Tendenze generali della composizione di classe - 1a parte

Il metodo

La fase imperialista del capitale è caratterizzata dalla internazionalità del suo dominio. Indipendentemente dalla discussione accademica con chi come Wallerstein (1) ritiene che la forma del capitale sia sempre stata quella monopolistica e internazionale, di certo non si può oggi rinchiudere l'analisi del capitale e dei suoi rapporti con il lavoro negli angusti ambiti di una o altra nazione-Stato. Come la dinamica del capitale è comprensibile solo esaminandone i fenomeni e gli intrecci a scala mondiale, così è a scala mondiale che è necessario considerare la classe operaia, che quel capitale valorizza e accresce.

Non comprenderemmo i meccanismi della distribuzione del plusvalore, in Italia, se non tenessimo esatto conto del fatto che il plusvalore distribuito in Italia non è solo quello che in Italia viene prodotto: comprende le quote di plusvalore estorte dalle imprese italiane all'estero e quote che vengono estorte in Italia e in altri Paesi da imprese che in qualche modo operano in Italia, per esempio nella commercializzazione dei prodotti stranieri.

In buona sostanza, parlare di “capitale nazionale italiano” è alquanto riduttivo e, se può dar ragione di alcuni particolari fenomeni o tendenze, non esprime affatto la realtà dei meccanismi economici che in Italia funzionano.

I discorsi di stampa e televisione, di ideologi e di politicanti, relativi alla terziarizzazione del capitalismo maturo, prescindono in modo semplicemente truffaldino da queste considerazioni. Essi assimilano implicitamente (e per pura manovra di “facitori di opinione”) il “capitalismo maturo” - una fase di vita, quindi, del modo di produzione capitalista - con le cittadelle del capitale imperialista - le formazioni economiche sociali, cioè, che comandano questa fase.

Qualunque ideologo borghese, quando parla ai suoi colleghi, nelle riviste specializzate, per addetti ai lavori, sa perfettamente che la condizione di esistenza e di “prosperità” delle cittadelle, la condizione della loro terziarizzazione, è il dominio della miseria e del sottosviluppo, nelle aree maggiori del inondo; ma, dovendo convincere il proletariato delle cittadelle a subire il capitale, e magari difenderlo, pubblicamente “dimenticano” tutto per pontificare il falso. Lasciamo al lettore la verifica quotidiana di quanto affermiamo, rimandandolo alla lettura di pubblicazioni “per la massa” come l'Unità, e altri quotidiani, le riviste “impegnate”, e all'ascolto delle “dotte” discussioni e interviste televisive.

Ribadiamo invece che nostro punto di partenza e riferimento metodologico è il fatto che la classe operaia, nel suo essere classe “del capitale”, per la valorizzazione del capitale, è classe internazionale. Le variazioni della sua composizione interna, che sono significative del suo rapporto con il capitale medesimo, sono quindi da ricercarsi a scala internazionale, sono cioè le variazioni della sua composizione internazionale.

Riferendoci ad una classe “nazionale”, in realtà ci riferiamo ad un segmento nazionale della classe; così come, parlando di “capitali nazionali”, parliamo delle particolari frazioni di capitale che, attraverso molteplici relazioni di ordine immediatamente economico, storico e politico, tendono ad identificarsi in entità a carattere appunto nazionale, ma che nel più ampio intreccio di interessi imperialistici si sciolgono, per riapparire con forza solo nei momenti cruciali della storia, a fronte, per esempio, delle emergenze di guerra. Gli specifici settori nazionali della borghesia si schierano sui fronti di guerra in base al prevalere di questa o quella tendenza, di questo o quello specifico interesse di cui la fazione borghese prevalente è portatrice. Tale “interesse specifico” pur strettamente connesso agli intrecci internazionali del capitale, quando questo si separa in due fronti, militarmente contrapposti, fa pendere la bilancia da una parte o dall'altra, in base a considerazioni di diversa origine e natura, che non è qui luogo di esaminare.

Dobbiamo allora distinguere due diversi livelli di analisi, due diversi livelli di astrazione dalle intricate realtà dinamiche quotidiane: l'uno è quello del generale rapporto fra il capitale e il lavoro, nella dinamica complessiva del modo di produzione capitalista; l'altro è quello della dinamica interna al capitale e alla classe capitalista, nei momenti di crisi ed emergenza delle strutture capitaliste medesime.

E chiaro che in questo scritto dobbiamo fare riferimento al primo terreno di indagine, caratterizzato come internazionale, nel modo visto.

Terziarizzazione: realtà e mito

Terziarizzazione significa aumento di peso del settore terziario dell'economia dal punto di vista occupazionale e dal punto di vista del prodotto lordo.

In altri termini, con terziarizzazione si intende la tendenza a prevalere delle attività terziarie (o dei servizi) rispetto agli altri due grandi agglomerati di attività: primarie (agricoltura) e secondarie (industria).

Siamo oggi al culmine della campagna ideologica che vuole prima indicare un vistoso aumento delle attività terziarie a fronte di una flessione delle attività industriali, per poi identificare questo processo con una sicura perdita di peso della classe operaia, di fronte all'aumento dei ceti medi e delle “nuove professioni”. Non passa giorno che tutti i mezzi di comunicazione di massa non citino e propagandino questi fenomeni, a giustificare precise politiche dei partiti e dei sindacati tese a colpire la classe operaia dei paesi avanzati sia sul terreno salariale che occupazionale.

In base al nostro metodo enunciato in apertura, dobbiamo dunque verificare se nella fase imperialista del capitale, le attività volte alla diretta valorizzazione di questo attraverso la produzione di valori-merci tendono davvero a perdere di peso di fronte alle attività volte alla circolazione del capitale e del plusvalore.

Il lettore avveduto si renderà conto che in un altro articolo della rivista trattiamo il medesimo problema dal punto di vista più generale della teoria economica, laddove indichiamo nelle stesse necessità di valorizzazione del capitale il limite invalicabile ai processi di espulsione della mano d'opera direttamente produttiva e quindi alla espansione delle attività genericamente distributive (terziario).

Industrializzazione delle aree arretrate

Ora esaminiamo la dinamica reale del capitale a scala internazionale, per esaminare cosa succede al proletariato.

Innanzitutto va considerato il processo di “industrializzazione” dei paesi detti in via di sviluppo, meglio definibili come “paesi dominati” dall'imperialismo e dalle sue cittadelle.

Tale processo meriterebbe più di un saggio a sé (2). Ci limitiamo qui ad alcune osservazioni, essenziali al nostro tema.

L'industrializzazione dei paesi arretrati muove su due direttrici compatibili, sebbene non sempre compresenti:

  1. l'industrializzazione per sostituzione delle importazioni di beni di largo consumo, quali le derrate alimentari, tessili e abbigliamento, mobili e derivati del legno, tabacco, carta e derivati;
  2. impianto di industrie di trasformazione, delocalizzate dai paesi avanzati alla ricerca di mano d'opera a buon mercato e facilmente controllabile. Queste industrie possono appartenere nominalmente anche ai settori più avanzati della produzione capitalista, ma occupano sempre e comunque un segmento particolare di quella determinata produzione, cosicché non si è dato e mai si darà il caso di industrie dell'elettronica o dell'avio-spaziale completamente delocalizzate in paesi come la Corea o Taiwan che pure esportano quote notevoli di produzione “elettronica”.

