Introduzione ad una analisi di classe

L'importanza di stabilire l'estensione e i limiti del concetto di classe operaia risiede nel fatto che é su questa classe che grava il peso dello sfruttamento capitalistico ed é perciò ad essa che spetta il compito dell'abbattimento di questo sistema, o, in altri termini, é solo essa la portatrice di un compiuto programma anticapitalistico e di costruzione di una nuova società. Al di qua delle importantissime polemiche sugli strati compresi o no nella classe operaia, va prima di tutto riaffermato con Marx ed Engels che di strati oppressi dal dominio capitalistico ne possono esistere diversi e diversamente collocati nella gerarchia sociale, ma solo la classe operaia ha un interesse oggettivo e profondo all'abbattimento del capitalismo. Nonostante che ciò dovrebbe essere di ovvietà estrema, va riaffermato di fronte alla ridda di mistificazioni che concludono in quella enorme ed enormemente diffusa ad opera della socialdemocrazia vecchia e nuova (oggi PCI) secondo la quale a fronte del capitalismo starebbero le masse popolari, conseguentemente erette a soggetto politico, attrici e strumento della lotta fondamentale. Tralasciamo naturalmente di rispondere ad altre sofisticate mistificazioni di intellettuali, vecchi e nuovi filosofi (alla Camatte) per i quali la classe si sarebbe “fusa” nella società, trasferendo ad essa la carica eversiva anticapitalista.

Ad ergersi contro le mistificazioni piciste sulle "masse popolari" quali nuovo soggetto di storia (in barba al Manifesto dei Comunisti per il quale la storia é storia di lotte di classi)troviamo pressoché tutta la sinistra più o meno autoproclamantesi rivoluzionaria (meno quella ora sistemata in parlamento). Ci troviamo, per esempio, anche Toni Negri che giustamente scrive:

Le alleanze oggi sono il compromesso storico, sono l'unità fra le grandi forze popolari che non si capisce bene da dove vengono, come si muovono e dove vanno. La tematica delle alleanze é divenuta addirittura una tematica di mediazione statale di forze non classiste. (1)

Ciò é giusto, ma come avremo ampiamente modo di vedere, non basta ad attribuire a Negri e alla Aut. Op. una sostanziale correttezza nella impostazione del problema classe. Per Negri infatti, che cosi si avvicina pericolosamente a quegli intellettuali a cui abbiamo fatto cenno, “la fabbrica diventa società”. Da questo primo grosso errore Negri parte per sostenere che:

se é vero che la fabbrica diventa società, se é vero cioè che la produzione capitalista sussume, recupera dentro di sé, in maniera sempre maggiore tutte quelle che sono le infrastrutture sociali, per ridurle a momenti del processo produttivo, bene se tutto questo é vero deve essere vera anche l'affermazione concomitante antagonistica che il carattere operaio di questo rapporto, vale a dire l'espansione di quella che é la collettività operaia attraverso questa serie di rapporti deve a questo punto darsi.

A parte la falsità della premessa (non é vero infatti che la fabbrica diventa società), tradotte in chiaro le frasi di Negri significano che non va riaffermato ed elevato il programma autonomo della classe operaia che nello scontro diretto con il capitale riuscirà a polarizzare anche gli altri strati di proletariato e significativi strati di ceti medi, bensì va considerato l'insieme organico di questi strati come elemento di contrapposizione, come unitario soggetto rivoluzionario. È la scoperta dell' “operaio sociale”.

Ne deriva che la critica al PCI ruota esclusivamente sul “politico”, sulla sua capacità politica, cioè, di rappresentare questa totalità, e non sulla sua natura di classe, di rappresentante degli interessi della borghesia e non del proletariato. Ed é infatti un po' dappertutto che in Negri troviamo la definizione del PCI come “movimento operaio” la identificazione della classe con il PCI, della ideologia del PCI con l'ideologia della classe operaia, sino alla intercambiabilità dei termini PCI e movimento operaio.

Nel considerare il problema di classe applicato alla moderna realtà sociale dovremo quindi anche occuparci di confutare queste che sono le tesi fondamentali da cui si dipartono le aberrazioni teoriche e politiche che hanno nutrito la fragile vita dell'Aut. Op.

Il movimento comunista, espressione storica ma non concomitante del movimento operaio e delle sue prospettive, ha sempre fondato, da Marx in poi, la definizione di classe e quindi l'analisi delle classi e delle loro tendenze sulla collocazione dei loro componenti nell'ambito del processo produttivo. Più precisamente, ma anche, come vedremo, in senso più lato le classi si definiscono marxisticamente in base al rapporto in cui i loro componenti stanno con i mezzi di produzione. Questo perché da questo rapporto con i mezzi della produzione dipendono le fonti di reddito su cui anche si può impostare la definizione di classe. È lo stesso Marx nell'ultimo capitolo interrotto del terzo libro del Capitale ad avvertire che non é utile riferirsi alla identità dei redditi e delle fonti di reddito:

da un simile punto di vista, anche i medici, per esempio, e gli impiegati formerebbero due classi, in quanto essi rientrano in due distinti raggruppamenti sociali e i redditi di ciascuno di essi provengono da una medesima fonte.

Per Marx dunque, in generale, il proletariato é costituito dai “possessori della semplice forza lavorativa”, da coloro cioè che non disponendo d'altro che della forza lavorativa sono come tale impiegati nel rapporto di produzione capitalistico. Tutto ciò sarebbe chiaro e semplice se nella realtà sociale non trovassimo che capitalisti, rentiers fondiari e operai produttivi, Ma così non é ed é proprio su questa ovvia non corrispondenza fra una formulazione generale, e quindi forzatamente valida a certi livelli di astrazione, e la concreta e minuta realtà sociale, che sono sorti e sorgono tutti gli equivoci e si rende necessaria una sistemazione, sulla base della stessa metodologia marxista.

Appare quindi subito una distinzione fra coloro che sono “possessori della semplice forza lavorativa” e coloro che vendono tale forza lavorativa al capitalista che la impiega produttivamente. Stabiliamo subito quindi che con Marx consideriamo proletariato l'insieme dei primi. All'interno di questa grande classe dovremo però meglio definire la sua avanguardia oggettiva, quella parte cioè che per la specifica collocazione nell'abito del processo di autovalorizzazione del capitale occupa la posizione strategica per l'abbattimento del sistema e l'edificazione di un nuovo sistema di produzione e di una nuova società.

Chiameremo per comodità e per convenzione ormai generalmente accettata “classe operaia industriale” questa avanguardia del proletariato.

Classe operaia produttiva

Dobbiamo dunque andare avanti con definizioni chiare. Quando diciamo che la classe operaia industriale é costituita dagli operai produttivi dobbiamo chiarire che intendiamo “produttivi di valore”.

Ora, che il valore sia associato alle merci é un fatto. Questa verità però non deve indurre a considerare ogni merce un prodotto del modo di produzione capitalista. Per intenderci con un esempio che riprenderemo anche più avanti lo studio di pubblicità che vende il piano di campagna ad una industria, lo vende- come merce, ma questa merce non esce affatto da un ciclo di produzione capitalista. Questa infatti prevede estorsione di plusvalore dall'impiego di forza lavoro pagata in salario (parte variabile del capitale) su macchine (parte costante del capitale) che produce un valore necessario a ripagare l'una e l'altra parte di capitale e un di più.

