in larga misura finanziato da capitali provenienti dall'estero attratti dagli elevati tassi di interessi. Questa massa di capitali va a finanziare il più gigantesco riarmo che la storia moderna ricordi: in cinque anni oltre 1500 mld di dollari si trasformano nella più potente macchina da guerra apparsa sulla faccia della terra.

L'elevata quotazione del dollaro rende estremamente conveniente l'importazione delle merci cosicché l'industria declina inesorabilmente distruggendo milioni e milioni di posti di lavoro. Nonostante la trasformazione di oltre cinque milioni di posti di lavoro a tempo pieno in posti di lavoro part-time, come ci informa Serge Halimi in Manier de Voir n 16 già citato, tra il 1980 e il 1989, il loro numero cresce solo dell'1,8 per cento all'anno contro 2,4 per cento degli anni settanta, ma di questi nuovi posti di lavoro solo il 14 per cento è a tempo pieno e la loro remunerazione media non supera gli 11.600 dollari all'anno. Sempre secondo la stessa fonte le famiglie che "non hanno immesso un adulto supplementare sul mercato del lavoro hanno perduto fra il 4 e il 6,5 per cento del loro potere d'acquisto dopo il 1989." Di contro fra il 1980 e il 1989 "il reddito da capitale crebbe tre volte più velocemente che quello da lavoro". Dopo dodici anni, nel 1992, il livello medio dei salari risultava pari a quello del 1973 mentre per tutti i trenta anni precedenti il 1973 era cresciuto del 2,5-3 per cento all'anno.

Dall'espansione dei profitti per mezzo dell'espansione della produzione industriale si è passati all'espansione dei profitti mediante l'espansione della rendita finanziaria e l'impoverimento crescente della classe operaia e del proletariato in generale.

È evidente che questa scelta scontava il degrado dell'industria nazionale nei settori più esposti alla concorrenza nazionale, ma si pensava che il poderoso sviluppo dell'industria bellica avrebbe stimolato anche quello della microelettronica e delle alte tecnologie settori nei quali nei primi anni settanta gli Stati Uniti detenevano il primato. Si voleva favorire una nuova divisione del lavoro su scala internazionale dislocando nelle aree fornite di manodopera a basso costo i settori industriali più maturi e meno redditizi. L'Europa occidentale e il Giappone avrebbero mantenuto il controllo delle produzioni tecnologicamente più avanzate consentendo loro di esportare senza particolari limitazioni le loro merci negli Stati Uniti che avrebbero potuto continuare a esercitare la loro egemonia tramite la supremazia militare, finanziaria e tecnico-scientifica. Essi, grazie alla possibilità di centralizzare, data la supremazia del dollaro, una massa crescente di capitale finanziario avrebbero potuto dettare i tempi e i modi della produzione e dell'accumulazione capitalistica su tre quarti del pianeta.

Grazie alla supremazia militare avrebbero potuto garantirsi un controllo permanente su quelle aree, quali il Medioriente, di fondamentale importanza nel processo di formazione della rendita finanziaria e della sua ripartizione.

E grazie alla supremazia scientifica avrebbero potuto esportare tecnologia e sapere ricevendone in cambio merci a prezzi estremamente favorevoli. Agli altri il compito di produrre a loro la missione di governare il mondo.

Fino a tutto il 1985 lo schema sembra funzionare. A fronte di una economia reale che tocca il fondo, l'indice Dow Jones segna ogni giorni record storici al rialzo. New York si riempie di una fauna umana fatua e senza scrupoli che pensa di essere come il il re Mida che trasforma in oro tutto ciò che tocca. Ma la carta è carta e il re Mida appartiene alla mitologia: sono finiti tutti nella spazzatura come la cartaccia che manovravano.

Il Tramonto di Yalta

Con la svolta reaganiana, il modello di sviluppo fordista uscito dalla seconda guerra mondiale viene completamente rovesciato. Agli Stati Uniti preme ora potersi muovere in tutte le aree strategiche del pianeta con assoluta libertà. In particolar modo diventano insopportabili le interferenze dell'Urss in quelle aree ritenute strategiche rispetto al processo di formazione e ripartizione della rendita finanziaria.

