I nodi economici dello stalinismo: prima parte

(In occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, abbiamo deciso di pubblicare sul nostro sito web i capitoli centrali del libro “La controrivoluzione - I nodi irrisolti dello stalinismo alla base della Perestrojka”. In precedenza abbiamo pubblicato l’Introduzione e tutta la prima parte, relativa ai “nodi politici” dello stalinismo. Proseguiamo iniziando ad affrontare i “nodi economici”.

Vi invitiamo a seguire la sezione del nostro sito web dedicata al Centenario della Rivoluzione Russa, dove potete trovare le parti precedenti del libro ed altro materiale… Buona lettura!)

Una delle tesi cardine di tutta l’analisi scientifica del marxismo sui meccanismi dei processi di determinazione tra la struttura economica, lo sviluppo delle forze produttive e le forme di organizzazione sociale dimostra come l’organizzazione della produzione e della distribuzione socialista non sia il frutto fantastico di un volitivo e ponderoso cervello, ma una necessità storica che si propone all’umanità nel momento in cui il capitalismo mostra la corda dell’insanabilità delle proprie contraddizioni.

Storicamente il capitalismo si è presentato come la necessaria forma produttiva in grado di superare il perdurante ristagno della società feudale, imponendo nuove condizioni per l’ulteriore sviluppo delle forze produttive. La necessità del socialismo si esprime in tutta la sua attualità quando le imprescindibili esigenze di valorizzazione del capitale si scontrano con lo sviluppo armonico delle forze produttive. Non esiste possibilità alcuna di edificazione del socialismo se non sono mutate le sue premesse materiali. Non solo, ma anche là dove esistessero forze indissolubilmente vincolate alle leggi del mercato internazionale, sia sotto il profilo finanziario che tecnologico che per il reperimento di materie prime e di fonti energetiche, il processo di trasformazione dei rapporti di produzione e scambio capitalistici in socialisti abbisogna dell’ossigeno della solidarietà rivoluzionaria internazionale e non può assolutamente essere compreso all’interno di una singola esperienza nazionale. I sogni, o meglio, le utopie del nazionalsocialismo, appena mutuate da aggettivazioni restrittive quali “non completamente possibile” o “parzialmente realizzabile”, non hanno mai albergato né nella testa di Marx, né tantomeno nella recente e passata storia delle lotte di classe. Anche oggi, una eventuale rivoluzione politica che pervenisse alla instaurazione di tutte le condizioni necessarie alla trasformazione in senso socialista, quali la distruzione dello stato borghese, l’instaurazione della dittatura del proletariato, la socializzazione dei mezzi di produzione ed il controllo sull’economia, non farebbe molti passi in avanti se, in uno spazio di tempo sufficientemente breve, non fosse sorretta da altre esperienze rivoluzionarie.

L’aspetto internazionale delle leggi del processo di valorizzazione del capitale, la dimensione mondiale del mercato e delle sue crisi, l’impossibilità per uno stesso regime capitalistico a carattere nazionale di procedere economicamente e socialmente in avanti con ambizioni autarchiche, l’aspetto internazionale del mercato del lavoro, hanno sempre imposto alla classe operaia mondiale una prospettiva rivoluzionaria che non fosse inficiata da orizzonti provinciali o da prospettive nazionalistiche. La possibilità di realizzare, anche se in maniera incompleta o parziale, rapporti di produzione e di distribuzione socialisti in un paese solo, che si faccia volutamente o no astrazione da quella somma di problemi che il dominio del capitale finanziario impone, significa, se accettata in sede teorica, non aver capito nulla dell’esperienza economico-politica dell’ottobre bolscevico, e creare le premesse per una nuova sconfitta delle future lotte rivoluzionarie.

Ritornando all’esperienza della rivoluzione russa, agli enormi problemi ai quali si trovò di fronte la repubblica dei soviet, occorre, prima ancora di addentrarsi nel concreto delle realizzazioni economiche, definire il quadro generale della situazione politica interna in diretta connessione a quanto andava maturando su scala quantomeno europea.

La Russia degli anni Venti, rivoluzionaria e classista, punta avanzata della lotta di classe contro lo schieramento imperialistico internazionale, unico punto di riferimento politico concreto per il proletariato occidentale, fu costretta ad amministrare tutti questi problemi partendo oltretutto da una base produttiva particolarmente arretrata. Arretratezza economica, isolamento politico perdurante, dipendenza economico-finanziaria dal capitale internazionale, come avrebbero potuto permettere, anche se in un mare di difficoltà e contraddizioni, alle premesse politiche (dittatura del proletariato e socializzazione dei mezzi di produzione) di marciare verso la trasformazione dei rapporti di produzione, di creare le strutture portanti di una organizzazione economica che potesse fare a meno del mercato, del capitale e delle sue leggi, se il primo enorme problema da risolvere era lo sviluppo delle forze produttive?

