Crisi del comunismo o del capitalismo di stato? 1a parte

In occasione del centenario della “Risoluzione d’ottobre” riproponiamo il seguente articolo, tratto da Prometeo nov. 1989. Seguite la sezione del sito dedicata al centenario della Rivoluzione d’Ottobre dove potete trovare tanto altro materiale che inseriremo nel corso del 2017… Buona lettura!

La strumentalizzazione

È crisi grave profonda e devastante. Il mondo del “socialismo reale” è attraversato da una ondata tellurica di dimensioni impressionanti che, dalle viscere della sottostruttura economica riveste, travolgendole, tutte le istituzioni sociali, le ataviche incrostazioni burocratico-amministrative, le impalcature ideologiche, il senso comune dei rapporti sociali.

È il via tumultuoso ed irrefrenabile a un processo centrifugo di disgregazione che parte dalle contraddizioni innescate dalla crisi economica, i cui contenuti esplodono si trasformano intrecciandosi e sovrapponendosi dando vita ad una lunga teoria di fenomeni sociali, la cui intensità di devianza dal modello precedente è pari solo alla profondità della crisi che ne è alla base.

In Russia, l'evidenza degli effetti della crisi economica si manifesta nella grave penuria di beni di prima necessità mai patita dal secondo dopoguerra ad oggi, con l'insorgere dell'inflazione, con sempre più diffusa disoccupazione, fame e miseria che colpiscono la stragrande maggioranza della popolazione e con le condizioni di vita ai limiti della sopravvivenza per quel settore del proletariato che vive e produce nelle aree periferiche dell'Impero.

Questa situazione ha innescato intensi episodi di lotta di classe, come quella dei minatori della Georgia, tensioni autonomistiche in quasi tutte le regioni stato, dal Baltico al Caucaso, dall'Estonia all'Armenia, guerre di religione tra cristiani e mussulmani, sino a produrre le più odiose forme di xenofobia con relativa caccia all'uomo, al diverso, al “terrone” di turno.

In Cina, i recentissimi avvenimenti di piazza Tien An Men sono la tragica manifesta dimostrazione di come il dissesto economico in cui versa da anni il regime di Deng non poteva partorire che rivolte e repressioni legate indissolubilmente dal tessuto connettivo del disagio sociale. Si è voluto centrare il tutto sulle rivendicazioni democraticistiche e piccolo-borghesi degli studenti di Pechino, ma 400 milioni di disoccupati e condizioni di vita diffusamente miserevoli sono state l'humus su cui è andata maturando la protesta e su cui si è abbattuta ferocemente la repressione del regime. In buona sostanza, sbarazzando il campo da inutili quanto fuorvianti paradigmi ideologici, da stereotipi analitici vecchi quanto fasulli e da ipervalutazioni emotive, i due maggiori paesi soi disant comunisti sono alle prese con la più grave crisi economico-sociale che la storia ricordi.

Certamente c'è pane a sufficienza per la politologia borghese e per una corretta interpretazione marxista nell'operare degli evidentissimi distinguo che emergono dalle rispettive storie, recenti e passate, dalle diverse problematiche sociali e dal diverso grado di sviluppo economico.

In Russia, il terremoto della perestrojka parte dall'alto per trovare consenso alla base. In Cina le spinte centrifughe si sono mosse dalla piazza verso il cuore del potere. La perestrojka muove contro il vecchio mondo dei privilegi della burocrazia stalinista per creare le condizioni di una apertura verso il libero mercato, gli avvenimenti cinesi sono esplosi dopo dieci anni di sperimentazione “liberista”. Mentre gli orfani di Stalin sono alle prese con il divampare dei problemi etnici e nazionalistici, i discendenti di Mao hanno di fronte una situazione incandescente anche se questa non ha assunto le forme mediate del particolarismo regionale. Ma al di là delle differenze fenomeniche sia importanti che accessorie, rimane evidente il fatto che la Russia e la Cina, sono percorse da una gravissima crisi economica, e che quanto si sta producendo in termini di rivolte sociali, esperimenti di politiche economiche, azioni dal basso con relative reazioni dall'alto o viceversa, altro non sono che la deterministica conseguenza dell'esplodere delle contraddizioni economiche.

In questo materiale sociale in decomposizione l'avvoltoio borghese affonda famelico il suo becco. L'occasione non è né unica né rara né irripetibile, ma certamente rappresenta una opportunità che il mondo occidentale non può lasciarsi sfuggire nel duplice tentativo di occultare le proprie, insanabili contraddizioni e di contenere le spinte rivendicative e politiche del suo settore proletario. L'opportunità è così grossa ed il terreno così favorevole che l'attacco borghese al presunto comunismo dei paesi a “socialismo reale” (il pasticcio terminologico e di contenuto socio-politico è del tutto gratuito e denota la confusione della “scienza” borghese anche su questioni di classificazione sociologica) non opera, come in passato, sui cardini teorici e di metodo del marxismo quali la dialettica, la teoria del valore o il determinismo economico, ma sguazza con impertinente arroganza tra i fiumi di cocci delle realizzazioni dei paesi dell'Est.

