I nodi economici della stalinismo: ultima parte | Leftcom

I nodi economici della stalinismo: ultima parte

Concludiamo la pubblicazione del libro “La controrivoluzione”. Ecco una ulteriore puntata dedicata ai “nodi economici dello stalinismo”. Vi invitiamo a visitare la sezione del nostro sito web che abbiamo dedicato al Centenario della Rivoluzione Russa, dove potete trovare le parti precedenti del libro ed altro materiale… Buona lettura!

Socialismo = sviluppo delle forze produttive

Sfrondata dalle contraffazioni più evidenti come dalla volgarità del presunto nuovo metodo di analisi, l’ipotesi staliniana del socialismo in un solo paese abbisogna di ulteriori supporti giustificatori sia in sede politica che in sede di politica economica. Risolta, sempre a parole, il problema del socialismo in un solo paese, restava da rimuovere l’altro ostacolo: l’arretratezza delle forze produttive. Anche in questo caso l’elemento primario è la contraffazione volgare delle originarie impostazioni.

Torniamo alla NEP ed ai problemi che doveva risolvere ed impostare. Per Lenin, l’impossibilità di dare il via al processo di trasformazione economica imponeva l’unica alternativa possibile: resistere al potere favorendo lo sviluppo delle forze produttive, controllando politicamente questo sviluppo e le enormi conseguenze che ne sarebbero derivate, in modo da incrociarsi alla sempre invocata rivoluzione occidentale con un livello produttivo più elevato e soprattutto senza dover riproporre, in termini di lotta di classe, il problema della ripresa del potere politico. Gli errori di Lenin furono altri: quello di aver concesso in termini di previsioni alla politica di resistenza un lasso di tempo eccessivamente lungo e di aver subordinato la preparazione rivoluzionaria del proletariato internazionale alle esigenze della Russia. Allora come oggi, con Bordiga:

Ci sarà dato notare che la sinistra comunista italiana, ed in quegli anni tutto il giovane partito comunista italiano … non giurava nelle parole di Lenin per il similare errore di adorazione di un uomo ma contestò tutte le sue tesi centrali quando si trattò di governare non l’evoluzione economica russa ma la preparazione politica rivoluzionaria del proletariato mondiale, sconfessando tutta la manovra di accostamento ai partiti operai opportunisti, e sostenendo che non sarebbe valsa a disperderli (30).

Non certo per quello di aver creduto possibile l’edificazione del socialismo in Russia né di aver confuso la necessità dello sviluppo delle forze produttive con lo sviluppo di rapporti di produzione e di distribuzione socialisti. Per le forze della controrivoluzione, invece, il metodo era ancora una volta impugnato alla rovescia. Scomposto in elementi semplici d’approccio tattico che avrebbe dovuto superare gli ostacoli alla definitiva vittoria del socialismo, si ha questa scaletta di soluzioni ai soliti problemi. Perché si possa parlare di possibile vittoria del socialismo occorrono tre condizioni fondamentali: a) che l’evento rivoluzionario, distruggendo lo stato borghese, crei contemporaneamente le condizioni politiche per il passaggio alla economia socialista, con la creazione della dittatura del proletariato; b) che la prima rivoluzione non rimanga isolata da altri rivolgimenti rivoluzionari, pena la sua inevitabile sconfitta; c) che all’interno del paese o dell’area rivoluzionaria esistano le condizioni minime, da un punto di vista produttivo, per iniziare una lenta trasformazione dei rapporti di produzione dalle esigenze di mercato a quelle sociali.

Il punto a) aveva avuto luogo e non aveva bisogno di correttivi di sorta. Il punto b) era stato stravolto e quindi risolto sulla base della fantasiosa interpretazione dello sviluppo ineguale del capitalismo. Il terzo punto c) non poteva che sintonizzarsi ai primi due che fungevano da limiti e contorno di un processo del quale erano stati stabiliti, anche se a posteriori, le premesse e le conclusioni. In altre parole la seconda tesi staliniana suonava in questi termini: per arrivare al socialismo, dopo aver fatto la rivoluzione, occorre uno sviluppo sufficiente delle forze produttive. Noi che deteniamo il potere politico siamo in grado di determinare il decollo e l’indirizzo. E così anche il terzo punto veniva derubricato dall’elenco dei problemi. In termini un po’ più ortodossi si potrebbe ridefinire la tesi staliniana nel seguente modo. Una volta conquistato il potere, abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione, confuso i termini di socializzazione con quelli di nazionalizzazione, la trasformazione dei rapporti sociali non è più compito della lotta di classe, ma dello sviluppo delle forze produttive sollecitato e programmato dallo Stato rivoluzionario. Non mancava nemmeno l’aggancio al leninismo come presunta patente di infallibilità e preveggenza politica. Non era stato forse Lenin a volere lo sviluppo delle forze produttive, ad imporre i contenuti economici della nuova politica economica? Ebbene, aggiunge lo stalinismo, consolidate le basi del potere politico, la Russia si è incamminata sulle tracce impostate da Lenin nella NEP, portando a compimento prima l’opera di ricostruzione economica, ed il socialismo poi come logica conseguenza.

