La classe operaia nella fase attuale e le sue prospettive

Progetto di Tesi del Bureau Internazionale per il Proletariato rivoluzionario

La lunga resistenza del capitale occidentale alla crisi del ciclo di accumulazione (ovvero alla attualizzazione della tendenza alla caduta tendenziale del saggio del profitto) ha evitato finora il collasso verticale che ha colpito invece il capitalismo di stato dell'impero sovietico. Tale resistenza è stata resa possibile da quattro fattori fondamentali:

  1. la sofisticazione dei controlli finanziari a livello internazionale;
  2. una profondissima ristrutturazione dell'apparato produttivo che ha comportato un vertiginoso aumento della produttività (superiore - almeno nel primo periodo - alla crescita della composizione organica del capitale);
  3. la conseguente demolizione della precedente composizione di classe, con la sparizione di mansioni e ruoli ormai superati e l'apparizione di nuove mansioni, nuovi ruoli e nuove figure proletarie;
  4. la compressione della massa salariale (costituta dal salario diretto e indiretto).

Le presenti tesi iniziano trattando del terzo e quarto fattore.

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La ristrutturazione dell'apparato produttivo è avvenuta in coincidenza con quella che possiamo definire la terza rivoluzione industriale vissuta dal capitalismo.

Definiamo rivoluzione industriale del capitalismo l'introduzione di nuove tecnologie, produzioni e organizzazioni del lavoro tali da modificare sia la forma, la composizione e l'apparato tecnico del settore industriale, sia la composizione della classe operaia, le sue figure chiave e le forme del suo lavoro. In questo senso riconosciamo come prima rivoluzione industriale l'introduzione della macchina a vapore nella manifattura già esistente; essa coincide con quella che comunemente è intesa come Rivoluzione Industriale a cavallo del XVIII e XIX secolo.

La seconda rivoluzione industrialeè stata segnata dalla introduzione del motore elettrico e dalla nascita dell'automobile, ovvero dalla esplosione del mezzo di trasporto individuale; ciò comportò la nascita di interamente nuovi settori industriali quali quello del petrolio, della gomma, delle infrastrutture stradali, e la riorganizzazione del lavoro secondo il metodo noto come fordista.

La terza rivoluzione industriale è segnata dal microprocessore.

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L'introduzione del microprocessore ha mutato il panorama industriale, nel senso che:

  • ha modificato radicalmente molti processi produttivi, ristrutturando e riducendo drasticamente le fasi di lavoro;
  • ha reso possibile un'estrema flessibilità della produzione;
  • ha consentito lo smembramento di intere imprese in imprese “monofase”, localizzabili in più punti dell'intero pianeta;
  • ha ridotto drasticamente l'impiego di lavoro vivo, e dunque la dimensione numerica delle aziende;
  • ha fatto scomparire mansioni e specializzazioni del lavoro, creandone al contempo di nuove;
  • ha modificato le gerarchie stesse del lavoro, separando l'uniforme funzione esecutiva di servizio alle macchine dalle “superiori” mansioni di controllo delle stesse, rendendo del tutto obsoleta la precedente organizzazione fordista del lavoro.

Complessivamente si è dunque verificata la scomparsa delle grandi concentrazioni industriali, fatta eccezione per alcuni comparti “tradizionali” come quello dell'auto, della petrolchimica e della cantieristica. La sopravvivenza di alcune grandi concentrazioni industriali nelle metropoli non smentisce la tendenza di fondo della produzione capitalistica alla frammentazione del processo produttivo e dunque delle unità produttive stesse.

Contemporaneamente, interi processi lavorativi della produzione di merci sono scomparsi facendo scomparire una quota consistente delle stesse merci. Un esempio evidente a tutti è relativo ai processi di stampa e di riproduzione. Nelle soli operazioni di prestampa sono scomparse almeno quattro figure professionali (il linotipista, il proto, il fotoincisore e il cromista) sostituite da un solo operatore al computer.

Per quanto riguarda la riproduzione tutti ricordiamo i gloriosi ciclostili per i volantini e gli opuscoli, con le relativi matrici dattilografiche o da elettroincisione, le cerette di correzione, i nastri di ricambio, gli inchiostri, il tutto sostituito dalle fotocopie o dalle macchine di riproduzione veloce completamente automatizzate a partire dal semplice originale.