Niente di più facile, se partendo dall'evidenza che è sotto gli occhi di tutti, è possibile mostrare come l'assoluta sconfitta delle realizzazioni sociali altro non è che la conseguenza di una errata impostazione dei rapporti sociali e di produzione, quindi di una ideologia utopistica, falsa sul terreno del metodo, improponibile nei termini pratici. Il che, senza tanti sforzi, stuzzicando con un dito i meccanismi del più banale dei sillogismi, consente di riproporre l'antico assioma del capitalismo quale unica, universale forma di organizzazione della produzione e della distribuzione sociale. Più i guasti del “socialismo” vengono a galla come relitti di una nave colata a picco, più è facile diffondere l'idea che al di là del capitalismo ci può essere soltanto il fallimento più completo e disperante.

Nei quattro angoli del mondo occidentale, mai come in questa fase storica, si stanno levando all'unisono i de profundis al marxismo, reo di essere stato al contempo portatore di nefaste utopie quanto di tragiche conseguenze sociali per centinaia di milioni di lavoratori cavie, loro malgrado, dei perversi meccanismi di un vetusto ideologismo ottocentesco.

Il fallimento è così profondo e totale che al corvo borghese non resta altro che infierire, maramaldeggiando, sui sussulti “neo capitalistici” che sembrano emergere, come unica soluzione, all'agonia dei paesi del “socialismo reale”. Non c'è commentatore politico che non accrediti nella già ricettiva opinione pubblica l'idea che alle conseguenze devastanti della crisi economica, l'unica strada che i paesi dell'Est possono opporre sia quella del ritorno al capitalismo, sia in termini di categorie economiche che di forme istituzionali, nel tradizionale alveo della democrazia borghese, del pluralismo politico, pena l'impossibilità di muovere un solo passo fuori dalle secche della crisi.

Il riferimento agli sforzi della perestrojka come alle istanze democraticistiche dei movimenti di Pechino sono solo accennati perché scontati. È sul concetto di crisi del sistema, sul fallimento del progetto politico che la borghesia internazionale va costruendo le strutture portanti del suo apparato critico. A settant'anni dalla rivoluzione d'Ottobre, a quaranta dalla nascita della Repubblica popolare cinese e dalla instaurazione di regimi “comunisti” nell'Est europeo, recita ossessivamente la critica borghese, l'intero mondo comunista è sprofondato nella più acuta delle crisi economiche che a sua volta è diventata il motore propulsore di tutte le tensioni sociali, sia che si presentino come episodi di lotta di classe, sia che paludino di fermenti religiosi o che assumano i contenuti dell'autonomismo nazionalistico. Ne consegue che tutti i guai dei “paesi a socialismo reale”, dipendono dall'incapacità di una sistema economico a decisione accentrate di assecondare i tempi e i ritmi di accumulazione del capitale, così come la scarsa profittabilità del capitale ingenera miseria e penuria di beni e servizi che a loro volta, in termini più o meno mediati, hanno fatto esplodere la questione sociale.

Anche se detto solo per inciso, val la pena sottolineare come, paradossalmente, quella stessa critica borghese che vorrebbe seppellire con una risata le categorie analitiche del marxismo, vi faccia abbondantemente ricorso nel momento in cui si appresta a giudicare alcune sue presunte applicazioni. Che le crisi economiche derivino dalla inconciliabilità dialettica tra capitale e forza lavoro, e che siano deterministicamente il “prius determinante” del muoversi caotico e convulso della sovrastruttura, è una acquisizione del marxismo e non della “scienza” borghese. Strano morto il marxismo se poi il suo fantasma aleggia tra i pensieri di coloro che si sono prodigati a seppellirlo.

Ma non è certamente questo il punto nodale. Che l'avversario di classe dica tutto ed il contrario di tutto rientra nelle regole del gioco, la borghesia ci ha abituato a ben altro e non soltanto sul piano della logica formale. L'essenziale della questione è che all'ordine del giorno non c'è la crisi del marxismo né il fallimento delle sue presunte realizzazioni (Russia, Cina e paesi dell'Est europeo), ma più semplicemente le conseguenze della controrivoluzione stalinista.

Ciò che sta crollando a Mosca e a Pechino è il grande equivoco storico della costruzione del capitalismo di stato contrabbandato per socialismo. La chiave analitica di tutto resta ancora la corretta interpretazione dell'unica, grande esperienza rivoluzionaria dell'Ottobre bolscevico. Una completa, esauriente analisi di questa questione non può e non vuole essere risolta all'interno del presente lavoro (ai lettori proponiamo l'opportunità di un approfondimento sulla rivoluzione e controrivoluzione in Russia negli anni cruciali della Nep e delle sue conseguenze nella crisi attuale con il testo: “I nodi irrisolti dello stalinismo alla base della perestrojka”, ed. Prometeo), ciò nondimeno occorre ripercorrere le tappe fondamentali di quel periodo, anche se in rapidissima sintesi.

