Zone calde e prospettiva bellica nella presente situazione internazionale

A livello economico come a livello politico il pianeta Terra é un ribollire di avvenimenti inquietanti che aprono altrettanti inquietanti interrogativi sui destini stessi dell'umanità.

Lavora alla base di tutto ciò una complessa realtà, fatta di leggi non scritte (se mai empiricamente “scoperte”), di precise tendenze e controtendenze, di intrecci che estendono il loro essere nelle più profonde pieghe della economia, della politica e della diplomazia internazionale. Il complesso ideologico del capitalismo é scosso in profondità pur senza mostrare, almeno nella presente fase, l'evidenziarsi dei segni della propria alternativa storica.

La realtà di classe, quella delle forze capitalistiche, trova motivi “rigeneratori” - quando addirittura non ripropone che modestissime modificazioni allo status quo - nonostante l'ormai evidente e palese obsolescenza storica cronicizzata da cui sembra irrimediabilmente perseguitata.

Il rovesciamento della prassi, la soluzione rivoluzionaria, é prospettiva “teorica” che solo nella mente di qualche vaniloquente intellettualino, avulso dalla realtà e dalla storia, può trovare il proprio sito evanescente?

La classe operaia, imbrigliata nelle spire dell'Imperialismo, variamente manifestantesi nei diversi punti della terra, é così, come sembrerebbe, costretta a subire in eterno la realtà dello sfruttamento e della prevaricazione borghese che riesce ormai ad incunearsi nei livelli, tutti, delle sue sfere vitali?

Da materialisti e da marxisti diciamo no. Ma da tale angolo visuale é però più che necessario indicare i termini in cui si manifesterà il corso stesso della storia: per evidenziarne le tendenze, prevederne gli arresti, individuarne le devianti, comprenderne i complessi aspetti che racchiudono infine le suaccennate possibilità circa la coincidenza tra fattori oggettivi e quelli soggettivi (situazione rivoluzionaria e capacità-possibilità realizzativa) legati da meccanici rapporti di causa ed effetto, sono altresì le condizioni del superamento rivoluzionario del capitalismo.

Niente più che la situazione internazionale che, come dicevamo, é ricchissima di segni validi per i fini di cui sopra, ci offre la possibilità di fare il punto sulle condizioni di salute del capitalismo quanto sulla attuale condizione della lotta di classe, le sue prospettive e gli impegni di lavoro che preannunciano di ammassarsi (sperandoli in tempi relativamente brevi) sulle spalle degli sparuti gruppi rivoluzionari di tutto il mondo.

I punti “caldi”

I cosiddetti punti “caldi” sono sparsi qua e là sulla terra e rappresentano le zone a più alto contenuto esplosivo. Pur essendo identificabili con precise zone geografiche, estendono la loro potenzialità dirompente in aree certamente assai più vaste che non i territori dagli stessi occupati. Ciò per essere il risultato di intrecci politici ed economici tipici dell'era dell'imperialismo (tensioni e/o conflitti interimperialistici), nella quale era o fase storica si é ottenuta la generalizzata situazione di una unificazione pressoché totale dei mercati internazionali: un conflitto locale non può essere che la punta di diamante di più vaste tensioni generate ed alimentate dagli interessi di gruppi o stati imperialisti.

La guerra tra l'Iraq e l'Iran, l'ancora in corso contenziosa diatriba tra quest'ultimo e gli Stati Uniti, tra Unione Sovietica e resistenza afghana, quanto succede in Medio Oriente, nell'Africa nera ed australe, in America Latina o nel sud-est asiatico, sono tutti tasselli di un unico mosaico teso a ricomporre e sconvolgere gli attuali equilibri internazionali.

Non senza i pericoli derivanti dal fatto che, insieme alle modificazioni strategiche dello scacchiere internazionale, si modificano senza posa i rapporti di forza e i relativi e connessi interessi economici di quelli che sono gli assi portanti delle linee imperialistiche a livello mondiale: quelle dominate da USA e URSS.