In entrambi i casi - e in un infinità di altri possibili esempi - sono spariti degli oggetti e degli strumenti (merci) e sono sparite delle mansioni o professionalità.

Nel caso delle merci alla sparizione di molte è corrisposta la nascita di poche altre, a volte immateriali.

Nel caso delle mansioni si è assistito alla sparizione di molte, tipiche della fase precedente, e a un forte appiattimento delle mansioni esecutive, con un loro progressivo assomigliarsi, a prescindere dal settore di impiego. Non c'è infatti una grande differenza fra le mansioni degli addetti alle macchine di tessitura e quelle degli addetti ai robot di lavorazione meccanica.

Dietro le chiacchiere della borghesia e dei suoi più sciocchi giornalisti sulle nuove professioni, c'è la realtà di un sostanziale immiserimento delle funzioni a tutti i livelli esecutivi e a quasi tutti i livelli “gestionali”.

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La ristrutturazione degli impianti rappresentò il primo risultato concreto della rivoluzione del microprocessore. Da sola non bastava a contrastare con una qualche efficacia la caduta del saggio di profitto manifestatasi fra la fine degli anni 1960 e l'inizio dei 1970. Seguì subito la modifica della organizzazione del lavoro, coerente con le diverse gerarchie e i diversi mansionari implicati nei nuovi processi di lavoro sui nuovi strumenti di produzione. Anche questo però non è bastato a contrastare efficacemente la caduta del saggio di profitto, a riportare cioè il saggio medio di profitto ai livelli precedenti il 1970. Di qui la terza fase della politica di contrasto alla crisi, che consiste essenzialmente nell'attacco diretto al salario.

La politica cosiddetta neo-liberista, lanciata dalla borghesia in sostituzione del keynesismo e della gestione diretta della produzione da parte dello stato - entrambe ritenute dalla stessa borghesia come responsabili della crisi e della caduta dei suoi saggi di profitto - comporta un attacco al salario indiretto, là dove esiste, erogato in forma di pensioni, scuola e sanità, e un attacco al salario diretto, ovunque, con forme tali da configurare a un ritorno al manchesterismo (sostanzialmente un aumento del plusvalore assoluto, laddove non basta più il recupero sul plusvalore relativo). Questo è forse uno degli aspetti più significativi della gravità della presente crisi del ciclo di accumulazione. Ed è ciò che ha fortemente influito sull'abbassamento del salario complessivo V, di cui ci occuperemo più avanti.

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Al diverso panorama industriale e alla mutata composizione e forma del proletariato, si è accompagnata l'implosione del blocco sovietico, che nei decenni della controrivoluzione aveva rappresentato per milioni di proletari nel mondo - ad eccezione forse dei proletari di quei paesi - il punto di riferimento per una alternativa al capitalismo. Ciò si è tradotto in una delusione e uno scoramento di portata storica per la classe operaia mondiale, che, alimentate dalla possente campagna ideologica della borghesia, hanno molto contribuito alla passivizzazione della classe stessa.

Il fallimento dell'esperienza sovietica del capitalismo di stato, gabellato per socialismo, è stato espresso sul piano politico dall'abbandono da parte di tutti i partiti “comunisti” delle metropoli di ogni e qualsiasi riferimento alle ragioni della lotta di classe e, in molti casi, dall'abbandono della classe operaia e dei ceti sfruttati e comunque inferiori della società quali riferimenti anche elettorali di quei partiti stessi. Quei partiti avevano fino ad allora svolto la duplice funzione di partiti nazionali e di agenti della politica sovietica all'interno degli stati del blocco avverso. In quanto partiti nazionali e in base alla politica di asservimento della classe operaia agli interessi del “socialismo reale”, avevano svolto il ruolo di mediatori degli immediati interessi proletari all'interno delle democrazie occidentali, coerentemente al ruolo classico della socialdemocrazia. Il fallimento del “socialismo reale” li ha portati al mantenimento del ruolo, sì, di partiti nazionali, ma all'abbandono della classe quale oggetto della mediazione democratica con la conseguente ricerca di una identità alternativa. Il successo o meno di questa ricerca riguarda ormai soltanto la scena politica della borghesia.