La rivoluzione proletaria russa, primo e unico episodio vincente di lotta di classe, pur creando tutte le condizioni politiche alla costruzione della società socialista non ha avuto la possibilità di trascrescere sul più elevato piano delle realizzazioni economiche e sociali, perché penalizzata dalla sua arretratezza economica e dell'isolamento da altre esperienze rivoluzionarie nell'area del capitalismo avanzato. La grande preoccupazione di Lenin, come di tutti i maggiori responsabili del Partito Bolscevico, più volte espressa drammaticamente, era che o la rivoluzione internazionale giungesse in aiuto del proletariato russo o per la prima esperienza rivoluzionaria mondiale sarebbe stata la sconfitta.

Tutti gli sforzi di Lenin, Nuova Politica Economica compresa, erano finalizzati non alla costruzione di un impossibile socialismo in un solo paese, per giunta economicamente devastato e attraversato da mille problemi sociali, ma a resistere al potere politico, in attesa che settori del proletariato internazionale apportassero il loro imprescindibile contributo. La stessa Nep, voluta, difesa strenuamente da Lenin, non è stata concepita come la necessaria precondizione al socialismo né tantomeno come una conquista socialista, ma un passo indietro verso il capitalismo, anche se gestito e guardato a vista dallo Stato, nell'unica prospettiva di resistere. Una sorta di scudo temporaneo, la cui resistenza era inversamente proporzionale alla durata dell'isolamento. Solo il falso storico stalinista della possibilità del socialismo in un solo paese, corredato dalla eliminazione fisica della vecchia guardia bolscevica, come di qualsiasi forma di opposizione internazionalista, poteva stravolgere la precarietà di una delicatissima fase di attesa e di rinculo programmatico, in decollo trionfalistico verso la edificazione socialista. La mistificazione fu tanto più subdola e nefasta quanto maggiori erano le masse proletarie internazionali che, sull'onda emotiva del ricordo rivoluzionario dell'ottobre bolscevico, erano facile preda del mito Russia.

Lo stalinismo, non solo non diede vita a nessuna realizzazione socialista, ma fu la tragica, vessatoria e poliziesca forma che assunse la controrivoluzione in Russia. La teorizzazione della possibilità del socialismo in un solo paese, altro non era che l'orpello ideologico alla trasfigurazione delle strutture economiche del capitalismo di stato in socialismo domestico, come se le conquiste economiche della nuova società fossero soltanto una questione di opposizione all'interno del partito e non una condizione politico-economica, le cui strutture portanti risiedessero nella propensione rivoluzionaria del proletariato internazionale. Prescindere, o peggio ancora, sottacere tutto questo in una analisi dello stalinismo come della Russia post-stalinista, non solo è un gravissimo errore di metodo ma significa attribuire a un intero corso storico caratteristiche e finalità che sono esattamente l'opposto di quanto andava maturando nella società russa degli anni 1920 e 1930.

Oggi, nella sua enfasi requisitoria, la borghesia internazionale alza l'indice accusatore sui crimini dello stalinismo, sulla cappa antidemocratica della gestione dittatoriale del potere, secondo i canonici modelli di giudizio della democrazia rappresentativa, in una sorta di contrapposizione moralistica tra ciò che è bene e ciò che appartiene all'impero del male, premessa e condizione della sua subliminale lotta a qualsiasi forma di opposizione al sistema dello sfruttamento e del profitto. Distruggere l'immagine del comunismo attraverso l'annientamento dello stalinismo è l'impellente scopo che il capitalismo tenacemente persegue, giocando sull'equivoco che la stessa controrivoluzione ha fraudolentemente creato.

Sotto l'incalzare di simili avvenimenti, è imperativo rispondere alla strumentalizzazione borghese, uscendo dal fragile quanto ipocrita terreno moralistico, ricollocando lo stalinismo nel suo naturale contesto storico, denunciandolo quale crimine politico perpetrato contro il proletariato russo prima, e contro il proletariato internazionale poi.

Tutta la storia della Russia, dalla fine degli anni 1920 sino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, è l'evidente dimostrazione dello stravolgimento totale delle istanze e strategie della rivoluzione d'Ottobre. Non uno dei postulati rivoluzionari sui quali erano sorti il Partito Bolscevico e la Terza Internazionale è rimasto in piedi. Così, da una potenziale posizione rivoluzionaria di attacco, si è passati a quello della difesa dello stato russo; all'internazionalismo proletario si è via via andato sostituendo la via nazionale al “socialismo”; la dittatura del proletariato è diventata un orpello accessorio della lotta di classe e lo stesso concetto di rivoluzione, inteso come passaggio necessario tra il potere politico borghese e quello proletario, ha ceduto progressivamente il passo a governi ibridi, di coalizione con la socialdemocrazia e non solo con essa. Ma soprattutto, il contenuto economico della controrivoluzione, il capitalismo di stato gabellato per socialismo è assurto a modello di riferimento per tutte le esperienze storiche successive.

