Tendenze generali della composizione di classe - 2a parte

Continua dalla 1a parte: leftcom.org

Classe operaia industriale e proletariato

Sui numeri 4 e 5 di Prometeo (“Introduzione ad una analisi di classe”, “Crisi e ristrutturazione”) abbiamo trattato in generale il tema “lavoro produttivo e lavoro improduttivo”, contrastando i vaneggiamenti di certa sinistra radicaloide (ora debitamente rifluita, come l'Aut. Op. negriana) in cerca di nuovi soggetti rivoluzionari. In sintesi, ecco le conclusioni che avevamo allora tratto e che ci servono ora di premessa.

Innanzitutto, se è in qualche modo legittimo parlare di terziarizzazione, questo non giustifica minimamente i vaneggiamenti di chi (Negri e Co.) vede nel fenomeno particolare della terziarizzazione la caratteristica generale e unificante del capitale a scala internazionale. Ed è il tema che abbiamo sin qui trattato.

Secondariamente, lavoro produttivo e lavoro improduttivo sono concetti che, per avere un senso, devono essere definiti su base scientificamente precisata: si dice allora produttivo o improduttivo il lavoro che produce o non produce plusvalore, laddove per plusvalore ha da intendersi plusvalore totale. Il fatto che una banca realizzi utili di decine o centinaia di miliardi all'anno attraverso lo sfruttamento con criteri e metodi capitalistici o addirittura di fabbrica, non significa che in quella banca si sia creato un plusvalore che va ad aggiungersi al plusvalore totale prodotto dalla collettività. Gli utili della banca, essendo costituiti da interessi (evidentemente parliamo qui degli utili tratti solo derivanti dalle specifiche attività bancarie, non per es. dagli investimenti diretti dell'azienda bancaria in campo industriale o delle costruzioni) sono quindi una delle forme in cui si ripartisce il plusvalore altrove prodotto.

Inoltre, la tendenza che qui abbiamo visto più dettagliatamente, alla restrizione della base propriamente produttiva della società, non esclude, anzi, l'altra: all'estensione, oltre i limiti della fabbrica tradizionalmente intesa, dei meccanismi e dei modi dello sfruttamento capitalistico. L'estensione del “dominio reale” del capitale sulla società di cui Marx aveva potentemente tracciato le linee in poderose anticipazioni generali, significa proprio sottomissione al dominio del capitale e ai suoi metodi di tutte le attività lavorative svolte nella società capitalista avanzata.

Infine, il diminuire quantitativo, in termini percentuali della componente di fabbrica del proletariato, non significa affatto diminuzione del suo “peso specifico” nella definizione della politica comunista.

Per la trattazione più estesa di questi punti rimandiamo naturalmente ai lavori citati.

Come definire dunque il proletariato? Rigettiamo, ovviamente, ogni definizione “dogmatica”, ovvero statica, che pretenda di fissarre i confini di una classe dinamica perché “oggetto” di un modo di produzione e di un corrispondente sistema di relazioni economiche e sociali dinamico. È lecito, invece, e doveroso, stabilire le linee, i criteri con i quali, volta a volta, situazione storica per situazione storica, individuare le componenti specifiche del più ampio e unitario insieme di proletariato.

Va da sé che rigettiamo qualsiasi criterio che faccia riferimento alla “coscienza” che hanno di sé e della propria collocazione di classe le diverse stratificazioni o addirittura i singoli membri. Oltre che assolutamente privi di riferimenti oggettivi, simili criteri, anche quando si presentano come ispirati al marxismo, si prestano alle manovre ideologiche della borghesia, che pretende sparita la classe operaia ogni qualvolta si presenta sulla scena sociale e politica quale oggetto di storia privo di ogni soggettiva volontà di organizzazione e di lotta.

La esistenza della classe prescinde dalla coscienza che essa ha di se stessa e dei suoi interessi, anche se la realizzazione dei suoi obiettivi storici negli svolti rivoluzionari presuppone tale coscienza (e qualcosa di più).

Definiamo dunque innanzitutto la classe sfruttata, il proletariato, in base alla collocazione nei rapporti di produzione. Se le formazioni sociali sono conformate sulla base dei modi di produzione in esse dominanti o intrecciati, per quella medesima ragione le classi che le compongono sono carattrizzate sulla base della loro collocazione nel modo di produzione stesso, sulla base cioè del posto che occupano nei rapporti di produzione.

Nel medioevo [abbiamo] signori feudali, vassalli, maestri d'arte, garzoni, servi della gleba...

scrivono Marx ed Engels nel Manifesto (28). Nel Medioevo infatti, pur essendo il modo di produzione tributario (o feudale) a dominare, il modo di produzione mercantile - fatto di produttori artigiani e in piccolissima parte di contadini che producono non ciò o che essi consumano o devono dare in tributo al signore ma producono per lo scambio mercantile - fa sentire la sua presenza all'interno delle collettività, distinguendo mercati e artigiani dalle regole del rapporto fra signori e servi della gleba, o fra signori e vassalli. È in questo modo di produzione mercantile semplice che è in nuce il futuro capitalismo perché è attraverso la mercatura che si accumulano i primi grandi capitali finanziari atti ad avviare la produzione propriamente capitalista in sostituzione di quella artigiana. Il capitalismo trionferà sulle rovine del modo di produzione feudale, al quale quello tributario ha lentamente scavato la terra sotto i piedi. Ma sino ad allora, sino al compimento della rivoluzione borghese, i due modi di produzione convivono e convivono le classi ad esse corrispondenti

Il capitalismo non ha modi di produzione concorrenti nell'arco storico della sua esistenza come modo di produzione dominante. Le uniche classi che in esso si configurano sono costituite dall'insieme degli individui che in esso si muovono e ad esso sono inerenti.

Il rapporto di produzione capitalistico è quello nel quale i rapporti sociali sono determinati dal possedere o non possedere gli strumenti della produzione capitalistica, che oggi (fase del monopolio imperialista) sono essenzialmente i capitali finanziari, più ancora che i mezzi materiali della produzione quali le macchine e gi attrezzi (vedi Lenin: L'Imperialismo, fase suprema del capitalismo). Chi possiede i mezzi della produzione è un capitalista, un borghese; chi non li possiede, potendo disporre solo della sua forza-lavoro da vendere in cambio di un salario, è proletario. Fra i due poli esistono, certamente, stratificazioni che non rientrano né nell'una né nell'altra delle due classi: sono i ceti medi, la piccola borghesia. Ma, lo vedremo, questi strati sono in fase di riduzione continua, sebbene essa muti costantemente la sua composizione, e i suoi membri cambino continuamente conformazione. In ogni caso, definiamo piccola borghesia l'insieme di coloro che, pur possedendo propri mezzi di produzione (materiale o intellettuale) li impiegano in una produzione di beni o servizi per procurarsi un reddito al di fuori dei rapporti propriamente capitalistici, ovvero al di fuori del ciclo del capitale D-M-D' (liberi professionisti, fasce di dirigenti o consulenti aziendali, piccoli commercianti, ecc.). Cerchiamo dunque di meglio caratterizzare il proletariato.

