Contro i nuovi opportunismi

Premessa

Questo lavoro vuole dare un contributo ad un ormai annoso problema posto in essere dal Partito Comunista d'Iran in relazione a differenziate tematiche, tutte oscillanti ai limiti dell'opportunismo e tutte finalizzate a dar corpo e sostanza alla teorizzazione di una ipotetica “Repubblica democratica rivoluzionaria”, vista come fase intermedia fra il capitalismo e la dittatura del proletariato; ovvero come trampolino di lancio per fare decollare quel processo avente come risultato finale il socialismo.

Abbiamo insistentemente dibattuto questo problema, con documenti scritti e con discussioni verbali; lo riprendiamo adesso in maniera più organica, per l'indubbio interesse che potrà suscitare presso i nostri compagni e lettori, e nella speranza che possa servire agli stessi compagni iraniani i quali saranno costretti a scelte definitive, univoche, in un senso o nell'altro, scelte che li porranno dentro o fuori da una precisa linea di classe. O meglio, se il P.C. d'Iran dovesse cristallizzare talune posizioni che al momento sono suscettibili di trascrescere qualitativamente, si troverebbe già su un terreno inequivocabilmente controrivoluzionario. Dati i compiti immanenti (e forse imminenti) che attendono questi compagni, una loro collocazione nel marasma dell'opportunismo non sarebbe fatale per se stessi ma anche e soprattutto per il proletariato iraniano all'interno del quale il P.C. d'Iran sta ben lavorando e con ottimi risultati.

Il problema della rivoluzione democratica non è l'aberrazione isolata nel quadro di una visione organicamente corretta; organicamente si inserisce, invece, in una “coerenza” analitica che dimostra mollezze idealistiche sul piano delle proprie strutture metodologiche, in netto contrasto con la dichiarata adesione al marxismo rivoluzionario. Così la concezione della democrazia politica, vista idealisticamente e dall'angolo visuale ristretto dei rapporti vigenti in un paese che non ha avuto l'opportunità e la “fortuna” di possederla, diventa una specie di faro abbagliante e, la lotta per ottenerla, se pur non mitizzata sino alle sue conseguenze più biecamente borghesi (ma qual è il reale limite per poterla considerare tale?) si inficia di vero e proprio opportunismo. Soprattutto quando si concretizza nella rivendicazione, al confine di un inespresso ma latente filonazionalismo, della cosiddetta “autodeterminazione dei popoli”.

Ma simile rivendicazione non può, a sua volta, non trainare, come conseguenza (in realtà ne è il presupposto), una analisi deviante dell'imperialismo, del suo modo di essere e di manifestarsi nella presente fase storica del capitalismo decadente.

È ovvio che anche questo problema, a voler essere critici conseguenti, ci porterebbe ad una sua correlazione ad altri, in una infinita catena di contrastanti visualità che non aiuterebbero a favorire l'adeguato clima di discussione che mira a risultati concreti. Tali risultati sono l'omogeneizzazione delle forze rivoluzionarie presenti nel mondo e la loro stretta collaborazione sul piano della lotta di classe a scala internazionale. Sarebbero i primi gradini di quella scala che dovrà portare, necessariamente, alla creazione del partito mondiale della classe operaia, della futura internazionale comunista alla cui costruzione, anche il Partito Comunista d'Iran, è chiamato a dare un adeguato contributo.

Le lotte per la democrazia

Cosa vuol dire oggi lotta per la democrazia? Ha ancora senso per i comunisti prendere parte alle lotte per ottenere la democrazia politica?

La risposta dovrebbe essere articolata in più punti e dopo non pochi distinguo di ordine storico e di ordine più genuinamente e immediatamente politico.

È ovvio che qualunque forza rivoluzionaria, qualunque comunista degno di questo nome debba impugnare tutte quelle rivendicazioni che siano direttamente sentite dalla classe proletaria e farne una bandiera di ampia agitazione e di stimolo alla lotta di classe. Non v'è rivendicazione che non possa rappresentarsi come punto di partenza valido per muovere situazioni di stagnazione delle lotte, o di incremento delle stesse nel caso in cui fossero già avviate. Non esiste problema, anche il più banale ma che riguardi la classe operaia, che possa “compromettere” o “sporcare” la “purezza” del più conseguente rivoluzionario. Ciò è detto per sgombrare il campo da accuse (di inattivismo o altro) che una erronea (o forzata) interpretazione delle nostre posizioni, come è più volte accaduto, potrebbe suscitare. Dunque, a maggior ragione, in quanto problema di grande rilevanza, quello della democrazia è dai comunisti preso in considerazione certamente più che altri.

Il problema della democrazia ha cessato però di essere un problema in quanto tale, cioè un problema di finalizzazione della lotta di classe (sia pur nelle forme transitorie e temporanee del miglioramento delle condizioni della “vita civile” in cui il proletariato vive ed opera), per rappresentarsi come un problema di pura agitazione dalla cui base prendere spunto per spingere più oltre, verso più pregnanti caratterizzazioni classiste, tutte quelle lotte a contenuto non ancora pienamente rivoluzionario.

Perché ciò? Perché la democrazia, anche nella sua più avanzata forma, ha oramai perduto qualunque carattere progressivo per presentarsi invece come una delle forme di dominazione nell'era del capitalismo imperialista. Tutti quei paesi retti a democrazia parlamentare (l'Occidente industrializzato ne è un esempio) ne sono diretta testimonianza. In questi paesi lottare per le finalità, sia anche tattiche, di una più accentuata realizzazione democratica corrisponderebbe al confondersi con le forze borghesi a stampo radicale che hanno scelto il progetto di una più compiuta democrazia come il terreno - borghese appunto - più intimamente connesso alla loro appartenenza classista, al mondo del capitale e alle sue forme di dominio sul proletariato internazionale.