Iniziare un’opera di trasformazione economica in senso socialista sulla base di una evidente arretratezza delle forze produttive, significherebbe procedere, magari di poco attraverso mille concessioni, difficoltà e scontri di classe, ma procedere verso una organizzazione sociale i cui ritmi di sviluppo della riproduzione allargata, ovvero i ritmi di accumulazione, fossero dettati dalle esigenze sociali di consumo, restringendo al massimo, sino a totale scomparsa, quelle aree in cui la produzione e quindi la distribuzione si muovesse ancora sulla base delle necessità di valorizzazione del capitale. Ma così facendo si sarebbero distolti dal processo produttivo capitali, tecnologia e forza lavoro, per cui addio sviluppo delle forze produttive. D’altra parte, rovesciando di 180° i termini della questione, una politica economica che favorisse lo sviluppo delle forze produttive, penalizzando i consumi ed intensificando lo sfruttamento della forza lavoro, non avrebbe potuto esprimersi che attraverso i canoni e le categorie economiche del capitalismo.

Vecchi e nuovi stalinisti già al primo accenno di quella che noi riteniamo essere l’unica impostazione possibile dei problemi della fase di transizione, e la chiave di volta per interpretare la sconfitta della rivoluzione d’ottobre, si inalberano lanciando accuse di meccanicismo: «la fase di transizione è un lungo e contrastato processo di trasformazione, non può essere liquidato dalla semplicistica alternativa o capitalismo o socialismo!». Ben detto! Nell’impostazione marxista la rivoluzione politica, presupposto di quella economica, lo sforzo di modificazione della società in rapporto alle sacche di resistenza della borghesia indigena in collusione con quella internazionale, le condizioni di partenza delle forze produttive, non lasciano spazio ad analisi o risoluzioni schematiche e ancor peggio riduttive del persistere nella fase di transizione di elementi economici e sovrastrutturali della società precedente. Proprio perché la fase di transizione è un processo da una forma produttiva ad un’altra, proprio perché transizione è sinonimo di trasformazione, non ci si può aspettare che le categorie economiche dell’una spariscano improvvisamente per lasciare il posto a quelle dell’altra, apponendo principi a principi, definizioni a definizioni in un vuoto gioco di schermaglie formali. Che nella fase di transizione permangono, per un tempo più o meno lungo, alcuni aspetti economico-produttivi della società precedente come il salario, il profitto, ed in una certa misura, settori della produzione regolati dalle leggi del mercato, è palesemente inevitabile.

Quando ci si riporta ai problemi della Russia bolscevica nel crucialissimo periodo degli anni Venti, il vero quesito non consiste nell’accertare quanto di realizzazioni socialiste era stato fatto (bottiglia mezza piena) e quanto di capitalismo era rimasto (bottiglia mezza vuota), ma verificare se, partendo da una arretratezza economica di tipo semifeudale, e quel che più conta, isolata da analoghe esperienze rivoluzionarie nei paesi maggiormente industrializzati dell’Europa occidentale, e per questo forzatamente dipendente dalla tecnologia e dal capitale internazionale, la Russia dei soviet si sarebbe comunque incamminata verso una “imperfetta” costruzione del socialismo, oppure se si sarebbe accartocciata su se stessa per partorire sì uno sviluppo delle forze produttive, ma nelle forme tipiche dei rapporti di produzione capitalistici.

Va inoltre ricordato come la distruzione dello stato borghese sostituito dalla gestione dittatoriale dello stato proletario, la socializzazione dei mezzi di produzione ed il controllo sui gangli vitali della economia siano le condizioni necessarie alla fase di transizione ma non sufficienti a garantirne lo svolgimento. Ancora una volta o larghi settori del proletariato internazionale giungono in aiuto là dove per prima si è espressa una situazione rivoluzionaria, risolvendone i problemi di isolamento economico e politico e quelli non meno gravi di arretratezza economica, oppure questi stessi problemi non possono che ingigantirsi sino a creare le premesse della sconfitta.

La massima preoccupazione che accompagnò Lenin sino al giorno della sua morte, fu proprio quella di comporre nel migliore dei modi la contraddizione provocata dall’isolamento tra sovrastruttura politico-organizzativa, nata per essere lo strumento più idoneo al processo di trasformazione dei rapporti di produzione, ed una struttura economica troppo debole, troppo arretrata, per essere in grado di adeguarsi alle sollecitazioni che provenivano dalla sfera politica. Per Lenin il passaggio dal comunismo di guerra alla nuova politica economica, la intessutissima rete di “soluzioni parziali ed intermedie”, il necessario “passo indietro” nella realizzazione delle conquiste socialiste, stava a significare l’acquisizione della consapevolezza che, per tutto il periodo che sarebbe intercorso tra l’esperimento della NEP e la ripresa della lotta rivoluzionaria del proletariato occidentale, l’unica via praticabile sarebbe stata quella del più veloce sviluppo delle forze produttive sulla scorta delle tecnologie e dei capitali esteri, dell’incentivazione economica e della “parziale” riapertura del mercato interno. Certamente non quella delle impossibili realizzazioni socialiste alle quale sarebbe venuta a mancare la condizione materiale.