Direttamente o indirettamente, dietro a tutte le situazioni accennate, vediamo la presenza tentacolare di questi due principali centri dell'Imperialismo i quali si trascinano dietro schiere di alleati, potenti e meno potenti, nugoli di paesi satelliti o semplicemente.... subordinati in tutto e per tutto.

L'Iran, L'Iraq e l'Afghanistan sono senz'altro tra i punti píú caldi della terra nella presente situazione (la rapidità con cui si 'surriscaldano' paesi ancora 'freddi' ci fa ritenere la realtà del capitalismo ormai come un'enorme miccia accesa). Dietro ai fatti inquietanti che stanno dietro alla crisi di queste particolari aree geografiche vi sono gli interessi delle due superpotenze: già con la crisi Iran-USA si vide la minaccia di conseguenze irreparabili. La “rivoluzione islamica” che non mancò di contagiare paesi geograficamente vicini (Libia in prima linea e da tempo impegnata fanaticamente sul fronte religioso dell'Islam) fu il trionfo dell'oscurantismo e dell'irrazionale? No. Fu la forma con cui si poterono esprimere le istanze della borghesia iraniana che reclamò (e strappò) allo Scià quelle fette di potere che la dinastia dei Pahlevi aveva sempre negato. La monarchia si configurava ormai come un involucro troppo stretto di fronte alle necessità di un paese che vedeva affluire nelle casse imperiali fiumi di petrodollari direttamente incamerati dai beneficiari delle caste legate alla famiglia che regnava sul trono del Pavone.

E dalle multinazionali del petrolio (le sette sorelle famigerate di cui ben cinque sono americane) nonché dalle banche d'oltreoceano che risultavano le più alte beneficiarie della situazione. L'occupazione dell'ambasciata americana da parte degli studenti islamici e l'imprigionamento del corpo diplomatico tuttora (sino al momento in cui scriviamo) trattenuto dagli oltranzisti khomeiniani, fu veramente il gesto inconsulto di quel pazzo furioso di Khomeini affetto da schizofrenia senile? Fu un tentativo di sganciarsi dalle spire del dollaro divenuto un impedimento alla gestione di quelle quote di profitto che lasciavano definitivamente il paese per riversarsi nelle tasche senza fondo degli imperialisti americani.

Non fu pazzia. Fu rischio calcolato, gestito poi da entrambe le parti come banco di prova per terzo conflitto mondiale (così definimmo a suo tempo la prova di forza tra Khomeini e Carter). Il veto sovietico ad un “probabile”. intervento americano in terra iraniana fece entrare l'URSS nel vivo della contesa delineando così la possibilità che l'Iran, per sganciarsi dall'influenza del dollaro avrebbe dovuto subire quella, forse ancor più pesante, dei rublo (in tale periodo di smorzavano le invettive contro i “materialisti” e “infedeli” sovietici per riprendere in seguito, allorquando la tensione andava diminuendo di intensità e di tono).

La posta in gioco era ovviamente il controllo di una tra le più importanti aree strategiche del mondo; laddove corrono le rotte del petrolio e dove comincia a fare acqua il sistema difensivo della NATO. Proprio ai confini con l'Unione Sovietica. Non ancora sbollita la situazione tra Iran e Stati Uniti ecco che interviene quella afghana dove troviamo l'URSS in prima persona impegnata militarmente in Afghanistan, già paese “fratello” ma all'interno del quale intransigenti tendenze antisovietiche che partivano dal basso, andavano via via estendendosi, non frenate nemmeno da quell'epurazione ai vertici che fece seguito al colpo di stato progettato a Mosca e da Mosca militarmente imposto; direttamente (interi battaglioni inviati da Castro, il mercenario al soldo di Breznev ancor prima che Presidente di turno della Conferenza internazionale dei Paesi “non-allineati”). Mentre si estendeva ed infuriava una disperata resistenza in Afghanistan (a direzione borghese; manco a dirlo) si apre il contenzioso tra URSS e USA. Quest'ultima impegnata - appellandosi ai criteri della “distensione” e ad un insospettato innato amore per la “pace” - nella richiesta di ritiro delle truppe d'occupazione dal territorio afghano e nell'elaborazione di piani di ritorsione contro l'URSS risoltosi nel boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca (é proprio vero che “can non morde cane”).