La produzione di “valore necessario” e di plusvalore si realizza grazie alla espropriazione del lavoratore di ogni mezzo di produzione. Il lavoratore si presenta come semplice possessore di forza lavorativa, il cui valore é quello necessario tradotto in termini di beni e servizi, al suo mantenimento e alla sua riproduzione. Mezzi di produzione sono le macchine che si ergono di fronte a lui come strumenti di dominio del capitale, strumenti di sfruttamento, mai come mezzi di attuazione del suo lavoro. Nello studio di pubblicità viceversa il proprietario compra non solo la forza lavorativa ma anche la capacità lavorativa che in questo caso si presenta come essenziale mezzo di produzione. Il lavoratore é proprietario del suo mezzo di produzione e lo vende al titolare dello studio come merce contro reddito, non contro salario. Le variazioni quantitative esistono ma non cambiano la sostanza del rapporto, come il venditore e il compratore di una casa continuano a rivestire il loro ruolo di scambiatori di merce contro denaro indipendentemente dal prezzo pagato o ricevuto per la medesima casa. in altri termini, nello studio di pubblicità il lavoro mantiene le caratteristiche proprie all'artigianato: il produttore é anche proprietario dei mezzi di produzione, vende il suo prodotto al mercante che Io paga con una somma di denaro che costituirà reddito dell'artigiano, non mai salario. Qui l'artigiano é il lavoratore, il mercante é il proprietario dello studio che compra con modalità speciali il prodotto per rivenderlo poi, a prezzo maggiorato, all'esterno. Il reddito del proprietario é assicurato dalla circolazione del plusvalore in forma di profitto, interesse' o rendita. Egli infatti scambia la sua merce contro un reddito che proviene dalla redistribuzione del plusvalore in quelle tre forme. Se vende alla banca una adeguata campagna pubblicitaria egli riceverà dalla banca una quota dell'interesse di questa, se vende all'industria riceverà una quota del profitto. L'operaio che lavora in fabbrica mantiene il suo padrone, il banchiere il proprietario dei terreni e coloro che vivono sullo studio di pubblicità che vende la campagna al suo padrone.

Le modalità speciali nelle quali si svolge il rapporto tra artigiano e mercante nello studio di pubblicità sono costituite dal fatto che il rapporto é reso continuativo ed eventualmente localizzato in luogo specifico, il contratto può essere reso indipendente dall'andamento periodico del mercato (indipendente cioè dal fatto che una settimana “tiri” e un altra no). Ma ciò nulla toglie alle caratteristiche artigianali del lavoratore: egli é e rimane possessore esclusivo dei suoi mezzi di produzione.

Già su questo terreno, si rendono possibili e scientificamente ammissibili alcune prime grandi approssimazioni alle componenti di classe operaia, per via di esclusione. Non sono allora parte di classe operaia gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti e i prestatori d'opera negli uffici professionali; non sono classe operaia produttiva gli insegnanti, i grafici; i dipendenti di società di engineering e di software o i dipendenti bancari.

Per Negri per esempio il fatto stesso che il lavoro di banca venga sempre più meccanizzato (elettronicizzato) e reso ripetitivo e “a catena” é sufficiente a dire che i lavoratori bancari sono nuove figure di operai, fanno cioè parte di quelle infrastrutture ridotte a momenti del processo produttivo. (2) Scientemente qui Negri fa la solita confusione fra forme del lavoro e sua natura sostanziale, fra modalità puramente tecniche in cui si svolge e finalità del lavoro stesso. Ora il lavoratore bancario é un dipendente salariato ed anche ai tempi di Marx lo era. Ma il suo lavoro, come ai tempi di Marx, continua a non produrre valore.

Le banche non aggiungono valore al totale circolante; semplicemente si appropriano di una parte del valore prodotto altrove. Sono lo strumento di azione ed il terreno di cultura dell'antico capitale usuraio e del suo interesse vivono. Ora, giusta Marx, l'interesse altro non é che una delle forme in cui si distribuisce il plusvalore realizzato nella produzione. Il lavoratore di banca vive, é vero, di salario, e questo salario altro non é che il prezzo della sua forza lavoro. Ciò non toglie però che il suo lavoro non sia produttivo di valore perché inserito in un meccanismo da cui non esce affatto nuovo valore bensì si rende possibile la appropriazione di quello creato altrove. Indirettamente, stanti le condizioni di stretto rapporto o addirittura di dipendenza fra produzione e credito, il lavoro del bancario concorre in qualche modo alla produzione del plusvalore generale, ma ciò obbedisce alla legge della socializzazione del lavoro, non costituisce di per sé allargamento del campo del lavoro produttivo. Si tratta al più di interdipendenza fra la produzione capitalista di plusvalore e servizi che la rendono possibile. Come si vede sono le fondamenta stesse delle tesi negriane ad essere fuori del marxismo e fuori della realtà. La riprova é che il carattere operaio del lavoro bancario Negri crede di scoprirlo nel comportamento di lotta di questi, come di altri lavoratori, nella coscienza che di sé come categoria esprimono i bancari in taluni momenti di tensione contrattuale.

La classe, con questo metro, si definirebbe dunque non più per via della collocazione obbiettiva dei suoi componenti nel processo di produzione, bensì per ciò che i soggetti pensano di sé. Qualificare questo di idealismo, e vecchiotto, é il minimo.

Viceversa dobbiamo riaffermare con forza contro gli slogan vaneggianti del tipo “lotta bancaria, lotta proletaria” che non solo il lavoro di banca ha a che fare con il lavoro operaio solo per alcune forme e delle più marginali, ma che lungi dal rappresentare un momento della “cooperazione del lavoro” astrattamente inteso, premessa vantaggiosa alla trasformazione socialista dei mezzi di produzione, esso rappresenta un qualcosa da eliminare. Essendo legato alla circolazione del denaro e al credito monetario, nutrimento indispensabile e indissociabile dal sistema capitalista é destinato a finire come sono destinati a finire circolazione del denaro e credito monetario sotto i primi colpi della rivoluzione socialista. Se, parallelamente alla socializzazione del lavoro, fenomeni di cooperazione generale e di interdipendenza fra i diversi settori si sviluppano anche nel lavoro bancario, esso non solo favorisce ma é di ostacolo in quanto tale al passaggio rivoluzionario dalla socializzazione del lavoro alla socializzazione dei mezzi di produzione Prima di andare oltre nella caratterizzazione di classe operaia, è necessario insistere sul primo concetto, che molti vorrebbero superato, della collocazione nel processo produttivo e nel possesso o meno dei mezzi di produzione. Una tesi in voga, ancora nell'area dell'autonomia, che la distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo é stata vanificata dalla realtà storica della dinamica capitalista, é stata “riassorbita nella genericità del lavoro riproduttivo”. (3)

È evidente che una tesi simile ben si collega a quelle già viste sull'espansione della fabbrica alla società. E infatti il tentativo confesso é quello di darsi un nuovo “referente politico” diverso da quello delle “organizzazioni operaie tradizionali” che consisterebbe nella centralità politica degli strati di classe produttivi. Il buffo é che é pur sempre Negri a criticare, come abbiamo visto, il PCI perché riferentesi non più agli operai ma ad indistinte masse popolari. Ma vediamo come questa tesi viene espressa dal Negri:

L'approvazione capitalistica della circolazione, appropriazione sempre più totalitaria, determina la circolazione come base della produzione e della riproduzione, fino ad un limite di identificazione storica, effettiva (anche se non logica) di produzione e circolazione. (4)

In questo testo di “filosofia marxista” - ennesimo tentativo di superamento del marxismo dall'interno o dall'esterno - si cerca di dare un più profondo fondamento alle tesi più direttamente politiche ed é dunque qui forse che la mistificazione si fa al contempo più sottile e più grave. Marx ha certamente indicato nei Grundrisse, (che sono il testo che Negri prende in considerazione in “Marx oltre Marx”) meccanismo mediante il quale il capitale sussume al suo comando tutti i meccanismi della produzione, della distribuzione fino ai più fini meccanismi della vita civile.