In effetti dal ’21 al ’28 l’aumento della produzione avviene a ritmi accelerati. Nel ’22 si registra un balzo in avanti del 30% rispetto all’anno precedente. Nel ’23 il balzo è del 52%. Nel ’24 è del 21%, mentre nel ’25 arriva addirittura al 62%. Nel ’26 l’incremento è rispettivamente del 44 e del 12%. In sette anni la produzione è aumentata dell’800%. Nonostante l’enorme impulso dato agli investimenti, all’aumento della produzione e della produttività, pagato in contanti dalla classe operaia, solo nel ’26 si raggiungono, per volume di merci prodotte, i livelli dell’anteguerra, con punto di riferimento l’anno 1913.

Ma lo sviluppo delle forze produttive innescava un altro problema, politicamente più delicato, quello del controllo. Contrariamente al teorema staliniano, falso e mistificatore, nel ’21, con la riapertura del mercato, con l’incentivazione alla produzione capitalistica sia nella forma privata, mista che statale, ingigantivano e si rafforzavano tutte le categorie economiche del capitalismo, dando al problema del controllo una importanza assoluta e prioritaria.

L’affermazione di Lenin: «In fondo tutta la questione del controllo si riduce a stabilire chi è che controlla e chi è controllato, cioè quale classe esercita il controllo e quale lo subisce» (31), espressa nel ’17, si mostrava inadeguata, soltanto cinque anni dopo, a dirimere la contraddizione crescente tra uno sviluppo produttivo capitalistico ed organismi politici, sorti dalla rivoluzione, preposti a garanzia di un processo di trasformazione sociale in senso socialista.

In termini più espliciti il problema di chi controlla e di chi è controllato, esprime una esigenza iniziale, di esordio. Dopo i primi anni di sviluppo capitalistico nel più assoluto isolamento politico, il problema scatta di un grado, si trasforma e si aggrava presentandosi sotto un’altra veste: sino a quando è possibile esercitare il controllo politico sulla economia, senza intaccare, di concessione in concessione, gli irrinunciabili capisaldi della dottrina rivoluzionaria, e contemporaneamente, in che misura, ferme restando le condizioni generali, la struttura economica riesce a scavare all’interno degli organismi politici svuotandoli prima del loro contenuto, per poi trasformarli in docili strumenti amministrativi delle proprie e sempre crescenti necessità?

Prima della NEP il problema era chi esercitava il controllo, dopo la NEP il problema era come esercitarlo e individuarne i limiti.

Struttura e sovrastruttura nei primi anni della NEP

Se la rivoluzione russa si fosse fermata alla sua prima tappa, quella democratico-borghese, con somma soddisfazione di tutti i controrivoluzionari russi ed europei, il problema del controllo non sarebbe esistito.

Uno stato borghese, in veste socialdemocratica, più o meno progressista, si sarebbe rimboccato le maniche, sporcato magari le mani nei lavori di prima necessità, ma soprattutto avrebbe svolto tutti i contenuti politici della NEP senza particolari problemi di cedimenti politici, né avrebbe subito l’ossessiva preoccupazione di non lasciarsi sfuggire di mano il malato, che dopo le prime cure, riusciva a muovere i primi passi reggendosi sulle proprie gambe.

Stato ed economia, ovvero struttura economica e sovrastruttura politica, si sarebbero integrate e completate a vicenda in un rapporto osmotico tra necessità di sviluppo dei rapporti di produzione e soluzioni politico-amministrative. La base produttiva, sollecitata dalle esigenze di valorizzazione del capitale, avrebbe chiesto garanzie alla rimuneratività degli investimenti, l’agibilità del mercato, compatibilmente con i dettami del piano (sì perché anche un governo borghese sarebbe stato costretto a centralizzare la politica economica, razionalizzando il più possibile il rilancio economico), la possibilità di stabilire contratti vantaggiosi con la forza lavoro, uno statuto che sancisse l’amministrazione aziendale sulla base del calcolo economico in relazione alle leggi del mercato.