La perdita dell'Iran da parte americana aveva notevolmente rafforzato le posizioni dell'URSS in quella regione limitrofa ai paesi arabi, zona tradizionalmente sotto l'influenza diretta o indiretta di Mosca. Non é un caso che l'unica “isola” filoamericana della regione mediorientale, Israele, era stata fatta oggetto da parte degli USA di premurose attenzioni. Israele é cresciuta oltre che col plusvalore estorto alla propria classe operaia e con i cospicui aiuti finanziari della lobby ebrea internazionale, coi giganteschi finanziamenti americani (dalla costituzione dello Stato di Israele ad oggi). Finanziamenti che lo legavano agli Stati Uniti a doppio filo e, nello stesso tempo, fungeva da pretesto all'irrisolvibilità della questione palestinese, in nome dei quali e sulla testa dei quali sono state combattute sanguinose guerre ed é stato versato fiumi di sangue proletario. Finanziamenti che hanno però subito un notevole rallentamento da quando si é instaurato quel rapporto privilegiato tra USA ed Egitto che portò alla apertura tra arabi e israeliani (in realtà solo tra Egitto e Israele).

Quell'importante “fattore di pace” che si credette essere stato avviato con le trattative di Camp David tra Begin e Sadat sotto gli auspici di Carter (e con la totale assenza partecipativa di Breznev) si rivelò invece un potentissimo innesco pronto a far riesplodere una ben più grave situazione di tensioni nel vicino oriente. Il mondo arabo si divise ulteriormente e a parte la tiepidezza di alcuni paesi come l'Arabia Saudita, portò alla costituzione del “Fronte del Rifiuto”, i “falchi” della situazione capeggiati dalla Libia dell'inarrestabile Gheddafi e seguiti a ruota da paesi come la Siria e l'Algeria.

Ritorsioni a parte (aumenti del prezzo del greggio che in realtà si adeguava ai nuovi valori della spirale inflazionistica) seguirono iniziative su iniziative tese a destabilizzare l'area del nemico con atti più o meno eclatanti quanto pregni di intrinseca pericolosità: guerra-lampo tra Libia ed Egitto, recrudescenza del fenomeno terroristico a livello internazionale, patto federativo tra la stessa Libia e la Siria, ecc.....

Dietro ai paesi dei “duri” l'Unione Sovietica soffia sul fuoco, tesa com'è a trarre vantaggi immediati e futuri da siffatta situazione che come é noto, viene portata ancora avanti nel nome della “causa palestinese”.

Vi é la più recente e ancora in corso guerra tra Iran e Iraq in cui non meno che per gli avvenimenti descritti troviamo i medesimi interessi dietro lo scannamento generale che avviene tra i proletari di questi due poveri paesi. Anche se le superpotenze non appaiono in prima persona essendosi riservate il diritto di intervento solo in seconda o terza istanza e comunque in caso di assoluta necessità.

Come dicevamo poc'anzi, l'Unione Sovietica soffia sul fuoco: un po' dappertutto. Ha raggiunto posizioni di estremo vantaggio sugli USA soprattutto in Africa dove si é estesa a macchia d'olio. È direttamente presente nel Corno d'Africa dove si massacrano somali ed etiopici, etiopici e secessionisti eritrei. Controlla moltissimi paesi ricchi di materie prime e zone strategicamente vitali: ispira movimenti di “liberazione nazionale” la vittoria dei quali vorrebbe dire sganciamento dagli USA di quei paesi ove questi moti hanno luogo, per legarli al carro dei propri interessi imperialistici. Si erge a paladina dei diritti delle minoranze (le quali hanno peso e importanza solo al di fuori dei propri confini nazionali) contro gli stati razzisti che ancora praticano la politica dell'apartheid.