La Seconda Guerra Mondiale, con il suo strascico della Guerra Fredda, ha rappresentato il veicolo imperialistico attraverso il quale l'esempio russo si è proposto come punto di riferimento obbligatorio a cui le successive esperienze storiche non hanno avuto la forza di sottrarsi o di cui, come più spesso è accaduto, si sono opportunisticamente servite le guerre di liberazione nazionali e i frontismi antifascisti. È accaduto nell'immediato dopoguerra nell'Europa dell'Est dopo la liberazione dal nazismo, nella Cina di Mao nel 1949 a seguito della guerra civile contro il Quomintang, nel 1953 in Korea, successivamente in Viet Nam. Anche lo scontro, tutto imperialistico, tra gli Usa e l'Urss, secondo il medesimo copione, è stato visto e vissuto come la lotta tra il fulcro del comunismo mondiale ed il maggiore degli stati imperialisti o, se si preferisce, l'ineludibile confronto tra l'avanzata del comunismo e l'arrogante difesa del capitalismo.

Nei fatti, quella che avrebbe dovuto essere, se vincente, la molla propulsiva in senso rivoluzionario di tutto il movimento proletario mondiale, si è risolta per essere invece il più infetto veicolo di contaminazione ideologica controrivoluzionaria, le cui devastanti conseguenze pesano ancora oggi sulla classe operaia mondiale. Settant'anni di stalinismo, settant'anni di controrivoluzione sono riusciti a cancellare persino la memoria storica dell'Ottobre bolscevico, facendo apparire obsoleti tutti i tradizionali metodi della lotta di classe e fornendo su di un piatto d'argento alle borghesie di qualsiasi latitudine l'opportunità di infierire sul marxismo, o meglio su quello che viene ritenuto tale, alla luce delle realizzazioni dei paesi del cosiddetto socialismo reale. La tragicità economica, sociale, umana del disfacimento dell'impero russo, come dell'assetto socio-economico cinese, non sono la “tangibile constatazione” del fallimento storico del programma comunista. Non sono significativi “dell'evidente impossibilità” di costruire qualcosa che non sia capitalismo, bensì sono, loro malgrado e contro tutte le ipocrite aspettative borghesi, il segnale della fine di un equivoco, sul quale per troppo tempo si sono alimentati la controrivoluzione e la tradizionale conservazione borghese.

L'equivoco storico

Ci sono oggi più marxisti pentiti in circolazione che alghe nel mare Adriatico. Il crollo dei miti russo e cinese ha portato con sé molte coscienze precarie e molti superficiali approcci alla causa proletaria. Il che è certamente un bene. Il movimento rivoluzionario internazionale è ridotto così all'osso ed è travagliato da problemi così enormi, che la “perdita” di simile fuffa non può che giovargli, se non altro nel senso che si è finalmente chiarito che certi “compagni di strada” compagni non lo sono mai stati e che di strada ne facciano pure tanta ma da soli. Per altro verso è penoso osservare come, sotto la spinta di questi drammatici avvenimenti, nelle menti politiche di molti elementi, invece di scattare la scintilla dell'autocritica, si sia fatta strada l'idea che “tutto” era sbagliato e che tanto vale ritirarsi in buon ordine. Passo pressoché obbligato se si tiene in debito conto che, per certi animali politici, è più facile dichiarare chiusa la propria esperienza di militante marxista alla luce della presunta morte del marxismo piuttosto che operare lo sforzo di verificare se a morire stia andando proprio il marxismo o quella idea del marxismo confezionata dalla controrivoluzione stalinista e accettata dalla borghesia, e che, gira e rigira, la loro matrice politica è stata proprio lo stalinismo, il maoismo, il sessantottismo ecc. Non avendo saputo o voluto recidere definitivamente il cordone ombelicale che li lega alla loro originaria formazione politica, sono stati facilmente trascinati dall'altra parte dagli eventi che hanno colpito il “mondo comunista” e dalla grancassa suonata dalla borghesia.

Cionondimeno, si agita ancora una sparuta schiera di irriducibili stalinisti e/o stalino-maoisti che si rifiutano di farsi liquidare politicamente. Anche in questo caso, paradossalmente ma non troppo, le ultime stizze di veleno polemico le riservano non tanto all'attacco in chiave democraticistica da parte borghese, di cui subiscono il fascino, ma alle critiche che provengono da sinistra, da coloro cioè che accusano lo stalinismo di essere la tomba della rivoluzione russa. Il loro è un eloquio sommesso fatto di piccoli approcci e a basso profilo che in sintesi può essere riportato così: “d'accordo, lo stalinismo come le esperienze politiche che lo hanno seguito, Cina fra tutte, non è stato l'optimum; errori e deviazioni ce ne sono stati, ma da qui a dire che in questi paesi non si è costruito il socialismo ma una società capitalistica o a capitalismo di stato, ce ne corre. Mettiamola come vogliamo” - continua il nostro irriducibile - “ma queste esperienze si sono basate sulla socializzazione dei mezzi di produzione, hanno eliminato la proprietà privata ed il danaro è rimasto soltanto come coefficiente universale degli scambi sociali e non come capitale; se non è socialismo questo!”. Ottima arringa se non fosse vecchia e se non facesse ripiombare la discussione indietro di cinquant’anni.