L'obiezione, per tutti quei paesi che non hanno avuto delle piene forme di democrazia, che tale impostazione critica non sarebbe valida (poiché le realizzazioni democratiche potrebbero aiutare lo sviluppo della lotta di classe o le possibilità di auto-organizzazione del proletariato), parte da un presupposto analitico e teorico erroneo della realtà dell'imperialismo; aiuterebbe considerazioni di valore diversificate circa la realtà stessa dell'imperialismo che è realtà unitaria a livello terrestre; aiuterebbe sopratutto quelle catalogazioni dell'imperialismo secondo il proprio grado di importanza e dunque, anche, quelle diversificate strategie da attuarsi relativamente allo scontro con le forze di tali “diversificati” imperialismi. Portata alle estreme conseguenze tale impostazione potrebbe creare non poche confusioni e portare a difese “involontarie” di qualche fronte imperialista.

Anche nei paesi dominati, dove gli spazi democratici sono oltremodo ristretti, la soluzione della democrazia è una precipua soluzione borghese che starebbe ad indicare l'affermarsi di una tendenza capitalistica idonea al fronteggiamento della situazione specifica in cui si verrebbe a realizzare. Insomma non le lotte proletarie ma la stessa dinamica borghese potrebbe condurre verso determinate soluzioni, forse in contrasto con gli interessi di certune frange borghesi, ma in armonia con le necessità globali (di conservazione) del sistema preso nel suo complesso.

I rivoluzionari che dovessero agitare una simile rivendicazione, sin dall'inizio dovrebbero assumersi la responsabilità di simili chiarificazioni presso le avanguardie aggregate al programma del partito, per rendere chiare le finalità delle lotte ed escludersi così dal pericolo che un mero punto di avvio possa essere erroneamente interpretato come un punto di approdo.

La rivoluzione non procede a tappe e per realizzazioni progressive di “programmi minimi” come ad esempio: prima la realizzazione della democrazia, poi la conquista più piena del diritto all'autodecisione del popolo tal dei tali, in seguito la proclamazione della... repubblica democratica rivoluzionaria e, infine, agognata utopia, la dittatura del proletariato.

Le lotte, da qualunque pretesto possano svilupparsi, devono immediatamente essere trasformate in lotte caratterizzate in senso rivoluzionario.

È proprio a proposito dei cosiddetti paesi dominati che il P.C. d'Iran considera valida, più che per le zone metropolitane, la “tattica” di appoggio alle lotte per la democrazia. Questa analisi che come prima si accennava diversifica e frammenta la realtà unitaria dell'imperialismo, parte a nostro avviso da una mitizzazione dell'importanza rivestita dalla democrazia ai fini dell'agibilità politica che ne conseguirebbe per il proletariato, facilitato così nell'opera di autonomizzazione e di organizzazione delle lotte contro il capitale. Se ciò fosse vero, il proletariato dei vari e diversi paesi occidentali avrebbe chi sa già da quanto tempo fatto la rivoluzione...!

La realtà è ben diversa. Proprio quel Lenin, così tanto invocato dai compagni iraniani nel sostenere la lotta per la democrazia, ci insegna quanta diversa è la realtà. La democrazia è l'involucro migliore del capitalismo. È quella forma politica che meglio di qualsiasi altra ottempera in maniera esemplare al ruolo di agente conservatore del modo di produzione borghese. Se appena si rendesse possibile, la borghesia estenderebbe a tutto il pianeta l'applicazione di tale forma di gestione del proprio sistema di produzione. La democrazia è infatti l'arma più disarmante che il capitalismo abbia mai avuto modo di sperimentare; più essa è estesa e diffusa, più ammorbante e pestifera si fa l'aria per le classi sfruttate alle quali vien fatto credere, spessissimo con pieno successo, che in regime capitalistico è possibile, attraverso l'uso di “radicali riforme”, migliorare infinitamente le loro condizioni materiali di vita.

Le affermazioni dei compagni iraniani “la democrazia corrisponde alla libera competizione, la reazione politica al monopolio” subiscono l'influenza di una concezione del capitalismo ormai obsoleta, che non tiene conto delle profonde trasformazioni subite dallo stesso nel suo stadio imperialistico. È giusto quando si dice che “la base economica di questa reazione politica non sono più le economie precapitalistiche ma l'imperialismo stesso” ma non precisa che il quadro della più generale situazione ha già abolito, se non come eccezione, le basi della “libera competizione”. Per l'imperialismo vi sono modi di manifestarsi che sono dettati da necessità specifiche e che ineriscono fra loro in maniera indissolubile; tali modi non sono conseguenze meccaniche di un modo di essere contrapposto ad altri. Libera competizione - ammesso che se ne possa ancora parlare come uno dei fenomeni preponderanti della realtà economica dell'imperialismo - e reazione politica non sono due termini fra loro opposti ma l'una è il risvolto dialettico dell'altra, sono due facce di una stessa medaglia così come lo sono, tanto per fare un esempio concreto, democrazia e fascismo.

È stato questo il senso delle lotte dei rivoluzionari italiani allorquando si è trattato di impegnarsi contro le forze del nazifascismo. La lotta contro il fascismo era la lotta contro tutto il sistema capitalistico e, pertanto, fu inevitabile lo scontro (anche fisico) contro i più conseguenti democratici, i nazional-comunisti che vedevano la lotta alla reazione fascista e nazista come una lotta per la conquista della democrazia politica, la prima fra le tappe che avrebbero condotto in seguito al socialismo.

Torniamo un momento a Lenin anche se ci soffermeremo a parte, in maniera più dettagliata, in un prossimo capitolo.

Ha senso oggi appellarsi a parole d'ordine e a considerazioni di opportunità, relative alla lotta per la democrazia, che furono di Lenin soltanto per potersi definire leninisti? Una delle lezioni del grande rivoluzionario russo è riscontrabile nello sforzo di comprensione, al di là dei motivi tattici e contingenti (spesso molto contraddittori fra loro per essersi concretizzati in momenti di estrema difficoltà obiettiva e di urgenza politica), di una realtà in continuo divenire, mai statica.