Lo Stato, in quanto garante politico degli interessi del capitale, attraverso i suoi organismi (governo, istituti di credito, enti giuridici e amministrativi, sindacali, ecc.) si sarebbe sforzato di dare adeguata soluzione alle esigenze della classe produttiva, correggendone magari le disfunzioni più palesi, ma riorganizzandosi anche là dove le sue disfunzioni non gli avessero permesso di assolvere il suo compito sino in fondo.

La struttura economica avrebbe deterministicamente imposto il tipo di organizzazione statale sulla scorta dei propri ritmi di accumulazione, compatibilmente con le interazioni del mercato internazionale e della concorrenza.

In presenza di uno stato operaio le cose si complicano. In Russia la rivoluzione proletaria travalicò quella democratico-borghese, distrusse il tentativo borghese del governo Kerenskj, creò le condizioni politiche per il passaggio al socialismo, ma si trovò nella condizione di doversi mantenere al potere alla sola condizione di dare il la allo sviluppo delle forze produttive nell’unica forma possibile, quella capitalistica.

In questo caso il problema del controllo assunse una importanza vitale, come importante era verificare sino a che punto il controllo politico era in grado di contenere le spinte deterministiche che provenivano dalla base produttiva. Ai meccanismi produttivi, una volta oliati e potenziati, non interessa il colore della sovrastruttura politica sovrastante, interessa soltanto che l’involucro politico si modelli in conformità del contenuto che deve esprimere e sviluppare.

La scaletta staliniana che avrebbe dovuto rendere agibile la scalata verso il socialismo in un solo paese e di cui “la storia della rivoluzione russa” fornirebbe “una prova diretta” oscilla paurosamente nel vuoto delle menzogne e delle mistificazioni.

Lo schema di sviluppo degli avvenimenti nella Russia bolscevica dal ’17 in poi non era quello staliniano: conquista del potere, consolidamento del potere durante il comunismo di guerra, rilancio nel ’21 delle forze produttive, costruzione del socialismo, bensì, fatti salvi i primi tre momenti, dal ’21 in poi non era il socialismo che si andava costruendo sulle istanze della NEP, ma il capitalismo, da qui la necessità del controllo e la coscienza dei suoi limiti. Abbandoniamo, pertanto, tutte le “ipotesi” parziali o totali di costruzione del socialismo per ricondurre l’analisi all’interno dei suoi termini reali, per individuare, tra le finalità contrapposte e antitetiche dell’economia e del potere politico, i limiti e le contraddizioni del controllo politico sullo sviluppo delle forze produttive.

Il problema del controllo non era nuovo. A parte la parola d’ordine “Tutto il potere ai soviet”, che stava ad indicare una prospettiva politica alla quale, situazioni permettendo, avrebbero dovuto uniformarsi i contenuti della dittatura proletaria quali l’effettivo processo di socializzazione dei mezzi di produzione, il controllo della distribuzione delle risorse produttive e dei beni di consumo, ecc., di controllo operaio se ne parlava già alla fine del ’17.

Il 14 novembre, poco dopo la presa del potere e poco prima che la guerra civile venisse a sconvolgere tutto, usciva un decreto legge che disciplinava i termini di questo controllo operaio nei confronti dell’apparato industriale. Nei primi tre articoli si legge:

1. Per garantire il regolare svolgimento dell’economia nazionale in tutte le aziende industriali, commerciali, bancarie, navali, dei trasporti, nelle cooperative, nelle associazioni produttive in genere, che si valgono del lavoro salariato o danno lavoro a domicilio, viene istituito il controllo operaio della produzione, degli acquisti e delle vendite dei prodotti e delle materie prime, dei depositi, nonché della parte finanziaria delle aziende.
2. Il controllo operaio viene esercitato da tutti gli operai di una data azienda per mezzo delle loro istituzioni elettive; ad esempio: i comitati operai di officina e di fabbrica, i consigli degli anziani di fabbrica, ecc. Nella composizione di queste istituzioni devono partecipare anche i rappresentanti degli impiegati a stipendio fisso e del personale tecnico.
3. Viene creato per ogni grande città, provincia, o regione industriale, un consiglio locale di controllo operaio che, essendo l’organo del consiglio dei delegati operai, soldati e contadini, sarà composto dai rappresentanti dei sindacati professionali operai, dei comitati operai di officina, di fabbrica e delle cooperative operaie (32).