La caratteristica originaria, e che oggi si ripresenta in forme rinnovate, del proletariato in quanto forza-lavoro, componente variabile del capitale, è la intercambiabilità dei suoi membri. Come il capitale è indifferente alle forme materiali di merce in cui appare nella fase intermedia del proprio ciclo (M in D-M-D'), così la sua componente variabile nel ciclo della produzione prescinde dalle caratteristiche in cui appare: è indifferente il modo di apparire e di svolgersi del lavoro nel processo di valorizzazione del capitale.

Appena il lavoro del filatore è produttivo di valore, cioè fonte di valore, esso non è affatto distinto dal lavoro del rigatore di cannoni, ossia, ed è ciò che qui più ci importa, non è affatto distinto dai lavori del piantatore di cotone e del fusalo. (29)

Non è sufficiente quindi dire che rientra nel proletariato chiunque non possedendo i mezzi di produzione vende per vivere la propria forza-lavoro.

Attenendoci a questa definizione, dovremmo concludere che l'ingegnere direttore di un reparto di produzione, poiché dipendente stipendiato (salariato) dell'azienda di cui non è né proprietario né possessore di azioni, è anch'esso un proletario, fratello di classe degli operai e degli impiegati d'ordine della sua azienda e di tutti gli altri; oppure che altrettanto proletario è il grafico pubblicitario che presta la sua opera di “creativo” in uno studio di pubblicità.

È invalso l'uso in molte correnti di pretesa “sinistra” cercare la distinzione ancora una volta sul terreno soggettivista della “coscienza di classe” o del ruolo più o meno assimilabile al “comando del capitale”. Sono le correnti “creative”, “innovative” che di creatività e innovatismo fanno il paravento della propria estraneità al metodo marxista e al suo patrimonio. Si nascondono dietro l'arcinoto fatto che Marx non ha mai chiarito in un apposito capitolo la natura e la composizione della classe operaia del proletariato. Manca loro il versetto risolutivo da citare.

Noi, che non abbiamo mai letto le opere di Marx come se fossero il Talmud, ci accontentiamo del metodo materialista dialettico. Dovendo fissare dei criteri generali di delimitazione della classe, torniamo dunque alle caratteristiche obiettive del lavoro come componente variabile del capitale per ritrovarle eventualmente anche nelle prestazioni di lavoro che si svolgono al di fuori degli immediati processi di valorizzazione del capitale. Ed ecco che monta immediatamente all'attenzione la già citata intercambiabilità dei prestatori d'opera. Caratteristica essenziale del processo di lavoro capitalista è la sua totale subordinazione alla massimizzazione della sua produttività, nel senso della massima valorizzazione del capitale stesso. In questa sua subordinazione il lavoro venduto dal proletario al capitalista deve perdere ogni sua connotazione soggettiva, ogni sua autonoma determinazione: non è il lavoratore a controllare il processo lavorativo, bensì il capitalista al quale egli ha venduto il suo tempo di lavoro, la disponibilità del suo lavoro per un tempo determinato. Il capitalista opera sul processo di lavoro così come opera sugli altri fattori della produzione: cercando di ridurne i costi. A questo fine scompone il processo di lavoro per ricomporlo nei modi migliori che la scienza e la tecnica a disposizione al momento gli consentono. È così che si è passati, per esempio nella industria meccanica, dal lavoro di gruppi più o meno ristretti di operai - che con le macchine e gli utensili dell'epoca operavano in fasi successive, ma temporalmente e spazialmente separate - alla catena di montaggio, per poi tornare, in una più raffinata e mistificata forma, al lavoro per “gruppi di produzione”, cadenzati e organizzati secondo i livelli di operatività e coordinamento degli impianti robotizzati.

Di ciascuna operazione richiesta in fabbrica, si ricerca la massima semplificazione, scomponendola nei suoi movimenti elementari in modo da studiarne la composizione più favorevole ad accelerare il processo complessivo e di renderne più facile l'apprendimento. Ne risulta la eliminazione progressiva delle abilità specifiche che il lavoro di produzione richiedeva un tempo agli artigiani o, nelle prime fasi del capitalismo stesso, agli operai addetti a mansioni superiori alla semplice manovalanza. Fra i risparmi sui costi cui mira il capitalista, un posto non trascurabile è occupato dai risparmi realizzabili nel tempo di addestramento della manodopera.

Per modificare la natura umana generale in modo da farle raggiungere abilità e destrezza in un dato ramo di lavoro, da farla diventare forza-lavoro sviluppata e specifica, c'è bisogno di una certa preparazione o educazione, che costa a sua volta una somma maggiore o minore di equivalenti di merci. Le spese di formazione della forza-lavoro differiscono a seconda ch'essa ha carattere più o meno complesso. Queste spese di istruzione, infinitesime per la forza-lavoro ordinaria, entrano dunque nel ciclo dei valori spesi per la produzione della forza-lavoro. (30)

Così Marx espone il problema della formazione della mano d'opera.

Oggi lo Stato assicura la formazione di base che si ritiene comunemente debba essere più elevata per far fronte ai bisogni del capitale, e il singolo capitalista pensa a quelle infinitesime spese di addestramento particolare allo svolgimento delle mansioni che richiede al lavoratore. E succede che la “preparazione di base” che si diceva che il mercato del lavoro richiedesse più elevata, è sottoutilizzata proprio alla “prova lavoro”! È un apposito studio americano di parte statale a dirlo:

Tradizionalmente, le mansioni impiegatizie di livello più basso, sia negli impieghi statali, sianell'industria, erano svolte da diplomate della scuola media superiore. Oggi un numero sempre crescente di esse viene affidato a chi ha frequentato l'università. Ma la domanda di credenziali accademiche più alte non ha accresciuto il prestigio, lo status, la paga, o la difficoltà del lavoro. (31)

E un ricercatore della Case Western Reserve University ha candidamente dichiarato al New York Times del 2 aprile 1972:

Forse abbiamo creato troppe mansioni ottuse rispetto al numero di persone ottuse a disposizione. (32)

Dieci anni dopo, ecco la conferma data da Le Scienze (ediz. italiana di Scientific American) del novembre 1982:

c'è effettivamente il pericolo che molti siano super-preparati rispetto al lavoro che sono chiamati a svolgere.

E la dimostrazione che lo Stato, essendo stato delegato dalla borghesia a fornire la formazione di base necessaria alla futura mano d'opera, ha spesso ecceduto nelle spese generali di cui è stato fatto carico, dando il suo contributo alla erosione del profitto.

Per il singolo capitalista, è evidente che minore è la complessità delle operazioni, minore è il grado di competenza richiesto, maggiore è il risparmio, e la possibilità di profitto.

Il lavoro sfruttato, il lavoro finalizzato alla valorizzazione del capitale (sia esso il capitale totale o il singolo capitale del capitalista improduttivo) è il lavoro parcellizzato, semplificato, “deprofessionalizzato”, il cui esecutore è ricambiabile in qualsiasi momento con minori problemi di preparazione e addestramento possibili.