Resta il fatto che la classe operaia si trova oggi privata anche degli strumenti della mediazione politica all'interno delle istituzioni borghesi e dunque completamente abbandonata agli attacchi sempre più violenti del capitale.

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Fra le misure anticrisi messe in opera dalla borghesia, e rese possibili dalla sostanziale passività della classe operaia, c'è l'abbassamento del capitale variabile complessivo, costituito dal totale dei salari diretti e indiretti corrisposti alla classe operaia - in cambio di una accresciuta produttività.

L'abbassamento di v (capitale variabile) si è verificato per azione diretta delle imprese tramite il mantenimento negli anni della medesima entità nominale dei singoli salari, ma diminuendo il numero dei salariati impiegati. Ciò ha portato, di fronte alla inflazione, ad una sostanziale perdita del potere d'acquisto dei salari, ovvero a una svalorizzazione del salario diretto. A questa azione si è aggiunta quella “indiretta” dello stato che ha consentito, attraverso varie misure solo apparentemente secondarie, il taglio o l'eliminazione dei contributi aziendali ai servizi del cosiddetto welfare (sanità e previdenza), addossati alla fiscalità generale e quindi immediatamente tagliati.

Ogni stato ha modalità sue proprie per la regolazione dei rapporti fra contributi aziendali (salario indiretto) e fiscalità generale nella gestione dei servizi sociali, e modalità sue proprie anche nella offerta di questi servizi.

In termini molto generali possiamo dire che in alcune metropoli (negli Usa, per esempio) la quota del salario indiretto è minima, se non assente, e le voci del paniere salariale relative a sanità e previdenza sono comprese nel salario diretto, che dovrà pagarsi in proprio tanto i fondi pensione quanto la assicurazione sanitaria. In queste situazioni lo Stato interviene (o interveniva) solo nell'assistere gli strati più svantaggiati del proletariato e i ceti del sottoproletariato e marginali che non potevano accedere ai paradisi della assicurazione privata, provvedendo un minimo di assistenza sanitaria e... alimentare. Ebbene, qui il taglio al welfare è stato attuato sulla base della necessità di trasferire quella quota della fiscalità generale dalla assistenza ai poveri all'assistenza alle imprese capitaliste. In sostanza si è avuta un consistente trasferimento di denaro dai poveri ai ricchi.

Nelle metropoli (come quelle europee) - dove invece la dinamica complessa del capitale e dei rapporti fra le classi aveva condotto alla separazione fra salario diretto, erogato nelle tasche dei proletari, e indiretto pagato allo stato che organizzava i servizi sanitari e previdenziali per i lavoratori - il taglio del welfare si è tradotto direttamente in un taglio del salario reale, attraverso il taglio della parte indiretta e in sostanza il taglio (peggioramento) dei servizi Anche qui dunque l'abbassamento del capitale variabile totale si è ovviamente tradotto in un peggioramento delle condizioni di vita delle masse proletarie.

Mentre parlano di progresso e di crescita economica, in tutto il mondo i capitalisti tolgono al proletariato ciò che fino a vent'anni fa era ritenuto acquisito e comunque normale.

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L'impatto della ristrutturazione capitalistica delle metropoli sulle periferie ha comportato la quasi scomparsa delle industrie locali, che altri volevano in crescita concorrenziale con le metropoli, solo parzialmente compensata dalle delocalizzazioni delle imprese metropolitane, specialmente in quei segmenti della produzione a maggior contenuto di lavoro vivo.

L'impianto di nuove industrie di proprietà o sotto il controllo diretto delle imprese metropolitane che usufruiscono dei bassi salari dei paesi periferici non compensa mai gli effetti sull'occupazione del collasso dell'industria locale, anzi - come diversi indicatori statistici mostrano - l'aumento dell'investimento diretto straniero è andato di pari passo con l'aumento della disoccupazione totale o di quella industriale, secondo le diverse modalità statistiche. Dall'Argentina al Vietnam, dalla Romania all'Algeria il fenomeno, al di là dell'entità dell'investimento estero, variabile da paese a paese, è il medesimo: aumenta l'investimento estero, diminuisce l'occupazione. (1)