Certo, la prima misura assunta dal governo rivoluzionario in Russia fu la socializzazione dei mezzi di produzione. La borghesia nazionale venne completamente espropriata di ogni valore capitale e messa politicamente nella condizione di non nuocere, di non riorganizzarsi militarmente e senza voce in capitolo nelle scelte della neo-nata repubblica dei soviet. D'altra parte questo è il contenuto fondamentale della dittatura del proletariato: espropriare l'avversario di classe e impedire un suo ritorno reazionario. Sia amministrativamente che sotto il profilo giuridico, lo Stato rivoluzionario concentrò nelle sue mani la gestione del capitale finanziario, lo sfruttamento delle risorse minerarie, la produzione dei beni strumentali, il commercio estero e buona parte del commercio interno. Creò cioè tutte le precondizioni politiche, giuridiche e di organizzazione dei fattori della produzione e della distribuzione di un futuro, lento processo di trasformazione della società capitalistica, così imbavagliata, in socialismo. Ma - e qui si inserisce la chiave di volta di tutta l'analisi degli avvenimenti russi - le conquiste dell'Ottobre bolscevico sino a quel punto ottenute rappresentavano solo le condizioni necessarie per il successivo sviluppo socialista e non per nulla sufficienti. Perché la potenzialità delle premesse potesse svolgersi in attualità occorreva che la rivoluzione internazionale giungesse in aiuto della “povera” ed arretrata Russia, altrimenti addio socialismo ma addio anche a tutte quelle premesse così faticosamente raggiunte col primo episodio vincente di lotta di classe.

Già abbiamo accennato alle misure del 1921: Nep (Lenin senza mezzi termini parla di passo indietro), riapertura dei canali del mercato, impulso allo sviluppo delle forze produttive, anche se tutto ciò imponeva un ritorno verso il capitalismo. Solo che, e Lenin lo sottolinea, doveva essere un capitalismo “partitolare”, il capitalismo di stato, gestito e amministrato dalla stessa dittatura del proletariato. Il tutto con la doppia prospettiva di resistere al potere in attesa degli eventi rivoluzionari sullo scenario internazionale. Venuta meno la seconda prospettiva, sia nel breve che nel lungo periodo, la Russia rivoluzionaria si è trovata nella condizione di non muovere un passo verso la realizzazione del socialismo e di vedersi crescere sotto gli occhi una struttura economica capitalistica, anche se a capitalismo di stato. In altri termini la Nep, impostasi come necessità provvisoria, è diventata la struttura economica portante e definitiva della Russia post-rivoluzionaria.

Ecco che, già a partire dalla fine degli anni 1920, lo stato rivoluzionario, svuotato quasi completamente dei suoi contenuti politici del 1917, epurato della parte migliore dei suoi combattenti, ha vestito i panni del burocrate amministratore di un capitalismo accentrato, pianificato, dove ogni singola energia produttiva doveva essere incanalata verso i ritmi di valorizzazione del capitale, non più privato, statale, ma pur sempre capitale.

Così delineato il percorso storico dell'involuzione della rivoluzione russa, è più facilmente comprensibile come tutte le precondizioni allo sviluppo di un impossibile socialismo siano degradate sino a scomparire o si siano trasformate nel loro contrario, ivi compresa la socializzazione dei mezzi di produzione. La socializzazione non è soltanto esproprio, è proprietà collettiva quindi non proprietà, il che significa semplicemente gestire comunitariamente i beni e le risorse, senza che nessuno individualmente possa rivendicarne il possesso, nemmeno lo stato.

Ma perché la socializzazione, da mera precondizione diventi una struttura “giuridica” operante, occorre che si riferisca ad un contenuto sociale ad essa funzionale, ovvero a un sviluppo socialista della produzione e della distribuzione. In questo caso, e solo in questo, “forma giuridica” e contenuto sociale si integrano e si condizionano reciprocamente dando vita ad una nuova dimensione sociale in cui la gestione collettiva delle risorse funge da alveo allo sviluppo economico, ed a sua volta la struttura produttiva soddisfa le esigenze della collettività. In tutti gli altri casi si creerebbe una frattura invalicabile tra le prime ed il secondo, destituendo di ogni contenuto il significato di entrambi.

Come avrebbe potuto una società come quella russa, proiettata verso il potenziamento di categorie economiche capitalistiche non stravolgere i contenuti della socializzazione? Come avrebbe potuto una categoria “giuridica” come la socializzazione dei mezzi di produzione, nata per incanalare uno sviluppo socialista, contenere e alimentare la crescita del capitalismo? O l'una avrebbe impedito lo sviluppo del secondo o, in tempi lunghi, i rapporti di produzione capitalistici avrebbero avuto il sopravvento sulle premesse e sulle istanze della socializzazione. Al di là della improponibilità della prima soluzione, l'esperienza russa è più che chiara. Il progressivo attestarsi del capitalismo ha trasformato lo Stato da tutore delle conquiste rivoluzionarie in gestore del processo di valorizzazione del capitale, e conseguentemente ha evirato la stessa socializzazione riproponendola come semplice passaggio di proprietà da privata a statale, come meglio si confaceva alla realtà delle cose.