Così come grandi furono gli apporti di Lenin al marxismo rivoluzionario su importantissimi problemi (ad es. l'imperialismo), allo stesso modo i rivoluzionari di oggi devono sforzarsi, in diretta linea di continuità con Marx e Lenin, di comprendere le linee di tendenza della presente fase storica. Non è la riproposizione di parole d'ordine, legate a contingenze storiche ben precise, che può dare il patentino di leninista o la laurea ad honorem causa per poter essere considerati tali. È la capacità di far proprio il metodo di interpretazione dialettica, ancorata alle basi strutturali del marxismo, ai suoi inalienabili principi e alle sue permanenti verità legate al modo di produzione capitalistico che segnano le linee di demarcazione più profonde fra rivoluzionari e opportunisti.

Sul diritto di autodeterminazione dei popoli

Non v'è concetto aberrante, oggi, da un punto di vista comunista, paragonabile a quello che consentirebbe, in piena fase imperialistica, attraverso lotte “nazionali” e “rivoluzionarie”, l'affermazione del diritto di autodeterminazione dei popoli. Potere ipotizzare l'affermazione di tale diritto significa concepire il moderno imperialismo in maniera idealistica, ovvero slegato da quelle contestualità che lo rappresentano come un fenomeno oltre che mondiale anche sostanzialmente unitario e perciò stesso totalizzante. Qualsiasi paese che oggi si ponesse il problema della propria emancipazione dall'imperialismo troverebbe sulla propria strada l'unica prospettiva di affrancarsi da un fronte dell'imperialismo a favore di un altro. La miserevole fine di tutte le cosiddette rivoluzioni nazionali non fanno che confermare questo dato, risultante dalla divisione del mondo sulla base della logica dei blocchi contrapposti. Il potere di autodeterminazione sui popoli è esclusivo appannaggio di tali blocchi che si reggono sull'equilibrio precario e contraddittorio di una contrapposizione delle due massime potenze imperialiste: USA e URSS.

La semplice constatazione di questa realtà porta alle inequivocabili risultanze storiche che:

  1. Le rivoluzioni nazionali, oltre ad avere esaurito la propria carica progressiva in virtù dell'oramai diffusa, a livello planetario, affermazione del modo capitalistico di produzione, sono al contempo - e per le stesse ragioni - improponibili in quanto tali. Sempre più assumono i connotati di contese interimperialistiche combattute da frazioni borghesi facenti capo a questo o quel fronte imperialistico, sempre meno i motivi nazionali hanno funzioni proprie e possibilità di affermazione a meno di una perfetta coincidenza con gli interessi del medesimo fronte imperialistico cui è legata la frazione borghese impegnata nella lotta e desiderosa di dar luogo ad una trasformazione del contesto politico e amministrativo del proprio paese. I paesi dominati, nella loro versione economicamente e politicamente più arretrata, hanno cessato di essere aree precapitalistiche o addirittura semifeudali; sono invece paesi capitalistici la cui arretratezza, dovuta a supersfruttamento da parte dei briganti imperialisti, è la condizione dello sviluppo delle aree metropolitane avanzate. Si rapportano pertanto con queste in maniera non antitetica ma correlante. Gli interessi della borghesia imperialista coincidono in larga misura con quelli delle borghesie nazionali cui vengono elargite le briciole del bottino derivante dallo sfruttamento di risorse umane (supersfruttamento della forza-lavoro indigena) e naturali (appropriazione delle materie prime, dei prodotti agricoli e così via).
  2. Le “rivoluzioni nazionali”, ammessane per ipotesi la loro proponibilità, non sono considerabili tappe, più o meno necessarie, della rivoluzione comunista; e non sono, in quanto tali, utili alla realizzazione di questa. Come affermava Rosa Luxemburg, le rivoluzioni nazionali non hanno fatto avanzare di un passo la prospettiva comunista o i rapporti di forza fra borghesia e proletariato, e hanno invece, volta a volta, favorito un fronte dell'imperialismo contro l'altro.

Se ciò era vero nel secondo decennio di questo secolo, cosa dovremmo dire oggi, dopo l'avvenuta espansione dell'imperialismo a livello terrestre, dopo l'entrata del capitalismo nella sua fase senile e, soprattutto, dopo le innumerevoli e variegate esperienze di Corea, Algeria, Vietnam, Cambogia e tanti, tantissimi altri esempi?

L'indipendenza dal dominatore imperialista da parte della borghesia nazionale, per quanto “giovane”, sottosviluppata o, comunque, profondamente diversificata nella sua configurazione storica dalla “tradizionale” borghesia delle aree metropolitane avanzate, è solo una utopia nazionalistica che nasconde i mille legami e relativi rapporti di subordinazione con la rete del mercato capitalistico mondiale. La borghesia dei paesi sottosviluppati non ha prospettiva di vita e di profitto al di fuori della rete di tale mercato che è altamente dominato dall'imperialismo; la sua forzata dipendenza dall'imperialismo non potrà significare mai sviluppo nazionale (tant'è che il divario fra nord e Sud va oltremodo allargandosi) ma affermazione di contestualità armonizzate agli interessi mondiali del capitale finanziario e imperialistico, nel quadro più generale della divisione del lavoro e della specializzazione dei mercati.

Il dato aggravante di tutto ciò sta nella realtà di fatto che, oltre tutto, la configurazione delle specificità strutturali dell'imperialismo siano assoggettate al fenomeno della decadenza storica e, comunque, alla loro perseguibilità di soluzioni alla crisi che avranno come epilogo una terza guerra generalizzata a scala mondiale.

In questo quadro sembra difficile poter considerare “progressiva” o “utile” alla rivoluzione comunista la guerra nazionale. Sembra addirittura funambolico poter pensare ad una reale affermazione del diritto all'autodeterminazione dei popoli.