A quello stadio di sviluppo degli avvenimenti russi, il problema di fondo non era rappresentato dall’interrogativo “quale la migliore strada per raggiungere il socialismo autarchico” bensì quali le soluzioni che avrebbero permesso il decollo delle forze produttive, anche se nei termini economici del capitalismo, sotto il controllo della dittatura del proletariato. Sino a che punto sarebbe stata gestibile la contraddizione tra un governo socialista ed una struttura economica marciante sui binari, anche se appena delineati, tipici del capitalismo? In mancanza di una soluzione rivoluzionaria a carattere internazionale che potesse, come auspicava Lenin, iniziare a risolvere i gravi problemi russi, quale delle due situazioni avrebbe avuto il sopravvento sull’altra? La sovrastruttura politica si sarebbe comunque imposta compiendo il miracolo volontaristico di stravolgere la realtà delle cose, oppure la struttura economica, già incanalata dalla NEP, si sarebbe espressa con sempre maggiore corposità, su ritmi di accumulazione imposti e dettati dalle leggi del capitale internazionale sino a corrodere istituti e funzioni della prima?

Lo sviluppo delle forze produttive

Ma, se si sostiene la tesi che negli anni Venti, per la Russia bolscevica, isolata politicamente e arretrata sul piano produttivo al punto di dover subordinare alla necessità dello sviluppo delle forze produttive il programma e le finalità politiche, si finisce per dar credito alle posizioni controrivoluzionarie dei menscevichi alla Martov ed alla socialdemocrazia europea dei Kautksy le quali, ancor prima degli sviluppi della rivoluzione d’ottobre, volevano limitare il processo rivoluzionario alle conquiste democratico-borghesi, perché ogni passo in avanti, verso la dittatura del proletariato, si sarebbe risolto in una inevitabile sconfitta.

Già si incaricò, a suo tempo, Lenin di sbarazzare il campo da simili concezioni controrivoluzionarie partendo proprio da una impostazione politica rigidamente internazionalista. Kautsky e compagni avrebbero avuto tutte le ragioni di questo mondo di gridare all’avventurismo di sinistra se il processo rivoluzionario e le cause soggettive ed oggettive che lo pongono in essere fossero riconducibili nell’alveo di esperienze nazionali, in qualche modo autonome, e per internazionalismo si intendesse una sorta di appoggio affettivo-sentimentale corroborato qua e là da pressioni di antisabotaggio.

In effetti, una rivoluzione proletaria come quella russa che fosse partita dalla presunzione di poter risolvere in senso socialista, anche se parzialmente, i più importanti nodi politici ed economici che l’arretratezza della base di partenza ed il perdurante isolamento da altre esperienze rivoluzionarie faceva drammaticamente emergere, sarebbe stata pura follia. Come pretendere di dare inizio allo sviluppo delle forze produttive senza l’aiuto del capitale e delle tecnologie dell’imperialismo internazionale? Come pretendere di elevare il livello di vita dei lavoratori se era strutturalmente necessario contenere i consumi per permettere un aumento degli investimenti? Come sottrarsi alle leggi del mercato mondiale dalle quali qualsiasi paese, in modo particolare se arretrato, doveva necessariamente dipendere? L’errore, se così lo si può chiamare, riferendosi a forze politiche che ormai non avevano più nulla a che spartire con la lotta di classe e le sue istanze rivoluzionarie, fu proprio quello di mettere in primo piano l’aspetto delle “impossibilità” partendo da un presupposto economico particolaristico, cancellando ogni riferimento politico alle prospettive rivoluzionarie internazionali, alle quali il primo episodio avrebbe dovuto coordinarsi come una delle componenti e non essere considerato come unica risultante.

Lenin aveva ben presente quale fosse la situazione della Russia pre-rivoluzionaria, non aveva mai sottaciuto la problematica economico-politica che si sarebbe presentata alla prima esperienza di dittatura del proletariato sulla scena mondiale, né gli erano estranei i meccanismi di sviluppo di una fase rivoluzionaria che non avrebbe potuto esprimere simultaneamente episodi di rottura. Per Lenin, l’ineguale sviluppo del capitalismo, raccordato alla fase di decadenza dei reciproci rapporti di produzione capitalistici, ovvero, al periodo storico dominato dalle leggi monopolistiche del capitale finanziario, imponeva alla lotta di classe un terreno di scontro che inevitabilmente travalicava i confini nazionali per assumere imperativamente una dimensione internazionale.