La gestione collettiva dei mezzi di produzione ha lasciato il posto alla proprietà statale degli stessi, con l'aggravante che lo Stato, a quel punto, non era più uno Stato rivoluzionario ma capitalista con tutte le sue peculiari necessità burocratico-amministrative. Sostenere che a trent'anni o a cinquant'anni dalla solidificazione di quel processo economico la socializzazione possa sopravvivere, come in un esperimento “in vitro”, completamente isolata dal contesto storico che la circonda, è pura follia.

Lo stato capitalista russo uscito dalla sconfitta, o meglio dalla impossibilità per una rivoluzione rimasta isolata di proseguire il suo cammino, ha gestito i rapporti di produzione come un capitalista “collettivo” assecondando al meglio il rapporto capitale-forza lavoro. Il vecchio, obsoleto concetto di socializzazione ha comunque svolto una funzione importante, quella di fungere da collante all'equivoco storico del capitalismo di stato riciclato come socialismo. La controrivoluzione, anche se su di un impianto teorico grezzo, a volte grossolano, ha ben sfruttato le conquiste dell'Ottobre a copertura delle impellenti necessità della propria sopravvivenza.

Per decenni si è agitata la falsa contrapposizione tra capitalismo e socialismo (con palese riferimento alla Russia ed ai paesi del “socialismo reale”), intendendo così separare l'area del cosiddetto privatismo da quella dello statalismo, rinvigorendo l'equivoco capitalismo di stato = socialismo. Contrapposizione tanto più falsa se la si raffronta allo stesso decorso del capitalismo che da sempre, ma in modo accentuato ed accelerato dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha partorito dalla sua forma economica, senza nulla togliere ai meccanismi di valorizzazione del capitale, aree di capitalismo di stato e di capitalismo misto (capitale privato e statale), che oggi rappresentano nella stragrande maggioranza dei paesi industrializzati il 40-50% del PNL.

È evidente che il capitalismo di stato a cui tende l'area dei paesi occidentali ha avuto ed ha tempi modalità e scenario storico diversi, se non opposti a quelli della controrivoluzione russa. Cionondimeno è palpabilmente constatabile che il capitalismo di stato non è un accidente storico, una nuova forma economica, magari a mezza strada tra il capitalismo e il socialismo, ma un tipo di organizzazione della produzione interamente compreso nelle categorie economiche capitalistiche.

La più evidente differenza dell'evolversi storico delle società dell'Est da quelle del mondo occidentale è che nelle prime il capitalismo di stato - data l'arretratezza delle forze produttive e il parziale isolamento del mercato internazionale e la debolezza, se non la mancanza, del capitale privato - ha dovuto manifestarsi come la condizione necessaria allo sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici, mentre nell'altra esperienza, la progressiva sussunzione da parte dello stato di forze produttive è sinonimo di una politica economica anticiclica, finalizzata cioè al tentativo di amministrare le contraddizioni del sistema produttivo, delegando allo stato modalità e tempi di intervento.

Non per questo, in Germania, Svezia o nella stessa Italia, dove l'intervento dello stato nell'economia è più consistente, si può parlare di aree socializzate o di settori sottratti alla logica del profitto solo perché gestiti dallo Stato. In entrambe le esperienze, sia che si parta da una rivoluzione fallita che dal normale decorso del capitalismo privatistico, il capitalismo gestito dallo stato non modifica la sua natura di sistema di sfruttamento della forza lavoro e prescinde assolutamente da qualsiasi tipo di socializzazione dei mezzi di produzione.

Ritornando all'esperienza russa, nel rapporto socializzazione-Stato, si fa mancare un importante elemento di valutazione. Se noi ammettessimo che nella Repubblica dei Soviet non si sia prodotto un processo controrivoluzionario e che quindi lo stato non sia degenerato - unica condizione per salvare il contenuto sociale e la funzione politica della socializzazione - avrebbe dovuto configurarsi uno sviluppo verso il socialismo. E se ciò si fosse manifestato, avremmo dovuto assistere innanzitutto alla scomparsa di tutte le categorie capitalistiche quali il capitale, il salario, il mercato e la produzione di merci, una distribuzione in funzione del reddito (salario), che a sua volta è in rapporto alle esigenze di valorizzazione del capitale, poi all'estinzione dello Stato quale sintomo di progresso verso il socialismo.

Ma in Russia è avvenuto esattamente il contrario. Tutte le categorie economiche capitalistiche si sono rafforzate chiudendo in una morsa rigidissima il rapporto fondamentale tra capitale e forza lavoro, al punto che i piani quinquennali di staliniana memoria avevano la possibilità di calcolare sin dalla fase di elaborazione del piano il tasso di sfruttamento della forza lavoro e la relativa remunerazione del capitale decidendo la quantità degli investimenti, il monte salari ed il prezzo di vendita delle merci e dei servizi. Di pari passo lo Stato non solo non si è estinto ma ha enormemente ingigantito le sue funzioni fagocitando tutti gli aspetti del vivere sociale, imponendosi come Stato economico, Stato sociale, Stato burocratico, Stato di polizia, al servizio dell'accumulazione capitalistica. A questo punto la socializzazione dei mezzi di produzione poteva essere incorniciata come una vecchia foto di famiglia assieme ai padri della rivoluzione bolscevica.