Per misurare la reattività dell'avversario prima si rimettono in discussione gli accordi sulla limitazione delle armi nucleari e si installano i famosi missili Pershing in Europa Occidentale e poi vengono scatenate azioni militari tanto spettacolari quanto provocatorie: a farne le spese sono l'isola caraibica di Grenada che viene deliberatamente invasa e la Libia di Gheddafi che subisce un bombardamento del tutto ingiustificato. L'inasprimento del confronto dimostra chiaramente che l'Urss non è in grado di opporre alla nuova strategia statunitense alcuna seria opposizione: la crisi ha scavato il sistema fin nelle fondamenta e sta per esplodere fragorosamente. Ma le sue truppe restano saldamente schierate lungo i confini tracciati a Yalta e ciò costringe i paesi dell'Europa occidentale e la Germania in modo particolare, all'accettazione della nuova strategia statunitense. Paradossalmente, in questa fase gli Stati Uniti, per un verso, sono spinti a rompere gli accordi di Yalta e per l'altro se ne servono per costringere i loro alleati ad accettare la loro supremazia sempre più soffocante. Una tale contraddizione non poteva reggere a lungo, infatti da li a poco l'Urss per le stesse ragioni per cui non è in grado di contrastare gli Stati Uniti, è costretta ad aprire clamorosamente all'Europa occidentale nella speranza di ricevere capitali e tecnologie che possano tirarla fuori dalla catastrofica crisi che ormai rischia di travolgerla. Il resto è storia recente: l'Urss crollerà rovinosamente e gli Stati Uniti resteranno l'unica superpotenza, ma in un mondo che ha perduto tutti i suoi tradizionali punti di riferimento e con un'economia fortemente segnata dalla crisi.

La crisi della politica economica reaganiana

A partire dal 1985 la politica degli alti tassi di interesse fa sentire tutti i suoi effetti negativi ed emerge con evidenza che essa rischia di trasformare gli Stati Uniti in un paese completamente dipendente dall'estero.

L'apparato produttivo nazionale risente più di quanto era stato previsto dell'alto costo del denaro e delle elevate quotazioni del dollaro e cede sotto i colpi della concorrenza giapponese ed europea posizioni su posizioni anche in quei settori quale quello dell'alta tecnologia in cui gli Usa contavano non solo di mantenere il precedente primato, ma di rafforzarlo.

Fra il 1984 ed il 1989, il deficit della bilancia commerciale statunitense passa da 100 a 120 mld di dollari. Nello stesso periodo la Germania raggiunge e supera anche il Giappone facendo registrare un surplus di 80 mld di dollari.

Il Giappone nello stesso periodo di tempo intraprende un'azione di penetrazione del mercato statunitense impiantando in loco numerose fabbriche. Nel 1990 i giapponesi controllano il 30 per cento del mercato automobilistico statunitense producendo il 40 per cento delle loro autovetture in loco e nello stesso anno investendo nell'industria 549 mld di dollari superano gli Usa che pur avendo un'economia due volte più grande investono solo 513 mld di dollari, segno che anche il primato nel settore dell'alta tecnologia è andato perduto. Ma quel che è peggio è che anche nel sistema finanziario si sono prodotte pericolosissime fratture. L'appropriazione di plusvalore per mezzo del controllo della rendita finanziaria ha letteralmente stravolto il processo di circolazione della ricchezza. Essendo una forma di appropriazione parassitaria esso esclude la possibilità della sua ridistribuzione fra le varie categorie e classi sociali per mezzo della crescita della produzione e della circolazione delle merci. Ciò ha significato non solo il peggioramento delle condizioni di vita dei salariati, ma anche il fallimento di tutte quelle imprese la cui attività era basata essenzialmente sulla produzione di merci che sono rimaste stritolate dall'alto costo del denaro e dalla contrazione del mercato dei beni di largo consumo dovuto alla riduzione dei salari. La conseguenza è stata la crescita generalizzata del debito e del carico degli interessi su di esso.

Fra il 1980 e il 1991, mediamente, il debito del governo federale è cresciuto del 13,3 per cento, quello dei privati del 9,3 per cento e quello delle imprese del 7,8 per cento. In totale esso è oggi (ottobre 1992 n.d.r.) pari a 10.500 mld di dollari con una crescita media annuale del 10 per cento, un ritmo di crescita più di due volte superiore a quello della crescita economica durante lo stesso periodo.