Esiste o s'è realizzata in qualche parte del mondo l'autodeterminazione? Assolutamente no! Può esistere al massimo una situazione in cui le lotte non abbiano ancora portato alla definizione di un preciso assetto politico, ragion per cui l'imperialismo di un tal o tal'altro fronte, arretrato di molte posizioni di t'orza rispetto al “nemico”, lascia spazi vuoti che gli illusi nazionalisti (e a volte anche gli illusi rivoluzionari) sperano di poter colmare. Ma l'imperialismo di qualche altro fronte, pronto a saltare addosso in maniera definitiva, è già presente con organizzazioni proprie e con forze politiche direttamente o indirettamente da esso ispirate (sfugge forse a questa regola il più volte citato Kurdistan?).

Il proletariato chiamato alle armi per il raggiungimento del diritto all'autodecisione, è sottoposto alla pressione dell'accentuazione del tema nazionalistico contro il nemico imperialista (se così non fosse, se il proletariato fosse già in grado di muoversi per obiettivi propri, a cosa servirebbe tale rivendicazione? Non sarebbe già il momento di puntare dritto verso la rivoluzione comunista?) e viene quindi legato al carro della solidarietà nazionale anche sul piano della guerra.

Non vale l'obiezione che il problema tattico possa portare ad alleanze di tipo militare per il raggiungimento di finalità che possono costituire, o possano essere considerate delle tappe nello sviluppo delle lotte verso la rivoluzione proletaria. Per alcuni motivi:

  1. il fronte unito militare non può, investendo tutto un processo, non invadere anche il campo politico;
  2. il fronte unito militare non potrà portare, a processo compiuto, che alla creazione di uno stato capitalistico, soggetto necessariamente a qualcuno dei fronti dell'imperialismo (a meno di una impossibile capacità di autodeterminazione economica, sconosciuta anche alle aree metropolitane avanzate che sono costrette a vaste alleanze internazionali);
  3. il concorso delle forze comuniste alla creazione di tale realtà porta le stesse al conseguente assoggettamento all'imperialismo allorquando si presenterà l'inevitabile necessità di difendere il nuovo stato “indipendente”, in quanto tale, o di difendere talune conquiste che il proletariato è riuscito ad ottenere o strappare al suo interno.

Un'ultima considerazione. Ammessa per assurdo la possibilità del raggiungimento della autodeterminazione politica (che, ripetiamo, presuppone anche quella economica se non si vuole fare dell'idealismo a buon mercato), domandiamo: chi sarà il beneficiario di questa tanto agognata conquista? Ma è ovvio, il popolo! sarà certamente l'immancabile risposta. Ma cos'è il popolo se non una agglomerazione sociologica al cui interno, con i loro ruoli economici, politici e sociali, si muovono le classi? È possibile che una rivendicazione possa essere impugnata contemporaneamente da classi antagoniste e lacerate da conflittualità insanabili?

Noi da marxisti diciamo semplicemente no e lasciamo agli illusi la rivendicazione interclassista, pur se concepita a “scopi tattici”, dell'autodeterminazione dei popoli.

L 'intenzione non è assolutamente quella di eludere il problema che nascendo dalla contraddittoria realtà del capitalismo riguarda in massimo grado la classe operaia e il proletariato; le nostre intenzioni - e le attenzioni relative - si legano alla necessità di operare politicamente all'interno di ogni conflittualità interimperialistica, guerre nazionali comprese, ma in maniera caratterizzante, da rivoluzionari conseguenti e coerenti. È certo che in moltissimi paesi, soprattutto quelli economicamente sottosviluppati, le masse lavoratrici sono schiacciate dal peso di un doppio sfruttamento: quello della dominazione imperialistica e quello della borghesia nazionale. È dunque anche certo che tale peso debba spingere tutte le forze, anche quelle genuinamente proletarie, alla rivolta contro l'oppressore imperialista, contro il principale responsabile delle barbare condizioni di vita cui si è costretti a soggiacere.

ll movimento nazionalista riassume in sé, dunque, anche le spinte del proletariato; tali spinte, ove si manifestino, vanno raccolte per farne un tutt'uno con la strategia del partito di classe mirante alla dittatura del proletariato e alla solidarietà di lotta della classe operaia internazionale per il più generale conseguimento del comunismo. Ciò non significa caratterizzare la “liberazione nazionale” come elemento separato dal processo dell'emancipazione operaia, significa tracciare, invece, quella linea di demarcazione, quella netta barriera di classe fra le forze rivoluzionarie e quelle variamente camuffate della borghesia; ancora: significa approfondire il solco che divide i comunisti da ogni forma, anche latente o mascherata, di opportunismo, in modo tale da non consentire nessun tipo di fronte unito politico, nessuna alleanza fra rivoluzionari e controrivoluzionari.

Le linee tattiche del come il processo si dovrà svolgere, quelle sì, sono legate alla particolare situazione in cui ci si troverà ad operare e dovrà tener conto di diversi fattori: rapporti di forza fra le classi, influenza del partito rivoluzionario all'interno della classe, quadro della situazione obiettiva, linee di tendenza in atto, ecc.

Quando i compagni iraniani ci chiedono di suggerire la nostra linea tattica, pretenderebbero forse delle ricette belle e pronte cui è impossibile rispondere con estrema precisione. Un ulteriore sforzo esplicativo è in corso per tentare su tale problema di essere più dettagliati e precisi; preannunciamo pertanto l'uscita di un documento ufficiale del nostro partito in cui, più da vicino verrà affrontato questo delicatissimo argomento.

I contributi e i limiti del leninismo

I compagni iraniani per giustificare le loro posizioni che alla luce delle verifiche storiche fornite dalla stessa realtà dell'imperialismo fanno acqua da tutte le parti, si appellano a Lenin, a prova della loro incrollabile fedeltà alle posizioni politiche dello stesso. E ci guardano stupiti poiché non comprendiamo la loro aderenza al leninismo, noi che pur ci dichiariamo, spessissimo, marxisti-leninisti.