In quella fase, che non poteva essere politicamente che progressiva, in cui l’apparato produttivo, pur debole che fosse, stava per essere sottratto alle mani della borghesia con i primi colpi delle nazionalizzazioni, in cui le terre subivano il medesimo destino, ed in cui, il neo potere politico, non ancora sufficientemente forte, cercava di creare le precondizioni per una nuova gestione sociale, il controllo operaio sull’economia nazionale esprimeva una duplice necessità in sintonia allo stadio di sviluppo della lotta di classe raggiunto in quella prima fase.

Innanzitutto il controllo operaio, nella prospettiva di trasformarsi in gestione sociale dell’economia, doveva dilatare il proprio intervento in tutti quei settori produttivi (tutti) nei quali continuasse il rapporto capitalistico capitale-forza lavoro. Doveva vigilare sulla oculatezza degli investimenti, sull’acquisto delle materie prime e sulla corretta distribuzione dei prodotti.

Perché la borghesia industriale, al pari dell’aristocrazia fondiaria, non fosse più determinante nel processo produttivo, non soltanto giuridicamente, ma anche di fatto, occorreva che organismi operai, di azienda, di fabbrica e periferici, si sostituissero operativamente alle vecchie istituzioni economico-amministrative borghesi, e che questi organismi operassero sul piano del controllo in ogni dove.

Il secondo luogo e conseguentemente, questi organismi non potevano essere che di base, espressione cioè della classe operaia e contadina, per iniziare attraverso il controllo, a prendere nelle proprie mani l’amministrazione dell’economia, per non essere più l’oggetto del processo produttivo ma soggetto cosciente della nuova organizzazione sociale.

Il controllo operaio, con la nascita ed il consolidamento dei comitati operai di officina e di fabbrica, dei soviet di settore e regionali, coordinati da una prospettiva politica superiore espressa dal partito e dagli organi superiori della dittatura proletaria, avrebbe dovuto passare dalla fase iniziale, ancora per molti versi esterna, il controllo, ad una fase sempre più elevata, interna al meccanismo produttivo, quella della gestione dei rapporti di produzione e di distribuzione sociali.

Ma la guerra civile stravolse ogni prospettiva. Durante il periodo del comunismo di guerra, si operò sì, ed in maniera accelerata, sul terreno della concentrazione economica e su quello della concentrazione politica, ma la conseguenza fu che il controllo operaio, nei termini espressi nel novembre del ’17, non se ne parlò più. Le necessità impellenti della guerra civile non potevano che imporre il controllo diretto degli organismi dello Stato sull’economia che, ancora asfittica ed ansimante, ben lungi dal potersi orientare verso traguardi di incremento, doveva svolgere, a pieno ritmo, da supporto al nuovo stadio della lotta di classe. Nella eccezionalità della situazione anche il controllo operaio doveva uniformarsi agli impulsi della guerra civile, non più ispezione operaia intesa a garantire il corretto svolgimento dell’economia nazionale, ma comitati d’officina, soviet locali operai e contadini, si trasformavano, e non poteva essere altrimenti, in organismi di lotta, in momenti di scontro con l’avversario di classe fuori dalla fabbrica e dai meccanismi produttivi.

Nelle fabbriche si lavorava a pieno ritmo per approvvigionare di armi e di munizioni l’armata rossa; quella che avrebbe dovuto essere originariamente la funzione del controllo, andava fatalmente trasformandosi in azioni di esproprio proletario di grano, farina e derrate alimentari in genere. I soviet operai, come i comitati contadini, nati con l’unico scopo di rompere il fronte del contadiname, opponendo, sulla base degli interessi contingenti e reali, come nella fase che portò all’ottobre, i contadini poveri ai medi e ricchi, erano la condizione prima di lotta nelle città e nelle campagne per la sopravvivenza dell’armata rossa sul fronte interno, e con essa del potere politico.

Con la fine vittoriosa della guerra civile, tutti gli organismi di base subirono ancora una volta il peso della determinazione economica e della priorità delle scelte politiche.