M.d.V n 16/92 - pag 39

Nonostante nell'ottobre del 1992 il tasso ufficiale di sconto fosse rispetto agli anni precedenti ad un livello piuttosto basso, il 7 per cento, il carico degli interessi sul totale del debito ammontava a più di 700 mld di cui 315 a carico del bilancio dello stato. Inoltre, questo stesso meccanismo ha letteralmente stritolato i paesi debitori in dollari dove il carico degli interessi passivi ha superato mediamente il loro Pnl. Per evitarne il totale fallimento, le cui conseguenze sarebbero state catastrofiche per tutti, si è reso necessario concedere dilazioni e ripianificazioni che hanno appesantito enormemente i bilanci delle banche esposte all'estero. Non il fantasma del comunismo, ma quello del più grande crac finanziario che la storia ricordi si aggira sul sistema creditizio statunitense dove la politica degli alti tassi di interesse aveva già condotto al fallimento il sistema delle casse di risparmio che finanziavano la piccola e media impresa industriale ed agricola. Agli inizi degli anni ottanta e cioè all'inizio della politica degli alti tassi, queste banche si erano trovate immediatamente in difficoltà, infatti sono state costrette per evitare un ritiro in massa dei depositi, ad aumentare i loro tassi passivi in linea con quelli concessi dalle banche di credito ordinario. Ma a differenza di queste ultime, le casse di risparmio, per lo più di piccole dimensioni, non potendo rifarsi sul mercato internazionale erano rimaste stritolate dall'elevato livello degli interessi passivi e dall'incremento delle sofferenze dei crediti conseguenti al fallimento di numerosi piccoli e medi imprenditori da esse in precedenza finanziati. È stato calcolato che il ripianamento del buco delle casse di risparmio, se mai avverrà, costerà 1370 mld di dollari distribuiti su qualche decennio, pari cioè a circa tutto il debito dei paesi del terzo mondo e a ventisei volte l'ammontare dei crediti concessi alla fine della seconda guerra mondiale con il piano Marshall (M.V. n 16 - pag. 45).

La rivincita tedesca

A partire dal 1989 e fino a tutto il 1992, La Fed per ben ventuno volte ha ribassato il tasso ufficiale di sconto, portandolo in alcuni momenti su livelli reali prossimi allo zero. Ma nel giugno del 90 un'emissione di Bot per 10,26 mld di dollari venne disertata e nel settembre successivo un'altra emissione a 30 anni per 32,25 mld di dollari, nonostante venisse lanciata a un tasso dell'8,87 per cento, il più alto negli ultimi 15 mesi, non ebbe sorte migliore. I giapponesi, che di solito sottoscrivevano il 50 per cento dei titoli pubblici statunitensi, in quella occasione ne sottoscrissero appena il 10 per cento e ancora peggio si comportarono i sottoscrittori tedeschi che ignorarono completamente le due aste. Per la prima volta il meccanismo di finanziamento del debito pubblico statunitense si trovò in serie difficoltà facendo emergere con chiarezza che la caduta del muro di Berlino non aveva risolto tutti i problemi dell'umanità, ma al contrario apriva una nuova fase nel ciclo della crisi mondiale.

La ritirata sovietica dalle rive dell'Elba offriva alla Germania, al Giappone e ai maggiori paesi industrializzati dell'occidente la possibilità di giocare le loro carte sulla scena internazionale senza la necessità di dover sottostare al ricatto statunitense per timore dell'orso sovietico. La Germania in particolar modo, grazie all'enorme surplus della sua bilancia commerciale e alla maggiore produttività del suo apparato industriale, ancora prima del crollo del muro di Berlino, raggiunse con L'Urss prima importanti accordi commerciali e poi, con gli accordi del Caucaso, ottenne la cessione della Germania democratica apponendo così il suggello definitivo alla liquidazione del patto di Yalta.

Gli impegni assunti con l'Urss e quelli derivanti dall'unificazione indussero la Bundesbank, la banca centrale tedesca, a praticare una politica monetaria in completa rotta di collisione con quella inaugurata da poco a Washington. Ora, con una politica di alti tassi, è la Bundesbank a drenare capitali da ogni angolo della terra in aperta concorrenza con la Fed. Per gli Stati Uniti è un colpo durissimo poiché è messo in discussione uno dei pilastri su cui si fonda la sua supremazia.