L'altro dato importante è la direzione dell'investimento estero verso le attività ad elevato contenuto di lavoro vivo. Che si tratti della produzione di scarpe e vestiario - decisamente “mature” - o di progetti ingegneristici o di pezzi di software, il capitale metropolitano si dirige sempre verso le combinazioni ottimali fra basso costo del lavoro e efficienza delle infrastrutture. Così se gli scarpai pugliesi hanno spostato gran parte della produzione in Albania, al di là dell'Adriatico, la IBM e la Microsoft si avvalgono del lavoro on-line di ingegneri indiani, rigorosamente residenti in India, per la realizzazione di pezzi importanti di progetti e di software. È evidente che i nuovi impianti industriali da parte delle imprese metropolitane nei paesi periferici, (in Albania fra gli esempi di cui sopra), ad alto contenuto di lavoro vivo, avvengono spesso in base alla vecchia organizzazione fordista del lavoro.

È inequivocabile la possente smentita che la reale dinamica capitalista dà alle tesi di chi, pur del campo politico proletario, vedeva, nelle “liberazioni nazionali” una spinta comunque progressiva verso lo sviluppo di un industria e di un mercato nazionale, sulle orme dello sviluppo europeo o nordamericano. La realtà smentisce anche lo sciocchezze di chi vedeva nella crescita dei PIL in diversi paesi periferici il crescere della concorrenza nei confronti delle metropoli tradizionali. In realtà abbiamo che il capitale metropolitano, continuando a esprimersi anche attraverso la concorrenza interna, domina incontrastato - se non, appunto, da altro capitale metropolitano - sui paesi della periferia, impedendone di fatto uno sviluppo in qualche modo paragonabile a quello delle metropoli stesse. I cosiddetti “paesi in via di sviluppo”, sono in realtà sulla via dell'arretramento.

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Tanto nelle metropoli quanto nelle periferie del capitalismo mondiale il proletariato ha subito le modificazioni oggettive della sua composizione e la crisi ideologica derivata dalla caduta del blocco orientale.

Certamente sono diverse le trasformazioni materiali: mentre nelle metropoli abbiamo assistito ai fenomeni suddetti, nelle periferie si è avuta una crescita della classe operaia nelle forme attuali, accompagnata però al declassamento (sottoproletarizzazione) di quote considerevoli della popolazione precedentemente occupata nella industria e nelle attività tradizionali del luogo.

Uguali invece sono stati e sono gli effetti della caduta del Muro di Berlino sulle soggettività degli sfruttati. Anche il comportamento dei partiti “comunisti” presenta molte affinità con la trasmigrazione a destra di quegli stessi partiti che, se non abbandonano del tutto il riferimento di classe come avviene in occidente, sono comunque alla ricerca di nuove identità. Questa ricerca li porta spesso a guardare indietro nella storia dei loro paesi, al recupero di tanto fascinose quanto reazionarie ideologie nazionalistiche.

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La ristrutturazione dell'apparato industriale capitalista, sotto le urgenze poste dalla crisi del ciclo di accumulazione, ha posto ai sindacati il compito imprescindibile, di mediare presso la classe operaia le necessità del capitale.

Il sindacato - da sempre strumento di mediazione fra capitale e lavoro circa il prezzo e le condizioni di vendita della forza lavoro - ha modificato non la sostanza, ma il senso della mediazione: non più gli interessi operai rappresentati e difesi presso il capitale, ma gli interessi del capitale difesi e mascherati presso la classe operaia. Questo perché - specialmente nel periodo della crisi del ciclo di accumulazione - la pur semplice difesa degli interessi immediati degli operai dagli attacchi del capitale mette direttamente in questione la stabilità e sopravvivenza del rapporto capitalistico.

Ciò che le stesse lotte sindacali conquistarono sul terreno riformistico, cioè sul terreno della mediazione sindacale e istituzionale, nel campo della sanità, della previdenza e assistenza, della scuola, nella fase ascendente del ciclo (anni 1950 e 1960 e parte dei 1970) viene ora messo in discussione e di fatto ritirato con la complicità e sostanziale solidarietà del sindacato.