Nel n. 4 di Prometeo abbiamo polemizzato con Negri e la sua concezione della fabbrica diffusa, che confonde artatamente le idee - pur partendo da ovvie considerazioni - sulla natura del lavoro produttivo (visto come ormai caratteristica di pressoché ogni attività lavorativa salariata) e improduttivo, per giungere a negare la centralità della classe operaia industriale dal punto di vista strutturale e politico, e affidare dunque a nuovi soggetti emergenti il ruolo di portatori, di elaboratori e di attori del programma rivoluzionario. Rimandiamo dunque a quel numero per la discussione specifica. Ripetiamo qui solo ciò che ci interressa direttamente: è vero che i meccanismi dello sfruttamento capitalistico si sono estesi a tutti i settori lavorativi, coinvolgendo attività precedentemente svolte da figure sociali estranee al proletariato sia dal punto di vista della produttività del lavoro svolto, sia dal punto di vista delle relazioni sociali che le legavano al capitale.

Ciò non significa che tali attività sono, per questo solo fatto, divenute produttive per il capitale totale: non significa, cioè, che attraverso esse il capitale totale si valorizzi, estraendone del plusvalore che va ad aggiungersi al surplus di valore del capitale totale. Ma resta vero che il proletariato va ben al di là, oggi, dei confini di fabbrica. Appartengono alla classe proletaria, dunque, tutti i lavoratori salariati il cui lavoro assume le forme del lavoro di fabbrica, è alienato, parcellizzato e organizzato come quello dell'operaio di produzione.

In questo senso, ad onta della terziarizzazione di fatto delle economie nazionali metropolitane, la proletarizzazione è avanzata sino a raggiungere vertici mai prima d'ora toccati.

L'ingegnere direttore o il grafico pubblicitario che abbiamo sopra citato non rientrano nel proletariato, l'uno perché vende all'azienda (al capitalista singolo o collettivo) le sue specifiche capacità, la sua specifica preparazione più la sua ragionata fedeltà al sistema capitalista in cambio non più di salario ma di reddito; l'altro perché vende allo studio i suoi mezzi di produzione intellettuale, più che la sua “forza lavoro intellettuale”, ancora in cambio di reddito, anche se talvolta da lui giudicato inadeguato. Entrambi gli oggetti dello scambio contro reddito dei due personaggi non sono semplice forza lavoro facilmente sostituibile con identico risultato, ma qualche cosa in certo modo irripetibile. I due personaggi, peraltro privi di capitale proprio investito (in una impresa o in banca non importa) dal quale trarre il proprio reddito necessario per vivere, appartengono a pieno titolo alla piccola borghesia.

Proletariato e terziarizzazione

Abbiamo detto che uno dei fenomeni concomitanti nella determinazione dello spostamento occupazionale verso il terziario è la integrazione nell'impresa monopolistica di attività precedentemente esterne all'impresa stessa o addirittura inesistenti e non idenficabili con la produzione materiale.

Abbiamo anche detto che praticamente tutte le attività lavorative svolte nella società capitalistica avanzata vengono progressivamente assunte sotto il dominio del capitale e dei suoi metodi. Vediamo più da vicino questi fenomeni.

L'avvento della grande società per azioni, della impresa monopolista, ha segnato l'avvio della integrazione in essa, in qualità di sue divisioni, delle attività commerciali (vendite, assistenza, pubblicità, promozione, corrispondenza, analisi delle vendite, ecc.). Parallelamente le funzioni della direzione che si ampliavano con l'ampliarsi delle dimensioni, tendono a diversificarsi e a separarsi dalla proprietà.

L'impresa in quanto forma - scrive giustamente Braverman - recide il legame diretto fra il capitale e il suo singolo possessore, e il capitalismo monopolistico edifica su questa forma [...] si può dire che le due facce del capitalista, quella del proprietario e quella del dirigente, un tempo riunite in un unica persona sono oggi divenute due aspetti della classe [...] Il capitale ha ormai trasceso la sua forma personale limitata e limitante, ed è entrato in una forma istituzionale. (33)

Nel processo di diversificazione delle funzioni direttive, finanziarie, commerciali, di marketing e pubblicità, si stabilisce un equilibrio fra queste e la produzione, tendenzialmente spostato verso le prime. Già all'interno dell'impresa monopolistica del periodo compreso fra le due guerre, è in atto una sorta di “terziarizzazione”. Sono le considerazioni commerciali a divenire dominanti all'interno della organizzazione

del ciclo produttivo del capitale. Oltre che lo styling e l'imballaggio, gli uffici di marketing studiano la stessa obsolescenza del prodotto, necessaria al suo rapido ricambio presso i consumatori. A tanto sforzo, a tanta importanza degli uffici fa riscontro una considerevole massa di lavoro incanalata verso di essi. Mentre per le ragioni viste sopra la base propriamente produttiva si restringe e sempre meno operai producono sempre più numerose e diversificate merci, all'interno stesso della azienda cresce paurosamente il numero degli impiegati negli uffici. Se gli Arkwright, padri della rivoluzione industriale, nel 1801-1804 avevano solo tre impiegati che badavano a 1063 operai pagati con complicate tariffe di cottimo, oggi il rapporto impiegati-operai in moltissime imprese, è pari a uno se non addirittura maggiore di uno.

Ma è sotto gli occhi di tutti che oggi molte delle funzioni che in una prima fase del monopolio venivano svolte all'interno della singola grande impresa, tendono oggi addirittura a venire scorporate. Evidentissimo il fenomeno delle imprese finanziarie emanazione diretta delle imprese monopolistiche (IFI dalla Fiat, per esempio) o delle imprese di assistenza e manutenzione, formalmente S.p.A. autonome, ma appartenenti al gruppo X o alla finanziaria Y. È ciascuna divisione della impresa che assume le caratteristiche di impresa dipendente, per poi venire scorporata con diverse motivazioni, fra le quali spesso primeggia quella fiscale.

Queste singole imprese non producono più plusvalore, non valorizzano il capitale più della divisione marketing di una qualunque media o grande impresa. La valorizzazione del capitale avviene nel ciclo di produzione delle merci che tali imprese, commercializzano, pubblicizzano, o di cui analizzano le vendite.

Parimenti le finanziarie, che si occupano del reperimento dei capitali necessari alla produzione (attraverso le operazioni speculative di tipo parassitario che minano alla base contraddicendolo il processo capitalistico normale) non producono plusvalore, ma si occupano della circolazione e della redistribuzione del plusvalore totale per appropriarsene appunto una quota. Né l'impresa di commercio, né quella di pubblicità, né la finanziaria sono dunque imprese produttive. Ma, al loro interno attuano i metodi di lavoro propri della fabbrica, comprando in cambio di un salario la quantità di forza-lavoro necessaria allo svolgimento della funzione, alla fornitura del servizio, e impostano la loro attività investendo somme (un capitale) minori di quelle che intendono ricavare; esse agiscono, considerate singolarmente, come una vera impresa capitalistica.

Non importa che nulla aggiungano al plusvalore prodotto altrove e che solo si ritaglino e assicurino una fetta di questo: di fronte ai lavoratori esse si ergono come imprese capitalistiche, che sfruttano la forza-lavoro in esse impiegata traendo attraverso di essa dal mercato un surplus rispetto ai capitali investiti. I loro lavoratori sono salariati sfruttati. L'unica condizione che si chiede per tale definizione è che l'opera da essi prestata abbia le caratteristiche del lavoro salariato produttivo così come abbiamo indicato.