Ma quel che Negri, da buon cattolico, non può capire é la differenza fra comando del capitale, del modo di produzione capitalista, sulla vita civile ed identificazione (inesistente) fra modo di produzione capitalista e diverse forme di vita economica e civile che con esso possono e anzi debbono coesistere. In altre parole, Negri e come lui i molti altri accademici del “marxismo”, non comprende e non comprenderà mai ciò che i marxisti non patentati dagli atenei borghesi sanno per averlo semplicemente letto in Marx e constatato nella realtà: il totalitarismo capitalista nella appropriazione della circolazione non significa né può mai significare identificazione. Capitolo VI inedito del capitale sembra scritto proprio per certi professori. È una bella coincidenza infatti che vi si trovi scritto (5):

Sbagliano perciò: sia coloro che considerano il lavoro salariato, la vendita del lavoro al capitale e quindi la forma del salariato, come esteriori alla produzione capitalistica, mentre il lavoro salariato é una forma essenziale e continuamente riprodotta dallo stesso rapporto di produzione capitalistico della mediazione; sia coloro che vedono in questo rapporto superficiale, in questa formalità essenziale, in questa apparenza del rapporto capitalistico, la sua sostanza e conseguentemente pretendono di caratterizzare il rapporto assumendo operai e capitalisti sotto il rapporto generale fra possessori di merci facendone così l'apologia e cancellandone la differentia specifica [i corsivi sono di Marx].

L'operazione di Negri, in tutti i suoi scritti, diremmo nella sua impostazione, consiste nell'invertire semplicemente i termini del secondo errore denunciato da Marx. Là, l'errore consiste nel far apparire il rapporto propriamente capitalistico come una forma del generale rapporto fra possessori di merci; qui Negri & Co. fanno apparire ogni rapporto generale fra possessori di merci come un rapporto specificamente capitalistico. Allargamento delle sfere di produzione, invece, allargamento del mercato, assunzione di tutte le attività sotto il comando del capitale attraverso le mediazioni della stessa circolazione propriamente capitaiista e dello Stato, ebbene tutto ciò sono un fatto che il marxismo deve ben considerare nella definizione delle forze sociali in campo e nella strategia rivoluzionaria, ma che non deve assolutamente confondere con pretese loro identificazioni col processo diretto di valorizzazione del capitale. La distribuzione del plusvalore nelle tre forme di profitto, interesse e rendita e la relativa circolazione del denaro corrispondente alle tre forme non possono mai confondersi con la produzione stessa di plusvalore, anche se e quando la funzionalizzazione di quelle a questa si spinge al massimo nella forma di assolutizzazione dei comando del capitale sulla società.

La stessa mistificazione e per lo stesso autore la si trova in questa forma: (6)

... tutta l'organizzazione tecnica del lavoro é strettamente connessa allo sfruttamento e [...] in realtà non si può neppure dire strettamente connessa perché é qualche cosa di più profondo della connessione, é l'essenza del fatto: bene allora devi concludere che praticamente tecnologia é comando nel senso più pieno della parola, che processo lavorativo é immediatamente processo di valorizzazione [corsivo nostro].

La prima parte é vera, la seconda é semplicemente arbitraria. La prima parte potrebbe essere presa di peso da Marx (7) la seconda é contraddittoria con tutto il Capitale. Il fatto che, come aggiunge Negri, "questa era la posizione generale e radicale di tutti i compagni dei Quaderni Rossi”, non fa che confermare che Q.R. avevano ben poco di marxismo.

L'allargamento delle sfere di produzione

È lo stesso Marx a metterci in guardia contro facili estremizzazioni per le quali, per esempio, abbia da intendersi per lavoro produttivo solo quello di merci materiali. Perché il lavoro sia produttivo é necessario che il risultato delle attività lavorative sia una merce. Ma la merce può bensì essere un prodotto materiale come immateriale.

La componente essenziale della merce, anche se non sufficiente, il valore d'uso, può benissimo essere associata a un bene immateriale, per esempio un servizio. Ciò però non significa che tutta la produzione di merci immateriali sia da considerarsi produzione capitalista. Perché questo sia possibile abbiamo visto che é necessario che la produzione abbia i caratteri essenziali del capitalismo: sia cioè valorizzazione del capitale. Ora i caratteri distintivi della produzione capitalista sono la sua vasta scala e la possibilità quindi di passare dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo, l'introduzione quindi di macchine. Condizione perché il lavoro sia produttivo é che esso sia scambiato contro denaro come capitale e non come semplice denaro (reddito).

Questi sono gli elementi che congiunti e combinati ci definiscono le sfere di produzione capitalista e quindi il lavoro produttivo capitalista. Possiamo bensì avere in certi settori un'espansione delle forme capitaliste in cui il lavoro si svolge, senza che si possa parlare di sfere di produzione capitalista. Banche e agenzie pubblicitarie sono gli esempi che abbiamo riportato e che rientreranno in questo caso. Ma dagli ultimi decenni abbiamo visto un reale espandersi della produzione capitalista in sfere prima coperte da modi di produzione arcaici o in settori addirittura prima impensati e dallo stesso capitalismo “creati”.

Per i primi possiamo certamente riferirci in particolare alla agricoltura e alla zootecnia. Produzioni precedentemente affidate alla conduzione familiare su base proprietaria o di piccola affittanza o di mezzadria, sono oggi quasi completamente coperte da vere e proprie aziende capitaliste in cui ritroviamo combinati tutti gli elementi del capitalismo e che tendono a imporsi come uniche possibilità della produzione agricola stessa.

Possiamo per esempio ben dire che in Italia, se la penetrazione comunista nelle campagne é ancora ben lungi dall'avere una rilevanza, tuttavia ne esistono ormai tutte le condizioni obbiettive, essendo ormai quasi esclusiva la presenza di proletariato agricolo. Le poche isole rimaste di conduzione comunque pre-capitalista sono in fase di definitiva agonia; e saranno le stesse forme cooperative propugnate dal PCI a decretarne la fine con la conseguente instaurazione di rapporti propriamente capitalisti.

Che poi, per ipotesi, parte degli attuali piccoli contadini si trasformino in capitalisti impiegando mano d'opera salariata di origine sottoproletaria o proveniente dal medesimo piccolo contadiname, con una conseguente fase di intensa ristrutturazione sia economica sia sociale, cambia poco al la questione.

Parimenti nel settore zootecnico, solo fattori d'ordine strettamente tecnico e pochi altri d'ordine “storico” (essenzialmente le tradizioni) fanno si che l'ovinicoltura resista alla penetrazione capitalista. Polli bovini, suini eccetera non sono più il prodotto eccedente del piccolo e medio contadino, sono invece gli sgradevoli prodotti di una vera e propria industria in cui il perfezionamento tecnico si accompagna egregiamente ed é la condizione essenziale dell'estrazione di quote notevoli di plusvalore relativo.