Altra, benché convergente, è la tesi secondo la quale nei paesi del “socialismo reale” la sopravvivenza del danaro sarebbe soltanto una misura tecnica riguardante le necessità di scambio delle merci e non come danaro capitale. La distinzione, antica quanto il capitalismo, ampiamente evidenziata da Marx, vorrebbe dimostrare che il danaro, inteso come coefficiente universale degli scambi, non deve confondersi con il danaro categoria economica capitalistica, il cui unico fine è rappresentato dal processo di valorizzazione. Un po' come dire “se io uso il danaro per comprare le merci e i beni di cui ho bisogno, è una cosa, se lo stesso danaro lo impiego in un investimento produttivo, è un'altra”. Nel primo caso “ne faccio un uso tecnico, di semplice mezzo di scambio, tipico di qualsiasi società moderna senza contravvenire agli imperativi del socialismo”, nel secondo caso “sì ne farei un uso capitalistico, ma nei paesi 'socialisti' è inibito a qualsiasi cittadino privato (fatta salva qualche eccezione) gestire il danaro nella forma di capitale”.

Ben detto. Se non altro gli “irriducibili” dimostrano di avere imparato la lezione marxista in base alla quale il danaro si distingue non per le sue caratteristiche nominali ma per le funzioni economiche che è chiamato a svolgere: coefficiente universale degli scambi, serbatoio di valore e capitale. Solo che Marx è andato oltre nella sua analisi, distinguendo tra una società capitalistica inferiore o commerciale, dove prevalentemente la funzione del danaro era quella di mezzo tecnico nello scambio delle merci, e quella del capitalismo superiore o industriale, in cui il ruolo fondamentale è quello di capitale. Ecco perché Marx preconizzava una società comunista senza danaro, né nella prima né nella seconda delle sue funzioni. Una volta annientato il capitale e rotto il suo rapporto di sfruttamento con la forza lavoro, non è più necessario ricorrere al danaro come misura dei bisogni individuali. La distribuzione dei beni e dei servizi sociali è presieduta dagli stessi bisogni individuali. Mentre nella società capitalistica la distribuzione della ricchezza sociale è organizzata sulla base dei redditi, e i redditi rappresentano il diverso rapporto che il mondo del lavoro ha con il capitale, va da sé che il reddito della forza lavoro (il salario) è in funzione delle necessità di valorizzazione del capitale e non dei suoi bisogni. In questo caso il proletario quando usa il denaro per comprare merci o usufruire dei servizi sociali, lo usa sì come mezzo di scambio, ma pur sempre legato al capitale e alle sue leggi di valorizzazione.

Nella società comunista è vero il contrario. Essendo i bisogni sociali a determinare i ritmi di sviluppo della società, è la distribuzione della ricchezza, ovvero il consumo di beni e servizi che rappresenta il perno attorno al quale ruotano i meccanismi di accumulazione (ovviamente sociali e non del capitale). In questo senso, il danaro come forma di rappresentazione del reddito non ha ragione di esistere. Il punto è che in qualsiasi società capitalistica, e nella versione privatistica che nella versione statale, il danaro coefficiente universale degli scambi non vive di vita autonoma ma è legato indissolubilmente al danaro capitale.

Se c'è salario c'è capitale, l'uno è la condizione e la misura della valorizzazione dell'altro. Più si comprimono i salari, più si impedisce alla classe lavoratrice di soddisfare i propri bisogni, più si comprime la funzione di mezzo di scambio del danaro e più alta, ferme restando tutte le altre componenti economiche, è la remunerazione del capitale.

Che lo si voglia o no, sigillare le due funzioni del danaro in teche diverse non comunicanti tra di loro è un madornale errore superato solo da quello che pretende addirittura di concepire la funzione di mezzo di scambio all'interno di una società produttrice di merci senza l'esistenza del denaro capitale. Oltretutto in Russia le cose non stanno nemmeno in questi termini. Se è vero che ai sudditi dell'impero è concesso di fare un solo uso del danaro, quello di mezzo di scambio, è altrettanto vero che allo stato imprenditore è riservato il compito di gestire il danaro capitale, che ben lungi dal non esistere, stabilisce tutte le fasce retributive, distinguendo, come si conviene ad una mega società per azioni, i compensi dei burocrati da quelli degli operai.

La Gosbank non è una perfida invenzione dei critici del “socialismo reale”. L'esistenza e la operatività del capitale è ben evidente in ogni settore dell'economia, l'unica differenza è che non è nelle mani di singoli operatori economici ma in quelle concentratrici dello stato, il quale, a sua volta, si comporta come un imprenditore privato per quanto riguarda i ritmi di accumulazione.