I livelli di reddito

Nessuno mai ci potrà convincere delle sciocchezze della sociologia americana corrente (spacciate per criteri scientifici), secondo cui il livello di reddito è sufficiente alla definizione della appartenenza di classe. Non è un proletario l'architetto incapace o timido che non ha trovato committenti di progetti edilizi né abbastanza appartamenti da arredare e racimola annualmente solo dieci milioni di commissioni. Come non è piccolo borghese (per quanto attiene la appartenenza di classe, non la mentalità o le aspirazioni, certo) l'operaio “qualificato” che a forza di straordinari o di doppio lavoro porta a casa 20-25 milioni annui.

Indubbiamente, però, all'interno di una medesima azienda o di un medesimo settore specifico, i livelli di reddito dei dipendenti sono indicatori approssimativamente validi della appartenenza di classe. Ciò per la semplice ragione che i capitalisti sanno bene il valore di ciò che comprano: avremo dunque medie tabellari per il proletario - con la sua sostituibilità, la ripetitività, monotonia, alienazione del suo lavoro - e più lucrosi stipendi per il solerte servitore, che da vero collaboratore affianca il capitalista e la sua dirigenza nell'estorcere pluslavoro ai dipendenti.

Possiamo così ben capire che il progettista assunto per le sue doti e capacità personali, per quanche verso difficilmente ripetibili in altri prestatori d'opera, riceva una remunerazione del suo lavoro sensibilmente più alta di quella dell'operaio. Con tutta probabilità egli erogherà un pluslavoro rispetto a quanto gli viene riconosciuto in termini monetari, sicuramente (e per il semplice fatto di essere dipendente di una azienda) si trova in un rapporto col capitale aziendale molto più simile a quello dell'operaio che a quello dell'ingegnere libero professionista. Ma ciò non basta ad assimilarlo tout court al proletariato e i suoi redditi, comparati a quelli dell'operaio o dell'impiegato d'ordine, stanno a segnalarlo. Ma, come abbiamo cercato di evidenziare con questi esempi, non è il reddito di per sé a caratterizzare l'appartenenza di classe degli individui; esso si limita ad essere un segnale indicativo in un gran numero di casi, ma non il criterio sul quale fondarsi.

Le “nuove professioni” della società tecnologica e terziarizzata

Da ogni parte, borghese, si leva lo slogan tanto monotono quanto bugiardo: “la struttura occupazionale va cambiando; l'operaio in tuta, l'operaio tradizionale delle grandi organizzazioni sindacali e politiche, va scomparendo per lasciare il passo a nuove professioni, a nuove figure di lavoratori”. Conclusione ripetuta, amplificata, ideologizzata, di tale slogan è che cambia il rapporto fra capitale e lavoro lo sfruttamento diminuisce o non è più; le velleità rivoluzionarie poggianti sull'ipotesi di un proletariato in espansione, in buona sostanza, vanno abbandonate.

L'ideologia borghese, falsa sin dal suo impianto metodologico, non può partorire che dei falsi.

È vero che diminuiscono percentualmente le tute blu, con l'avanzata del microprocessore e la sua applicazione alle macchine. Ma i camici bianchi che le so-stituiscono in produzione non stanno certo in rapporto diverso con il capitale. Leggiamo come vanno le cose nel posto più “tecnologico” del mondo, Sylicon Valley, California, dove si produce con 200 mila lavoratori una quota considerevole dei microprocessori e degli elaboratori in circolazione nel mondo.

Chi lavora nell'industria dei microprocessori? Duecento mila persone nella “valle” di cui circa metà sono impiegate nella fabbricazione. L'85% sono donne, spiega una di loro, e una su due appartengono al terzo mondo. La maggior parte degli operai qualificati sono uomini. Le nuove operaie comuni portano camici come i chirurghi e lavorano davanti ai microscopi come gli scienziati. Ma il loro salario supera raramente lo SMIC (il salario minimo sindacale) e svolgono un lavoro di assemblaggio. La differenza con i lavoratori della catena di Detroit (la... Torino americana) è che esse lavorano al microscopio o che viene vietato loro di organizzarsi sindacalmente. All'altra estremità dello spettro, ci sono gli ingegneri e gli amministratori, molto ben remunerati perché occorre richiamarli dall'Est, ma, in fin dei conti, poco numerosi per un'industria “scientifica”, poiché non costituiscono che il 20% degli effettivi. Fra questi due gruppi, si trovano i “tecnici”, operai qualificati correttamente pagati (a tabelle sindacali, cioè), circa il 15% e gli impiegati di ufficio che rappresentano parimenti il 15% del personale. Sono essenzialmente donne, così sotto-pagate come le loro colleghe della produzione, perfette incarnazioni dei nuovi “operai comuni” della burocrazia. (34)

Cerchiamo di definire qui le aggregazioni di classe. Secondo il metodo da noi sin'ora seguito e che non ha tema di smentita, possiamo considerare componente propriamente produttiva del proletariato, il 50% del personale in produzione, più il 15% di tecnici fra virgolette di cui parla lo studio citato. La più ampia componente di proletariato in questo insieme di 200 mila occupati si individua in quel 65% più il 15% di “operai comuni della burocrazia”. Si sale così ad un totale di 80%. Il rimanente 20% andrebbe ripartito nelle sue componenti propriamente borghesi e piccolo borghesi (vedi tab. 4). Ma in questo insieme, al di là delle frontiere di classe, volentieri lo lasciamo. Ci pare che l'80% di componente proletaria sia un buon indice della fortissima componente proletaria della società di Sylicon Valley.

Figure professionali % sul totale appartenenza di classe
Operai comuni in produzione 50 ...
Operai specializzati in produzione 15 = 65% prolet. produtt.
Impiegati d'ordine negli uffici 15 = 80% proletariato
Ingegneri e capi ufficio amministrat. 20 borghesia e picc. borg.
Tab. 4 - Composizione occupazionale dei lavoratori di Sylicon Valley e relativa composizione di classe

Siamo stati sin'ora all'interno di un settore preciso, anzi di un comprensorio ad economia di monocultura tecnologica e abbiamo riscontrato una forte incidenza quantitativa, assoluta e relativa, del proletariato. Cambia forse qualcosa nel complesso della società americana?

Stando allo studio citato non pare proprio.

Il numero di tute-blu cala, è ancora vero. Si veda l'esempio:

Youngstown è una piccola città industriale nell'Ohio. Fra il settembre 1977 e il luglio 1980, quattro fabbriche chiudono definitivamente i cancelli. Dieci mila operai sono alla disoccupazione. Tutto è cominciato negli anni sessanta, quando i padroni dell'acciaio rifiutarono di modernizzare le loro fabbriche. Agli inizi degli anni settanta è troppo tardi per lottare contro la concorrenza giapponese e tedesca. Allora si chiede ai lavoratori di ridurre i loro salari per “salvare” l'occupazione [siamo nell'Ohio in una cittadina degli anni settanta non in Italia oggi! - ndr]. Essi rifiutano. I padroni se ne vanno rifiutando l'acquisto delle officine da parte degli operai. I capitali sono investiti in altri luoghi e in altri settori dell'economia.