Chi lavora (pochi per impianto) nei grandi allevamenti industriali, non solo lavora in condizioni di operaio salariato, ma fa parte a pieno titolo della classe operaia produttiva. Per quanto riguarda invece i settori inventati dal capitale è sufficiente per esempio riferirsi all'elettronica o all'informatica divenuti dai primi anni 60 settori trainanti del processo di accumulazione capitalista.

Sono settori produttivi creati e dilatati dal capitale sulla scorta delle coperte e delle invenzioni della scienza moderna che non a caso ha fatto qui progressi enormi a fronte dei lenti passi compiuti per es. nello studio dei tumori. In venti anni si é passati dalla calcolatrice elettrica ai microprocessori e alla conseguente possibilità “per tutti” di portarsi in tasca un elaboratore dati. Ma in venti anni, informa il prof. Veronesi, nessun passo sostanziale é stato fatto nella cura del cancro (8):

Una vera lotta al cancro non é mai stata fatta prima di 10 anni fa neppure in America, dove la ricerca vera e propria é iniziata solo nel 71.

Il fatto é che, mentre le innovazioni tecniche sulla base delle nuove conoscenze di fisica elettronica si pongono ad oggetto della produzione capitalista, ovvero della valorizzazione del capitale come tale, la medicina rappresenta solo un servizio del tutto improduttivo per il capitale, fatta eccezione ovviamente per i medicamenti prodotti su larga scala. Non é certo un caso che, ad onta della natura terribile della malattia, la ricerca sia iniziata solo quando la casistica tumorale ha raggiunto valori altissimi da vero mercato di massa. Oggi tre grandi aziende americane (due multinazionali) sono in corsa sfrenata per la soluzione tecnica alla produzione industriale del recente ritrovato (l'Interferon) sul quale si riversano le speranze dei milioni di ammalati.

Sono certamente questi i fatti che ci inducono a dire che non esiste scienza che non obbedisca in qualche modo alle leggi del capitale.

D'altra parte sono i fatti che ci inducono a ritrovare anche nella scienza sfere particolari nelle quali il modo di produzione capitalista afferma il suo dominio reale, in cui cioè importa i processi della sua autovalorizzazione. Ma, ancora, se questo si rende possibile attraverso il comando che il capitale riesce ad esercitare sugli indirizzi scientifici, se dunque questo può esprimersi come sussunzione di ogni scienza al capitale, ciò non significa che tutti gli aspetti del 'fare scienza' si identifichino con i processi di valorizzazione del capitale e dunque tutti coloro che svolgono attività lavorative in questo ampio settore siano o capitalisti o lavoratori produttivi.

L'introduzione del macchinismo per la estrazione di plusvalore relativo dall'impiego della forza lavoro può essere effettuata nella sfera della produzione di medicamenti come nella produzione di strumenti e apparati scientifici, ma non nella ricerca, dove i lavoratori, per quanto sfruttati (e nessuno per molti casi lo nega) non possono comunque essere considerati come quella mano d'opera mobile ed intercambiabile che costituisce la classe produttiva di plusvalore.

In generale allora dobbiamo concludere che l'allargamento delle sfere produttive del capitale, fatto reale e di enorme rilevanza, non significa affatto e non significherà mai che tutte le attività lavorative svolgentisi sotto il regime capitalista siano di per sé momenti di valorizzazione del capitale, ovvero che possano essere considerate attività particolari di un medesimo lavoro produttivo in senso capitalistico.

Circolazione e terziarizzazione

Poiché molti e Negri in testa si sono serviti e si servono degli scritti di Marx sulla circolazione per convalidare le loro tesi sulla identificazione fra ogni attività lavorativa e lavoro produttivo, vale la pena che torniamo a reinquadrare il problema negli esatti suoi termini. Poiché le tesi più spinte si trovano nel “Marx oltre Marx” di Negri, e poiché tale testo si presenta come un saggio sui “Grundrisse”, torniamo a questi.

Alla circolazione sono dedicate molte pagine del secondo volume (9). L'esposizione sintetica nel modo di impostare il problema é questa: oltre al tempo di lavoro realizzato nel prodotto - dunque tempo di lavoro produttivo - interviene, come momento della creazione di valore il tempo di circolazione del capitale. Se il tempo di lavoro si presenta come l'attività che crea valore, questo tempo di circolazione del capitale si presenta come tempo di svalutazione. (10)

Già da qui discende che le attività lavorative inserite nel meccanismo della circolazione del capitale non sono creative di valore, ma ...risparmiatrici di svalutazione. Prosegue Marx:

D'altra parte, se il tempo di circolazione del capitale fosse posto uguale a 0, e i diversi stadi della sua trasformazione si susseguissero nella realtà con la stessa velocità con cui si susseguono nel pensiero, anche questo rappresenterebbe il massimo coefficiente possibile di frequenza del processo di produzione, vale a dire il massimo numero di processi di valorizzazione del capitale in un determinato periodo di tempo.

È evidente qui il rapporto di implicazione fra le due grandezze ma la non identità fra processi di valorizzazione del capitale e circolazione del capitale. In conclusione:

Il tempo di circolazione perciò non é elemento positivo che crea valore, se fosse uguale a 0 la creazione di valore sarebbe massima. Se fossero uguali a 0 con il tempo di lavoro supplementare o il tempo di lavoro necessario, se cioè il tempo di lavoro assorbisse tutto il tempo o la produzione potesse andare avanti senza alcun lavoro, allora non esisterebbe né valore né capitale, né creazione di valore. Il tempo di circolazione determina perciò il valore solo in quanto si presenta come ostacolo naturale ai fini della valorizzazione del tempo di lavoro. Esso é in fact una detrazione di tempo di lavoro supplementare, ossia un aumento del tempo di lavoro necessario. (11)

Va a questo punto chiarito che contrariamente a quanto potrebbe sembrare il tempo di trasporto delle merci dal luogo di produzione al luogo di smercio (al mercato) non rientra nei tempi di circolazione così intesi, ovvero il trasporto può e deve essere considerato ancora momento della produzione stessa. Sempre sui Grundrisse troviamo esaurienti spiegazioni di ciò. (12)

Il nocciolo sta qui:

È possibile che ci sia un pluslavoro nei costi di trasporto e che quindi il capitale ricavi da essi un plusvalore? La risposta al problema é semplice se ci si pone la domanda: quale è il lavoro necessario o il valore in cui esso si oggettivizza? Il prodotto deve pagare:
# il proprio valore di scambio, ossia il lavoro in esso oggettivato;
# il tempo supplementare che il battelliere o il carrettiere ecc... impiega nel trasportarlo.

Marx risolve positivamente la domanda e conclude:

Il caso é del tutto identico a quello che si verifica nella produzione immediata e il plusvalore originario del prodotto trasportato può derivare soltanto dal fatto che una parte del tempo di trasporto non viene pagato agli operai perché va oltre il loro lavoro necessario per vivere, é tempo supplementare.

Tutto quanto precede circa la circolazione “nel tempo” poiché, ancora Marx chiarisce:

la condizione spaziale, il trasporto del prodotto al mercato, rientra dal punto di vista economico nel processo di produzione stesso.

pag. 173

Ora anche riguardo la circolazione nel tempo, Marx, che in verità ha poco da imparare da Negri, non asserisce che in assoluto la circolazione non crei valore.

La circolazione può creare valore solo se richiede un impiego supplementare di lavoro altrui, oltre quello immediatamente consumato nel processo di produzione. In tal modo é come se nel processo di produzione fosse usato immediatamente più lavoro necessario. Solo i costi di circolazione reali elevano il valore del prodotto, diminuendo però il plusvalore [corsivo nostro]. (13)

È chiaro che tutto si può dire della circolazione, salvo che sia “momento di fabbrica”.