Altrettanto ha fatto nel lontano oriente dove il prezzo degli appoggi al Vietnam all'epoca della guerra contro gli americani é trascresciuto nel vassallaggio dei Vietnamiti nei confronti del paese “fratello”, smisuratamente più grosso e potente. Il sud-est asiatico é veramente una delle zone calde che periodicamente é teatro di cruente guerre e ferocissimi genocidi. Dove un regime appoggiato dalla (ormai a tutti gli effetti) filo-occidentale Cina, quello di Pol Pot, é riuscito a far sparire dalla faccia del la terra la metà della popolazione cambogiana; dove paesi un tempo aggrediti diventano aggressori per essere fedeli al padrone di turno: é il caso del Vietnam che aggredisce la Cambogia per “liberare il popolo cambogiano dalla tirannia del khmer rossi” nonché per sottrarre la stessa dalla influenza cinese e attraverso questa dall'influenza degli Stati Uniti. Per trasformare insomma tutto il territorio, Laos compreso, in terra dominata. Dall'Urss naturalmente. Gli Stati Uniti dal canto loro non sono stati con le mani in mano e se anche l'attività militare ha effettivamente subito un leggero rallentamento negli ultimi tempi, in realtà si sono aumentati i bilanci militari (e ancora aumenteranno con la prossima amministrazione Reagan) s'è continuato nella corsa agli armamenti (per "compensare la superiorità ormai lampante degli armamenti. sovietici"); e nei mentre discutevano di pace e distensione (Salt 1 e 2) hanno intensificato gli apparati tattici e strategici trasformando tutti i paesi del Patto Atlantico, Europa compresa, in vere e proprie polveriere. Per non contare poi gli innumerevoli fatti che hanno avuto come teatro l'america latina (ultimi in ordine di tempo Nicaragua, EI Salvador, Bolivia ecc) in cui gli USA sono presenti se non a livello militare, come ispiratori dei sanguinari regime fascisti che tentano sempre più di spremere il già supersfruttato e vessato proletariato indigeno. In nome di quel profitto di sua maestà Capitale che gronda sangue e sudore della classe operaia latino-americana e che le multinazionali incamerano senza sosta.

I conflitti interimperialistici continuano dunque ad aumentare di intensità e frequenza creando sempre nuovi focolai di guerra, veri e propri preludi al prossimo conflitto imperialistico mondiale che non potrà che essere la risposta borghese alla crisi profonda che il capitalismo a livello internazionale sta attraversando.

La realtà dell'Imperialismo

Qualunque conflitto localizzato, pur possedendo caratteristiche proprie ed esprimendosi con mezzi e modi particolari, é un momento di tensioni generate dall'imperialismo ai fini dell'accaparramento di sempre nuovi mercati e per il ristabilimento egemonico di politiche con cui sia possibile ritessere nuovi equilibri, i più solidi possibili intorno al proprio asse, da utilizzare in senso e scopi di dominio. A maggior ragione, oggi, in presenza di una grave crisi che erode costantemente i tassi di profitto e prepara le condizione per la deflagrazione bellica generalizzata, tali obbiettivi sono perseguiti con assillo e spasmodicità. Qualunque avvenimento con caratteristiche conflittuali, più o meno approfondite, si inserisce in tale quadro, ha come sfondo l'imperialismo di uno o dell'altro blocco.

La realtà odierna del capitalismo é dunque dominata dalla logica dei blocchi contrapposti i quali riescono ad influenzare, direttamente o indirettamente, o addirittura dirigere, ogni movimento che pur abbia pretese di partire da precise ragioni “antimperialistiche”.