L’unicità del mercato mondiale, la generalizzazione delle sue crisi, la sempre più feroce concorrenza dei singoli imperialismi, intesi come momenti particolari di un unico fenomeno, esigeva come risposta che i termini dello scontro, anche se articolato, per tempi e modi, dalla specificità delle situazioni nazionali, risultassero coerenti alla fase storica che li aveva partoriti. In questo senso Lenin vide giusto, e molto più lontano dei Martov della fase pre-rivoluzionaria e dello stalinismo del dopo rivoluzione. Sarebbe stato un tremendo errore adeguare i contenuti e le prospettive della rivoluzione russa allo scarso sviluppo delle sue forze produttive, in un momento in cui era vitalmente necessario aprire una prima breccia nello schieramento imperialistico mondiale. Se nella Russia dei Romanov, travagliata dallo sconquasso della prima guerra imperialistica, accanto alle condizioni obiettive di crisi del sistema produttivo capitalistico comuni agli altri paesi belligeranti e non, andarono enucleandosi anche quelle soggettive, e per la presenza di un proletariato sparuto ma combattivo, e per la presenza del partito rivoluzionario che per tempo aveva reciso il cordone ombelicale con la tradizione controrivoluzionaria della socialdemocrazia della II Internazionale, non poteva essere perseguita che una soluzione: quella rivoluzionaria caratterizzata dalla dittatura proletaria, non tanto perché nella Russia di allora esistevano le condizioni materiali del passaggio ad una forma produttiva e distributiva superiore, ma perché spezzando il primo anello della catena, si sarebbero aperte o facilitate analoghe esperienze nell’Occidente europeo.

Con uguale chiarezza era evidente in Lenin che l’ulteriore sviluppo del processo rivoluzionario in Russia avrebbe avuto senso solo nella prospettiva di un allargamento del fronte rivoluzionario su scala internazionale. In caso contrario, non solo sarebbe venuta meno la possibilità di marciare verso conquiste socialiste, ma si sarebbero create quelle condizioni materiali capaci di stravolgere le stesse strutture politiche create dalla rivoluzione. Sotto questo aspetto, menscevismo e stalinismo non erano altro che le facce opposte della controrivoluzione. Per Kautsky «l’inopportunità di una rivoluzione proletaria derivava dal ritardo delle forze produttive» (1), per Stalin il socialismo non era altro che lo sviluppo delle stesse senza molto preoccuparsi della forma attraverso le quali queste forze si sarebbero sviluppate al di fuori e contro il persistere, su scala mondiale, dei rapporti di produzione capitalistici.

Per Lenin il processo storico della fase di transizione, depurato da facili ottimismi, al pari delle teorie negativistiche, era ben più articolato. Nel ’21, introducendo in un articolo sulla “Pravda” i contenuti fondamentali della nuova politica economica, questo si legge:

Noi contavamo – o forse più esattamente, ci proponevamo, senza aver fatto un calcolo sufficiente – di organizzare la produzione statale e la ripartizione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini, con ordini diretti dallo stato proletario. La vita ci ha rivelato il nostro errore (2).

L’errore prima ancora di essere nelle idee e nei processi di elaborazione teorica era nelle cose. Lo stesso Lenin nell’”Imposta in natura” ne dà una spiegazione lapidaria:

Il socialismo è inconcepibile senza la tecnica della grande industria capitalistica, organizzata secondo l’ultima parola della scienza moderna, senza una organizzazione statale sistematica che sottoponga decine di milioni di uomini alla più severa osservanza di una norma unica nel processo di produzione e di ripartizione dei prodotti. Questo, noi marxisti, l’abbiamo sempre detto, e non val la pena di perdere nemmeno due secondi a conversare con gente che non ha neanche capito questo (3).

Quale allora il problema? Partire alla conquista di traguardi irrealizzabili fermi restando l’isolamento politico e l’arretratezza economica. Lasciare che le categorie economiche del capitalismo si incaricassero di favorire lo sviluppo delle forze produttive senza intervenire. Oppure, nell’attesa che la rivoluzione internazionale si esprimesse nei paesi più industrializzati, occorreva cercare di colmare il vallo dell’arretratezza economica ridando fiato al capitalismo e cercando di gestire questo processo all’interno delle strutture politiche della dittatura del proletariato? Il Lenin della NEP è perentorio, non lascia spazio a facili illusioni. È necessario metterci sul terreno dei rapporti capitalistici esistenti, ogni sforzo e sacrificio del proletariato russo deve tendere alla formazione di una forma produttiva il più possibile avanzata e centralizzata, quale il capitalismo di stato, in modo che l’eventuale ripresa della lotta di classe su scala internazionale trovi l’economia russa al più alto grado di sviluppo possibile delle forze produttive.

Il vero problema non era la costruzione del socialismo nella isolata Russia, bensì le forme più avanzate del capitalismo di stato sulla base di uno sviluppo delle forze produttive imperniato sulla riapertura del mercato, sullo scambio mercantile tra il settore industriale e quello agricolo, sulla concessione a grandi e piccoli contadini di produrre per il mercato. Nel marzo del ’23, sempre Lenin, nel quadro di una politica economica che comunque la si voglia definire, si muoveva in senso capitalistico, preoccupato di salvaguardare la permanenza al potere della classe operaia nell’esercizio della sua dittatura basata ancora sulla fiducia dei piccoli e medi contadini, ammoniva che:

… dobbiamo sforzarci di costruire uno stato in cui gli operai mantengano la loro direzione sui contadini, la fiducia dei contadini … - tenendo in debito conto che – è tuttavia difficile reggersi su questa fiducia fino alla vittoria della rivoluzione socialista nei paesi più progrediti perché la classe dei piccoli e piccolissimi contadini, specialmente durante la NEP, si mantiene, per necessità economica, ad un livello estremamente basso di rendimento del lavoro (4).