Il proletariato dunque si trova oggi nella difficilissima situazione che vede la necessità di:

  • recuperare la consapevolezza di sé come classe distinta tanto dalla borghesia quanto da una generica e interclassista cittadinanza o “società civile”, riconoscendo la sua nuova composizione;
  • recuperare la fiducia nella propria forza - che rimane intatta perché rimane l'unica fonte del plusvalore e dunque dei profitti dei capitalisti;
  • trovare nuove forme di organizzazione per la propria difesa, quale momento imprescindibile e preparatorio del contrattacco rivoluzionario.

La consapevolezza di sé come classe è cosa diversa dalla coscienza di classe compiuta, sebbene ne sia il presupposto. L'auto-riconoscimento dei lavoratori come classe distinta dalla borghesia e con interessi contrapposti a quelli della borghesia è il prodotto, evidentemente non meccanico, della condizione stessa nell'ambito dei rapporti di produzione, ed è l'elemento soggettivo che conduce alle lotte collettive di natura difensiva e/o rivendicativa.

Era un dato ben presente nel proletariato di molte metropoli fino a tutti gli anni 1970 e gran parte dei 1980. Ma è il dato oggi drammaticamente mancante, che è venuto meno a seguito dei drammatici avvenimenti nella oggettività del capitale e nel quadro di riferimento ideologico suddetti, e che deve essere appunto recuperato, quale condizione irrinunciabile per il recupero di fiducia nella propria forza.

Anni di campagna ideologica borghese sulla fine della lotta di classe, sulla fine delle stesse classi, in base all'implosione dell'URSS, hanno avuto un effetto profondo che richiederà del tempo ad essere superato. Ed è chiaro ai marxisti che il ruolo delle avanguardie comuniste nel ridare alla classe il senso di sé e della propria forza è del tutto irrilevante.

È nella materialità dei rapporti di produzione e più in generale dei rapporti sociali che la classe può tornare a manifestarsi come tale, come mostrano alcuni soprassalti di lotta di classe che, pur isolatamente ed episodicamente, si sono manifestati anche nella situazione attuale (Argentina, per tutti).

È invece compito delle avanguardie rivoluzionarie individuare i momenti della ripresa per innestarvi le idee e il programma della rivoluzione proletaria, coagulando attorno a sé - sulla base di quelle idee e di quel programma - la forza organizzata e organizzativa capace di guidare la classe alla rivoluzione, che è l'unico strumento efficace per la acquisizione della coscienza di classe... compiuta.

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La diversa distribuzione della classe sui luoghi di lavoro muta radicalmente e diversifica i modi del possibile apparire di nuove ondate di lotta. Oltre a ritrovarsi i sindacati quali primi bastioni controrivoluzionari da battere e superare, il proletariato non può più contare solamente sull'avvio delle lotte a partire dalle grandi concentrazioni industriali, specialmente nelle metropoli capitaliste e che possano estendersi a tutte le unità produttive di un settore o dell'intera produzione, come è sempre avvenuto nella storia del movimento operaio. L'altra possibilità restante è che l'avvio della riorganizzazione di lotta parta dalla aggregazione delle forze su base territoriale.

Tanto reale è questo fatto che gli stessi sindacati ne sono coscienti e stanno cercando di riorganizzare la propria rete su questa base. Stanno cioè cercando di riattrezzarsi per non perdere il controllo della massa operaia e per catturare le nuove figure proletarie presenti anche al di fuori della produzione materiale di fabbrica. È già successo che nuove figure proletarie, quali per esempio i lavoratori dei call center, si siano organizzati in reti territoriali al di fuori dei sindacati, assenti, ma siano stati immediatamente rincorsi dai sindacati stessi. Le forme di questa rincorsa vanno dal tentativo di integrare quegli organismi nella propria struttura organizzativa alla organizzazione di “stati di agitazione” per quei lavoratori gestiti centralmente dai sindacati stessi. La CGIL italiana ha già istituito il Sindacato Lavoratori delle Comunicazioni (SLC) che ha già replicato la ormai classica politica sindacale della cogestione con le aziende del settore. (2)

Questi eventi sono comunque significativi di una tendenza in atto che si manifesterà probabilmente anche in altre categorie di lavoratori sparsi e nel settore industriale stesso.