In sostanza, non è dato che la “industrializzazione” dei paesi dominati segua la linea di sviluppo del capitale nella sua fase ascensiva, in Europa e nel Nord America. In questo senso lo schema di Sylos Labini relativo alle fasi dello sviluppo industriale (3) appare totalmente risibile, oltreché palesemente inutile. Dice Labini:

In un primo tempo si sviluppano le industrie alimentari e tessili e altre industrie produttrici di beni di largo consumo; poi si sviluppano le industrie meccaniche per la produzione di macchine usate nelle due industrie anzidette; infine si sviluppano le industrie che producono beni capaci di soddisfare bisogni meno urgenti [...] e le altre industrie che producono beni strumentali come l'industria siderurgica.

Dopo di che illustrando la situazione reale, smentisce l'ipotesi che questo sia lo schema di sviluppo dei paesi dominati. “In realtà succede diversamente - par che dica ad ogni pié sospinto - ma le linee in generale restano queste”. Fra tante sciocchezze, si trova una affermazione seria:

Tuttavia, anche quando il mercato interno ha raggiunto e superato le dimensioni minime, può risultare difficile avviare all'interno certe produzioni, dato che si tratta di battere la concorrenza di imprese già affermate che operano all'estero e che esportano i prodotti in quel mercato.

Il problema della industrializzazione dei paesi arretrati è proprio questo: non si ha alcuna industrializzazione che non rientri nei piani complessivi del capitale e non rispetti dunque le sue esigenze di valorizzazione a scala internazionale. Ciò esclude a priori la possibilità che lo schema di sviluppo, ricostruibile dalla dinamica reale del capitalismo europeo, possa ripetersi con più di un secolo di ritardo in aree completamente diverse, con storie economiche e sociali diverse, con un impianto infrastrutturale e sovrastrutturale diverso.

Potremmo discutere se sia in atto, nei paesi della “periferia” capitalista, una forma di “accumulazione originaria” secondo la teoria di Samir Amin (4), ma è certo - e anche Amin sarebbe daccordo - che non si può parlare di giovani capitalismi in via di ripercorrere le tappe di sviluppo delle metropoli. Basti considerare che:

  1. le esportazioni del “Terzo Mondo” sono principalmente costitutite da prodotti dell'industria moderna (prevalentemente di capitale straniero); nel 1966 su un totale di 35 miliardi di dollari esportati dai paesi dominati, 26 miliardi (i tre quarti!) erano costituiti da produzioni del settore capitalistico moderno;
  2. ...

I trasferimenti “invisibili” di valore dalla periferia al centro dovuti alla meccanica dello scambio ineguale, sono sull'ordine dei 22 miliardi di dollari (1966): due volte l'ammontare degli aiuti di “iniziativa pubblica” e dei capitali privati che la periferia riceve. (5)

È anche in base a queste considerazioni che la nostra corrente esclude che si possa parlare seriamente di nuovi o giovani capitalismi nella fase complessiva decadente del capitale, se non in riferimento alle nuove classi (o frazione di classe) borghesi che emergono nei paesi dominati. Esse, rientrando a pieno titolo nella borghesia, rivestono caratteri a volte peculiari, la cui definizione può essere rilevante nella delineazione dello specifico programma tattico in questi paesi, ma non muta la loro appartenenza a pieno titolo alla classe borghese internazionale.

Quando entrambi i tipi di industrializzazione vengono messi in atto, coerentemente con gli interessi specifici e strategici delle cittadelle imperialiste, in alcuni paesi delle aeree più arretrate, si determinano particolari dinamiche di “sviluppo” che fanno credere a molti che quei paesi siano in piena rincorsa delle cittadelle più avanzate, stiano cioè agganciando lo sviluppo dei paesi più avanzati. Tale è stato il caso dell'Iran, con la “rivoluzione bianca” dello Shah, del Brasile o della Corea del Sud. C'è chi arriva a vedere nello sviluppo industriale di questi paesi addirittura un pericolo per l'economia dei paesi avanzati, in quanto sviluppo di pericolosi concorrenti sui mercati mondiali. A sostenere di queste fesserie si trovano anche sedicenti comunisti e rivoluzionari che pensano che la scienza economica sia fatta di tabelle sul prodotto nazionale lordo e dati bruti sull'import-export. Non avendo alcuna conoscenza del procedimento di valutazione e cernita dei dati, sulla base della loro diversa significatività per i diversi fenomeni (o per le diverse grandezze da valutare), essi leggono le tabelle di crescita dell'export dai paesi dominati verso i paesi dominanti, e quelle riguardanti i tassi di crescita del PIL, come espressione numerica della crescita dei giovani capitalismi, concorrenziali con le vecchie centrali imperialiste.

Ma gli stessi borghesi sanno bene che per entrambi i casi la concorrenza non c'entra per nulla. È lo stesso Labini che riconosce che lo sviluppo di certe industrie nei paesi dominati è “complementare” all'abbandono di quelle medesime industrie nei paesi avanzati, abbandono dovuto a fenomeni ben precisi della dinamica capitalisa. Parimenti, gli stessi borghesi riconoscono che il più delle volte le produzioni e le esportazioni provengono solo nominalmente dai paesi dominati, quando di fatto le aziende produttrici ed esportatrici sono filiazioni dirette delle società e dei centri finanziari del capitale imperialistico o più semplicemente dell'azienda X che si è spostata poniamo in Corea per avvantaggiarsi del più basso costo del lavoro, in quel paese rispetto a quello di origine.

Vediamo in breve il primo punto: la complementarità nella divisione internazionale del lavoro. Gran parte della produzione industriale, non di semplice sostituzione delle importazioni, riguarda settori particolari e beni intermedi che sono in via di abbandono o comunque di forte ridimensionamento nelle cittadelle avanzate: il tessile, l'abbigliamento, le calzature, certa componentistica, certe trasformazioni primarie delle materie prime, fino al siderurgico. Nella stragrande maggioranza dei casi sono proprio i settori e le produzioni delocalizzate o (come amano dire alcuni, sbagliando) decentrate. Se diamo al termine decentramento il significato che gli è proprio: di distribuire alla periferia attività prima concentrate in un centro, allora dobbiamo immediatamente riconoscere che tale fenomeno, pur accompagnando il capitalismo in tutta la sua vita imperialista, è accessorio e dipende dal suo esatto opposto, la concentrazione. Lungi dal rappresentare la tendenza del capitalismo, sottolinea invece per contrasto, quella vera: la tendenza alla concentrazione e all'accentramento nei settori dinamici, ovvero più remunerativi del capitale stesso, caratterizzanti in certo modo la fase raggiunta dai cicli di accumulazione. Primo vorticoso ciclo di accumulazione del capitale: il settore tessile (Inghilterra ecc.) è quello più dinamico che tira dietro di sé un rapido sviluppo del mercato capitalista e un primo impulso alla produzione siderurgica. Seconda grande stagione è quella delle ferrovie che potenzia al massimo la produzione siderurgica e tutto il suo indotto. L'automobile segna poi la lunga epoca fra le due guerre e successiva, trainando una quantità enorme di settori complementari e indotti: gomma e chimica, petrolio, ecc. ecc. Ad ogni ciclo successivo - che segna notevolissimi incrementi di produttività e passi avanti sostanziali nella automazione e meccanizzazione dei processi lavorativi - alcuni settori raggiungono una composizione organica del capitale ottimale per la valorizzazione del capitale stesso: quel rapporto cioè fra impiego di lavoro vivo (uomini) e macchine abbassando il quale le spese per C non sono più convenienti rispetto a quelle per V. In altri termini, in certi settori “ad elevato impiego di lavoro vivo” non conviene abbassare oltre la massa di lavoro vivo introducendo nuove tecnologie perché le spese per queste ultime abbasserebbero il saggio del profitto al di sotto di quello medio del periodo.