Ancora una volta la prospettiva leninista non prevedeva lo sviluppo dei rapporti sociali comunisti, bensì lo sviluppo delle forze produttive in senso capitalistico sotto il “controllo” della dittatura del proletariato nella prospettiva della ripresa della lotta di classe rivoluzionaria su scala internazionale. A quello stadio di sviluppo degli accadimenti russi in dissonanza con quanto tardava a verificarsi a livello europeo, le questioni fondamentali erano: come resistere, quali le misure di politica economica più efficaci, come amministrare la contraddizione tra una base produttiva rilanciata secondo i ritmi e le necessità di un processo di accumulazione capitalistico ed una sovrastruttura nata con prospettive rivoluzionarie. Ed in via subordinata, in mancanza della tanto auspicata ripresa della lotta di classe in Europa, per quanto tempo sarebbero sopravvissuti i due termini della contraddizione.

I termini della questione economica: costruire o resistere?

Prima e durante la NEP ogni soluzione politica, ogni misura economica era intesa a creare le condizioni perché ciò che l’Ottobre aveva creato non si disperdesse e ciò che poteva essere fatto sul terreno, pericoloso ma necessario, dello sviluppo delle forze produttive, non rimanesse nell’archivio delle buone intenzioni, ma diventasse realtà operante. La preoccupazione maggiore era quella di resistere ad ogni costo. Il primo ed irrinunciabile obiettivo era quello di risollevare le prostrate sorti economiche della Russia bolscevica mantenendo al potere quelle forze produttive che avrebbero dovuto essere il soggetto politico di questo travagliatissimo processo. Resistere era l’imperativo, resistere economicamente per amministrare la resistenza politica. Solo lo sviluppo delle forze produttive avrebbe permesso, anche se temporaneamente, alla repubblica dei Soviet di mantenere il potere politico contro la vinta, ma non scomparsa, borghesia interna, contro le sempre pronte centrali dell’imperialismo internazionale. Nessun regime sarebbe sopravvissuto alla disperazione e alla fame, nessun governo, nemmeno quello bolscevico, sarebbe stato in grado di resistere senza trovare una soluzione economica soddisfacente al proprio sfacelo.

Al fondo, il problema russo, sempre nel quadro di una più ampia strategia internazionale, avrebbe dovuto comporre, e non scindere, i due termini della questione: costruire per resistere, resistere per costruire. In altri termini lo sviluppo controllato delle forze produttive avrebbe consentito alla gracile dittatura proletaria di resistere, o meglio di permanere, per un certo periodo di tempo, come sovrastruttura politica dominante ed al contempo la permanenza dello Stato operaio sarebbe stata la garanzia politica che il decollo della grande industria e il controverso rapporto tra economia industriale ed agricola non prendessero la linea di fuga, creando al loro primo apparire devastanti conseguenze.

Questo sulla carta, ma nei fatti come conciliare le due esigenze, da quali presupposti concreti partire, quali i traguardi minimi da raggiungere e soprattutto sotto quali forme e categorie economiche si sarebbe svolto questo processo? Per Lenin i presupposti erano questi:

Il bisogno e la rovina sono tali, che noi non possiamo subito restaurare la grande produzione, quella delle fabbriche, la produzione di Stato, socialista. Per ciò sono necessarie delle grandi riserve di grano e di combustibile nei centri della grande industria, è necessaria la sostituzione delle macchine usate con delle nuove, e così via … Ciò significa che è necessario favorire in certa misura la restaurazione della piccola industria che non ha bisogno di macchine, ma ha bisogno di riserve di materie prime, di combustibile, di vettovaglie né statali, né grandi, che può dare subito un certo aiuto all’economia contadina ed elevare le forze produttive. Che cosa risulta da ciò? Ne risulta, in base ad una certa libertà di commercio (sia pure soltanto locale), il risorgere della piccola borghesia e del capitalismo. Ciò è indubbio. Chiudere gli occhi su questo è ridicolo (5).

Per ciò che concerneva lo sviluppo delle forze produttive, il loro punto di approdo e la forma attraverso la quale si sarebbero espresse, continuava Lenin:

Tutto il problema, sia teorico che pratico, consiste nel trovare i metodi giusti appunto per incanalare lo sviluppo inevitabile (fino ad un certo grado e per un determinato periodo di tempo) del capitalismo nell’alveo del capitalismo di Stato, nel trovare in quali condizioni ammettere questo, come assicurare in un futuro non lontano la trasformazione del capitalismo di Stato in socialismo (6).