D'altra parte, come hanno mostrato alcuni recenti esempi di lotte operaie nelle concentrazioni operaie più o meno grandi sia in Italia sia in Gran Bretagna, i sindacati si impegnano - e sempre più si impegneranno - a lasciarle isolate dove e come si sono determinate.

Poiché in tutti i casi e in tutte le situazioni il ruolo del sindacato è comunque di mediazione a favore del capitale, è probabile - come mostra l'esempio argentino - che il proletariato nel suo complesso ritroverà la propria identità e la propria capacità di lotta attraverso strutture a carattere più territoriale che aziendale. Ed è su questo nuovo terreno che le avanguardie rivoluzionarie dovranno giocare la propria volontà di radicamento nella classe.

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Ribadiamo che gli organismi di classe sono dati dalla classe stessa, indipendentemente dalla presenza e operatività del partito; altra cosa, distinta, sono gli organismi che il partito si dà per intervenire efficacemente nei primi.

Le assemblee operaie e il loro coordinamento nell'agosto polacco del 1980, così come le assemblee argentine e i comitati piqueteros sono eventi della vita di classe al suo risveglio, manifestatisi in assenza di avanguardie rivoluzionarie organizzate.

In assenza del partito rivoluzionario, quelle esperienze si sono esaurite: non potendo superare il limite rivendicativo da cui nascevano, sono rimaste intrappolate nelle maglie della gestione borghese e della mediazione più o meno democratica operata da partiti e sindacati.

È qui infatti, all'interno di questi organismi che la classe si è data, che il partito svolge il suo ruolo, conquistandone la direzione politica, e imprimendo loro quello slancio oltre i limiti del rivendicazionismo, contro la struttura stessa del potere capitalista, che li trasforma in organismi di potere.

Per la conduzione della battaglia politica che porta il partito alla direzione politica del movimento rivoluzionario della classe, esso deve darsi gli strumenti appropriati.

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Gli strumenti che il movimento comunista si è dato nella fase precedente - i gruppi di fabbrica di partito - per la conduzione della battaglia politica in seno alla classe operaia in tutte le sue manifestazioni di vita collettiva per la propaganda e la circolazione del programma rivoluzionario, devono dunque essere adattati alla nuova situazione. Di qui la necessità dei gruppi internazionalisti territoriali, senza abbandonare ovviamente la costituzione di gruppi di fabbrica dove la situazione lo permette.

Definiamo genericamente territoriali quegli organismi, sempre squisitamente politici, che riuniscono attorno ai militanti del partito i simpatizzanti e gli elementi classisti di avanguardia provenienti da più punti di lavoro del territorio o di una categoria/attività, che condividono la battaglia politica di quei militanti. Possono dunque essere organismi specificamente territoriali oppure categoriali. Sta infatti ai militanti del partito la capacità di attrarre sulla propria linea di condotta politica elementi non necessariamente ancora aderenti al partito. Non si spiega altrimenti la possibilità che una minoranza organizzata in partito possa guidare il proletariato alla rivoluzione e alla piena coscienza di classe.

Va da sé che quegli organismi che il partito crea sono anche i vivai più promettenti di nuovi quadri del partito stesso.

Caratterizzeranno i gruppi comunisti di fabbrica e di territorio:

  • La denuncia di tutte le espressioni e tendenze di pseudo sinistra della ideologia borghese, sempre presenti fra le masse operaie, contrapponendovi le posizioni elaborate e difese dal Partito, confrontate con la realtà degli accadimenti;
  • la chiarificazione critica di tutti quegli obiettivi di lotta che soltanto attraverso la conquista rivoluzionaria del potere politico e il superamento del sistema capitalistico, potranno realizzarsi;
  • la spinta alla solidarietà proletaria e alla unificazione delle lotte in campo internazionale;
  • l'unità con i proletari immigrati di ogni paese, contro lo sfruttamento e la disoccupazione che dominano il mercato mondiale della forza-lavoro.

(1) Vedi dati statistici presenti sui siti ufficiali dei rispettivi stati

(2) Vedi p.es. l'accordo sui call center della Wind, in data 29 aprile 2003 (presente sul sito CGIL-SLC).

Prometeo

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