L'imperialismo é oggi una realtà planetaria, la più potente chela storia abbia mai partorito e che si caratterizza come una fase particolare della stessa storia del capitalismo. Non é infatti attitudine alla violenza, e alla totalizzazione della realtà internazionale dovuta al puro uso e abuso di un'intrinseca aggressività posseduta dai suoi diretti “gestori”. È una realtà economica precisa che si precisa coi modi e i mezzi del capitalismo pervenuto a una data fase del suo sviluppo.

L'imperialismo si trova già in embrione nel momento in cui, appunto, il capitalismo allarga le proprie spire economiche e passa dalla riproduzione semplice a quella allargata e all'accumulazione. È dunque nella strutturalità del capitalismo che compaiono i germi della futura dominazione imperialistica.

L'incremento dell'industria e il rapidissimo processo di concentrazione della produzione in “imprese sempre più ampie” portavano ad un aumento vertiginoso del capitale sociale il quale, mediante la legge del più forte, arrivava alla politica delle annessioni. i cartelli, i trust che erano stati considerati fenomeno transitorio ed episodico divennero in breve tempo la base della vita economica del capitalismo sino alla costituzione dei moderni monopoli.

Il capitalismo monopolistico conduceva intanto ad una più universale socializzazione della produzione. Dalla libera concorrenza (mai completamente sparita e sempre formalmente riconosciuta) conduceva insomma ad una forma più socializzata della produzione che urtava però con l'appropriazione privata dei prodotti e delle ricchezze. I mezzi di produzione restavano proprietà di un sempre più ristretto nu mero di persone e l'oppressione di tale esiguo manipolo di monopolisti continuava ad estendersi. Si intensificava l'anarchia del sistema produttivo capitalistico e sproporzionava ulteriormente lo sviluppo dell'industria ai danni dell'agricoltura.

La funzione delle banche in questa fase diventa sempre più determinante e da servizio intermediario per i pagamenti diventano le trasformatrici del capitale liquido inattivo

in capitale attivo produttore di profitto, raccogliendo tutte le rendite in denaro e mettendole a disposizione, ad alti tassi di interesse, dei capitalisti.

Nasce il capitale finanziario, fattore fondamentale della trasformazione del capitalismo in imperialismo.

Coi monopoli nasce quell'“unico capitalista collettivo” che gestisce masse enormi di capitale finanziario, ossia quel capitale bancario in cui é oggettivato il profitto estorto agi operai, opportunamente concentrato e ritrasformato in capitale industriale, in grado di remunerarsi ai più alti tassi di profitto.

Una delle caratteristiche fondamentali dell'imperialismo sta nell'assoluta necessità di esportare il capitale finanziario (il vecchio capitalismo era invece essenzialmente esportatore di merci); il fine, l'elevazione degli stessi profitti, é perseguibile, specie nei paesi meno progrediti, laddove cioè si può ottenere mano d'opera a basso costo e materie prime a prezzi da fame. Questo processo, storicamente, mette in crisi irreversibilmente la politica colonialista delle vecchie potenze: la dipendenza é ora ottenibile con mezzi meno dispendiosi rispetto a quelli del vecchio colonialismo militarista; le associazioni monopolistiche o gli stati dei cui interessi sono espressione si impadroniscono della produzione del paese, mediante concessioni di prestiti (imponendo con tali prestiti l'acquisto di tecnologie e beni prodotti nei paesi creditori), mediante l'esportazione di mezzi di produzione e forme di mercato, nonché di modelli politici bell'e pronti che corrispondono alle necessità del paese esportatore.

I paesi più poveri vengono cosi di fatto impediti ad avviare quel processo di sviluppo aumentando sempre più il divario tra paesi avanzati e paesi sottosviluppati. Il sottosviluppo é esso stesso il risultato dello sviluppo ineguale del capitalismo (in ciascuna cittadella capitalistica esistono zone di arretratezza, sacche di sottosviluppo) che é a sua volta il risultato della spartizione dei mercati e, al contempo, un risvolto dialettico dello stesso processo di sviluppo. Sviluppo e sottosviluppo non sono due realtà contrapposte ma fanno parte di un processo unitario: l'uno é presupposto dell'altro, l'altro é conseguenza del primo. Due facce di un'unica medaglia: quella del capitalismo.