Il processo definito come rivoluzione tecnologica non coinvolge quindi omogeneamente e sistematicamente la totalità della struttura produttiva e della attività economica generale. Al contrario essa va ad esaltare gli squilibri fra i diversi rami della produzione e all'interno della produzione stessa, tra ognuno dei suoi livelli. Ciò comporta che un insieme di ruoli e di rapporti economici si marginalizza nei confronti dei livelli predominanti di produttività del sistema e perciò “nei confronti delle stesse necessità di accumulazione di capitale dei gruppi borghesi. Quando e dove ciò si verifica, i bassi livelli di produttività, legati all'elevato impiego di mano d'opera, tendono ad essere compensati attraverso la compressione delle spese di mano d'opera, attraverso la compressione di V.

Il settore tessile, come accennato, giunto in prossimità della massima automazione possibile, nel momento in cui ha iniziato a perdere dinamicità, è stato il primo a subire il processo di delocalizzazione. Alle ricorrenti crisi delle cittadelle capitaliste si è accompagnato, molto per tempo, la esportazione delle lavorazioni nei paesi a minor costo della mano d'opera. Il cotone indiano, era originariamente importato in Inghilterra a sostenere il possente processo di industrializzazione e la accelerata accumulazione inglese. Ecco cosa ne scrive Marx:

Fu l'invasore inglese a spezzare il telaio e il filatoio a mano. L'Inghilterra cominciò ad espellere le cotonerie indiane dal mercato europeo; poi introdusse nell'Indostan i suoi filati ritorti; infine inondò dei suoi manufatti cotonieri la patria stessa del cotone. Dal 1818 al 1836, l'esportazione di ritorti inglesi in India crebbe nel rapporto 1 : 5200. Nel 1824, l'esportazione di mussole britanniche in India non raggiungeva neppure il milione di yarde: nel 1837 superava i 64 milioni. (6)

Ora, invece, il cotone viene direttamente lavorato nella zona asiatica su impianti e macchine installate con il medesimo capitale occidentale. Analogo processo si è svolto e si svolge per l'altro grande settore un tempo trainante della complessiva accumulazione capitalista: il siderurgico. Mentre si lamenta la crisi della siderurgia nel mondo e particolarmente in USA, Europa e Giappone (insufficiente fatturato con ampia sottoutilizzazione degli impianti) un consorzio italo-giapponese ha costruito, col concorso di capitale brasiliano, un imponente complesso siderurgico in Brasile. Ciò, significativamente, avveniva mentre la direzione IRI (cui fa capo la Finsider compartecipe dell'impresa brasiliana) fingeva di paventare la concorrenza dei paesi cosiddetti emergenti.

Fissato dunque che entrambi i tipi di industrializzazione dei paesi dominati nulla tolgono al loro stato di dipendenza dall'imperialismo e di arretratezza rispetto alle cittadelle imperialistiche, va comunque registrato che essi comportano due fenomeni importantissimi dal punto di vista sociale. Uno è quello della pauperizzazione e deprivazione sociale di ingenti masse di popolazione. L'altro è quello dell'aumento della componente propriamente operaia nel corpo sociale del paese e di conseguenza l'espansione quantitativa della classe operaia nel mondo.

Industrializzazione e pauperizzazione

Nella raccolta di scritti che va oggi sotto il titolo “India Cina Russia”, Marx ed Engels ci hanno lasciato una tagliente descrizione dei processi di spossessamento indotti nei paesi coloniali dalla penetrazione del dominio capitalistico nel corso del XIX secolo.

Nelle Indie orientali, gli inglesi ereditarono dai loro predecessori i dipartimenti delle finanze e della guerra, ma trascurarono completamente i lavori pubblici. Di qui una decadenza dell'agricoltura che non può essere praticata sulla base del principio inglese della libera concorrenza del laissez-faire e laissez alter [...] il vapore e la scienza britannici sradicarono dall'intera superficie dell'Indostan la combinazione fra industria agricola e industria manifatturiera [...]. Il fatto che gli Indù, come tutti i popoli orientali, lasciassero al governo centrale la cura delle grandi opera pubbliche in quanto condizione prima dell'agricoltura e del commercio e, (dall'altra parte) il fatto che fossero dispersi sull'intera superficie del paese e agglomerati in piccoli centri dall'unione di attività agricole e industriali di tipo domestico - queste due circostanze avevano generato sin dai tempi più remoti un sistema sociale tutto proprio, che a ognuna di queste piccole unità conferiva un organizzazione autonoma e una vita distinta: il cosiddetto sistema di villaggio [...].Queste piccole forme stereotipe di organismo sociale sono state perlopiù dissolte e ormai vanno scomparendo, non tanto per la brutale interferenza degli esattori e militari britannici, quanto per gli effetti del vapore e del libero scambio made in England. Le comunità familiari erano basate sull'industria casalinga in quella peculiare combinazione di tessitura a mano, filatura a mano, agricoltura a mano, che le rendeva autosufficienti. L'intervento inglese, avendo collocato il filatore nel Lancashire e il tessitore nel Belgio, e spazzato via tanto il filatore quanto il tessitore indù, ha distrutto queste piccole comunità semibarbare e semicivili, facendone saltare in aria la base economica e in tal modo causando la più grande e, a dire il vero, unica rivoluzione sociale che l'Asia abbia mai conosciuto. (7)

Il fenomeno è del tutto simile a quello verificatosi ancora molto recentemente in Iran dove la “rivoluzione bianca” dello Scià, meccanizzando e concentrando la produzione dei famosi tappeti, ha ridotto sul lastrico decine e decine di migliaia di piccoli produttori domestici precedentemente integrati in un tessuto economico tradizionale che garantiva loro la pur semplice sussistenza e riducendoli alla condizione di diseredati privi di una propria collocazione economica e privi come vedremo di lavoro.

Nel modello periferico - osserva giustamente Amin - l'industria occupa meno operai di quanti artigiani manda in rovina e di quanti contadini espelle dalla agricoltura. (8)

Più in generale, la penetrazione del capitale e delle sue merci nel mercato nazionale dei paesi economicamente e socialmente arretrati provoca l'idebolimento prima e la scomparsa poi delle produzioni locali, sostituite da quelle capitalistiche di importazione sulle quali si riversa la limitata capacità di acquisto delle stratificazioni superiori di quella comunità e le residue briciole delle restanti parti sociali. Rovinano così le percedenti impalcature economiche senza che ad esse venga sostituita un'industria capitalista, in grado di assorbire la mano d'opera che si è così “liberata”, e senza che si sviluppi un vero mercato interno capace di sostenere, ampliandosi, il peso del debito estero sotto il quale ormai scricchiolano le stesse impalcature politiche di tutti i paesi dominati.