Quello che ci preme sottolineare è che noi ci sentiamo leninisti per ciò che concerne la globalità delle elaborazioni teoriche portate avanti dal grande rivoluzionario russo. Siamo d'accordo con l'analisi compiuta intorno al problema dell'imperialismo e con l'impostazione data allo sviluppo di quel processo politico, seguito con lungimiranza e intelligenza politica, culminato nella rivoluzione d'ottobre; gli riconosciamo la grande duttilità tattica e le grandi lezioni strategiche che ha saputo dare al movimento rivoluzionario del mondo intero. Cionondimeno, e non è irriverenza, consentiteci di dissentire su alcune questioni, molto spesso legate a contingenze storiche e a motivi di opportunità tattica.

Fra queste (ma ne potremmo citare di altre) vi è quella inerente al problema del diritto all'autodecisione dei popoli.

Il proletariato -- scrive Lenin -- non può vincere se non attraverso la democrazia, cioè realizzando completamente la democrazia e presentando ad ogni passo della sua lotta rivendicazioni democratiche nella formulazione più recisa.

Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni

Tali affermazioni erano rivolte contro Radek che contrapponeva la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo alla lotta per la questione nazionale (come abbiamo già visto non si tratta di operare delle contrapposizioni ma di fa confluire la lotta per la questione nazionale nel più generale e classista movimento per la rivoluzione proletaria).

Ebbene, dove Lenin ha mai potuto verificare tali affermazioni? Solo il periodo storico (1915) in cui Lenin scriveva, caratterizzato da grande arretratezza economica e dalla presenza di spazi più o meno consistenti non ancora colmati dall'imperialismo, poteva giustificare una certa illusione circa le possibilità di rendere utile alla rivoluzione proletaria la lotta per la democrazia e per la risoluzione della questione nazionale. Una illusione mai nutrita profondamente, il che lo porta a precisare:

Finché esiste il capitalismo, tutte queste rivendicazioni sono realizzabili in via di eccezione e sempre in forma incompleta, snaturata. Appoggiandoci alla democrazia già attuata, rivelando che essa è incompleta in regime capitalista, noi rivendichiamo l'abbattimento del capitalismo, l'espropriazione della borghesia, come base indispensabile per l'eliminazione della miseria delle masse e per l'introduzione completa e generale di tutte le trasformazioni democratiche.

Questo è un passo che potremmo sottoscrivere per intiero, a condizione che il programma rivoluzionario e, dunque, anche l'organizzazione delle lotte, abbiano in sé la sufficiente chiarezza che consenta di non cadere nell'automatismo meccanico che vorrebbe vedere la rivoluzione comunista come conseguenza di battaglie democratiche portate sino alle loro estreme conseguenze e radicalità.

I compagni iraniani hanno studiato Lenin, quel tanto che basta per proporre argomentazioni in maniera pedissequa e non priva di acriticità:

... noi vogliamo dire brevemente che non riconoscere il diritto di una nazione oppressa alla libera secessione (sic!) equivale in pratica allo sciovinismo della grande nazione. I comunisti hanno il dovere di combattere contro le annessioni forzate delle nazioni, a riconoscere e a combattere per il diritto delle nazioni oppresse all'autodeterminazione e per l'esercizio libero e democratico di questo diritto.

Riferirsi così acriticamente a Lenin, che parlava da uno scenario storico che vedeva la Russia tra i paesi che non avevano compiuto ancora la propria rivoluzione democratico-borghese, ci sembra solo infantilismo politico.

Facciamo commentare allo stesso Lenin:

I rivoluzionari delle nazioni oppresse debbono considerare come pietra angolare l'unità e la fusione degli operai dei popoli oppressi cogli operai delle nazioni dominanti; poiché altrimenti questi rivoluzionari diverranno involontariamente degli alleati dell'una o dell'altra borghesia nazionale, che tradisce sempre gli interessi del popolo e della democrazia, che è sempre pronta, a sua volta, ad annettere e ad opprimere altre nazioni [sottolineature nostre - ndr].

Compagni iraniani, a che punto è l'unità e la fusione degli operai dei paesi dominati con quelli delle nazioni dominanti? Senza tale importantissima condizione, che oggi deve valere almeno la presenza di una forte internazionale comunista (che non esiste) ramificata nel mondo, non vi sembra che, come si preoccupava Lenin settanta anni fa, si possa correre il rischio “involontario” di cadere al servizio (di diventare degli “alleati”) di questa o quell'altra borghesia? Non vi sembra inoltre che la democrazia di cui parla Lenin, per il suo contenuto classista, se pur imprecisamente enunciata sia già, per contenere quale propria caratterizzazione addirittura l'“espropriazione della borghesia”, la fase propizia all'instaurazione della dittatura del proletariato?

La democrazia politica è vista da Lenin positivamente in quanto “forma più libera, più ampia e più chiara dell'oppressione di classe e della lotta di classe” e non come illusione migliorativa delle condizioni di vita del proletariato; le stesse formulazioni delle rivendicazioni democratiche mirano a “spezzare” la legalità borghese, operando su un terreno tattico idoneo a “spingere le masse alla lotta attiva”, per allargare ed attizzare la lotta sino all'attacco diretto del proletariato contro la borghesia, cioè sino alla rivoluzione socialista che espropria la borghesia.

Per concludere con le citazioni di Lenin stralciamo da La rivoluzione socialista e il diritto di autodecisione delle nazioni (tesi), al capitolo 9 (“L'atteggiamento della socialdemocrazia russa e polacca e della II Internazionale verso l'autodecisione”), il punto 6 che recita:

necessità di subordinare la lotta per questa rivendicazione [diritto all'autodecisione - ndr] come per tutte le rivendicazioni fondamentali della democrazia politica alla lotta rivoluzionaria immediata di massa per l'abbattimento dei governi borghesi e l'instaurazione del socialismo.