Il nuovo ordine mondiale

Con un deficit di bilancio prossimo ai quattrocento miliardi di dollari e un sistema produttivo arretrato e oberato di debiti per gli Stati Uniti è risultato pressoché impossibile rispondere alla sfida tedesca rilanciando sullo stesso terreno. Ciò avrebbe significato l'ulteriore rialzo dei tassi e l'incremento del costo del debito che sarebbero potuti risultare fatali sia per il sistema produttivo che per quello bancario. D'altra parte l'accettazione passiva della sfida tedesca implicava in un periodo di tempo più o meno lungo la perdita del controllo del processo di formazione della rendita finanziaria e della sua ripartizione e l'impossibilità di finanziare la spesa pubblica. Tenuto conto della recessione in cui si dimenava, e tuttora si dimena l'economia statunitense e mondiale, un taglio drastico della spesa pubblica avrebbe prodotto un'ulteriore contrazione della domanda aggregata e la necessità di incidere fortemente sulle spese militari.

Per evitare che il fiume di denaro che si riversava nelle casse della Bundesbank si ingrossasse ancora, gli Stati Uniti puntarono dritto al cuore del problema e con la guerra del Golfo si assicurarono il controllo totale sul movimento di capitali che ruota attorno al petrolio (per un approfondimento sulla guerra del golfo vedi Prometeo n 1 V serie).

Questa risposta dimostra chiaramente che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, mai come in questa fase storica un ordine mondiale che limiti la loro supremazia costituirebbe per gli Stati Uniti un pericolo mortale. Perdere il controllo dei processi di formazione della rendita finanziaria significherebbe perdere la possibilità di appropriarsi, mediante il rialzo o il ribasso ora del tasso di sconto, ora delle quotazioni del dollaro, ora del prezzo del petrolio, di quelle quote di plusvalore che è non più possibile realizzare mediante la crescita costante della produzione industriale. Il mondo di conseguenza non si divide più in due soli fronti allineati e compatti attorno ai rispettivi centri di comando, ma in tanti fronti quanti sono i potenziali avversari che, fra l'altro, mutano a seconda della loro collocazione nella divisione internazionale del lavoro, con il mutare delle esigenze della metropoli statunitense e con l'andamento del ciclo economico nazionale ed internazionale. In questo nuovo contesto e tenuto conto del loro primato militare, è di fondamentale importanza per gli stati Uniti, impedire il cristallizzarsi di alleanze in grado di opporsi alla loro supremazia. Tutti sono alleati e tutti sono nemici e comunque il primato spetta a loro perché - come ha sostenuto l'ex presidente Bush di fronte a una platea di studenti dell'università del Michigan nel marzo 1992:

Nessun sistema di sviluppo ha fatto schiudere la virtù così completamente e così rigorosamente come il nostro. Noi siamo divenuti il sistema più egualitario e uno dei più armoniosi della storia.

M.d.V. n 16 - cit.

Poco importa che l'1 per cento delle famiglie più ricche possiede il 37 per cento del patrimonio totale, il 9 per cento il 32 per cento e il 90 per cento il restante 31 per cento (International Herald Tribune del 22 aprile 1992). Importante è, come si evince dal rapporto redatto da una commissione presieduta dall'allora sottosegretario alla difesa Paul D. Wolfowitz poco prima della guerra del Golfo per il Consiglio Nazionale della Sicurezza...

convincere eventuali rivali che non hanno bisogno di aspirare a giocare un ruolo più grande.

E per raggiungere questo obbiettivo occorre che l'attuale stato di unica superpotenza...

sia perpetuato con un comportamento costruttivo e una forza militare sufficiente per dissuadere non importa quale nazione o gruppo di nazioni dallo sfidare la supremazia degli Stati Uniti.

Ne discende che deve essere impedito ad ogni costo sia la costituzione di un nuovo blocco militare capace di contrastare quello statunitense sia l'eventuale ricostituzione di quello sovietico perché - secondo il rapporto - il primo potrebbe destabilizzare l'Otan e...

la Russia resta l'unica potenza al mondo che può distruggere gli Stati Uniti.