Non è tanto il fatto che l'acciaio non fosse più redditizio, come dimostra la stessa U.S. Steel, a muovere verso altri settori. Il fatto è che è meno redditizio di questi.

Fra il 1975 e il 1979 la medesima U.S. Steel consacra il 37% dei suoi investimenti in settori diversi dall'acciaio, ma negli ultimi 4 anni di questo stesso periodo la parte dell'investimento nell'acciaio cade al 13% e raggiunge l'80% negli altri settori. È nel 1979 che la U.S. Steel apre un immenso centro commerciale vicino a Pittsburg e che, qualche settimana dopo aver annunciato la chiusura delle fabbriche di Youngstown l'azienda firma un accordo con la Tenneco Chemicals per creare una fabbrica mondiale di prodotti chimici a Houston. David Roderick, presidente del consiglio di amministrazione, dichiara al New York Time: “I fondi disponibili devono essere dedicati agli affari che rendono di più”.

La crisi di accumulazione che ha investito il modo di produzione capitalistico agli inizi anni settanta ha dunque grandemente accelerato un processo già in tendenza, di restrizione della base produttiva nella società e l'estensione delle attività improduttive, di servizio al capitale e alla sua circolazione che abbiamo già rilevato. Ma quante “nuove professioni” non proletarie sono state create in questo processo? O meglio quante persone occupano queste “nuove professioni”?

È indubbiamente una nuova professione quella dell'impiegato addetto al terminale dell'ufficio magazzino di un'azienda commerciale: solo 30 anni fa, in pieno boom industriale, sarebbe stata impensabile una simile figura. Ma da dove viene questa nuova figura? Quali caratteristiche ha la sua prestazione d'opera?

Mentre agli inizi della industrializzazione “non era insolito che il dirigente (capitalista) pagasse di tasca sua gli impiegati, confermando così la loro posizione di dirigenti subalterni o almeno di subalterni del dirigente” (35) e comunque confermando la improduttività del loro lavoro o servizio, il capitale monopolistico, portando con sé lo sviluppo e la diversificazione delle funzioni dirigenti e quindi l'enorme aumento degli impiegati, si è trovato a dover importare negli uffici i metodi e i rapporti gerarchici e di lavoro propri ai reparti di produzione. Non più un ristretto numero di dirigenti subalterni (70.000 impiegati nella Gran Bretagna nel 1851 su 8.750.000 occupati retribuiti = 0,8%) ma una consistente nuova fascia di lavoratori: è quella genericamente definita in modo insipiente come “colletti bianchi”. Essi hanno sopra di sé il dirigente, il vero esponente del ceto medio, se non è addirittura del tutto assimilabile ai capitalisti che organizza e dirige il loro lavoro sempre più parcellizzato, ripetitivo, monotono, deresponsabilizzato.

La nuova professione in questo caso è quella dell'organizzatore dei lavoro di ufficio. Non occorrono dati statistici per rilevare che il numero di questi “professionisti” a fronte dei lavoratori che essi organizzano è minimo.

Nelle imprese la cui ragione sociale stessa è il lavoro di ufficio per il trasferimento di valori e la contabilità che ne deriva, o la riscossione dei crediti di altre imprese (aziende di factoring), o per l'assistenza tecnica o commerciale la situazione non cambia. Uno o più dirigenti organizzano e dirigono il lavoro di gruppi di impiegati in una routine e in un clima di rapporti gerarchici con la direzione del tutto simile a quello di fabbrica.

Il ruolo della scienza

In realtà gli emanatori di slogan sulle “nuove professioni” si sono particolarmente attivati sulla scorta e con l'avvio della cosiddetta “rivoluzione tecnologica” o informatica o del microprocessore. È la scienza - dicono - ad essere divenuta un fondamentale mezzo di produzione; con essa è la circolazione e la elaborazione dei dati ad essere il polo trainante della nuova occupazione; è in questi processi che sorgono e vanno affermandosi le nuove professioni di cui i sindacati, per esempio, devono tener conto.

Ora è vero che la scienza è divenuta una componente del capitale entrando direttamente come merce comprata e venduta nel processo di produzione così come in quello di circolazione del capitale. Ciò si è verificato secondo le linee e seguendo le tappe sinteticamente ricostruite da Brevermann nella sua notevole opera su Lavoro e capitale monopolistico (36). Ma ciò significa soltanto, come dimostra Bravermann in tutto il suo libro, che essa entra nel meccanismo della produzione capitalista proprio nel senso di favorire al massimo il processo di valorizzazione attraverso l'incremento del saggio di plusvalore, ovvero del saggio di sfruttamento della mano d'opera. Si tratta cioè di usare la scienza per risparmiare lavoro. Le realizzazioni tecnologiche della scienza intervengono dunque nel sistema economico complessivo:

  1. per aumentare la produttività delle combinazioni direttamente produttive (automazione impianti, robotica);
  2. per razionalizzare la circolazione del capitale e la redistribuzione del plusvalore (automazione delle banche, delle assicurazioni, dei servizi commerciali, ecc.) riorganizzando il lavoro ad esse inerenti secondo metodi rispondenti sempre meglio ai criteri di risparmio;
  3. semplificando dunque al massimo le operazioni del lavoro umano in tutti i settori nei quali intervengono.

La scienza non crea “nuove professioni”, bensì semplifica, scompone nei loro elementi più elementari per redistribuirli, “deprofessionalizza” le vecchie. Crea sì, nuove mansioni apparentemente specifiche; ma in queste nuove mansioni che la informatizzazione porta con sé, la stessa scienza progressivamente riduce le competenze necessarie per svolgerle.

Il progredire della scienza comporta l'incremento del bagalio di conoscenze necessario a possederla. Il progredire delle sue realizzazioni tecnologiche aumenta enormemente il livello di preparazione necessario a possederne il vero controllo. Ed è solo chi “possiede” la scienza e il controllo delle sue realizzazioni, con la conseguente capacità di contribuire al loro sviluppo, che può dirsi un “nuovo professionista”. In concreto un nuovo professionista è il programmatore di modelli simulati in “linguaggio macchina” per il controllo di una produzione (ovvero l'ingegnerre ad alto livello di qualificazione); non è certo un nuovo professionista l'impiegato di banca che opera sui terminali di un qualunque ufficio della banca medesima. I nuovi professionisti sono pochi ingegneri a fronte di nuovi... “badilografi”.

Che essi siano occupati nel terziario o nel secondario, o addirittura (come inizia a verificarsi) nel primario agricolo, non conta: i livelli di preparazione, le competenze richieste, i livelli di “professionalità” necessari o conseguibili, sono ridotte a livelli infimi; le condizioni sono quelle del proletariato moderno.

Lavoratori terziari e retribuzioni

Mattew Boulton, industriale della prima ora al quale si rivolge Watt nel suo periodo migliore (fra il 1774 e la morte) divenendone socio, dispose del suo testamento che i suoi impiegati ricevessero una quota della sua eredità. I capitalisti ritenevano i propri impiegati più dei domestici preziosi che dei lavoratori e li pagavano di conseguenza. “L'impiegato era innegabilmente un professionista e un membro del ceto medio” (37). Con lo sviluppo della grande impresa, con l'avvio dei processi più sopra elencati, la situazione dei “colletti bianchi” comincia a mutare, prima lentamente per poi precipitare dopo la seconda guerra mondiale.