Il nocciolo della questione è qui, lo ripetiamo sino alla noia: nella considerazione politica che non esistono rivendicazioni operaie che non possano e non debbano essere subordinate, in via di principio e, dunque, in via di enunciazione ed attuazione programmatica alla lotta diretta per l'abbattimento del capitalismo; nella considerazione che qualunque rivendicazione, lungi dal rappresentarsi come un miglioramento oggettivo per il proletariato, è solo uno dei momenti per attivare le lotte rivoluzionarie e per innescare nella classe la coscienza degli scopi finali, le quali non conoscono tappe che possono essere usufruibili in regime capitalistico. L'utilità di tali rivendicazioni (per la democrazia, per l'autodeterminazione dei popoli) sta solo in ciò, nella possibilità di mobilitazione che la sollevazione di taluni problemi potrà suscitare, ma da subito e in linea di continuità nel loro processo di sviluppo, vanno incanalati nell'alveo delle congenialità storiche della lotta di classe rivoluzionaria che erano e rimangono l'abbattimento del potere borghese e l'opera di edificazione socialista.

Repubblica democratica rivoluzionaria. Cos'è?

Sui problemi sinora trattati siamo divisi dai compagni iraniani da non gravissime divergenze. Se abbiamo tenuto a sottolineare i punti di divisione non è tanto per mania di precisione o, come si dice, per il gusto, a tutti i costi, di spaccare il pelo; ma è per impedire, come è già successo altre volte nella storia del movimento operaio, che da piccole lacune si formino, in concomitanza ad avvenimenti che tendono a favorire la confusione per la loro contraddittorietà, gli oceani di opportunismo. Le poche e disperse forze rivoluzionarie si devono ritrovare per avviare positivi processi di decantazione politica in funzione del sempre bene in vista problema della loro futura riagglomerazione.

Per ottenere questi risultati è necessario il più ampio confronto per sottolineare non già quello che ci unisce ma quel (poco o tanto che sia) che ci divide.

Da parte nostra faremo il possibile per mantenere vivo questo confronto in funzione del quale tratteremo su tutti i problemi e in tutte le sedi possibili, per contribuire a far superare al P.C. d'Iran le debolezze che al momento inficiano il suo programma. La debolezza maggiore che noi possiamo riscontrare non è relativa ai punti sin qui trattati e nemmeno riguarda la diversa considerazione politica di fondo dei compagni iraniani di fronte alla natura della ancora in corso guerra fra Iran e Iraq (frutto di una visione erronea di ciò che concerne l'analisi del moderno imperialismo e per il qual problema abbiamo già scritto e ampiamente discusso in altre sedi); la maggiore debolezza, che al momento si configura come una vera parete divisoria fra noi e loro, è l'elaborazione della cosiddetta “Repubblica democratica rivoluzionaria”, pensata come alla “situazione in cui la classe operaia può agire direttamente e portare tutti quelli che la seguono alla lotta per la dittatura del proletariato”.

Il P.C. d 'Iran dice di “non lottare per la fondazione della Repubblica democratica” e che questa “non è una fase della sua lotta” ma l'organizzazione della classe operaia per una “lotta ininterrotta verso il socialismo”.

Vista in tal senso non avremmo da obiettare molto; potrebbe verosimilmente darsi una situazione in cui, da un movimento reale di massa, venga fuori, come risultanza temporanea, una forma di organizzazione “statale” che ancora non vede la classe operaia in grado di prendere totale possesso dei mezzi di produzione in nome di tutta la società e che, dunque, ferma restando la propria autonomia di classe, sia costretta a “condividerre” il potere - ma in maniera estremamente conflittuale - con altre forze sociali o classi legate al vecchio mondo. Dall'esacerbazione di tali conflittualità ne potrà venire fuori la soluzione borghese (restaurazione capitalistica) o quella proletaria (dittatura del proletariato).

Un conto è però ipotizzare una eventualità del genere generata dalle casualità estemporanee della lotta di classe, altro conto è teorizzare tale soluzione (se pur in forma temporanea) come una fase necessaria del divenire delle lotte rivoluzionarie. Una volta teorizzata tale soluzione, negare la funzione di tappa che verrebbe ad assumere la “Repubblica democratica rivoluzionaria” nella strategia complessiva del partito e della classe operaia che lottano per il socialismo, è lo stesso che stendere un velo trasparente su una verità incontestabile. Se poi si pensa che sarebbe proprio il partito di classe a farsi promotore di una simile rivendicazione (per una soluzione non proletaria, anzi non solo proletaria) e che tale rivendicazione di stampo opportunista è contenuto in un programma che ha la pretesa di essere rivoluzionario, le cose si complicano ulteriormente, aggravandosi.

Quale sarebbe la composizione di classe di questa repubblica? In quanto macchina statale, agli interessi di chi sarebbe più funzionale?

Ipotesi n. 1. La classe operaia arriva alla repubblica democratica rivoluzionaria con altre “forze sociali”; fra queste vi sono le forze sociali della borghesia (magari quella definita “progressista” da chi non ha ancora compreso il ruolo reazionario che oggi ha, ineluttabilmente, qualunque forza borghese) o frazioni della stessa.

In tal caso cosa sarebbe la Repubblica democratica rivoluzionaria? Una forma di organizzazione sociale che tenderebbe a “conciliare” interessi contrapposti: quelli borghesi e quelli della classe operaia, per definizione ritenuti inconciliabili e antagonistici da qualsivoglia marxista degno di questo nome.

Se si definiscono borghesi certe forze è perché gli vanno attribuiti dei ruoli ben precisi, intrattenuti da rapporti di produzione capitalistici. Come allora si potrebbe conciliare questo ruolo, risultante da una situazione di fatto che tenderebbe, se non fortemente contrastata, ad una sua cristallizzazione, con gli interessi della classe operaia all'interno della cosidetta repubblica democratica rivoluzionaria? Sarebbe pertanto una bieca soluzione interclassista che ricorda molto da vicino il maoismo e la sua famosa coalizione delle quattro classi, ideologia borghese per eccellenza (nella sua versione stalinista) e perciò decisamente controrivoluzionaria.

Dato ciè ne consegue che un partito rivoluzionario, pena il suo crollo nel pantano della controrivoluzione, non può mai e poi mai lottare per una rivendicazione di tal fatta.