Tutte le imprese che, sino al varo delle riforme gorbacioviane, sono nelle mani dello Stato, ricevono sotto forma di crediti i finanziamenti dallo Stato (capitale), con questi comprano materie prime e beni strumentali sempre dallo Stato, pagano salari e stipendi, producono merci ad un prezzo imposto dallo Stato e con i ricavi restituiscono il capitale allo Stato con tanto di interessi. Così lo Stato procede alla valorizzazione del capitale senza farlo uscire dalla sua sfera giuridica. A lui, dunque, l'onore dell'amministrazione del danaro capitale, ai lavoratori l'onere del danaro mezzo di scambio.

Soltanto l'atavico equivoco che confonde il capitalismo di stato con il socialismo può fraudolentemente teorizzare che nei paesi a “socialismo reale” il danaro capitale non esiste e che l'unica sopravvivenza del vile soldo è da rintracciarsi nella banalissima funzione di mezzo tecnico per gli scambi tra le merci. Equivoco che nega altrettanto fraudolentemente l'esistenza di tutte le altre categorie capitalistiche. Sia pure sotto l'onnipresenza dello Stato, la finalizzazione della produzione non è orientata verso il soddisfacimento dei bisogni sociali, ma ha come compito prioritario quello di soddisfare le voraci necessità del capitale; non si producono beni ma merci il cui prezzo di vendita deve essere funzionale alla quota di capitale investito e non alle necessità di consumo dei lavoratori. Essendo il capitale e il suo complemento salariale dialetticamente inseriti in una organizzazione sociale mercantilistica, esistono tutte le categorie economiche tipiche di una società capitalistica, anche se coordinate da una unica entità superiore, il “capitalista” collettivo, lo stato imprenditore.

Ma è la storia, la cronaca del determinarsi dei bruti eventi che si incarica di distruggere le fragili impalcature delle false ideologie. Quanto di tragicamente dirompente sta avvenendo nella Russia post-stalinista, la devastante crisi economica che minaccia di sfasciare l'impero percorrendo le sue province da est a ovest, dal Baltico al Caucaso, altro non è che il manifestarsi delle contraddizioni economiche che non hanno risparmiato, dopo quello occidentale, il capitalismo di stato.

Noccioline per le scimmie sono le analisi che si fanno da più sponde sui contenuti politici della perestrojka, se si presenta come un processo socialista riformatore, cautamente aperto verso il mercato ma fermamente ancorato alla difesa delle conquiste dell'Ottobre, oppure se è l'evidente sconfitta di un idealistico progetto politico costretto a scendere a patti con la realtà, smettendo i panni di una impossibile società egualitaria, per indossare quelli del pragmatismo borghese.

Il vero problema, che fa piazza pulita degli errori analitici delle due sponde, è come abbia potuto prodursi una crisi economica di così vasta portata e quali i meccanismi che l'hanno posta in essere. E la risposta non può essere che una. È la crisi del capitale, è la crisi del capitalismo di stato. Sono venuti meno i tradizionali meccanismi di valorizzazione del capitale.

L'economia russa, al pari di qualsiasi economia capitalistica ha subito l'effetto incrociato della bassa produttività con l'alta composizione organica del capitale. Caduta del saggio del profitto, rallentamento degli investimenti produttivi, inflazione e disoccupazione hanno completato il quadro. Così come per un intero ciclo di accumulazione il capitalismo di stato ha rappresentato, coprendolo, lo sviluppo contraddittorio del capitale, così oggi quello stesso capitalismo di stato accelera e ingigantisce le contraddizioni giunte a maturazione. Ogni altro approccio agli avvenimenti russi è destinato all'inevitabile fallimento.

Al corvo borghese, che cerca di speculare sulle miserie della crisi economica e sociale della Russia come della Cina e dell'intera area dei paesi “socialisti”, si deve chiudere il becco dando ai medesimi avvenimenti la loro corretta definizione. Non è la crisi del “socialismo reale”, non è il fallimento di un progetto politico comunista, il marxismo non può essere relegato, alla stregua di un vecchio arnese, nel museo della storia dell'archeologia. Anzi, solo con le categorie analitiche del marxismo è possibile dare una spiegazione della crisi di queste società oggi, come delle ragioni della sconfitta della rivoluzione d'Ottobre di ieri. Non è un caso che la stessa politologia borghese, nel tentativo di affondare il bisturi dell'analisi nelle complesse vicende economico-sociali degli avvenimenti russi, sia costretta a ricorrere alle leggi del determinismo economico, della dialettica, anche se con modalità e finalità del tutto parziali ed estemporanee. La lezione che se ne trae è che il marxismo non è morto e che la sua validità di metodologia di analisi e di progetto politico sono destinati a valere per tutto l'arco storico di vita del capitalismo.

Fabio Damen

Prometeo

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1917-2017 - Rivoluzione d’ottobre

Nel 2017 ricorre il centenario della rivoluzione russa. Non ci interessano celebrazioni retoriche e cerimonie rituali. Riteniamo invece che sia utile cogliere l’occasione per proporre un percorso di letture che contribuisca a far riflettere, evidenziando le conquiste sul piano politico ottenute grazie all’esperienza dell’Ottobre, i limiti di quella rivoluzione e sfatando i tanti miti che si sono costruiti intorno a quanto è avvenuto dopo, con lo “stalinismo”.

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Sabato, April 1, 2017