Descritti in questi termini i rapporti fra produzione e circolazione, possiamo spingerci ad esaminare le implicazioni sul terreno delle corrispondenze sociali.

È fuor di ogni dubbio che nelle cittadelle capitaliste il capitale abbia dato enorme impulso a quei servizi e a quelle attività che, connesse alla circolazione, tendono costantemente ad abbreviarne i tempi (potrebbe essere oggetto di uno studio a parte il reale rapporto anche quantitativo fra il fisiologico restringersi dei tassi di aumento del plusvalore relativo e della massa di plusvalore e il progressivo restringersi dei tempi di circolazione, ovvero dei coefficienti di svalutazione del capitale, come tentativo del capitale stesso di compensare il primo con il secondo nel processo di realizzazione del plusvalore). (14)

Questo fenomeno fa si che sia in qualche modo legittimo parlare di 'terziarizzazione' anche se non giustifica minimamente i vaneggiamenti di chi vede nel fenomeno particolare della terziarizzazione la caratteristica generale e unificante del capitale a scala internazionale (questa é oggi la scala alla quale il capitale deve essere considerato)e a partire dalla negazione del fenomeno si spinge ad indicarlo come dilatazione della produzione capitalista.

Gli imprenditori che operano nei servizi in qualche modo facenti parte del processo di circolazione (credito - il caso maggiormente considerato da Marx, marketing, pubblicità, elaborazione e trasmissione dati...) tendono si alla creazione di valore “per sé”, ma giusto come indica Marx, a scapito del plusvalore totale. La loro esistenza e lo sviluppo dei loro settori é da riferire quindi non tanto ad una loro capacità di creare plusvalore quanto alla loro capacità, abbreviando in qualche modo i tempi di circolazione, di appropriarsi di una parte del plusvalore così risparmiato. A titolo puramente esplicativo facciamo l'esempio ipotetico di un fabbricante che calcolando in condizioni normali una svalutazione del plusvalore prodotto nella sua fabbrica del 10 per cento a causa dei tempi di commercializzazione, e riscossione, si veda offrire sul mercato servizi che gli consentono di operare risparmi in tutte le fasi (per risparmio si deve comunque intendere il risparmio netto sull'insieme complesso di operazioni nel periodo medio-lungo). Quali sono i criteri che il fabbricante adotterà per decidere se ricorrere a quei servizi e a quali? Evidentemente per l'imprenditore il primo problema che dovrà risolvere per decidersi é questo: quanto mi costa? Se il costo del l'operazione si presenta complessivamente inferiore a quel 10 per cento di “svalutazione” che gli comporta il continuare senza, egli certamente deciderà per il sì. Quanto dovrà pagare ai fornitori del servizio egli lo dovrà detrarre comunque dal suo plusvalore, ma con un risparmio netto di un x per cento che é la molla fondamentale della terziarizzazione stessa. Per parte loro i fornitori dei servizi si approprieranno chiaramente di una quota di plusvalore risultante dalla differenza fra svalutazione del capitale sui tempi lunghi di circolazione e svalutazione sui tempi ora più brevi.

L'entità della quota é certamente variabile e soggetta a continue contrattazioni e revisioni, ma resta sostanzialmente quota di plusvalore prodotto nella fabbrica dell'imprenditore.

I lavoratori dipendenti nelle aziende di servizi, per quanto sfruttati, per quanto proletarizzati nelle proprie condizioni di lavoro e di vita, non potranno in alcun modo essere considerati lavoratori produttivi, nel senso più pieno, marxista, del termine. Saranno produttivi di reddito per il loro “boss”, su questo non c'è dubbio, ma non produttivi di plusvalore.

Non é luogo qui di soffermarci sulle variazioni quantitative del rapporto fra lavoratori produttivi e lavoratori “sfruttati” ma improduttivi. Quel che interessa soltanto sottolineare perché di importanza fondamentale nell'analisi marxista é che ciò avviene in alcuni mercati nazionali non può essere assunto come tendenza generale e unificata del capitale complessivo. In altri termini alla eventuale terziarizzazione nelle cittadelle avanzate corrisponde comunque una proletarizzazione spinta nelle altre regioni del mercato mondiale, nel quadro di una redistribuzione e riorganizzazione del lavoro a scala internazionale.

In conclusione le attività lavorative, molte e multiformi che si svolgono nel settore genericamente terziario non possono essere considerate “lavoro produttivo”, indipendentemente dal fatto che sullo sfruttamento di tali attività campi una buona fetta di borghesia parassitaria la cui unica funzione é redistribuirsi quote più o meno rilevanti del plusvalore complessivo prodotto nel paese. Di converso possiamo considerare appartenenti o costituenti il settore terziario dell'economia capitalista quelle attività e aziende che, impegnate in un modo o nell'altro nel mondo della circolazione, non sono creative di plusvalore, poiché si appropriano di quote del plusvalore altrove prodotto, sebbene concorrano, e proprio per questo a determinare il valore finale delle merci sul mercato.

Un caso particolare é quello dei servizi di Stato, la determinazione dei quali non é in rapporto ai singoli capitali. Ciò significa che, mentre per esempio la pubblicità o il servizio marketing si rivolgono ai singoli produttori nel senso che contribuiscono direttamente alla accelerazione dei tempi di circolazione dei singoli capitali, i servizi forniti dallo Stato determinano le condizioni generali della produzione e della circolazione più adeguate e più favorevoli a quel dato livello di sviluppo del capitale stesso. Anzi, molti servizi di Stato sono così.

Anzi, molti servizi sono forniti dallo Stato perché pur essendo essenziali alla produzione e alla circolazione del capitale non presentano una remuneratività adeguata per i privati cosicché la loro fornitura si risolve in una spesa assoluta per il capitale totale, in una sottrazione di quote nette di plusvalore che però non possono neppure essere redistribuite a “rentier” non direttamente impegnati nelle attività lavorative connesse. Si pensi per esempio alla istruzione dei cittadini. Altro non é, in regime capitalista, che la preparazione della mano d'opera ai diversi livelli di preparazione e qualificazione richiesti dalla società capitalisticamente organizzata (non entra qui in questione reale la corrispondenza della scuola alle attuali richieste della... società). Ebbene in questo comparto é evidente la non redditività del servizio, come d'altra parte é evidente l'incidenza che esso ha nelle quote di plusvalore che lo Stato deve sottrarre al capitale per assicurarselo.

Che poi il servizio di Stato, essendo spesso fornito dietro pagamento di tariffe, riesca talvolta ad essere in attivo, a guadagnare cioè sui costi generali di esercizio, questo non significa comunque creazione di valore da parte del servizio. Le tariffe pagate costituiscono reddito dell'azienda, ma non profitto di capitale poiché tale reddito é semplicemente costituito da quote di plusvalore del capitalista o di salario operaio (e se gli operai riuscissero al contrario di oggi a recuperare con gli aumenti salariali quanto sottratto loro dallo Stato per i servizi che esso fa pagare, ebbene il reddito di Stato del Servizio graverebbe ancora una volta sul plusvalore). Significa questo che tutte le attività comandate dallo Stato nei paesi occidentali sono da considerare capitalisticamente improduttive? No, certo. Si tratta invece di distinguere fra tali attività quelle che rappresentano un servizio per il capitale totale e quelle che rappresentano invece vera e propria produzione capitalistica.