Sempre negli Stati Uniti, nel 1900, il salario medio degli impiegati è ancora circa il doppio di quello degli operai. Nel 1971 i dati raccolti dal Bureau of Labor Statistics nel maggio del 1971 indicano una situazione rovesciata: l'operaio guadagna di più dell'impiegato di ufficio. Fatto 100 il salario degli operai comuni, gli operai di mestiere e capisquadra guadagnano 139,2; i manovali non agricoli 97,5, gli impiegati di ufficio 95,83; infine, i lavoratori comuni dei servizi 80! (38).

Anche in questo caso, i momenti di inversione della tendenza sono diversi da paese a paese. In Italia, per esempio, gli operai di seconda guadagnano ancora meno degli impiegati di terza. È tuttavia evidente la tendenza al pareggiamento delle retribuzioni, che risulta dalla tabella 5 di nostra elaborazione sui dati forniti dagli annuari statistici ISTAT.

Anni Meccanica Chimica Conciaria
1956 70,9 ? ?
1972 76,25 89,4 85,65
1979 81,97 89 87,9
1982 88 94 92
Tab. 5 - Percentuale della retribuzione operaia (II Cat.) su quella impiegatizia (III Cat.) nei settori meccanica, chimica e conciaria

Le ragioni di questa sfasatura rispetto ai tempi americani sono le stesse che abbiamo esposto per la sfasatura nei professi di terziarizzazione.

Poiché parliamo di linee generali e di tendenze, continuiamo dunque a riferirci al capocordata delle metropoli imperialiste, gli USA.

Quando si parla di lavoratori dei servizi si escludono dunque gli impiegati industriali per riferirsi invece ai seguenti rami di attività: servizi di pulizia (dai camerieri ai custodi), servizi alimentari (dai banconieri di tavole calde ai baristi, ai lavapiatti), personale dei servizi sanitari (dagli assistenti dei dentisti agli infermieri), addetti ai servizi personali (dalla hostess ai parrucchieri, dai fattorini di ascensori alle governanti nelle istituzioni), servizi di protezione (dai vigili ai poliziotti privati), e i servizi distaccati.

Il dominio totale del capitale sulla società si estrinseca sottoponendo tutti gli aspetti della vita ai meccanismi di mercato del capitale stesso. Il capitalismo industriale si sviluppò a partire da un limitato numero di merci in circolazione.

Queste includevano, al livello dell'unità familiare, i generi alimentari in forma più o meno lavorata, come i cereali e le farine, il pesce e le carni, i prodotti del latte, i vegetali, i liquori distillati e fermentati, il pane e i biscotti [...] Fra gli altri regolari bisogni familiari erano il tabacco, il carbone e le candele, l'olio per le lampade e il sapone, il sego e la cera, la carta e gli stampati... In questa primissima fase di capitalismo industriale la famiglia continuava ad avere un ruolo fondamentale nei processi produttivi della società. (39)

Non si sarebbe mai pensato alla possibilità di acquistare sul mercato la confezione per la preparazione rapida della torta o di acquistare sul mercato del lavoro la sorveglianza serale del bambino rivolgendosi ad una agenzia di “babisitteraggio”. Lo sviluppo del capitalismo, strappando al lavoro domestico le donne e i giovani, mentre si fornisce di nuova forza lavoro da impiegare nella sua produzione di merci, al contempo priva la famiglia di quella forza lavoro appunto domestica che tanti prodotti e servizi forniva alla “cellula della società” (così come ancora i borghesi si ostinano a considerarla nella loro interessata miopia). Sono quei beni e servizi che il capitale stesso getterà sul mercato come merci.

All'origine dello status sociale non è più la capacità di fare molte cose, ma semplicemente la capacità di comprarle. (40)

L'homo borghese si sovrimpone sempre più all'homo sapiens e facies.

In questo processo la famiglia perde anche quel suo carattere di sede privilegiata dei rapporti umani che l'uomo moderno cerca nel cosiddetto artificio sociale che è la ricreazione, il divertimento, la cura dei giovani, dei vecchi, dei malati, degli handicappati. Anche questi aspetti della vita sono trasformati dal capitale in merci, che si vendono e si comprano sul mercato al pari dei pelati e della lavapiatti. Ed è in quanto merci che questi servizi devono essere prodotti nelle formazioni sociali del capitalismo “avanzato”. Ed è in questi servizi che si riversa una considerevole parte della forza lavoro. Nel 1970 c'erano negli USA 9.074.154 lavoratori dei servizi così come li abbiamo sopra definiti, pari al 17,6% delle forze lavoro, così ripartiti:

  • personale dei servizi di pulizia 21,37%;
  • personale dei servizi alimentari 32,77%;
  • personale dei servizi sanitari 13,55%;
  • addetti ai servizi personali 13,32%;
  • personale dei servizi di protezione 10,71%;
  • lavoratori dei servizi distaccati 8,24%.

Le loro retribuzioni variavano dai 647$ delle maschere di cinema (femmine) ai 9051$ dei poliziotti di Stato o (volendo escludere i poliziotti dal computo dei lavoratori essendone i guardiani) agli 8857% delle hostess di aereo. Un ventaglio amplissimo come si vede. A questi lavoratori, avverte Bravermann (41), vanno aggiunti...

come lavoratori della stessa classificazione generale e dello stesso livello retributivo, quella parte di lavoratori delle vendite impiegati nel commercio al dettaglio [...]. Questi lavoratori dei servizi e delle vendite al dettaglio messi insieme raggiungono un enorme totale di oltre 12 milioni.

Sono tutti lavoratori che come abbiamo visto sulla base delle statistiche ufficiali americane guadagnano addirittura meno degli operai comuni di fabbrica.

La terziarizzazione non aumenta affatto il benessere sociale.

Il declino della posizione economica degli impiegati e dei lavoratori addetti alle vendite ha rappresentato un fattore di grande importanza nell'allargamento della sfera della povertà dopo la seconda guerra mondiale. (42)

-

Le misure tanto strombazzate che avrebbero dovuto portare alla creazione di uno “stato di benessere” [...] non hanno controbilanciato in modo significativo lo svilupo e la forza delle cause di povertà. I poveri rimarranno e probabilmente cresceranno di numero nel prossimo futuro. La società di classi medie in cui predomina l'opulenza è solo un'immagine uscita dalle menti di accademici isolati. (43)

La previsione si è avverata.

Il pubblico impiego

Questo settore di occupazione, particolarmente grande in Italia, meriterebbe un capitolo a parte per la sua complessità e il suo interesse. Ci limitiamo qui a poche veloci osservazioni.