Differentemente, ancora, da quanto pensa Labini, infatti, la penetrazione del capitale nei paesi dominati da esso non significa immediatamente una sua tendenza a diventare l'esclusivo modo di produzione nel paese stesso. La penetrazione del capitale è penetrazione del suo dominio, è integrazione della economia del paese dominato nel mercato internazionale del capitale e nei suoi meccanismi di accumulazione, ma non è subito sostituzione delle sue tecniche e dei suoi meccanismi a tutti gli aspetti della produzione e della economia locali. Almeno in questa fase storica. È proprio questa infatti la condizione, come ben dimostra S. Amin (9) nella quale si rende possibile lo sfruttamento dei paesi dominati, fondato sullo sviluppo del sottosviluppo.

Industrializzazione dell'agricoltura

Parlando di industrializzazione dell'agricoltura nei paesi sottosviluppati ci riferiamo a due fenomeni non sempre concomitanti: uno è quello della introduzione di macchinismo e tecniche di tipo industriale, l'altro è quello della trasformazione delle colture in funzione del mercato internazionale del capitale.

Il primo fenomeno si può determinare nelle aziende agricole già volte al mercato internazionale, ma anche in aziende “nazionali” pluricolturali, che producono per il mercato interno e in sostituzione delle importazioni (ciò può avvenire e di fatto avviene in alcuni paesi ad economia di Stato sulla base di decisioni politiche volte a tamponare in qualche modo il perverso meccanismo dell'impoverimento agricolo e delle importazioni di beni alimentari in paesi con popolazione maggioritariamente rurale). Di converso la trasformazione delle colture volta al mercato capitalista internazionale, può avvenire ed è spesso avvenuta, in assenza di grosse innovazioni nelle tecniche colturali e ccn bassissimo impiego di tecnologie avanzate (ne è esempio la coltura coloniale in Angola, favorita da costi irrisori della mano d'opera e da una legislazione coloniale esplicitamente volta alla espropriazione delle terre per la loro messa a coltura di prodotti d'esportazione). Oggi comunque la tendenza all'aumento dell'intensità di capitale anche nell'investimento agricolo prevale nettamente.

Entrambi i tipi di industrializzazione, condotti come ovvio dai capitalisti (ieri colonialisti oggi magari “nazionali”), comportano la progressiva scomparsa dell'economia agricola di sussistenza nazionale e la espulsione dalle terre di ingenti masse contadine che si ritrovano private di qualsiasi mezzo di sussistenza, in condizioni di fatto proletarie. Quanto queste condizioni possano perdurare e non degenerare in condizioni di sottoproletariato o di declassamento totale con l'uscita dal novero della “popolazione attiva” è condizionato e determinato dai livelli di produttività complessiva del paese, dal grado di sviluppo complessivo e dalla possibilità dunque di trovare impieghi saltuari, in settori marginali, nelle pieghe della società. È certo che le masse ex contadine di molti paesi sudamericani avranno possibilità diverse da quelle africane, così come le poblaciones delle metropoli sudamericane sono diverse dagli ammassamenti umani ai margini delle “città” nei paesi del Sahel. Identica però la condizione di “prima proletarizzazione” in cui si ritrovano entrambe. A titolo di esempio, leggiamo la testimonianza di un sociologo che ha lavorato sul campo nel Mali. Vi si parla della siccità nel Sahel di cui la stampa internazionale ha iniziato ad interessarsi nel 1974.

La siccità è stata particolarmente devastante nel nord. Nelle regioni di Mopti e Timbuctu si è verificatauna distruzione in grande scala delle società pastorali. I nomadi non sono stati in grado di ricostruire le loro greggi a causa della siccità e sono stati effettivamente “liberati” dal loro ambiente tradizionale e forzati a emigrare verso le città e adottare sistemi sedentari di vita. In rapporto alle relazioni sociali, questo processo involge una radicale trasformazione da liberi piccoli produttori a proletari o semi-proletari. I grandi proprietari terrieri con le terre migliori sulle rive del Niger vengono a cercare pastori nei campi di rifugiati. Il potere dei capitribù e dei mercanti è cresciuto e, nonostante pochi marginali progetti internazionali di aiuto, il soccorso internazionale non ha mutato molto la situazione. Il processo di proletarizzazione e di concentrazione delle terre si sta sviluppando parimenti nel sud, sebbene le comunità contadine siano qui in miglior posizione per resistere.
Fondamentalmente gli effetti della siccità nel nord sono serviti a rinforzare politiche perseguite sin dalla colonizzazione e ad intensificare un processo già in atto. La produzione agricola alimentare e la pastorizia su piccola scala hanno stagnato o sono andate declinando per anni. I villaggi che prima conservavano stock alimentari di emergenza, si sono trovanti privi di ogni risorsa di fronte al collasso della produzione nel 1973 e di fronte alla scelta fra morire di fame o affidarsi alla mercé o dell'aiuto internazionale o degli usurai mercanti. Ancora, durante questo periodo, la quantità di terre in produzione per i prodotti da esportazione aumentavano. L'area coltivata a cotone aumentò del 30% fra il 1975 e il 1979. Supervisionate e assistite dai servizi di governo e dalle multinazionali francesi, le coltivazioni di cotone continuarono perché i contadini le giudicarono l'unica fonte immediata di un'entrata di cassa... (10)

Aumentano dunque le masse diseredate fra le popolazioni dei paesi dominati, da esse il capitale trae la mano d'opera così “liberata” da impiegare nelle sue industrie dando luogo a quel fenomeno che certi economisti e sociologhi borghesi chiamano aristocrazia del lavoro. (11)

Quanto affermiamo non deve far pensare ad una rapida scomparsa dei piccoli produttori indipendenti per l'autoconsumo (sia nell'agricoltura che nell'artigianato): stiamo solo indicando fenomeni massivi che sono segnali di una tendenza in atto che, per giungere a compimento, richiederà tempi molto più lunghi di quelli trascorsi dal primo avvio di questi fenomeni ad oggi. Vanno così inquadrati i dati che indicano ancora una netta prevalenza dei lavoratori indipendenti che producono per l'autoconsumo nelle unità familiari o tribali, in molti paesi. Ma la tendenza è chiaramente riconosciuta da Samir Amin quando scrive:

[le formazioni socio-economiche del capitalismo periferico] sono state caratterizzate dalla presenza di importanti `riserve rurali' in via di disintegrazione, attorno a cui ruotano tutti i fenomeni relativi al mercato del lavoro. Nelle formazioni del capitalismo centrale, invece, queste riserve non esistono più. (12)

Ma tale tendenza è indicata dalla stessa scomposizione dei dati compiuta da Labini nei tre continenti: i paesi di più antica penetrazione capitalistica (in ordine decrescente: i paesi del Sud America, Sud Africa, Africa del Nord e paesi arabi, Indonesia) sono quelli con un maggior tasso di lavoratori dipendenti (dal 70 al 40%) (13). D'altra parte è anche un fatto che il numero dei contadini poveri, ma che pur dispongono di terra, diminuisca, mentre aumenta vistosamente il numero dei contadini poveri e senza terra che, quando non fuggono verso le città nei già menzionati processi di urbanizzazione selvaggia e miseranda, sopravvivono nelle campagne con occupazioni rurali ultraprecarie, vendendosi come braccianti sottopagati a giornata o lavoranti domestici occasionali presso le famiglie “kulake”. Valga l'esempio dell'Egitto, dove dal 1914 al 1960 i contadini poveri senza terra sono passati dal 40 all'80% (14).