La nuova politica economica, avendo nei suoi programmi lo sviluppo mercantilistico delle forze produttive, non poteva che riproporre il problema del controllo, ma non nei termini del ’17. Dovendo la ripresa economica tenere conto delle leggi del mercato, sia nel settore industriale che agricolo, nel campo privato che statale, dovendo tenere in massima considerazione la rimuneratività degli investimenti quanto il contenimento del costo del lavoro, e perdurando questa situazione, il controllo operaio sull’economia, tramite gli organismi di base, non poteva che trasformarsi a lungo andare nel suo opposto, nel controllo economico dello Stato sulla forza lavoro attraverso il suo disciplinamento ed integrazione nei meccanismi di valorizzazione del capitale.

Anche se concepita in modo transitorio, nella fase della NEP, quando rispettare i suoi programmi significava ributtare i contadini poveri nelle mani dell’economia di mercato dei Kulaki, sottoporre il proletariato urbano ai pesanti ritmi di accumulazione necessari al decollo delle forze produttive, muovendo da una base di partenza così diffusamente arretrata come quella russa, non era più possibile delegare il controllo dell’economia agli organismi di base operai e contadini; o il controllo diventava centralizzato, statale, oppure si correva il rischio di ritrovarseli di fronte come ostacoli insormontabili.

Nell’affrontare, in una risoluzione del comitato centrale del partito nel gennaio del ’22, lo spinoso problema del controllo dell’economia e del ruolo degli organismi di base, primo fra tutti il sindacato, in rapporto alla palese contraddizione tra gli interessi economici dello sviluppo delle forze produttive e gli interessi delle masse operaie, Lenin avvertiva e denunciava il pericolo:

… sono ammessi e si sviluppano adesso il libero commercio e il capitalismo, che sono soggetti alla regolamentazione da parte dello Stato, e, dall’altro lato, le aziende statali socializzate si riorganizzano sulla base del cosiddetto principio del rendimento economico, cioè su principi commerciali, il che, data l’arretratezza generale della cultura e l’esaurimento del paese, condurrà inevitabilmente in maggior o minor grado, a contrapporre nella coscienza delle masse l’amministrazione di date aziende agli operai che vi sono impiegati (33).

Il senso è sin troppo chiaro, e l’evidenza delle dichiarazioni di Lenin non faceva altro che rendere esplicita l’evidenza della situazione generale, ogni altra decisione sarebbe risultata come la più assoluta falsificazione non solo della realtà, ma anche delle prospettive.

Sulla scorta di questa analisi, Lenin scindeva il problema del controllo in due campi di applicazione, il primo quello statalizzato, in cui tutte le funzioni determinanti erano svolte da organismi centralizzati operanti sul piano delle scelte governative, il secondo dai sindacati, cui era concesso di partecipare in via subordinata e condizionata:

a tutti gli organismi di pianificazione dello Stato proletario, alla determinazione dei piani economici, dei programmi di produzione, dello stanziamento dei fondi per l’approvvigionamento materiale degli operai, alla selezione delle imprese lasciate a carico dello Stato e di quelle date in appalto o in concessione (34).

Là dove il controllo diretto dello Stato non poteva esprimersi (settore privato) i sindacati non potevano

Assumersi direttamente alcuna funzione di controllo sulla produzione nelle imprese private e date in appalto, devono adoperarsi per regolare l’industria capitalistica privata, esclusivamente mediante la partecipazione ai rispettivi organismi statali (35).

Il controllo, dunque, doveva passare attraverso istituti amministrativi di fabbrica, gestiti centralmente, perché gli sforzi per la ricostruzione della grande industria, non venissero vanificati:

Queste amministrazioni costituite, come regola generale, sul principio del comando unico, devono determinare indipendentemente sia l’ammontare dei salari, sia la distribuzione dei fondi, delle razioni, degli indumenti di lavoro e di ogni altro genere di rifornimento sulla base e nei limiti dei contratti collettivi conclusi con i sindacati, fermi restando la massima libertà di manovra ed il controllo severo dei risultati effettivi ottenuti nell’aumento della produzione, senza perdite e con profitti, e con la selezione più scrupolosa degli amministratori che si sono maggiormente distinti e che sono più capaci, ecc.
Ogni intervento diretto dei sindacati nell’amministrazione delle aziende in tali condizioni deve considerarsi indiscutibilmente come nocivo ed inammissibile (36).