In questo senso bisogna distinguere fra scuola di Stato ed Ente Nazionale Idrocarburi. Con questi criteri dovremmo muoverci nella distinzione fra lavoratori produttivi e improduttivi all'interno dello Stato capitalista moderno. Un ultima puntualizzazione del concetto di produttività e improduttività é forse la più importante del nostro tema. Essa, come vedremo, vale sia per il lavoro che per il capitale, sia per i lavoratori, sia per i borghesi.

Anche il signor Rossi, titolare dello studio di pubblicità, si sente e soprattuto é un capitalista. Egli investe una somma di denaro in locali in cui insediare lo studio, in macchine e strumenti necessari alla amministrazione e a certe fasi della produzione, in specialisti (e cioè affitta i veri mezzi di produzione specifica, indissociabili dai rispettivi possessori) e infine in lavoratori generici (amministrativi, esecutivi, fattorini). Da questo investimento egli conta di ricavare un profitto, oltre il rimborso della spesa stessa. In questo senso la somma di denaro investita é un capitale, non dissimile da quello del produttore di scarpe. Il fatto però essenziale é che il prodotto del signor Rossi é un servizio che nulla aggiunge al valore complessivamente prodotto dalla società ma che é invece strumento di redistribuzione del plusvalore to tale.

Dobbiamo concludere che quel capitale, il capitale dei tanti signor Rossi che popolano le “laboriose” metropoli avanzate é produttivo per sé stesso ma non per il capitale totale. I suoi dipendenti sfruttati saranno produttivi per il capitale particolare dei sig. Rossi, ma non per il capitale totale. Che poi anche questo torni utile e necessario al funzionamento e alla reale produttività del capitale totale, non sminuisce il fatto che la distinzione resta e ben marcata.

Il signor Rossi resta pur sempre un capitalista, un borghese, membro di quella classe che é la principale se non l'unica vera nemica del proletariato. Rientrerà negli strati improduttivi della borghesia, ma pur sempre nella borghesia. Parallelamente i suoi dipendenti, non specialisti, saranno da lui sfruttati secondo quel medesimo meccanismo che fa si che gli operai di catena alla Alfa Romeo siano sfruttati dall'IRI. Rientreranno in stratificazione non produttive del proletariato, non potranno essere considerati membri della classe operaia industriale, ma sono pur sempre membri de proletariato, parte integrante di quella classe che dovrà abbattere “lo stato di cose presenti”.

Lavoratori produttivi e lavoratori sfruttati

Se sinora ci siamo preoccupati di fissare i criteri con i quali é marxisticamente corretto distinguere fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo,siamo ora tornati alla considerazione da cui eravamo partiti. Era: non tutti i semplici possessori di forza lavorativa sono impiegati produttivamente dal capitale. Adesso possiamo formulare la tesi equivalente: oltre agli operai di fabbrica esistono ampi strati di lavoratori la cui unica proprietà é la propria forza lavorativa che vendono come merce senza che il suo impiego da parte del compratore aggiunga valore al plusvalore complessivo che il capitale estorce dalla produzione sociale.

Nelle cittadelle capitaliste (é di questo in particolare che ci occupiamo) esistono amplissimi strati di proletariato, produttivo per i rispettivi capitalisti ma socialmente improduttivo, che sarebbe gravissimo errore trascurare o ammucchiare nel limbo infame della “aristocrazia operaia”.

Non fanno invece parte di queste stratificazioni di proletariato quei lavoratori che, indipendentemente dalle quote di reddito che ricevono, indipendentemente dalle condizioni formali in cui si svolge la loro attività lavorativa, in realtà operano come possessori autonomi di particolari mezzi di produzione, materiali o intellettuali, di cui si servono. Questi personaggi possono essere raggruppati del sociologo in cento modi diversi, secondo il reddito, secondo il tipo di mezzi di lavoro di cui sono possessori, secondo il ramo di attività, eccetera, ma per il marxista vanno raggruppati in quella vasta, multiforme, contraddittoria semi-classe che é la piccola borghesia, ad essa ben si attagliano le parole dedicatele da Sylos Labini (15):

La mediocrità della vita quotidiana di moltissime famiglie piccolo borghesi non esclude dunque - anzi, forse, in certe circostanze contribuisce a determinare - una polarizzazione verso gli estremi verso il meglio ed il peggio che si può trovare nella umanità.

È una valutazione “morale” che qui poco interessa, ma che si rende possibile proprio per la estrema varietà di tipi, di gruppi e di interessi che in questa semi-classe si agitano.

Tralasciamo il tema piccola borghesia o ceti-medi e torniamo al nostro problema. Pur non ponendosi ancora il problema di quanti sono i proletari dobbiamo ancora considerare quegli strati oggi in drammatica espansione di disoccupati e sottoccupati. Sono certamente parte integrante di proletariato, al punto che i teorici dell'Autonomia sono giunti a vedere in questi il maggior potenziale rivoluzionario, sempre confondendo come é loro costume i concetti (nel caso specifico confondono carica eversiva con reale potenzialità e capacità rivoluzionaria). La situazione contingente per ciascun proletario disoccupato per la quale egli non trova il compratore della sua forza lavoro, nulla toglie al fatto che egli e tutti i suoi compagni di sventura si presenti sul mercato del lavoro privo di altre fonti di reddito, possessore della sola forza lavorativa che offre ai capitalisti perché la impieghino contro il pagamento del valore che essa ha sul mercato (salario). Il fatto stesso che esso si offra sul mercato senza che però lo scambio si compia, rende impossibile addirittura collocare questo proletario nella categoria dei produttivi o degli improduttivi. Egli é proletario di fatto, lavoratore in potenza. È il fatto di essere proletario che lo lega ai compagni lavoratori nella medesima classe rivoluzionaria.

A maggior ragione il sottoccupato, per il quale certi snob degli strati di fabbrica usano l'appellativo di sottoproletario. Il sottoccupato é figura tanto più comune quanto più profonda si fa la crisi del capitalismo. La pubblicistica borghese ci ha informato e ha sentenziato a sufficienza sull'economia sommersa che sarebbe l'ancora di salvezza della intera economia nazionale prossima al naufragio. Non mancano i dati, anche se qui non abbiamo spazio per riportarli, ad indicare come “l'economia sommersa” sia prevalentemente rappresentata da quei settori ormai abbandonati dalla grande produzione e tuttavia necessari o comunque capaci di crearsi uno spazio di mercato. Le ragioni per le quali sono stati abbandonati dalla produzione capitalista a grande scala o addirittura non sono stati mai occupati da questa sono varie. Possono andare dal contenuto relativamente alto di lavoro e relativamente basso di tecnologia, per cui si rendeva impossibile l'aumento del plusvalore relativo, ovvero l'aumento della composizione organica del capitale che si traducesse in aumento della produttività e della produzione, al restringersi del mercato per quei prodotti sino a livelli insostenibili per il grande capitale. Resta comunque il fatto che i fiori di plastica conviene sempre farli fare a lavoro nero nelle case e nelle cantine, come conviene far produrre a quel modo anche certi prodotti di lusso. L'aumento in periodo di crisi di questo tipo di lavoro e il relativo aumento di questa particolare stratificazione di proletariato é legato al fatto che anche in settori tradizionalmente occupati dalla grande industria, o comunque dall'industria capitalista a grande scala, la concorrenza spietata sui mercati mondiali ha reso più conveniente un ritorno a queste forme, certamente precapitaliste in quanto forme di produzione con il relativo smantellamento di fabbriche preesistenti.