L'attenzione posta ai fenomeni di industrializzazione dell'agricoltura non deve far pensare alla totale scomparsa di quelli che alcuni autori chiamano “modi di produzione tributari” (considerati - tutto sommato a ragione - come prodotti dei modi di produzione comunitaria più primitivi) caratterizzati dal permanere di rapporti comunitari all'interno del gruppo coltivatore (generalmente la comunità di villaggio) assoggettata però al pagamento di un tributo ad una autorità superiore (feudatario, nella esperienza europea, mandarino nella esperienza cinese, principi e raja nella esperienza indiana, ecc.). Questi modi di produzione, dominanti all'epoca della prima colonizzazione nella maggior parte dei paesi arretrati (Sud America compreso, per quanto riguarda gli antichi imperi Atzeco, Maya, Chibcha) sopravvivono con varie vicende e variamente intrecciati con le forme del dominio occidentale, sino alla fase imperialistica del dominio capitalista. È solo con questa fase del capitale, e particolarmente dopo la seconda guerra mondiale, che la tendenza alla totale scomparsa di questi modi di produzione subisce una decisiva accelerazione. In precedenza il capitalismo colonialista era infatti maggiormente interessato alla importazione al centro del sistema (Europa Occidentale e Nord America, ma con ruolo secondario) di prodotti utili all'abbattimento di valore del capitale costante (materie prime agricole e non) e dello stesso capitale variabile (prodotti agricoli che entrano a far parte dei valori d'uso il cui valore di scambio determina l'ammontare del salario, v) (15). Il rapporto di sfruttamento del paese colonizzato da parte del paese capitalista colonizzatore era fondamentalmente caratterizzato da uno scambio ineguale di merci: dal paese dominato uscivano i prodotti dell'agricoltura e della estrazione primaria di materie prime in cambio di prodotti industriali della trasformazione capitalistica di quelle stesse materie prime. La relativamente debole accumulazione di capitali al centro non consentiva ancora l'esportazione dei capitali: non erano rari i casi di legislazione dei paesi colonizzatori che vietava l'impianto di industrie di trasformazione nei paesi colonizzati (16).

La fase imperialista è caratterizzata dal trionfo del monopolio reso possibile dall'enorme incremento del capitale accumulato e concentrato e che, a sua volta,dà impulso all'ulteriore concentrazione e accumulazione. È il trionfo del capitale finanziario che per valorizzarsi chiede ora di essere esportato. Ciò non sostituisce l'esportazione di merci, anzi l'ha incentivata. Ciò è tanto più spiegabile quando si consideri che l'esportazione di capitali diretta da parte dell'industria metropolitana è volta prevalentemente verso i settori per l'esportazione: miniere, petrolio, prima lavorazione dei prodotti minerari, prima trasformazione dei prodotti agricoli. Questo fatto è alla base della stessa penetrazione diretta del capitale imperialistico nei processi di produzione primaria, nella agricoltura. Riforme e pseudo-riforme agrarie, volte ad incrementare la produzione per l'export e per la prima trasformazione industriale in loco e che, in varie forme e sotto i più diversi patrocini politici, hanno caratterizzato e caratterizzano le novità sociali nei paesi sottosviluppati dalla seconda guerra mondiale in avanti, vanno a modificare profondamente i precedenti rapporti fra le formazioni sociali periferiche e i centri imperialisti, nel senso di eliminare progressivamente ma ineluttabilmente i vecchi diaframmi interposti fra il lavoro dei contadini e lo sfruttamento imperialistico: le tradizionali comunità contadine tributarie vengono spazzate via, per lasciare il posto ai rapporti direttamente capitalistici. Il lavoro di cento contadini che producevano X di cotone venduto più o meno autonomamente ai mercanti collegati alla metropoli in cambio di denaro appena sufficiente, una volta pagati i tributi, alla sopravvivenza, viene ora sostituito da quello di 50 (se va bene) salariati che sulle medesime terre di proprietà ora capitalista (magari di dieci kulaki, in caso di riforma democratica) producono X di cotone e Y di un altro prodotto, con l'aiuto di qualche macchina disusata dai ricchi agricoltori del centro metropolitano. Gli esempi più sopra ricordati (Egitto, Mali) sono appunto esempi di un fenomeno ormai in fase di fortissima, definitiva accelerazione. Ciò porterà alla scomparsa dei modi di produzione precapitalistici, ma non ad un vero e proprio sviluppo del capitalismo, secondo il “modello occidentale”.

La proletarizzazione nei paesi dominati non estende l'occupazione

La distorsione dello sviluppo nei paesi dominati discendenti dai meccanismi della loro integrazione nel mercato imperialista mondiale, causa un fenomeno solo apparentemente paradossale: il gonfiarsi patologico di attività “terziarie” a fronte di una crescita di molto inferiore del settore industriale.

È la riprova che quel che è in atto nei paesi dominati non è la ripetizione del processo di sviluppo originario del capitalismo.

In Europa lo spostamento delle attività è stato con assoluta prevalenza, dalla agricoltura all'industria. La distruzione delle condizioni di sopravvivenza nelle campagne è stata quella “liberazione” della mano d'opera necessaria allo sviluppo della manifattura prima e dell'industria poi. Ha fornito la componente lavoro a quel capitale che si era già accumulato in forma mercantile nei commerci a lunga distanza con e dai paesi coloniali. Lo slancio della prima accumulazione propriamente capitalistica garantiva, nel carattere originariamente autocentrato dello sviluppo, la graduale crescita del settore industriale e la subordinata crescita del settore dei servizi utili o necessari alla circolazione e quindi alla stessa accumulazione del capitale.

Il corso avviatosi con l'entrata del capitale nella fase imperialistica è, come vedremo, strettamente dipendente dai processi di internazionalizzazione del capitale stesso e in questa misura, diverge da quello della fase ascensiva.

Ma nei paesi dominati (o integrati, come dice Amin) lo spostamento prevalente dei campi di attività è radicalmente diverso. La distruzione delle condizioni di lavoro e di vita nelle campagne operato, come visto, dalla penetrazione del capitale metropolitano in quei paesi, determina più il gonfiarsi abnorme di pseudo-attività terziarie che il crescere della occupazione industriale. Possiamo parlare di terziarizzazione di quelle società? Sarebbe semplicemente ridicolo. In realtà (e tutti i ricercatori borghesi o no, lo confermano) tali attività “terziarie” non sono servizi del capitale, funzionali alle circolazione del capitale o alla redistribuzione del plusvalore nei diversi rami di impiego del capitale stesso, come potrebbero essere le banche, le assicurazioni, le strutture commerciali avanzate tese ad aumentare la velocità di circolazione delle merci, i servizi scolastici e sanitari (tesi alla preparazione e alla conservazione della forza-lavoro). Nei paesi dominati il “terziario” è una delle forme nascoste di disoccupazione; è fatto di micro-commercio ambulante, di lustrascarpe e di facchini, di posteggiatori più o meno abusivi nelle metropoli del terzo mondo e di impiegati più o meno precari negli ipertrofici uffici e servizi di stato.