Ipotesi n. 2. La repubblica democratica sorge come risultato della lotta della classe operaia e di tutte le classi sfruttate della società (sottoproletari e derelitti compresi). Tale soluzione ha come presupposti: a) che la classe operaia sia in fase insurrezionale; b) che in quanto classe socialmente omogenea, che possiede un suo programma autonomo, è in grado di polarizzare intorno a tale programma ampi settori fra le stratificazioni sociali vittime dello sfruttamento capitalistico; c) che la vittoria sulla borghesia è in fase avanzata: ciò è deducibile dal fatto che la nuova organizzazione sociale (o statale) è in grado di prescinderla e di escluderla dalla gestione del potere. Se l'ipotesi è ben impostata, se le forze che dovrebbero costituire la nuova realtà sono le suddette, allora ci si chiede: non è questo il momento per instaurare la dittatura del proletariato?

Cos'è, per stretta definizione politica, la dittatura del proletariato, soprattutto nella sua fase iniziale, se non il governo di tutte le classi proletarie sotto la guida della classe operaia e del suo programma rivoluzionario, con l'esclusione totale di tutte le forze borghesi e dei più rappresentativi soggetti storici del vecchio mondo? Se così non dovesse essere si farebbero largo, nella nostra considerazione politica riguardo il P.C. d'Iran, due sconfortanti ipotesi:

  1. i compagni iraniani hanno le idee molto confuse proprio sulla rivendicazione più originale del loro programma; in altre parole la cosiddetta Repubblica democratica rivoluzionaria non è soltanto per noi l' “arcano” rivoluzionario da scoprire ma è una paventata soluzione di cui lo stesso P.C. d'Iran non ha ancora ben intravisto i contorni politici di classe;
  2. se non si tratta di confusione, suscettibile sempre e comunque di superamento, allora si tratta di opportunismo bello e buono, che prospetta soluzioni di commistione con forze borghesi e giustifica il tutto con rivendicazioni di aderenza strettissima al marxismo e al leninismo.

Noi preferiamo pensare alla prima ipotesi; ma è comunque necessario che il P.C. d'Iran superi questa impasse poiché, in fase di attività rivoluzionaria, ciò lo potrebbe fare scivolare, involontariamente, dall'altra parte della barricata, in commistione con le forze che, “verbosità rivoluzionarie” a parte, tenderebbero ad una restaurazione, sia pur “diversificata” ed “originale” del modo di produzione capitalistico in crisi.

Vediamo un po' più da vicino da dove nasce, secondo il P.C. d'Iran, il bisogno di questa tappa nel cammino verso il socialismo.

Considerata uno scalino necessario, la Repubblica democratica rivoluzionaria sarebbe un obiettivo tattico, perciò inseribile nel programma del partito rivoluzionario, in quanto non sarebbe sufficiente (ed è giusto!) indicare l'obiettivo finale senza indicarne anche le vie per la sua realizzazione. La rivoluzione democratica sarebbe dunque l'unica via per la creazione delle condizioni per raggiungere l'obiettivo.

Perché ciò? Perché i compagni iraniani pensano che in Iran come in tutti i paesi dominati non siano possibili governi non democratici. Da qui si arriva, automaticamente, a vedere qualsiasi rivendicazione democratica - e a maggior ragione la Repubblica democratica rivoluzionaria - come in naturale conflitto e in contraddizione col dominio del capitale. Dunque la rivoluzione democratica non diminuisce (noi diciamo: può non diminuire) la crisi socio-economica del capitale, bensì la intensifica. Sul terreno di tale intensificazione appaiono “nuovi fronti” ed è in questa situazione che la classe operaia troverebbe le condizioni per muovere alla conquista del proprio potere esclusivo.

Rivendicare direttamente, senza tale tappa “obbligatoria” la dittatura del proletariato, soprattutto in Iran, vorrebbe significare - sempre secondo i compagni iraniani - l'isolamento delle forze rivoluzionarie e del partito di classe.

I casi sono due:

  1. la rivendicazione della rivoluzione democratica o favorirà le avanguardie impegnate a far crescere le masse e le lotte delle stesse verso il socialismo;
  2. oppure tali avanguardie saranno, sì, a capo delle masse ma per uno scopo diverso e su un piano diverso da quello del socialismo.

Non neghiamo la necessità di attrezzare il Partito di classe di una precisa tattica per lo svolgimento del ruolo storico che gli compete. Noi diciamo che la tattica deve essere conforme alla strategia; se l'obiettivo strategico è la dittatura del proletariato, è questa a dover essere scritta nel programma del Partito. La tattica deve favorire l'avanzamento verso l'obiettivo strategico. L'obiettivo tattico deve essere perseguito con l'agitazione delle parole d'ordine adeguate, ivi comprese, ove fosse necessario, quelle democratiche. Ma una volta messe in moto le masse, le lotte vanno volte direttamente verso la instaurazione della dittatura del proletariato. Inserire l'obiettivo programmatico di una Repubblica democratica rivoluzionaria, intermediaria fra il capitalismo e la dittatura del proletariato è cadere in forme di sciovinismo, quello sciovinismo che lo stesso P.C. d'Iran ha già aspramente combattuto ogni qualvolta se l'è trovato innanzi come promanazione di forze politiche piccolo-borghesi.

Lo schema ipotetico dello sviluppo della rivoluzione che prevede l'instaurazione della famigerata repubblica -”rivoluzionaria”, comprende, per riassumere, due errori:

  1. Pensare ad una repubblica democratica rivoluzionaria quando si sono create le condizioni della crisi sociale o, addirittura, quando la borghesia è in fase di ritirata.
  2. Inserirla nel programma del Partito, il che la rende parte integrante della strategia di lotta della classe operaia nel suo cammino verso la conquista del socialismo.

Alcune conclusioni per un dibattito ancora aperto

Individuare i temi di divisione col Partito comunista d'Iran non vuol dire lanciare anatemi ideologici e nemmeno, considerata la natura delle divergenze, arrivare alla conclusione che ciascuno debba andare per la propria strada per fare le esperienze attraverso le quali maturare le proprie debolezze o rafforzare le basi del programma di cui ogni partito rivoluzionario è portatore.