D'altra parte per sottoccupazione dobbiamo intendere anche e talvolta soprattutto, le situazioni di sottosalario in piccole imprese che per la particolare ubicazione, per i particolari rapporti di forza anche sul piano strettamente sindacale, possono farsi beffe del prezzo medio della forza lavoro e dei contratti normativi. Detto questo assume particolare interesse quanto afferma Garavini nel breve saggio compaso nel dicembre 73 su Quaderni di Rassegna sindacale (16):

Sottosalario e orari di lavoro molto lunghi sono una delle condizioni che hanno rilanciato l'industria cotoniera nel “profondo Sud” degli Stati Uniti, in modo diverso ma secondo la stessa logica che ha caratterizzato, ad esempio, l'espansione dell'industria calzaturiera in Italia anche per vendere negli Stati Uniti; e dove la lotta sindacale in Italia ha superato il sottosalario, in quelle stesse aziende calzaturiere vi é ora la tendenza a decentrare l'attività produttiva in zone di piccole aziende del settore, che sono rimaste a sottosalario, e a trasformarsi in impresa prevalentemente commerciale che commette ad altri la produzione.

Qui Garavini, come é anche naturale attribuisce al rafforzarsi del sindacato un fenomeno che é endemico nei settori capitalistici in via di marginalizzazione. Gli “altri” ai quali si rivolgerebbe poi la piccola impresa divenuta prevalentemente commerciale sono proprio i lavoranti a domicilio.

Nel '73, secondo una ricerca condotta dalle Università di Ancona e Macerata (17) il 32 per cento dei lavoranti a domicilio era impiegato nel settore “calzature e pelli”. Contemporaneamente un lavoro di stima condotto da Luigi Frey (18) indica per quella regione la presenza di circa 50 mila lavoranti a domicilio su 860 mila del totale del territorio nazionale ad esclusione della Sardegna. Non disponiamo di dati più aggiornati, ma é più che probabile che l'acuita concorrenza internazionale proprio in settori tradizionalmente di dominio italiano come il tessile ed il calzaturiero, abbia indotto notevolissimi aumenti di queste cifre. L'evidente peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di questi lavoratori non corrisponde in alcun modo ad un declassamento, se con questo si intende il passaggio ad una classe inferiore. Essi continuano a pieno titolo a far parte della classe operaia. Non solo, ma della classe operaia direttamente produttiva. In questo senso sono più prossimi la lavorante a domicilio e l'operaio di Mirafiori che non questo e il dipendente dell'INPS Un capitolo a sé é quello in cui si valutino i rapporti quantitativi fra questi strati di classe sottoccupata e le restanti stratificazioni e dove si esaminino le conseguenze sul terreno politico.

La disperazione fisica di questi proletari rende quantomai problematica la loro coesione politica in senso anticapitalista e centuplica quindi le necessità di coesione e di mobilitazione della massa di fabbrica.

È evidente infatti che la teoria dell'operaio sociale, in gran parte fondata anche su una sopravalutazione del fenomeno lavoro nero e lavoro a domicilio, appare come una

facile scorciatoria ad un problema, per di più malamente posto, volendo semplicemente sostituire I'“operaio sociale” al declinante “operaio massa”.

Come prima conclusione

Ma se le implicazioni politiche dei diversi rapporti fra i differenti strati di classe (cioè delle diverse "composizioni di classe") sarebbero il contenuto dello sviluppo ulteriore di questo lavoro, rientra direttamente nel nostro tema introduttitvo l'impostazione metodologica dell'argomento. Ora, se non é vero come visto che "le condizioni della riproduzione" si sono allegate "all'intero lavoro vivo diffusa nella società" (19) é pur vero che i meccanismi dello sfruttamento capitalistico, e quindi le condizioni obbiettive della lotta anticapitalista) si sono estese e notevolmente oltre i limiti della fabbrica tradizionalmente intesa. E se ciò non cambia ancora il ruolo strategicamente centrale della concentrazione operaia di fabbrica, vale però a definire l'ampiezza della classe proletaria nelle sue ampie segmentazioni.

È l'intera classe che dovrà sviluppare la forza d'urto necessaria all'abbattimento del sistema capitalista ed é l'intera classe che dovrà sostanziare il potere proletario dei Consigli. Di qui al momento storico in cui la classe proletaria darà “l'assalto al cielo”, corre tutto il periodo che va dalla frammentarietà della classe e dal suo pressoché totale asservimento alla ideologia e alla politica borghese fino al suo compattamento militare sul programma di attacco rivoluzionario. Le specificità del momento presente non sono necessariamente le caratteristiche compositive della classe proiettata all'assalto del potere borghese. L'importanza di ciò va oltre l'apparente ovvietà. Non é cioè possibile vedere come dati immutabili certi comportamenti di retroguardia di talune (non poche) stratificazioni proletarie nel momento presente. Ciò sarebbe fonte di gravissimi errori di impostazione teorica che si tradurrebbero in incurabile impotenza politica, perché il potenziale rivoluzionario nella società capitalista avanzata si ridurrebbe a ben misera cosa di fronte allo strapotere borghese.

In realtà oggi il capitale é in grado di operare profonde divisioni all'interno della classe operaia. Ebbene é compito dei comunisti, segnatamente ormai, degli internazionalisti, contribuire al processo antagonista di omogeneizzazione della classe.

II capitale opera le sue più efficaci divisioni sul proletariato con la concessione dei “privilegi” a certe stratificazioni, che ritengono così di acquistare un grado superiore rispetto alla massa restante. È compito dei comunisti mostrare la caducità di certi “privilegi”, oltre che la loro falsità in quanto privilegi. E ciò si rende possibile proprio attraverso la difesa del metodo di definizione della classe,sul suo collocamento nell'ambito del processo produttivo, nel rapporto di proprietà che i singoli e i gruppi intrattengono con i mezzi di produzione (o di lavoro).

La carta della professionalità viene oggi pesantemente giocata per esempio, dalle due ali dello schieramento del capitale: padronato e sindacato. Dopo un periodo di “battaglie egualitariste” condotte dal sindacato in coincidenza con la spinta socialdemocratizzatrice che richiedeva la compattezza del fronte operaio dietro una precisa politica borghese, segue ora, raggiunti i maggiori obbiettivi di stabilizzazione socialdemocratica, l'esatto opposto di quella politica: si deve premiare la professionalità, l'accondiscendenza alle esigenze di produttività del capitale. l'ubbidienza alla sua domanda di specializzazione e contemporaneamente di flessibilità. E allora, perdio, i capi siano pagati come capi e la specializzazione dell'operaio “di prima” sia ben marcata rispetto alla genericità del manovale, con l'unica unità di misura che il mondo borghese e i suoi adulatori conoscono: il denaro. Si confrontino le rivoltanti spiegazioni di oggi dei boss sindacali con le patetiche chiamate alla lotta egualitarista dei tardi anni '60 da parte di questi stessi viscidi personaggi e si scoprirà tutto il cinismo di cui sono capaci i servi di un modo di produrre e di organizzare la società ormai fatiscente. Tanto cinismo trova la sua ragion d'essere ancora una volta nella crisi e nelle esigenze di attaccare la classe produttrice, senza che questa insorga compatta. Si tratta cioè per lorsignori di attaccare le condizioni della classe nel suo insieme cercando però di compensare una parte di essa con alcuni privilegi salariali e normativi (privilegi solo in rapporto alla miseria della restante parte) a bilanciare il calo di occupazione che anche su quella parte inevitabilmente si riflette.