Innanzitutto all'interno del pubblico impiego si ripresentano, anche se in forma particolare, le stesse divisioni di classe del settore privato: alti dirigenti appartenenti a pieno titolo alla borghesia (44) si contrappongono a decine di migliaia di lavoratori di cui non è qui essenziale discutere il grado di produttività, ma che tali sono definibili sulla base delle identiche considerazioni fatte a proposito di impiegati di Stato. Fra i due poli si situano strati sensibili di dirigenti intermedi, al di là della reale capacità e preparazione, che ci permettiamo di mettere seriamente in dubbio a fronte dell'ottusità che proverbialmente li caratterizza, svolgono in realtà la particolarissima e insostituibile funzione di organizzatori (o disorganizzatori) del lavoro nei pubblici uffici del quale portano la responsabilità. Non sono come tali assimilabili ai lavoratori comunque velocemente rimpiazzabili: se un postino vale, dopo una settimana di “tirocinio” un impiegato del ministero delle Finanze, un addetto di biglietteria delle ferrovie non vale un capo dipartimento ferroviario. Questi dirigenti o “quadri” intermedi, appartengono alla piccola borghesia, a quei famosi ceti medi di cui si dice siano la maggioranza (!).

Un caso a parte sono gli insegnanti, le cui condizioni di reddito sono prossime a quelle proletarie se non pari, ma le cui funzioni e le cui “prestazioni d'opera” hanno caratteristiche del tutto diverse da quelle degli impiegati postali o degli operai o delle cassiere del supermercato.

Gli insegnanti, per quanto “in via” di proletarizzazione, saranno sempre diversi dai comuni lavoratori; almeno sintantoché non diventeranno operatori al terminale di “comando” di un sistema di insegnamento video-computerizzato i cui programmi operativi saranno (qualcuno paventa) preparati da un ristretto numero di superesperti della dialettica, nelle diverse discipline...

Per quanto riguarda le retribuzioni dei lavoratori del pubblico impiego, esse non si discostano da quelle medie impiegatizie, ma è attiva la tendenza ad un loro completo allineamento al ribasso, almeno per quanto riguarda i livelli inferiori al settimo (quello dei segretari capo, dei direttori di sezione, dei consiglieri amministrativi e degli insegnanti).

Consideriamo quindi facenti parte del proletariato anche i lavoratori del pubblico impiego che ricoprano quelle mansioni operative, di routine o comunque effettuabili con un livello di preparazione medio-basso, che li rende facilmente sostituibili. Fra di loro si trovano anche molti operai, spesso non considerati come tali (si pensi ai manovratori di scalo delle ferrovie, o agli operai degli assessorati ai giardini...) perché li computano nel generico settore aggregato del pubblico servizio.

Il pubblico servizio si estende nelle metropoli imperialiste di pari passo all'estendersi dei servizi che lo Stato è chiamato a svolgere, a volte in sostituzione di servizi precedentemente affidati ai privati (dalla formazione professionale ai trasporti), a volte a soddisfare una crescente richiesta da parte del capitale (acceleramento delle pratiche doganali, crescita del volume di corrispondenza, ecc.). Non sempre però l'aumentata prestazione di servizio si riflette in una aumentata occupazione nel servizio stesso. Anche qui la razionalizzazione del lavoro, la sua scomposizione e ricomposizione articolata sulle nuove macchine, si manifesta con la aumentata mole di lavoro svolto a parità di forza-lavoro impiegata. È anzi Una vivissima richiesta della borghesia, che si fa forte di una più genericamente sentita esigenza sociale di migliori servizi, quella di limitare lo spreco finanziario in stipendi ai dipendenti per procedere ad una modernizzazione dell'organizzazione del lavoro. “Informatizzare il servizio pubblico” è l'appello del capitale. Con l'informatizzazione si risparmiano stipendi e si allarga il mercato degli elaboratori. Che questo poi porti a nuove professioni nel pubblico impiego è fola per gli sciocchi. L'esempio fatto del nuovo, futuribile insegnante è sufficientemente indicativo: se viene realmente proletarizzata una funzione ancora propriamente piccolo borghese, per la quale l'insegnante vende allo Stato non semplice forza-lavoro, non lavoro astratto, ma precise competenze (almeno dovrebbe) e specifiche capacità, cosa dire di eventuali nuove mansioni di controllo o di elementare manovra di macchine centralmente programmate per tutti i prevedibili casi particolari in cui la routine di servizio si presenta?

Un dirigente, unico conoscitore dei misteri del ministero, potrà risolvere il caso eccezionale che le macchine non saranno in grado di riconoscere e quindi dargli risposta. Decine di impiegati in quell'ufficio dove prima ne lavoravano centinaia svolgeranno le mansioni di tastieristi e di passacarte delle macchine.

Conclusioni

Sylos Labini, nel suo Saggio sulle classi sociali svolge egregiamente il suo lavoro di ideologo, più che di scienziato, della borghesia, alimentando con l' “autorità riconosciutagli”, la falsissima tesi che il proletariato vada scomparendo. La premessa che si dà, per giungere a tale conclusione è che gli impiegati, sebbene...

siano da considerare lavoratori produttivi [...] grazie ad una posizione di monopolio nel campo dell'istruzione superiore [...] ottengono stipendi sensibilmente maggiori, in media, dei salari, svolgono un lavoro meno rischioso e penoso, o addirittura gradevole, hanno una carriera più vantaggiosa [...] allora la loro posizione di classe non può essere assimilata a quella degli operai. (45)

È qui evidente che il metodo che abbiamo deliberatamente rigettato di assegnare definizioni schematiche, univoche e statiche ad una classe la cui composizione non può che essere dinamica, senza peraltro delineare tutte le caratteristiche della classe riconoscibili nel seguito di un processo di sviluppo, è esattamente il metodo adottato da Labini che, rispondendo ad un altro semi-marxista quale Maitan, pretende di richiamarsi addirittura a Marx.

Attraverso la collocazione degli impiegati privati fra la piccola borghesia (“piccola borghesia impiegatizia”), attraverso la inclusione di 1,7 milioni di occupati precari (fine anni sessanta) nella “piccola borghesia relativamente autonoma” come “coadiutori di artigiani e dei commercianti”), la collocazione ancora fra la “piccola borghesia impiegatizia” del pubblico impiego in blocco, il proletariato (termine che Labini non usa per limitarsi alla classe operaia) viene drasticamente ridotto. Le tabelle che l'autore fornisce nel suo saggio (46), sono tutte fondate sugli artifici qui indicati e, nelle linee di tendenza, vogliono indicare la direzione che l'ideologia borghese desidererebbe: la diminuzione della componente di classe operaia nella società del capitalismo avanzato. La tabella 1.2 di Labini, relativa alle percentuali di composizione della società italiana dal 1881 al 1971 mostrerebbero infatti che la piccola borghesia impiegatizia sale dal 2,1% al 17,1, mentre la classe operaia scende dal 52,2 del 1881 al 47,8% del 1971. Salgono dunque borghesia e “classi medie” (rispettivamente dall'1,9 al 2,6 e dal 45,9 al 49,6), e scende la classe operaia. La terziarizzazione con la tendenza al livellamento sociale sarebbe così dimostrata.

Ci ripromettiamo di rielaborare più compiutamente i dati dell'ultimo censimento secondo i criteri scientifici indicati, nel prossimo futuro. Per ora ci limitiamo a tentare di risistemare le tabelle del Labini.