Già Myrdal osservava che:

l'impressione generale è che il commercio al dettaglio, i servizi domestici e l'amministrazione statale tendano a occupare una proporzione eccessivamente alta della popolazione, specie considerando la bassa produttività connessa a queste attività. La proliferazione delle rivendite al dettaglio e dei piccoli commercianti, e il cospicuo e sempre crescente numero di intermediari di ogni tipo sono fenomeni frequentemente osservati. (17)

S. Amin scrive:

Il rafforzamento della posizione della rendita fondiaria che è una peculiarità derivante dall'integrazione internazionale delle formazioni periferiche comporta un particolare orientamento della spesa del reddito, caratterizzata da una distorsione in favore di certe attività terziarie (servizi personali ad esempio). [...] L'ipertrofia di certe attività terziarie a bassa produttività (piccolo commercio al dettaglio, specie ambulante, molteplicità dei servizi ecc.) è una manifestazione di disoccupazione nascosta, la risultante dei processi di marginalizzazione specifici dello sviluppo del capitalismo periferico. (18)

Per quanto riguarda l'ipertrofia dei servizi amministrativi, va sottolineato che essa è il più delle volte dovuta a “scelte” politiche dei governi locali, volte a li-mitare la disoccupazione intellettuale dei ceti medio alti (figli della borghesia e della piccola borghesia benestante) altrimenti portatrice di fermenti destabilizzanti. A sua volta, l'uso sistematico del rigonfiamento della burocrazia tende ovviamente a irrigidire le strutture burocratiche medesime su quei modelli difficilmente modificabili, tanto più quando - come oggi -la crisi e le tensioni che essa determina all'interno dei paesi dominati rendono ancor più pericolosi tali tentativi. Leggiamo ancora la significativa testimonianza di Myrdal:

Un ministro particolarmente capace riferì all'autore [siamo in India - ndr] che la maggior parte del personale addetto al suo ministero, di livello inferiore al vice-segretario, era del tutto inutile; il lavoro si sarebbe svolto meglio senza di essi. Anche se erano stati reclutati fra la classe istruita, essi difficilmente conservavano la capacità di scrivere per mancanza di esercizio. Il suggerimento di ridurre il personale [questo è il tipo di consulenze ai paesi sottosviluppati di un Myrdal! - ndr] fu accolto negativamente: la cosa era politicamente impossibile. Inoltre l'intero iter amministrativo ne sarebbe risultato sconvolto, essendo basato su di una sottoutilizzazione del lavoro difficile da modificare. (19)

Naturalmente un borghese come l'economista svedese, attribuisce l'ipertrofia del terziario burocratico e la mancanza di sviluppo dell'occupazione nella agricoltura e nell'industria ad errate politiche culturali dei governi, che rifiutano di incidere sulle disposizioni delle forze lavoro a scartare il lavoro manuale per quello “intellettuale” (20) dimenticando in modo invidiabilmente disinvolto, che le occupazioni “manuali” scarseggerebbero comunque. La sua tesi di fondo è che condizione di un possibile slancio in avanti nello sviluppo di questi paesi sia la disoccupazione allargata e l'ulteriore diseguaglianza del reddito a garantire una più ampia disponibilità di capitali per l'investimento industriale. In ciò si ricollega alle tesi più esplicite dei più reazionari esponenti dell'economismo americano, come Nurske, per il quale, dal momento che “nel modello classico tradizionale, un incremento del saggio della accumulazione esige una riduzione del consumo” propone di utilizzare il “risparmio potenziale” delle campagne per promuovere lo sviluppo di capitale, attraverso l'estrazione dalle campagne dei beni-valori necessari al sostentamento delle forze-lavoro impiegate per esempio nel settore delle costruzioni (21).

Il tutto si fonderebbe sull'allontanamento delle persone che rappresentano “lavoro eccedente” nelle campagne, dalle campagne medesime e dai nuclei familiari di appartenenza che dovrebbero però preoccuparsi di redistribuire i loro diminuiti redditi fra sé e i congiunti “allontanati”. Quando il borghese teorizza con lo scopo di risolvere le contraddizioni del suo sistema di produzione e di dominio, cade sempre più spesso nel ridicolo.

Resta il fatto che gonfiano attività “terziarie” a mistificazione di un ben più reale fenomeno: la crescita della disoccupazione.

Prime conclusioni

È confermata la tesi marxista secondo cui la concentrazione del capitale, fenomeno internazionale, restringe le basi stesse della produzione.

Ci siamo posti all'inizio il problema di verificare se nella attuale fase, le attività volte alla diretta valorizzazione del capitale attraverso la produzione di valori-merce tendono a perdere di peso di fronte alle attività del “terziario” volte alla circolazione del capitale e alla redistribuzione del plusvalore. Nel nostro esame siamo partiti dalla situazione delle aree periferiche, o - come noi preferiamo dire - dominate dall'imperialismo. La prima conclusione è che la dinamica capitalista in atto (ulteriormente accelerata - vale la pena sottolinearlo - in questi ultimi anni, dalla crisi del ciclo di accumulazione nelle aree metropolitane) genera un immiserimento della masse popolari dei paesi sottosviluppati, direttamente determinata dalla penetrazione dei metodi di produzione del capitalismo nelle loro economie tradizionali.

Tale processo di immiserimento è la migliore garanzia per il mantenimento di salari industriali estremamente ridotti nei confronti dei salari corrisposti nelle metropoli, anche se “privilegiati” rispetto ai redditi precari e irrisori delle masse proletarizzate ma senza lavoro.

Questa è la condizione voluta dal capitale imperialistico internazionale per dar luogo a forme di industrializzazione “distorta secondo le due direttrici indicate e quindi per dar luogo ad una espansione quantitativa della classe operaia di fabbrica in questi paesi e quindi a scala internazionale.

La crescita del proletariato industriale occupato resta enormemente al di sotto della contemporanea e precedente crescita della miseria e della proletarizzazione di strati precedentemente occupati in economie tradizionali di sussistenza o mercantili locali. Fra queste masse proletarizzate crescono le occupazioni marginali, instabili e precarie generalmente raggruppate sotto l'etichetta di “terziarie”. Ma questo “terziario” ha ben poco in comune, per non dire nulla, con il terziario dei centri avanzati e dominati del capitale. Quello infatti, a differenza di questo, non è volto alla circolazione del capitale con lo scopo di accelerarne i tempi, o alla redistribuzione del plusvalore nei diversi settori di classe corrispondenti alle sue tre ripartizioni (profitto, rendita, interesse) bensì a forme marginali di circolazione e redistribuzione di reddito prevalentemente al di fuori di qualsiasi processo di valorizzazione. Ciò è particolarmente evidente quando si consideri che nei paesi dominati ciò che si rafforza nella economia interna non è tanto il capitale (come visto di prevalente provenienza straniera) bensì la rendita fondiaria. La cacciata delle vecchie comunità contadine, la distruzione delle vecchie ferme di proprietà comunitaria del suolo, la kulakizzazione ovvero la trasformazione da parte di grandi proprietari delle colture in monocolture per la esportazione, gabellate come passi obbligati di una accumulazione originaria in funzione di un successivo sviluppo industriale, sono in realtà rimaste fini a se stesse e all'arricchimento di una borghesia locale, rientrante a pieno titolo nell'unità di classe borghese internazionale. Questa borghesia arricchita sulla rendita fondiaria non reinveste nella modernizzazione dell'agricoltura alimentare o nella industrializzazione del paese, bensì nelle imprese finanziarie del capitale internazionale che solo occasionalmente e secondo gli interessi della sua propria valorizzazione, tornerà ai paesi dominati in quantità irrisoria. Ora la rendita per sua propria caratteristica e a differenza del profitto industriale, non è spontaneamente indirizzata al reinvestimento. Al di là della arbitraria sua ritrasformazione in capitale attraverso i circuiti finanziari internazionali, viene spesa localmente sotto forma di spese di lusso (e molte delle industrializzazioni nei paesi dominati sono volte a sostituire le importazioni di lusso degli strati borghesi) (22) e per i servizi personali che come ben sapeva già Adamo Smith (23) non creano ricchezza, né - aggiungiamo noi - quindi possibilità di sviluppo.