Per Lenin dunque, se da un lato era inevitabile che la ripresa economica dovesse svilupparsi secondo i canoni del capitalismo mercantile con tutti gli annessi e connessi quali il profitto, il salario, le incentivazioni economiche, aiuto della tecnica e del capitale internazionale, dall’altro si preoccupava di organizzare uno stato la cui direzione politica restasse nelle mani del proletariato affinché, nella più sparagnina delle ipotesi economiche si potesse resistere.

Ci dobbiamo sforzare di costruire uno stato in cui gli operai mantengano la loro direzione sui contadini, la fiducia dei contadini, e con la più grande economia eliminino dai rapporti sociali ogni traccia di qualsiasi sperpero inutile … Questa e solo questa è la nostra speranza. Solo allora, per dirla con una metafora, saremo in grado di passare da un cavallo all’altro, e precisamente dalla povera rossa contadina, del mugik, dal ronzino dell’economia adatto ad un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletariato cerca e non può non cercare per sé, al cavallo della grande industria meccanizzata, dell’elettrificazione, della centrale elettrica del Volkhov, ecc. … nella certezza che soltanto con una massima pulizia delle nostre istituzioni, con la massima riduzione di tutto quanto non è assolutamente necessario in esse, noi saremo veramente in grado di resistere, non tenendoci al livello di un paese a piccola economia contadina, ma a un livello della ristrettezza generale, a un livello che si eleverà sempre più in alto, sino alla grande industria meccanica (7).

Ronzini a parte, ci sembra che la metafora leninista non abbia alcunché da spartire con le parabole dello stalinismo vecchio e nuovo, che la prospettiva di una resistenza attiva, pure nel mare magnum di una problematica di per sé irrisolvibile, irta solo di pericoli e contraddizioni, non possa essere volgarmente contrabbandata come il presupposto teorico alle future impostazioni politico-economiche inficiate dal più gretto provincialismo autarchico.

Lo stalinismo ridusse in polvere le preoccupazioni di Lenin, stravolse completamente il quadro politico all’interno del quale, e solo per un certo periodo di tempo, aveva un senso sforzarsi di ripartire su livelli di condizioni materiali più elevate, quando identificò con una facile equazione lo sviluppo delle forze produttive con il consolidamento del socialismo.

Mentre Lenin si preoccupava, nella prospettiva di resistere, delle inevitabili conseguenze del rilancio produttivo, della “gestione” del capitalismo di stato, nel ritardo o addirittura nella mancanza di una soluzione rivoluzionaria a livello internazionale, Stalin gongolava all’idea di aver trovato la formula della quadratura del cerchio, confondendo la socializzazione dei mezzi di produzione con la loro statizzazione, il capitalismo di stato per socialismo e ridefinendo a suo uso e consumo il concetto di internazionalismo proletario.

Resistere, pur nelle condizioni di sviluppo delle forze produttive sotto le forme economiche del capitalismo, divenne sinonimo di costruzione di rapporti di produzione socialisti. Una rivoluzione proletaria c’era stata, in prospettiva nulla vietava la realizzazione del socialismo, quindi tutto ciò che stava all’interno di questi due estremi era suscettibile di essere incanalato nella “giusta” direzione.

Ma prima di percorrere a ritroso i passi economici che dal comunismo di guerra alla NEP, al di fuori di qualsiasi realizzazione rivoluzionaria sulla scena mondiale, hanno portato alla costruzione del capitalismo di stato; prima ancora di affrontare il problema tra rapporti giuridici della proprietà e i rapporti sociali all’interno di un definito rapporto produttivo, è indispensabile completare l’impostazione che Lenin diede al termine “resistere”, sia nelle sue implicazioni economiche che politiche.

Struttura economica e sovrastruttura politica nella Russia degli anni Venti

La rivoluzione russa aveva creato tutte le premesse politiche necessarie alla transizione verso la società comunista.

La frattura rivoluzionaria dell’Ottobre bolscevico, in coerente linea con la lucida strategia leninista delle “Tesi d’aprile”, aveva operato sia sul piano della necessità della distruzione dello stato borghese (governo Kerenskij), sia sul più complesso terreno della costruzione dello stato proletario nella forma dittatoriale della sua gestione, sia procedendo all’interno dei gangli vitali dell’economia russa ad un primo processo di socializzazione e dei latifondi. Non solo, l’inibizione più assoluta alle forze della borghesia di praticare qualsiasi attività politica, di avere un qualsiasi peso nelle decisioni economico-produttive, sbarazzava ulteriormente il campo da possibili ostacoli, spianando il terreno alla iniziativa politica del proletariato russo.

Ma accanto alle condizioni politiche conquistate dalla capacità combattiva del proletariato russo, esistevano anche le condizioni economiche perché la fase di transizione potesse decollare, perché dalla fase di potenzialità politica si potesse passare a quella dell’attuazione economica, trasformando in fatti ciò che era nelle premesse ideologiche?