Significa, al contrario, serrare più che mai le file del confronto per pervenire a quella chiarificazione generale che consentirà il futuro e comune lavoro di costruzione del partito internazionale.

Se ci preme tallonare da vicino i compagni iraniani non è perché alla fine vorremmo sentirci gratificati da un “avevate ragione”, che sarebbe gratificazione per i narcisisti della politica e non per dei comunisti che pongono sul piano delle priorità gli interessi contingenti e storici della classe operaia.

Proprio perché in Iran esiste una situazione da un punto di vista politico assai interessante e, soprattutto, aperta a qualunque soluzione, riteniamo che gli errori di impostazione o anche quelli semplicemente “tattici” del P.C. d'Iran, possano rappresentare i pericoli di una sconfitta della classe qualora questa dovesse prendere il via verso l'insurrezione.

Le forze rivoluzionarie sono poche e sparse. Il P.C. d'Iran è l'unica presenza di classe che tenta di porsi su un terreno rivoluzionario non solo in Iran ma, adesso, per quel che ne sappiamo, nella quasi totalità dei paesi dominati, in quelle realtà, cioè, dove maggiormente predomina ed ha agio di proliferare il nazionalismo e il riformismo negli schieramenti delle sinistre locali.

Purtuttavia le debolezze del P.C. d'Iran non sono bazzecole su cui poter passar sopra. Sono autentiche micce innescate, pronte a deflagrare, pronte a scaraventare il programma comunista nel pantano dell'opportunismo e da questo nella melma della controrivoluzione.

Invitiamo i compagni iraniani a meditare sui temi discussi con serenità ed obiettività. Per noi cedere sui punti di divergenza significherebbe incrinare, per la prima volta, quella solidità teorico-politica che ha sempre contraddistinto la nostra organizzazione; significherebbe abbandonare, per la prima volta, la difesa dei capisaldi della politica rivoluzionaria che il Partito comunista internazionalista d'Italia ha sempre, anche nei momenti più difficili, perseguito, sia a livello teorico che a livello di lotta politica attiva.

Uno dei capisaldi della politica rivoluzionaria è proprio questo: nell'era dell'imperialismo non ci sono fasi intermedie fra il regime borghese e la dittatura del proletariato. L'unica “fase intermedia” è proprio la battaglia per la presa del potere politico da parte del proletariato. Chi ha difeso posizioni diverse sono stati sempre i socialdemocratici e le varianti di questi: stalinismo e maoismo.

Proprio il maoismo teorizzò e giustificò come fase intermedia favorevole al proletariato il “blocco delle quattro classi”, che altro non era se non una nuova forma del dominio borghese.

Non ci si fraintenda. Noi non accusiamo il P.C. d'Iran di maoismo. L'esempio del maoismo è solo uno tra i tanti che si potrebbero citare a beneficio della tesi che dimostra, salvo “nuove” e più “originali” invenzioni, lo scantonamento sempre e comunque verso la controrivoluzione, in prossimità di soluzioni avviate (e concluse) con idee inficiate da spirito opportunista (l'attenuante della buona fede non muta in ogni buon conto il risultato).

Soluzioni che costringeranno a reiterate forme di frontismo, negato a parole ma lampante nella sostanza

Ci sovvengono indicazioni terzinternazionaliste che prevedevano l'appoggio a governi di sinistra, presieduti dalle forze della socialdemocrazia, visti come la creazione delle condizioni più utili per l'assalto finale. La Repubblica democratica rivoluzionaria, come realizzazione della “fase intermedia” e gestita politicamente anche dalle forze comuniste, in che modo potrebbe rendersi utile alla instaurazione della dittatura del proletariato? Sarebbe chiara al proletariato la tattica per la quale “sino ad oggi abbiamo lottato per un obiettivo, d'ora in avanti lotteremo per un altro”?

A questo punto ci piacerebbe sapere quale dovrebbe essere il comportamento dei rivoluzionari: si “staccherebbero” dal potere statale per passare all'opposizione e sferrare l'attacco contro la Repubblica democratica rivoluzionaria a favore della dittatura del proletariato, oppure dall'interno della macchina statale si prenderebbero le misure necessarie (riforme?) per un passaggio indolore al socialismo?

Da qualunque parte la si voglia guardare l'operazione proprio non quadra.

Comprendiamo le preoccupazioni dei comunisti iraniani di creare dei piani di azione per meglio articolare, tatticamente e strategicamente, la finalizzazione delle lotte. Per far ciò essi hanno operato una contrapposizione fra i vari elementi del programma del partito, producendo una scissione conflittuale di notevole entità fra tattica e strategia, considerate (nei fatti più che nelle parole) separatamente e non, invece, come un tutto organico, così come organico e omogeneo deve essere il programma del partito rivoluzionario.

Ciò si è tradotto, inevitabilmente, in una differenziazione fra programma minimo e programma massimo. Una vecchia diatriba, questa, scoppiata all'interno della III Internazionale che per la prima volta andava a scalfire la graniticità del maxismo rivoluzionario. La sinistra comunista italiana allora ha difeso tale essenzialità del marxismo; lo fa oggi, allo stesso modo, contro chiunque metta in discussione questioni che sembravano ormai rimaste nel dimenticatoio della storia (soprattutto dopo le verifiche storiche che avevano ampiamente dimostrato le ragioni della Sinistra italiana nei confronti della stessa Internazionale); che, ripetiamo, non sono sottigliezze astratte, di puro ordine teorico, ma dei cardini su cui dovranno ruotare tutte le implicazioni pratiche del processo ininterrotto che porterà al socialismo.

La conclusione delle presenti note, lungi dall'esaurire i temi del dibattito, vuole essere un appello, per le motivazioni dianzi espresse, a continuare il confronto politico con i compagni del P.C. d'Iran, che come noi, tanta strada hanno ancora da fare. Noi speriamo e ci auguriamo vivamente di poterla percorrere insieme.

Franco Migliaccio

Prometeo

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