Non di terziarizzazione, dunque, si può parlare nelle formazioni sociali dominate dall'imperialismo, ma di proletarizzazione, marginalizzazione e immiserimento contro il quale una sola forza emerge come unica possibile agente: la classe operaia, appunto.

Che, peraltro, il proletariato industriale sia andato aumentando e vistosamente nei paesi dominati è dimostrato dalla tabella che ricostruiamo sulla base dei pochi dati disponibili (24), riferita all'India.

Anno Num.
1900 440.000
1940 2.487.000
1971 15 milioni
Tab. 1 - Consistenza del proletariato industriale in India

In tabella 2 riportiamo i dati relativi al periodo 1900-1940 per altri paesi asiatici. Essa ci pare sufficientemente esemplificativa di quanto affermiamo.

Paese 1900 1940
Birmania 31.000 90.000
Cina trascurabile 1.204.000
Ceylon 35.000 398.000
Indonesia ? 173.000
Indovina 12.000 120.000
Filippine ? 398.000
Tab. 2 - Variazioni del numero di operai industriali 1900-1940

Ma è lo stesso autore dal quale traiamo la tabella che ci avverte:

Il calcolo è limitato agli operai dell'industria moderna. Occorre invece considerare come facenti parte del proletariato moderno anche tutti i lavoratori salariati alle dipendenze della grande produzione capitalistica: minatori, coolies delle piantagioni, operai di officina, scaricatori di porto, ferrovieri, facchini, tutti impegnati nella distribuzione o nel trasporto di tale produzione. (25)

Abbiamo stabilito che nei paesi sottosviluppati e dominati dal capitalismo, dove si distribuisce la maggioranza dell'umanità, sono in atto grandiosi processi di proletarizzazione quali Marx aveva potuto solo intuire. Abbiamo stabilito, cioè, che a scala mondiale (alla scala su cui si esercita cioè il dominio del capitale e alla quale vanno esaminate le sue dinamiche) è pienamente confermata la legge marxista della proletarizzazione crescente e dell'immiserimento crescente a fronte di una crescente accumulazione di ricchezza nelle mani del capitale.

Possiamo ora passare ad esaminare ciò che avviene nelle metropoli del capitale imperialista, sia dal punto di vista degli spostamenti dei settori di attività, sia dal punto di vista della composizione di classe.

Terziarizzazione nelle metropoli

È un fatto che il peso del settore “secondario” di attività vada decrescendo in termini di occupazione relativa. È un processo che si distende nel tempo e con ritmi diversi nei diversi paesi metropolitani. Per esempio, negli Stati Uniti dagli anni 1920 al 1970, l'occupazione industriale scende dal 45-50% al 33,3% della occupazione totale. In Italia, invece, dai dati ISTAT (26) risulta la seguente evoluzione:

Anno Agricoltura Industria
1950 43,8% 29,4%
1970 18,9% 42,19%
1980 13,18% 41,93%
Tab. 3 - Variazione percentuale dell'occupazione in industria e agricoltura nel periodo 1950-1980 sul totale degli occupati in Italia.

Dal 1950 al 1970 la percentuale di occupati nell'industria sul totale aumenta considerevolmente per iniziare a declinare nel decennio successivo (con alti e bassi che segnano l'andamento della crisi di ciclo in cui il capitale è entrato proprio nei primi anni settanta). È evidente il ritardo italiano rispetto alla dinamica americana, dovuto, come ben si sa, al “peso” di una differente stratificazione economica e sociale propria ai paesi europei dai quali il capitalismo ha pur tratto origine. L'America, apertasi al mondo come periferia coloniale del capitalismo mercantile europeo dei secoli XVII e XVIII ha avviato il suo sviluppo capitalistico a partire da una situazione del tutto particolare: la sua popolazione, “sottoprodotto” dei processi di proletarizzazione ormai avviatisi in Europa si organizza di fatto sulla base di quello che possiamo definire il modo di produzione mercantile, modo di produzione dominante solo in situazioni eccezionali come quella appunto americana, dal quale il capitalismo ha facoltà di nascere e svilupparsi con la velocità e linearità proporzionali alla assenza dei vincoli derivanti dalla coesistenza di altri modi di produzione precapitalistici. Scrive Amin:

La Nuova Inghilterra si sostituisce all'Inghilterra come nuovo centro che domina le colonie inglesi schiaviste. Questa sostituzione è parziale fino alla guerra di indipendenza, poi totale. Liberata dalla tutela dei monopoli del capitale mercantile metropolitano, essa è già diventata un centro pienamente compiti-to, prima di assurgere alla posizione di metropoli mondiale. (27)

La velocità del processo, aggiungiamo noi, è enorme e supera largamente la velocità di crescita del capitale nella sua culla originaria, l'Europa.

È dunque un fatto empirico da tutti riconosciuto che la occupazione relativa nel settore della produzione e trasformazione di merci sia ormai in diminuzione nelle cittadelle capitaliste. C'è chi vede in questo una parziale smentita di Marx, ma questo qualcuno bara sapendo di barare.

È proprio Marx infatti ad aver analizzato, scomposto e ricomposto, i processi e le tendenze del modo di produzione capitalista sino a delinearne la tendenza generale al restringimento della base propriamente produttiva, nel mentre stesso che procede ad una sempre più spinta proletarizzazione e ad una polarizzazione sociale. Chi pretende di smentire Marx semplicemente si ostina a confondere due concetti distinti, anche se connessi, e ad identificare il proletariato nella sola classe operaia industriale.

Possiamo concedere che Karl Marx non ha previsto l'espandersi del settore “terziario” così come noi oggi lo conosciamo, ma tale espansione avviene all'interno dei processi di proletarizzazione suddetti e quale modo di apparire concreto della medesima proletarizzazione.

Vedremo questi problemi nel seguito. Ora è importante chiarire le ragioni e la dinamica del fatto empirico: la restrizione percentuale degli occupati nella produzione industriale.

Il primo elemento evidentissimo a chi abbia masticato anche solo un poco della critica all'economia politica di Marx, è l' “aumento della composizione organica del capitale” (C/V). Se su un capitale investito di 100, composto di 50% di salari e 50% di macchinari, materie prime ecc., il capitalista produce 1000 pezzi della sua merce, il suo obiettivo (tipico del capitalista) sarà quello di produrre di più con un capitale investito uguale o maggiore, ma con una ridotta componente di salari. Sarà allora disposto, se le innovazioni tecniche glielo consentono, a investire 110 in totale, ma suddivisi in 70 di macchine e materie prime e 40 di salari, per produrre, poniamo, 1200 pezzi. Ammesso costante il salario unitario, il processo di produzione attivato dal “nostro” capitalista occuperà ora il 20% in meno di operai. La composizione organica aumenta, l'occupazione diminuisce (c70/v40 > c50/v50).