L’eredità economica zarista, prima ancora delle preoccupazioni di Lenin, diceva di no. No perché l’economia russa, anche se poteva esibire delle isole di capitalismo avanzato, era sommersa da un mare di arretratezza di tipo feudale, sia nel settore agricolo, di gran lunga preminente, sia in quello industriale, caratterizzato da iniziative produttive a carattere familiare e tecnologicamente arretrate. No perché non si può parlare di costruzione di rapporti produttivi e distributivi socialisti se non si è in presenza della grande industria, di un capitalismo tecnologicamente avanzato, di una situazione sociale insomma che abbia già in nuce tutte le potenzialità economiche. No perché cercare di colmare la distanza che separava la Russia arretrata dai paesi europei più avanzati significava ritornare sui propri passi, significava riaprire alle “necessità” mercantilistiche l’asfittica produzione russa, significava l’ingresso di capitale straniero come accompagnatore delle più sofisticate tecniche produttive, e quindi significava, in ultima istanza, che solo le categorie economiche capitalistiche avrebbero potuto determinare il decollo delle forze produttive con tutti i veti che una simile situazione avrebbe creato nei confronti di un ipotetico sforzo in senso socialista.

Lenin era conscio di questa impossibilità. Per lui resistere non significava soltanto guardarsi dall’ideologia piccolo-borghese contadina, preoccuparsi delle sempre possibili iniziative revansciste della borghesia nazionale e degli agguati dall’imperialismo internazionale. Resistere significava soprattutto risolvere il problema prioritario dello sviluppo delle forze produttive, in modo tale che il rinascere di rapporti produttivi capitalistici, incanalati nelle mani dello stato e controllati politicamente dalle strutture proletarie, permettessero per un certo periodo di tempo ed in una certa misura, agli organismi della dittatura proletaria ed allo stesso partito bolscevico di permanere alla guida politica dello stato sovietico. Resistere significava amministrare nel migliore dei modi i termini opposti di una contraddizione che vedeva una sovrastruttura politica, nata come presupposto necessario alla trasformazione in senso socialista dei rapporti di produzione ed una struttura economica che, per muoversi, per uscire dalle strettoie dell’arretratezza, non poteva fare a meno delle categorie economiche del capitalismo.

Con l’istituzione della NEP, Lenin non scelse una strada, ma interpretò una esigenza che era nelle cose. Il problema, a quel punto, spostava l’asse delle compatibilità su di un altro piano, ovvero i termini della contraddizione interna tra struttura economica e sovrastruttura politica, potevano avere uno sviluppo piuttosto che un altro solo a condizione che lo sviluppo della lotta di classe internazionale avesse espresso o no soluzioni rivoluzionarie in grado di venire in aiuto del proletariato russo.

Ecco che cosa significava resistere! La “povera” Russia bolscevica, piegata dalla guerra imperialista, distrutta dalla guerra civile, dalle pestilenze e dalla fame, disastrata economicamente, poteva soltanto sperare che la rivoluzione internazionale, allargando gli scambi, fornendo tecnica e materie prime, togliesse il condizionamento capitalistico allo sviluppo delle forze produttive e ridesse autonomia politica alle istituzioni proletarie. In caso contrario, l’isolamento non avrebbe potuto che accentuare la dipendenza sovietica dal mercato capitalistico, dalle sue leggi di scambio, dal capitale finanziario e dalla tecnica più avanzata dell’imperialismo internazionale, finendo per corrodere dall’interno le stesse strutture del potere politico.

È inammissibile pensare che anche la più ferrea delle volontà politiche possa sfidare nel tempo le leggi della determinazione economica. In altri termini non è possibile sostenere la tesi che uno stato proletario, sorto per assolvere alle necessità di trasformazione economica socialista, possa perdurare integro nel tempo pur amministrando rapporti di produzione capitalistici.

Lo stalinismo, non solo ha creduto di “risolvere” teoricamente il problema, negando l’esistenza della contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e organismi politici, togliendo il tutto dal quadro politico-rivoluzionario internazionale, ma arrivando a promuovere, e quindi a giustificare, tutti quegli accorgimenti tattici che, sulla base delle “necessità” interne, andavano a modificare le delibere del Secondo Congresso dell’IC.

Come abbiamo già espresso nella prima parte di questo lavoro, le teorizzazioni del fronte unico, del governo operaio e contadino, della bolscevizzazione dei partiti comunisti, della loro trasformazione da partiti di quadri in partiti di massa, sino a giungere alla teorizzazione della possibilità della creazione del socialismo in un solo paese, nascono e si sviluppano, non a caso, in quella fase storica in cui la Russia sovietica si è trovata a dover amministrare questa contraddizione di fondo. La nuova politica economica, la riapertura del mercato, le concessioni al capitale privato ed internazionale, lo sforzo di costruire le dorsali del capitalismo di stato, erano le condizioni materiali su cui la “tattica” della politica interna ed internazionale prendeva le misure per poter salvare capra e cavoli.