È così che si delinea sulla scena di classe un apparente espandersi di quel fenomeno permanente nel modo di produzione capitalista noto come “aristocrazia operaia”. Si assiste cioè al paradosso per il quale da una parte appare crescere lo strato di aristocrazia operaia mentre dall'altra peggiorano le condizioni complessive della classe e particolarmente degli “strati bassi”. La contraddittorietà del fenomeno é del tutto interna alla contraddittorietà della dinamica capitalista nei punti di crisi, anzi obbedisce proprio alle esigenze contraddittorie, spesso sino al paradosso, della dominazione capitalista sulla società. Compito dei marxisti é sciogliere l'apparente segreto della contraddizione, per ricomporre sul terreno degli autonomi interessi proletari le diverse spinte degli strati di classe. Ed é proprio questa operazione, la capacità di svolgerla, che contraddistingue i comunisti dalle varie specie di opportunisti fra le quali quella di chi vorrebbe identificare nella aristocrazia operaia uno strato di classe dal punto di vista di una presunta sociologia marxista, ma in realtà omogeneo alla borghesia quanto a interessi storici. Questa variante dell'opportunismo é molto più comune oggi di qualche-tempo fa e minaccia di andare ad occupare posti nell'arena politica operaia, quasi come se non fosse già infestata a sufficienza dall'opportunismo. Vi fanno riferimento gruppi come Operai e Teoria. il Comitato Comunista di Trento, Agit/Prop di Taranto ed altri in fase di proliferazione congiunturale. Ad essi abbiamo dato una risposta in Battaglia Comunista n. 9/80 sul tema specifico dell'aristocrazia operaia.

Certo non siamo noi a negare il fatto dell'esistere di una aristocrazia operaia e della tenacia con cui certi settori di questa difenderanno il proprio privilegio nei confronti della massa operaia sino al proprio inquadramento nelle file controrivoluzionarie nel momento dello scontro. Ma si tratta pur sempre di strati nettamente minoritari anche rispetto alla massa che molti oggi sono portati a definire di aristocrazia operaia. Lo schierarsi sul piano della controrivoluzione armata o militante di questi elementi comporta comunque l'esistenza della fase rivoluzionaria attiva per le masse proletarie e questa non cala dal cielo delle volontà soggettive maturate al sole delle idee. Matura bensì nel fuoco della crisi catastrofica del capitale, nel fuoco delle lacerazioni sociali degli sconvolgimenti civili che essa genera, nel clima cioè in cui il capitale attacca su tutti i fronti e da tutti i lati perché da tutti i lati si sente soffocato nella sua vita, bloccato nella sua accumulazione. È la situazione in cui il capitale aggredisce e distrugge anche le miserie di privilegio che nella fase immediatamente precedente aveva concesso. Se quindi oggi, la stessa borghesia può far apparire come socialmente significante il privilegio economico che concede agli “strati alti” così che questi si lasciano staccare e contrapporre alla restante massa della classe, é compito dei comunisti preparare le condizioni perché il futuro rientro del privilegio, operato dalla borghesia, si traduca in un riallineamento di queste stratificazioni sul comune terreno di classe rivoluzionaria. Come si preparano queste condizioni, da parte dei comunisti? Innanzitutto denunciando la vera natura del privilegio che significa previsione esplicita di ciò che ne accadrà. Secondariamente impostando la proprie lotte e comunque sforzandosi di arricchire le lotte operaie con quei medesimi contenuti egualitaristici che oggi il sindacato rinnega, anche se al primo momento ciò non solleva gli entusiasmi dei lavoratori degli strati alti interessati.

Il problema d'altra parte si ripresenta più in generale quando si tratta di delineare una prassi di intervento su una classe di fatto segmentata in molti strati di reddito o modi e condizioni di lavoro. L'intervento stesso deve contenere in sé gli elementi dell'unificazione della classe.

Sarebbe errore imperdonabile cercare il terreno d'unificazione in uno standard rivendicativo, che riprecipiterebbe impostazione teorica e pratica dell'intervento nelle acque paludose del para-sindacalismo. Il piano rivendicativo é il piano contrattuale, é il terreno su cui si svolge la compravendita della forza lavoro e sul quale 99 volte su 100 é il capitale a dettare le condizioni. Non é su quel terreno dunque che può darsi reale unificazione della classe. Questa può avvenire e avviene invece nel momento in cui si gioca il superamento della contrattualità stessa, nel momento dell'assalto al sistema capitalista.

La “ginnastica” rivendicativa é ginnastica di classe se tende a quel livello dello scontro. E allora il contenuto di classe della lotta é dato é misurato dalla unitarietà tendenziale delle istanze che in quella lotta si sollevano, dalla negazione in essa contenuta delle linee scissioniste del sindacato.

Sta poi proprio alla organizzazione proletaria rivoluzionaria coordinare, ovvero connettere in una strategia unica ed unitaria, le molteplici istanze provenienti dai diversi settori della classe.

È ancora su questo nodo che si torna ad avere a che fare con la centralità della fabbrica, perché é da li che può partire concretamente la organizzazione proletaria rivoluzionaria. L'importanza dei gruppi comunisti di fabbrica, l'importanza della rete operaia comunista organizzata nelle grandi concentrazioni operaie e da questa irradiantesi alla totalità della classe sta tutta qui.

Mauro jr. Stefanini

(1) T. Negri - “Dall'operaio massa all'operaio sociale” - Multhipla Edizioni - p. 56.

(2) Ibidem pag. 10.

(3) C. Formenti - “La fine del valore d'uso” - Feltrinelli - p. 14.

(4) T. Negri - “Marx oltre Marx” - Feltrinelli - p.122.

(5) Marx - “Il Capitale Libro 1 cap. VI inedito” - La Nuova Italia - p. 99.

(6) Negri “Dall'operaio...” cit. p. 57.

(7) Vedi a questo proposito “Nuova organizzazione del lavoro - Avanza il dominio del capitale” in Battaglia Comunista n. 11/80.

(8) Intervista su l'Unità del 13-10-1980 p. 6.

(9) Marx - “Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica” - La Nuova Italia ed. 2 vol - pagg. 173-194.

(10) Ibidem p. 180.

(11) Ibidem pagg. 180-181.

(12) Ibidem pagg. 157-173.

(13) Ibidem p. 193.

(14) Marx spiega (ibidem p. 188) che la “valorizzazione totale del caitale in un dato periodo di tempo non é determinata semplicemen te dal nuovo valore che esso crea nel processo di produzione o dal tempo supplementare realizzato nel processo di produzione, ma da questo tempo supplementare (plusvalore) moltiplicato per il numero che esprime la frequenza con cui il processo di produzione del capitale può essere ripetuto in un determinato periodo . Il numero che esprime questa ripetizione può essere considerato come il coefficiente del processo di produzione o del plusvalore che quest'ultimo crea”.

(15) Sylos Labini - “Saggio sulla classi sociali” - Laterza - p. 55.

(16) S. Gavarini - “Articolazione produttiva, composizione di classe e unità operaia” in Quaderni di Rassegna Sindacale n. 44.45.11 Lavoro a dimicilio - p. 61.

(17) Quaderni di Rass. Sind. citato pagg. 96-104.

(18) Ivi p. 53.

(19) Negri - “Proletari e Stato” - Feltrinelli 77 - p. 15.

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