Il “circolo chiuso della povertà” spiega come tecnicamente ciò avviene; pur senza indagare nelle cause che stanno a monte, nelle cause primarie e strutturali del modo di produzione borghese nella sua fase imperialistica.

Il sottosviluppo é caratterizzato da una bassa produttività dl lavoro dovuta alla primitività dei mezzi tecnici. Il superamento della situazione richiederebbe una rilevante accumulazione di capitale, la cui possibilità é condizionata alla formazione di una certa eccedenza della produzione complessiva sul consumo necessario al mantenimento e riproduzione delle forze di lavoro. Ma, proprio in conseguenza della bassa produttività, questa eccedenza é alquanto esigua nei paesi sottosviluppati nei quali viene perciò a stabilirsi una sorta di circolo chiuso; l'aumento del reddito pro-capite richiede l'aumento della produttività e quindi dell'eccedenza della produzione sul consumo necessario: tale eccedenza é esigua perché il reddito pro-capite é basso. Tale circolo chiuso condanna così le economie arretrate ad una condizione stazionaria la quale ha tanto maggiori possibilità di aggravarsi in quanto l'eccedenza di cui prima non soltanto

scarsissima ma é destinata, nella sua più parte, al consumo delle classi dominanti.

Prima dal colonialismo, ora dal capitale finanziario non meno soffocante, i paesi del Terzo e Quarto Mondo sono assoggettati ad una totale logica di dominio, alle esigenze del più brutale sfruttamento.

Le borghesie locali si agitano, ma in virtù di quanto detto i “sentimenti antimperialistici” urtano con la realtà dell'imperialismo; una realtà in cui ogni agitazione o lotta può avere possibilità di affermazione - ma solo come trasferimento di poteri da un blocco imperialistico all'altro - alla condizione prioritaria di mettersi agli ordini di un “differente” padrone.

Tutti i cosiddetti moti nazionali o guerre di “liberazione” nazionale, avvengono in una fase storica in cui le nazionalità, in senso economico, non esistono più; nemmeno come affermazione di una rivoluzione democratico-borghese, (la cui era é da tempo tramontata), hanno pertanto ormai più agio di svilupparsi. Il preteso progressismo di tali lotte (in quanto creerebbero i presupposti per la formazione di un moderno proletariato il quale, a sua volta, creerebbe poi le condizioni dell'assalto rivoluzionario e ancora: perché da considerarsi momenti di “disturbo” nell'ambito dello scacchiere internazionale dell'imperialismo) é una pura aberrazione politica che non riesce ad inquadrare i fenomeni nel giusto alveo storico in cui sono inseriti (che dire poi della barzelletta sul non-allineamento?) Appoggiare oggi questa o quella lotta nazionale significa appoggiare uno dei due fronti dell'imperialismo. La nostra é una discriminante politica che sicuramente ci preserverà come in passato ci ha già preservato da qualunque forma di interventismo, in qualsivoglia maniera camuffata, nella realistica prospettiva della futura guerra imperialistica mondiale.

La nostra solidarietà andrà soltanto alla classe operaia in lotta contro le forze nazionali come quelle extranazionali dell'imperialismo interessato. Il problema rimane dunque non quello su che giudizio dare ai moti nazionali ma al tipo di intervento negli stessi per far trascrescere politicamente un conflitto (dietro cui tramano le forze del capitale) in guerra di classe. In lotta del proletariato contro le borghesie variamente camuffate, di destra o sinistra che siano.