Dalla macchina a vapore di Watt ad oggi sono passati 200 anni di continue enormi innovazioni sino a ridurre l'incidenza del capitale variabile sul capitale totale a livelli inimmaginabili da Watt e dai suoi contemporanei. Se l'occupazione operaia non è calata, ma anzi è andata aumentando sia in assoluto che in percentuale sulla popolazione attiva, fino agli anni compresi fra le due guerre, ciò è dovuto al continuo espandersi della produzione capitalista, all'incessante creazione di nuove industrie e combinazioni produttive, a tassi più rapidi del crescere della popolazione naturale e della disoccupazione indotta dai processi suddetti.

La tendenza all'aumento di occupazione operaia ha iniziato a invertirsi fra le due guerre, quando nelle metropoli del capitale si è verificata una serie di fenomeni concomitanti che in sintesi elenchiamo:

  1. Il raggiungimento di livelli di composizione organica del capitale tali da causare il pareggiamento fra la creazione di nuovi posti in nuove industrie e la espulsione di forza lavoro dalle industrie già esistenti.
  2. La compensazione di questo fenomeno (che coniugato alla crescita di popolazione condurrebbe ad una insostenibile crescita della disoccupazione) con la creazione di nuove occupazioni connesse ai meccanismi stessi di realizzazione del plusvalore, di circolazione e distribuzione del capitale.
  3. La integrazione nell'impresa monopolistica di attività precedentemente esterne all'impresa stessa o addirittura inesistenti, e non identificabili con la produzione materiale.
  4. L'avvio di quei processi di delocalizzazione della produzione alla periferia del sistema che abbiamo visto e che hanno semplicemente spostato di luogo la creazione di nuova occupazione operaia.

Val la pena forse ripetere che i differenti momenti in cui tale inversione si verifica nei diversi paesi metropolitani, sono dovuti ai diversi sviluppi, o tassi di sviluppo, del capitale stesso. L'Italia vede l'inversione con venti anni di ritardo perché negli anni venti (quando la svolta si verifica negli USA) la composizione organica del capitale media in Italia era enormemente più bassa che in America: la condizione della prosperità dei capitalisti italiani e del loro boom negli anni a cavallo fra il 1950 e il 1960 stava proprio in questa bassissima composizione organica del capitale la cui produttività era mantenuta ai livelli internazionali delle metropoli con la forza del sottosalario, del lavoro nero e, in generale, di livelli salariali molto più bassi che negli USA o in altri paesi europei.

È altrettanto evidente che l'avvio di una tendenza al calo percentuale dell'occupazione nella produzione delle merci si ha quando il capitale ha compiuto un passo avanti nel processo della sua decadenza, entrando in una nuova fase (appunto decadente) nella quale l'espansione della sua produzione finalizzata alla estorsione del plusvalore, non poggia più sull'espansione delle forze creatrici di plusvalore (gli operai di fabbrica).

È dunque evidente il parallelismo fra i tassi di sviluppo del capitale in termini di tassi di crescita della sua composizione organica e la dinamica della composizione della occupazione.

Cala dunque il proletariato? No, cala la sua componente direttamente produttrice materiale delle merci, ma il proletariato come tale complessivamente aumenta.

Continua nella 2a parte: leftcom.org .

(1) Vedi “Intervista” su Politica ed Economia, n. 3, marzo 1984.

(2) IlPartito ha per ora pubblicato alcuni articoli dedicati a questo problema su Battaglia Comunista. Vedi i nn. 3/80, 7/81, 14/81, 14/83, 16-17/83, 18-19/83.

(3) Cfr. Sylos Labini: Il sottosviluppo e l'economia contemporanea. Ed. Laterizi, 1983, p. 96 e sgg.

(4) Vedi l'importante lavoro di Samir Amin: L'accumulazione su scala mondiale, Jaca Book, 1970.

(5) Ibidem, p. 81.

(6) Marx al “New York Daily Tribune”• del 25/6/1853. ora in: Marx-Engels, India, Cina, Russia. Ed. Il Saggiatore, 1970, p. 74.

(7) Ibidem, pgg. 73-76.

(8) S. Amin: Lo sviluppo ineguale - Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico. Ed. Einaudi, 1977, p. 256.

(9) Vedi S. Amin: L'accumulazione... Op. cit., pgg. 308-312.

(10) Pierre François: “Class struggle in Mali”, in Review of African Political Economy, n. 24, dicembre 1982, p. 29.

(11) Cfr., ad esempio: Sylos Labini, _sottosviluppo...
Op. cit., p. 72. È forse utile chiarire che per noi è assurdo chiamare “aristocrazia del lavoro” le fasce proletarie che hanno avuto la fortuna di trovare un posto nelle imprese capitaliste moderne, perché l'inferiorità dei loro salari rispetto a quelli dei paesi dominanti si tonda proprio sulla miseria delle masse proletarizzate, senza lavoro, alla sparizione delle quali sono dunque obiettivamente interessate.

(12) S. Amin: L'accumulazione... Op. cit., p. 107.

(13) Sylos Labini: Il sottosviluppo... Op. cit.. tab. IV, p. 209.

(14) S. Amin: L'accumulazione... Op. cit., p. 317.

(15) Vedi K. Marx: Il Capitale, vol. III. Editori Riuniti, p. 291.

(16) Per una descrizione dettagliata dei rapporti fra il centro e la periferia in epoca coloniale, vedi il capitolo “Le formazioni sociali periferiche”, in: S. Amin, Lo sviluppo ineguale. Op. cit., pgg. 314-400.

(17) Cfr. Gunnar Myrdal Saggio sulla povertà di undici paesi asiatici, Ed. Il Saggiatore, 1971, vol. 1, p. 497.

(18) S. Amin: Lo sviluppo... Op. cit., p. 262.

(19) G. Myrdal, Op. cit., vol. I, p. 501.

(20) Ibidem, vol. I, pg. 1143-45.

(21) Vedi R. Nurske: La formazione del capitale nei paesi sottosviluppati. Ed. Einaudi, 1965, al capitolo “Il risparmio potenziale che si nasconde nella sottoccupazione agricola”, pgg. 46-58.

(22) Cfr. S. Amin: Lo sviluppo... Op. cit., pag. 222.

(23) “Un uomo diventa ricco se impiega una moltitudine di manifatturieri, ma va in miseria se mantiene una moltitudine di domestici”. Da: “Dell'accumulazione del capitale, ovvero del lavoro produttivo e improduttivo”; Adam Smith: Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni. Ed. Mondadori, 1977, vol. 1, pag. 325.

(24) I dati sono tratti da Chesneaux: L'Asia Orientale nell'età dell'imperialismo. Einaudi 1969, p. 212; e Sylos Labini: II sottosviluppo... Op. cit.. tab. IV a p. 209.

(25) Chesneaux, ibidem, pag. 213.

(26) Cfr. Sommario di statistiche storiche dell'Italia (1861-1975), Roma 1976, p. 144 e Compendio Statistico Italiano 1983.

(27) Cfr. S. Amin: Lo sviluppo... Op. cit., p. 395.

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