Teniamo ferma la tendenza alla restrizione della classe operaia propriamente intesa, nelle metropoli imperialiste, che abbiamo sin qui studiato nelle sue motivazioni e nelle sue relazioni con la complessiva dinamica del capitale. Ma dalla Tabella 1.1 che riportiamo dal Saggio di Labini risultano 3.330.000 impiegati “piccolo borghesi”, cifra ulteriormente disaggregata fra impiegati privati, impiegati pubblici, insegnanti. Dai 3.330.000 sottraiamo i 600 mila insegnanti che volentieri lasciamo alla piccola borghesia impiegatizia di Labini: otteniamo un risultato di 2.750.000 proletari di diritto così come abbiamo discusso sin qui. In termini percentuali la quota di piccola borghesia impiegatizia scende dunque dal fantasioso 17,1% del Labini (sua tabella 1.2) a un più realistico 3,05, mentre il proletariato sale, con questa semplice operazione, dal 47,8% di sola classe operaia al 61,8%. Nel 1881, con lo stesso metodo e gli stessi criteri, il proletariato italiano raggruppava il 53,8%. Dunque è cresciuto; dunque la tendenza è esattamente inversa rispetto a quella che la borghesia vorrebbe e che Labini sostiene.

L'operazione del nostro “scienziato” è, come visto, semplicissima: si trascurano i dati reali della situazione, si da per scontato che certe occupazioni - che crescono proprio in forza della penetrazione dei metodi e dei rapporti capitalistici in tutti i rami della vita sociale e civile - distinguano dal proletariato “classicamente inteso”, si assimilano così enormi e crescenti fasce di proletariato al mitico “ceto medio” per sentenziare che il proletariato perde di peso quantitativo e politico. Ciò è precisamente funzionale alla tesi più propriamente ideologico-politica secondo la quale le “velleità” rivoluzionarie di un proletariato maggioritario che sovverte l'ordine politico e sociale per sovvertire il modo di produzione capitalista stesso, distruggerlo ed edificare sulle sue rovine una nuova società comunista, sono appunto velleità prive di base reale e dunque da abbandonare. Se si convince di ciò il proletariato stesso, il guadagno in termini politici e di pace sociale è immenso.

Il pregio del lavoro di Bravermann che abbiamo citato è proprio quello di distruggere alle fondamenta, seguendo un valido metodo dialettico-materialista, tali “analisi” della borghesia e i miti che su di esse vengono ideologicamente costruiti.


Cambia evidentemente la composizione di questo proletariato: aumenta la componente improduttiva dal punto di vista del capitale totale, diminuisce relativamente la componente produttiva, industriale e agricola. Abbiamo visto che questo fenomeno, peculiare delle metropoli imperialiste, è:

  1. in parte compensato dalla crescente proletarizzazione e dalla crescente componente di classe operaia industriale nei paesi periferici dominati dall'imperialismo;
  2. si accompagna, ed è segnale, del restringersi della base produttiva del capitale, che, attraverso la speculazione, l'anarchica ricerca di extra-profitti va ad aggravare la contraddizione stessa fra necessità di accumulazione e restringersi delle basi produttive dell'accumulazione.

Ne segue che il “peso politico” del proletariato e più specificamente della sua componente direttamente produttiva cresce enormemente, nella prospettiva dell'unità di classe internazionale. Non è dalle attività assicurative o della distribuzione delle merci che il capitale trae la sua vera forza di dominio nel mondo, bensì dallo sfruttamento e dal supersfruttamento del proletariato industriale alla periferia come al centro del suo sistema imperialistico.

Le linee di tendenza della composizione di classe internazionale confermano dunque anch'esse l'acuirsi della contraddizione fondamentale del capitale, fra sviluppo dei mezzi di produzione e proprietà privata (dei mezzi di produzione, del capitale). Esse preparano le condizioni del suo superamento rivoluzionario, attraverso il crescere della quota di popolazione mondiale che dal capitale è sfruttata senza che ciò consenta una reale crescita delle forze della produzione.

Cresce paurosamente, inoltre, la disoccupazione: la crisi porta licenziamenti un po' in tutti settori nelle metropoli e proletarizza masse crescenti di lavoratori autonomi nei paesi dominati senza dar loro prospettive adeguate di rieimpiego nelle combinazioni produttive del capitale. Decine di milioni di disoccupati nelle metropoli, vanno ad aggiungersi alle centinaia di milioni di diseredati e marginalizzati della periferia. Andranno questi a costituire amplissime fasce di sottoproletariato messo ai margini della società e privato di capacità di organizzazione e di incidenza politica? È un'ipotesi verosimile nel medio periodo soprattutto se il capitale riesce con l'unico mezzo che ha a disposizione (la guerra) a chiudere definitivamente questo ciclo di accumulazione per aprirne uno nuovo. È possibile, infatti, che nel breve slancio di un nuovo ciclo,esso ritrovi i mezzi del mantenimento ai margini di queste masse.

È a questo punto che si hanno tutti i dati di classe per affrontare il problema della tattica rivoluzionaria.

Quale infatti la forza centrale alla ricomposizione della unità internazionale di classe? Non certo le fantomatiche “nuove professioni” della sinistra borghese. Né le masse marginalizzate medesime, che richiedono invece centri di polarizzazione e orientamento ben presenti e incidenti nella realtà del capitalismo.

È ancora il proletariato industriale, al di là delle sue tendenze alla restrizione nelle metropoli avanzate, ad essere il centro di gravità della strategia rivoluzionaria. Alla sua unità internazionale e alla sua riattivazione quale forza storicamente antagonista al capitale sono affidate le possibilità di vittoria della strategia comunista.

Mauro jr. Stefanini

(28) Marx-Engels: Il Manifesto del Partito Comunista. Editori Riuniti 1969, p. 56.

(29) K. Marx: Il Capitale. Vol. I, Op. cit., p. 207.

(30) Ibidem, pag. 189.

(31) Special Task Force for the Secretary of Health. Education and Walfare, Work in America, citato in Bravermann: Lavoro e capitale monopolistico. Ed. Einaudi 1978, p. 32.

(32) Citato da Bravermann, ibidem, p. 37.

(33) _Ibidem, _p. 258.

(34) Cfr: “Les Travailleurs américains victimes de la restructuration”, in: Le Monde Diplomatique, marzo 1982, p. 12.

(35) Bravermann, Op. cit., p. 294.

(36) Ibidem, p. 153-166.

(37) L. Corey: “The crisis of the Middle Class”, New York 1935, citato da Bravermann, ibidem, p. 294.

(38) Ibidem, p. 298.

(39) Ibidem, p. 271-272.

(40) Ibidem, p. 276.

(41) Ibidem, p. 368.

(42) Cfr. G. Kolko: Ricchezza e potere in America. Einaudi 1964, p. 123.

(43) Ibidem, pag. 155.

(44) A questo proposito, per un esame della borghesia di Stato, vedi: Alessandra Nannei, _La nuovissima classe. _Ed. SugarCo 1978, e Multi Segatti, La borghesia di Stato. Ed. Mazzotta 1977.

(45) Cfr. S. Labini: “Commento al saggio di Livio Maitan”, in appendice a: E. Maitan, Dinamica delle classi sociali M Italia. Ed. Sa-velli 1976, p. 101.

(46) Vedi S. Labini: Saggio sulle classi sociali. Ed. Laterza 1975. Le tabelle che qui commentiamo sono alle pagine 155-179, accompagnate da cominenti esplicativi dell'autore. dai quali risulta evidente il metodo seguito nel compilarle.

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