Un'altra considerazione sull'imperialismo che Lenin ha definito come “la fase del dominio del capitale finanziario e dei grandi monopoli”. Esso si colloca nello stadio della decadenza del capitalismo ed é l'ultimo stadio del modo di produzione borghese. È lo stadio del parassitismo e della speculazione che ha storicamente instaurato la tendenza alla stagnazione dei mercati e alla conseguente putrefazione di tutto il sistema produttivo.

L'esportazione di capitale ha creato un incolmabile distacco dei “rentiers” dalla produzione sino a creare, col capitalismo di stato e con la politica capitalistica dello stato (in qualunque paese: dal più democratico e “liberal” al più repressivo) addirittura lo Stato-rentier (o stato usuraio), lo stato dei monopoli proteso più che mai (questo é tanto più vero oggi in fase di crisi acuta) alla conquista del massimo profitto e di cospicui sovrapprofitti ottenuti con la più cieca e bieca attività speculativa.


Abbiamo parlato dei due principali centri imperialisti e della bipolarità dei blocchi contrapposti. Le realtà imperialistiche, é ovvio, non sono solo rappresentate, da Stati Uniti ed Unione Sovietica. Agiscono nel medesimo tempo, ma con margini di iniziativa ed autonomia sempre più stretti altri “centri minori”. I quali non hanno potuto sviluppare un centro imperialistico autonomo. È il caso della Cina che con Mao e il maoismo sembrava volesse contrastare il passo alle superpotenze per ergersi come polo imperialista autonomo agente soprattutto verso il Terzo Mondo,e verso i paesi in “via di sviluppo” (o “emergenti” come dir si voglia) dei quali si dichiarava difensore e paladino dei loro diritti. A meno di tensioni che avrebbero potuto degenerare e nei confronti dei quali Pechino non era pronta, ha invece dovuto fare marcia indietro; reclamando, si, quote di potere (e di profitto) proporzionati al proprio livello di sviluppo e in ragione di un proprio ruolo in grado di esercitare, ma ristabilendo di fatto la bipolarità dei centri già operanti. Un dato ormai acquisito sembra il costituito asse Pechino-Washington; asse che tende a consolidarsi sempre più con il veloce processo di demaoizzazione tuttora in corso (il discorso Cina merita però un discorso a parte data la complessità del fenomeno che richiama problemi di vasta portata anche a livello teorico).

Tra i “centri minori” vi é (o meglio vi sarebbe dovuta essere) l'Europa del MEC che non é riuscita a darsi una propria strategia e che, anzi, si avvia verso un ulteriore sfaldamento incalzata com'è da una crisi che non le concede respiro. Mai come oggi i paesi della CEE sono in contrasto fra loro al punto da mettere in discussione l'appartenenza stessa di qualche suo membro alla stessa realtà atlantica.

Sono i segnali che arrivano da una ritrovata solidarietà franco-tedesca che fa l'occhiolino a Mosca nel mentre prende le dovute distanze dagli USA verso i quali accusa sintomi troppo soffocanti di dipendenza economica, politica e militare (l'Europa é infatti una “santabarbara” americana stracolma di basi missilistiche e installazione strategiche e militari). E mentre si parla di allargare la comunità scorgiamo precise volontà politiche che urtano contro lo scoglio della crisi che scompone gli equilibri, ne fa ricercare di nuovi e sfalda apparati statali in preda a sintomi di decadenza e degenerazione (una Turchia, ad esempio in preda ad un terrorismo generalizzato che però avrebbe dovuto entrare a tutti gli effetti nella comunità economica europea: il processo é stato interrotto dai militari col recente colpo di mano incoraggiato dagli Stati Uniti). In una posizione geografica che in caso di conflitto, poi, la vedrebbe nell'occhio del tifone.

Ma non é tutto. Si manifestano i segni di una crescente conflittualità operaia che pur muovendosi all'interno del sistema sembra destinata ad acuirsi e a sfuggire dalle mani delle socialdemocrazie, neo-socialdemocrazie e sindacati europei.