Per gli strateghi di Washington la questione è talmente importante che tramite la fedele Gran Bretagna hanno preteso che nel trattato di Maastricht si facesse esplicita menzione che qualora si dovesse definire una politica di difesa comune non solo questa dovrà tener conto delle "obbligazioni derivanti per certi stati membri del trattato dell'Atlantico del Nord" (il trattato che lega indissolubilmente la Gran Bretagna agli Usa), ma dovrà risultare “compatibile con la politica di difesa e di sicurezza fissata in questo quadro” [il quadro del trattato dell'Atlantico del Nord - ndr]. In altri termini - commenta il direttore della rivista Francese Défense Nationale, Paul-Marie de la Gorce:

... se gli accordi di Maastricht sono ratificati dall'insieme dei paesi europei, una difesa europea, la cui elaborazione è altrove rinviata a dopo, dovrà essere compatibile con quella che è stata decisa in seno all'organizzazione militare atlantica: più semplicemente non ci sarà una difesa europea a meno che essa non sia conforme alle esigenze .... della strategia dell'Otan

M.V. 16 cit.

E, infatti gli Stati Uniti, benché abbiano accettato di ritirare dall'Europa, dopo il completo ritiro dell'ex Armata Rossa, le loro armi nucleari tattiche situate nelle basi terrestri e sui mezzi navali, sono fermamente intenzionati a mantenervi i loro missili tattici aria-terra.

Non solo l'emergere di un blocco economico-militare europeo autonomo è ritenuto completamente incompatibile con gli interessi statunitensi, ma anche l'eventuale costituzione di una potenza regionale nell'estremo Oriente è da impedire. Si potrà anche ridurre la presenza militare nella zona, ma - come si può leggere nel rapporto Wolfowitz - gli Stati Uniti devono preservare...

il loro stato di potenza militare di prima grandezza (first magnitude) nella regione... cosicché gli Stati Uniti resteranno capaci di contribuire alla stabilità e alla sicurezza regionale e di impedire l'emergere di un vuoto strategico o di non importa quale egemonia regionale.

E perché non vi siano dubbi su chi poi potrebbe far emergere questa "genovina regionale" si sottolinea la necessità di stare attenti...

ai rischi di destabilizzazione che verrebbero da un ruolo accresciuto da parte dei nostri alleati, in particolare il Giappone, ma anche dalla Corea.

Il Giappone in Oriente e la Germania in Europa sono ritenute due vere e proprie spine nel fianco tanto che essere riusciti a preservare "l'integrazione della Germania e del Giappone in un sistema di sicurezza collettiva diretto dagli Stati Uniti" viene considerato dagli estensori del rapporto come la "vittoria meno visibile" della guerra fredda.

Le prospettive

Se effettivamente gli Stati Uniti riusciranno ad impedire, come è nei loro intendimenti, che potenze come la Germania e il Giappone riescano ad accrescere il loro ruolo anche solo come potenze regionali è evidente che il futuro del mondo sarà segnato ancora per un lungo periodo di tempo dalla supremazia statunitense. Ma dire supremazia statunitense significa dire innanzitutto supremazia del dollaro sui mercati mondiali e, dunque, il mantenimento dell'attuale sistema di ripartizione della rendita finanziaria. Ma questo sistema, come già abbiamo visto, si è mostrato capace di attutire le contraddizioni strutturali dell'economia statunitense, ma non di sopprimerle. Probabilmente potrà consentire alla nuova amministrazione della Casa Bianca di ridurre in parte il deficit di bilancio, di portare a compimento alcune riforme come quella sanitaria e di dare ancora qualche boccata d'ossigeno al proprio apparato industriale, ma nulla di più.

Su scala mondiale ciò implica la disfatta totale delle aree non industrializzate e il progressivo impoverimento delle altre. L'area del cosiddetto benessere, che è già una piccolissima isola nel mare immenso della disperazione, non potrà che ridursi ulteriormente e anche al suo interno le aree della disoccupazione, del lavoro sottopagato e supersfruttato, del degrado sociale e della barbarie non potranno che espandersi inesorabilmente. La prevalenza del meccanismo dell'appropriazione parassitaria che la crisi di ciclo ha via via sempre più esaltato porta inevitabilmente con sè una contrazione della base produttiva e quindi una ripartizione della ricchezza che favorisce i possessori di grandi capitali. La concentrazione e la centralizzazione dei capitali viene spinta al più alto grado mentre la povertà si allarga a macchia d'olio.