Non l’impossibile controllo, ma la difesa, nei limiti della situazione specifica, degli interessi della classe operaia, era il compito dei sindacati:

perciò d’ora innanzi uno dei compiti essenziali dei sindacati è la difesa in ogni senso e con ogni mezzo degli interessi di classe del proletariato nella sua lotta contro il capitale. Questo compito deve essere posto esplicitamente in primo piano; l’apparato dei sindacati deve essere corrispettivamente trasformato, modificato o completato (devono essere costituite o più esattamente organizzate in caso di necessità commissioni di arbitraggio, fondi di sciopero, fondi di mutuo soccorso, ecc.) (37).

Mentre lo Stato operaio deve regolarizzare commercio e sviluppo produttivo con “vigilanza e controllo”. Tuttavia, «persino nel caso di un completo successo di tale regolarizzazione sussiste indiscutibilmente la contraddizione degli interessi di classe del proletariato nella sua lotta contro il capitale» (38)

Dopo i sindacati, anche per i comitati contadini, qualsiasi possibilità reale di controllo divenne inoperante. Con la fine della guerra civile, in sordina ma con efficacia immediata, i comitati contadini furono sciolti d’autorità, in quanto avevano esaurito il loro compito.

I soviet seguirono lo stesso destino. Man mano che lo sviluppo produttivo procedeva innanzi, i soviet contadini ed operai andavano svuotandosi del loro contenuto originario sino ad assumere la funzione di organismi meramente esecutivi delle direttive provenienti dall’alto, direttive, peraltro, di politica economica capitalistica.

In conclusione, già nei primi anni della NEP, il problema del controllo, da operaio divenne di stato, da vigilanza di base divenne sorveglianza di vertice politico sulla base produttiva, la stessa dittatura del proletariato contro il capitale, si trasformò in dittatura del partito prima, e in dittatura del partito contro il proletariato per gli interessi del capitale poi, questa volta nella forma del capitalismo di stato. Nel giro di pochi anni, di pari passo con i progressi della NEP e con il perdurare dell’isolamento politico, il controllo dello sviluppo delle forze produttive da parte della dittatura proletaria mostrò palesemente le proprie deficienze. In quegli anni cruciali, pieni di tentennamenti, di problemi insoluti, di passi indietro, si bruciò quanto, ed era molto, l’ottobre era riuscito a costruire politicamente.

La contraddizione interna, innescata e ingigantita dalla negatività della situazione esterna, andava velocemente corrodendo l’impalcatura politica che la rivoluzione proletaria si era faticosamente costruita. L’illusione della possibilità del controllo della sovrastruttura politica sulla struttura economica in movimento, e della gestione della contraddizione che ne scaturiva, durarono lo spazio di un mattino.

In pochi anni di NEP non solo le leggi del mercato ripresero a funzionare, non solo l’ansia mercantilistica del profitto e dell’accumulazione aveva preso il sopravvento sugli organismi dello stato che, invece, avrebbero dovuto accompagnare con colpi di frusta e di freno questo processo, ma avvenne anche che la spinta rivoluzionaria della classe si esaurì dopo qualche sussulto sul medesimo terreno della nuova politica economica. Estintisi, per consunzione, gli organismi di base preposti inizialmente al controllo dell’economia, iniziava a dilatarsi lo spazio tra la classe operaia svirilizzata, avvinta dai tentacoli economici della NEP, ed il proprio partito politico, sempre più identificantesi con le strutture dello stato, alle prese con problemi le cui soluzioni, senza un aiuto esterno, non potevano essere cercate all’interno di una prospettiva rivoluzionaria. Anche di questo Lenin aveva coscienza. Sempre nel gennaio del ’22 e sempre in materia di controllo e sindacati:

Uno dei pericoli maggiori – diceva – e più gravi per un partito comunista numericamente modesto che, come avanguardia della classe operaia, dirige un enorme paese, che sta compiendo (per il momento senza godere ancora dell’appoggio diretto da parte dei paesi più progrediti) il passaggio al socialismo, è il pericolo che si distacchi dalle masse, che l’avanguardia avanzi troppo, senza “allineare il fronte”, senza mantenere uno stretto legame con tutto l’esercito del lavoro, vale a dire con la più grande maggioranza delle masse operaie e contadine (39).