Crisi e prospettiva bellica

La crisi mostra in ogni angolo della terra non solo di non poter essere arrestata ma di avanzare con inesorabilità. E ricordiamolo, proprio in virtù della propria strutturalità, nasce dalla caduta del saggio del profitto, che quindi la salda al tessuto economico dello stesso capitalismo come propria intrinseca contraddizione. Come tutte le crisi del capitalismo, anche questa sta generando un massiccio processo di concentrazione economica A differenza delle crisi di semplice e momentanea congiuntura negativa ove si subisce, si, un notevole rallentamento della produzione, questa spazza via dal mercato tutti coloro i quali non riescono a sopportare il peso della concorrenza che viene esasperata; avviene pertanto l'accaparramento addizionale di più capitali costanti (mediante rilevamento delle industrie in stato di fallimento).

Il fenomeno di concentrazione non avviene tanto nei periodi di floridità capitalistica quanto nei periodi di crisi, per i suddetti motivi, é vero, ma anche per le esigenze di ristrutturazione su un piano tecnologicamente più avanzato, il che comporta, come stiamo osservando sia in Italia che in tutti gli altri paesi, la necessità di espellere mano d'opera dal mercato del lavoro (ristrutturazione che, poi, con l'aggravarsi della crisi stessa, si accompagnerà ad una vera e propria riconversione industriale laddove si producevano ad esempio automobili, si verranno a produrre cannoni; l'industria cosiddetta di “pace” si trasformerà in industria bellica).

Assieme e parallelamente alla concentrazione, si fa strada una centralizzazione politica che tradotta in soldoni significa necessità per la borghesia di stringersi intorno ai propri programmi di conservazione e riuscire a controllare gli effetti più devastanti che su questi potrebbero riversarsi come effetto della crisi. Stringere la corda intorno al collo della classe operaia in quanto, come più alto momento di contrapposizione storica (antagonismo di classe sempre inconciliabile) potrebbe maturare i termini di una propria presa di coscienza in senso anticapitalistico.

Le neo-socialdemocrazie (PC nazionali, sindacati e Unions) sono impegnate su tale fronte; affinché nulla sfugga al controllo della borghesia di cui queste ne sono le ali “di sinistra”. E per il momento é questo un compito che han dimostrato di saper bene assolvere; e a livello politico (in Italia chi é tra i più feroci assertori dell'ordine e della repressione se non il PCI?) e a livello economico (i piani di ristrutturazione necessitano dell'avallo di quelle forze che ancora riescono ad esercitare un controllo sulla classe operaia; occorre ridurre la conflittualità presentando la forza-lavoro come una componente costante e non variabile del capitale, conflittualità pericolosa ai fini della produzione e della produttività del lavoro e che potrebbe, anche sul piano politico, avere grande risonanza e innescare processi di più vasta portata).

Ma la coscienza non arriva alla classe operaia per virtù dello spirito santo. Potranno esserci grandi movimenti - Polonia insegna - e si potrà pervenire in casi limite anche a fasi insurrezionali senza che da sola possa farsi strada la coscienza comunista . E qualunque situazione di lotta, anche la più dura, si esaurirà nel sistema o andrà a scontrarsi contro gli scogli dell'opportunismo che, manovrando abilmente, riuscirà a ricondurre tutto entro gli argini degli interessi del capitalismo.

I rivoluzionari sanno che l'unica condizione per una ripresa della lotta di classe su basi rivoluzionarie necessità della presenza attiva ed operante del Partito di Classe che, a parole, tutti dicono di voler costruire.

Il corso instaurato dal capitalismo é un corso che va verso la guerra. Il proletariato, se mancherà l'organo di direzione politica, sarà inevitabilmente trascinato in questa prossima e spropositata ecatombe che servirà all'imperialismo per uscire dalla crisi di struttura che l'attanaglia.

I rivoluzionari di tutta il mondo devono essere coscienti di tutto ciò e ricordare che esiste una sola alternativa al futuro conflitto mondiale: la rivoluzione comunista.

Franco Migliaccio

Prometeo

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