Nonostante ciò non si avvierà un nuovo ciclo di accumulazione e le contraddizioni che già oggi sono evidenti anche agli occhi dell'osservatore comune , tenderanno a inasprirsi provocando, per reali mancanza di alternative, il ricorso sempre più frequente alla gestione militare dei problemi che da esse promanano. D'altra parte, se gli Stati Uniti fanno piani per impedire che un blocco politico-militare alternativo emerga è segno che temono fortemente che ciò possa accadere. Esistono le condizioni obiettive perché ciò si verifichi. La Germania per esempio dopo l'unificazione costituisce un mercato con 80 milioni di abitanti che diventano circa 130 se si considerano anche quelle aree dell'Europa centrale che già oggi orbitano nell'area del marco. Se poi si tiene conto del ruolo che la Germania ha nella Cee e degli investimenti fatti negli ultimi anni nella stessa Russia, ecco che le distanze con il colosso d'oltre Oceano si riducono drasticamente. Certo, le condizioni oggettive sono un elemento necessario, ma non sufficiente perché una linea di tendenza diventi attuale. Vi è da considerare, inoltre, che nell'epoca attuale le linee di unificazione e di separazione degli interessi delle diverse frazioni della borghesia mondiale non si identificano così semplicemente con i confini dei vari stati; ma li attraversano tanto più in una realtà come quella dei paesi dell'Europa Occidentale che hanno sviluppato la loro economia in strettissima relazione con la crescita di quella statunitense. Vi sono in Europa, ma anche in Giappone e ovunque nel mondo interessi che si identificano con quelli prevalenti a Waschington e a Waschington con quelli prevalenti a Tokio o a Bonn. Il loro compattamento su una strategia di scontro implica innanzitutto lotte feroci all'interno di ciascuno stato dagli esiti tutt'altro che prevedibili. Tracce di queste scontri sono evidenti un po' ovunque e in particolar modo in Italia dove è in corso la liquidazione o il ridimensionamento di tutte le forze politiche che hanno governato senza soluzione di continuità il paese negli ultimi cinquant'anni.

Vi è inoltre l'irrisolta questione russa. Come giustamente si sottolinea nel rapporto Wolfowuitz, la Russia dispone ancora dell'unico apparato militare che può impensierire gli Usa, ma versa nel più completo sfascio economico ed è in preda a una ferocissima lotta per il potere i cui esiti sono ancora estremamente incerti. La Russia potrebbe costituire l'ago che può far pendere la bilancia da una parte o dall'altra, ma potrebbe anche discendere fino in fondo la china della sua dissoluzione sprofondando in un baratro di violenza e di disperazione che non è detto si fermino ai suoi confini.

Sono questioni che pesano come un macigno sulla possibilità che si costituisca a breve termine un fronte in grado di contrastare l'attuale supremazia statunitense, ma che non cancellano le ragioni che spingono in direzione opposta. Da qui la scontata previsione che nei rapporti internazionali il ricorso all'uso della violenza si farà sempre più frequente. Nè questa prospettiva muterebbe se dovesse davvero emergere un fronte a guida tedesca o giapponese o frutto di una alleanza fra di loro e/o con la Russia. La nascita di un simile schieramento probabilmente non significherà lo scoppio immediato della terza guerra mondiale, ma neppure la riproposizione di un bipolarismo riveduto e corretto perché la base economica che potrebbe rendere conveniente per entrambi i contendenti un patto simile a quello di Yalta è stata frantumata dalla crisi. Il conflitto, infatti, non è tra due modelli di sviluppo alternativi, ma per il controllo dei processi di formazione e ripartizione della rendita finanziaria che non ammette due centri di potere equivalenti. Il mondo è diventato troppo piccolo per ospitare due super-predoni: alla lunga lo scontro aperto sarebbe inevitabile.

Sia in una prospettiva di breve che in un una di medio e lungo periodo emerge con chiarezza che si vanno a vivere quelle fasi della storia in cui tutto è in discussione e tutto può mutare. Basta guardare la dislocazione delle truppe americane per comprendere che in ogni continente c'è almeno una area ritenuta di importanza vitale e adeguatamente presidiata, ma in maniera particolare sono presidiate le zone di estrazione del petrolio e delle materie prime fondamentali ovvero dei fattori che determinano la struttura dei costi delle imprese e la ripartizione della rendita. Basta un sussulto, un rantolo del ciclo economico in agonia perché ognuno di questi punti diventi una immensa polveriera. Un sussulto, e alleanze che sembravano di ferro si sciolgono come neve al sole; altre ritenute fino a un momento prima impossibili si costituiscono e si consolidano.

È vero, un nuovo ordine mondiale è dietro le porte, ma di pace e di prosperità neanche a parlarne.

Giorgio Paolucci

Prometeo

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