Come in altri casi Lenin vide il peccato ma non il peccatore (ma siamo soltanto nel gennaio del ’22!). Non poteva immaginarsi che di lì a pochi anni il partito si sarebbe definitivamente staccato dalle masse, non solo per il tentativo utopistico, infantile, velleitario di sostituirsi ad esse per un impossibile tentativo di creazione di socialismo autarchico, ma per costruire sulla base economica della NEP il capitalismo di stato, adducendo alla propria identificazione con lo stato ed al suo rafforzamento, al posto dell’inizio della sua graduale estinzione, i motivi del successo e delle “conquiste socialiste”. Già ai primi passi della NEP, intesa sin dall’inizio come necessario passo indietro, come soluzione transitoria in attesa della rivoluzione in occidente, andavano manifestandosi i segni del potenziamento delle categorie economiche capitalistiche e della degenerazione degli istituti politici nati dalla rivoluzione. Il processo controrivoluzionario non dovette aspettare molto tempo nell’isolamento per stravolgere contenuti e principi.

(1) Posizione che porterà Kautsky a criticare l’episodio dell’Ottobre bolscevico.

(2) Intervento di Lenin sulla Pravda del 18 ottobre 1921 a proposito della impossibilità di passare immediatamente alla produzione e distribuzione socialiste, Lenin, Opere Scelte, Ed. in lingue estere, Mosca 1948, 2° vol., pag. 729.

(3) Lenin, «Sull’imposta in natura», _Opere Scelte,_ cit., pag. 682.

(4) Lenin, «Meglio meno ma meglio», Opere scelte, cit., pagg. 830 e 828.

(5) Lenin, «Sull’imposta in natura», _Opere Scelte,_ cit., pag. 689.

(6) Ibidem, pag. 691.

(7) Lenin, «Meglio meno ma meglio», Opere scelte, cit., pag. 830.

(8) Lenin, «Sull’imposta in natura», _Opere Scelte,_ cit., pag. 682.

(9) Lenin, «Sull’infantilismo di sinistra e lo spirito piccolo borghese», Opere complete, Editori Riuniti, 1967, vol. 27, p. 303.

(10) Intervento di Lenin all’VIII Congresso del PC russo, marzo 1919, Opere scelte, cit., pag. 445.

(11) Lenin, «Sull’imposta in natura», _Opere Scelte,_ cit., pag. 679.

(12) «Interventi di Lenin al X Congresso del PC russo», marzo 1921, Opere Complete, cit., vol. 32, p. 198.

(13) «Interventi di Lenin al X Congresso del PC russo», marzo 1921, Opere Complete, cit. (??)

(14) Ibidem.

(15) «Intervento di Lenin alla VII Conferenza del PC dal governatorato di Mosca»,_ Opere complete, cit., vol. 33, pag. 72.

(16) Lenin, «Sull’imposta in natura», Opere scelte, cit., pag. 689.

(17) Lenin, «Sull’imposta in natura», Opere scelte, cit., pag. 681-682.

(18) Lenin, «Sull’imposta in natura», Opere scelte, cit., pag. 691.

(19) Ibidem.

(20) Lenin, «Intervento alla VII Conferenza del Partito del Governatorato di Mosca», Opere complete, cit., vol. 33, pag. 79.

(21) Preobrajensky_, Dalla NEP al Socialismo_, ed. Jaca Book.

(22) Lenin, «Sull’imposta in natura», Opere scelte, cit., pag. 683.

(23) Ibidem, pag. 682.

(24)Intervento di Lenin al IV Congresso dell’IC, Opere scelte, cit., pag. 794.

(25) Preobrajensky_, Dalla NEP al Socialismo_, cit. (??)

(26)Ibidem.

(27)Ibidem.

(28) Stalin_, Storia del PC bolscevico,_ ed. l’Unità 1945, pagg. 398-9.

(29) Stalin, Opere complete, vol. I, pag. 134.

(30) Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, ed. Programma, 1976, vol. II, pag. 69.

(31) Lenin «La catastrofe imminente e come lottare contro di essa», Opere scelte, cit.

(32) Da Opera economica, politica e sociale dei soviet di Russia, Ed. Milano, 1920.

(33) Intervento di Lenin al Comitato Centrale, gennaio 1922, Opere scelte, cit., pag. 738.

(34) Ibidem, pag. 743.

(35) Intervento di Lenin al C.C., gennaio 1922, Opere scelte, cit., pag. 743.

(36) Ibidem, pag. 742.

(27) Ibidem, pag. 739.

(38) Ibidem, pag. 739.

(39) Intervento di Lenin al C.C., gennaio 1922, Opere scelte, cit., pag. 744.

Mercoledì, February 21, 2018