Inutile esercizio di bassa retorica è quello di affrontare i gravi problemi politici ed economici che gravarono la Russia bolscevica degli anni ’20, affrontandoli uno per uno, coordinandoli all’interno di una visione nazionale per altro non favorevole, facendo volutamente astrazione da qualunque altra componente, soprattutto se internazionale. Quando Lenin denunciava che:

La Germania e la Russia incarnavano nel 1918 in modo evidentissimo la realizzazione delle condizioni economiche, produttive, economico-sociali del socialismo da una parte, e delle condizioni politiche dall’altra (8).

non faceva altro che puntualizzare sia l’impossibilità di un immediato passaggio a rapporti di produzione socialisti, sia la necessità di un collegamento rivoluzionario internazionale che consentisse al precario quanto contraddittorio periodo di resistenza, una soluzione positiva, altrimenti sarebbe stata la disfatta.

È indubitabile che in Russia la travolgente rivoluzione proletaria creò tutte le premesse politiche per uno sviluppo socialista dei rapporti di produzione e di distribuzione, ma che proprio per quelle condizioni internazionali, sommate alla situazione materiale interna, il socialismo, inteso come rapporto produttivo e sociale, non mosse nemmeno i primi passi. Eccezion fatta per alcune misure distributive, adottate subito dopo la presa del potere e ben presto rientrate, quali la gratuità dei mezzi pubblici nelle grandi città ed una distribuzione garantita agli operai di certi settori produttivi, con il comunismo di guerra prima e con la NEP poi, fu la prospettiva di resistere a prevalere sia a livello produttivo che distributivo, e non quella socialista.

La socializzazione dei mezzi di produzione, primo atto politico della gestione della dittatura del proletariato, la loro concentrazione nelle mani dello Stato o di organismi che direttamente ad esso si riferivano (gosplan) e la centralizzazione di ogni attività decisionale in termini di politica economica, sarebbero stati, in presenza di condizioni materiali favorevoli o quanto meno sufficienti, la condizione necessaria all’inizio di uno sviluppo in senso socialista. Non sarebbe minimamente concepibile alcun tentativo di costruzione di nuovi rapporti produttivi senza avere alle spalle gli strumenti politici e le prospettive organizzative. Da sempre il marxismo, contro l’idealismo anarchico e il revisionismo riformista, si è sforzato di dimostrare che una rivoluzione proletaria può essere politicamente vittoriosa solo a condizione di dotarsi, tatticamente e strategicamente, di tutte quelle premesse quali lo Stato, la concentrazione economica e la centralizzazione politica atte ad operare nella struttura economica per trasformarla. Ma le condizioni necessarie alla trasformazione non sono di per sé immediatamente sufficienti. O alle premesse politiche si accompagnano quelle materiali, oppure la rivoluzione, anche se vincente, è costretta a segnare il passo.

In Russia, per le già esposte condizioni interne ed internazionali, citazioni ed ideologismi a parte, si operò nella seconda situazione. Il risultato fu che la socializzazione dei mezzi di produzione, non potendo rendere operative le premesse in essa contenute, limitò il suo campo di azione alla modificazione, anche se sostanziale e rivoluzionaria per alcuni aspetti, dei vecchi rapporti di proprietà borghese prerivoluzionari. Ma ancora una volta la modificazione dei rapporti di produzione non può essere confusa con la codificazione dei rapporti di produzione. Ancora una volta, non vanno confusi i presupposti politici con le attuazioni economiche.

Lo stesso discorso vale per la pianificazione. La questione di fondo non è creare una nuova identità: pianificazione uguale sviluppo del socialismo, ma evidenziare a che tipo di sviluppo delle forze produttive e sotto quali rapporti di produzione la presunta razionalizzazione dell’economia fungeva da propulsore. Se l’unica prospettiva possibile era quella di resistere politicamente al potere pur provocando il decollo delle forze produttive in senso capitalistico, la necessità di dare a questo decollo un carattere il più possibile organizzato e pianificato, rientrava nella logica delle cose.

D’altra parte, che cosa è il capitalismo di stato, al di fuori di altre connotazioni che al momento esulano dalla nostra analisi, se non il tentativo di arginare in qualche modo le disfunzioni produttive e di mercato endemiche al divenire dei rapporti di produzione capitalistici?

Nella Russia degli anni ’20 la pianificazione, lungi dall’eliminare l’anarchia della produzione, fu un involucro organizzativo che facilitò prima lo sviluppo delle forze dello stato e che consolidò, poi, il capitalismo di stato stesso.

Domenica, November 19, 2017

1917-2017 - Rivoluzione d’ottobre

Nel 2017 ricorre il centenario della rivoluzione russa. Non ci interessano celebrazioni retoriche e cerimonie rituali. Riteniamo invece che sia utile cogliere l’occasione per proporre un percorso di letture che contribuisca a far riflettere, evidenziando le conquiste sul piano politico ottenute grazie all’esperienza dell’Ottobre, i limiti di quella rivoluzione e sfatando i tanti miti che si sono costruiti intorno a quanto è avvenuto dopo, con lo “stalinismo”.

Authored: 
Sabato, April 1, 2017