Rassegna internazionale

Continuiamo la rassegna di riviste e documenti più significativi di gruppi che sono presenti o che si affacciano per la prima volta sul campo internazionale.

Naturalmente il criterio di scelta si fonda sulle esigenze del nostro lavoro internazionale che prosegue, anche se in alcuni casi a rilento, con una caratterizzazione più marcata di sinistra rivoluzionaria. Fondamentalmente stiamo continuando il lavoro di rilancio del dibattito politico sul terreno del confronto e della selezione politica nella prospettiva della quarta conferenza Internazionale. In margine annotiamo che sulla conclusione della Terza Conferenza ci siamo già dichiarati ed abbiamo ampiamente scritto su Battaglia Comunista n. 8/1980 e sul Bollettino n. 3 del P.C.Int ai quali rimandiamo. È di prossima uscita il volume contenente gli atti di Parigi-1980 che affiancandosi ai bollettini internazionali 1 e 2 completerà il quadro dei lavori e delle discussioni attorno alla Terza Conferenza.

Non si riporta qui il lavoro di preparazione specifico della IV conferenza che sarà comunicato a cura del Comitato Tecnico appena avrà preso la necessarie decisioni operative.

CWO - Workers Voice diventa giornale

È uscito il primo numero a stampa della nuova serie di Workers Voice. La serie precedente é rappresentata dai bollettini di agitazione che venivano precedentemente distribuiti solo ai cancelli delle grandi fabbriche di Gran Bretagna. Salutiamo l'apparire di questa seconda serie, in veste di giornale politico della Organizzazione inglese, come un ulteriore passo avanti nel rafforzamento della CWO. Naturalmente continuerà la pubblicazione di Revolutionary Perspectives quale rivista teorica del gruppo. Il primo numero di Workers Voice giornale é completamente dedicato alle lotte operaie nel mondo. Alla Polonia va giustamente il posto d'onore, con la prima pagina e le due centrali. La prima parte espone con completezza le posizioni dei compagni su questo grande evento di lotta proletaria e mostra la perfetta identità con le nostre posizioni. Il ruolo dei sindacati liberi" e dei dissidenti del KOR viene correttamente visto come quello dei nuovi cani da guardia socialdemocratici necessari affinché il capitale polacco e la sua borghesia di Stato possano affrontare la crisi con i sacrifici degli operai.

Dopo un'esatta denuncia del ruolo filo-statale, ovvero filocapitalista della Chiesa, e del compito primario anche in quel paese per i rivoluzionari di battere l'influenza religiosa di ogni tipo, l'articolo conclude con ciò che si deve fare, e ciò che avrebbe fatto una minoranza comunista rivoluzionaria se fosse stata presente. Valutata la situazione comunque immatura ad una tattica di assalto rivoluzionario, i compagni affermano che:

L'unica chance per gli operai polacchi (da un punto di vista rivoluzionario) sarebbe stata di prendere vantaggio dalle rivalità fra i due blocchi imperialisti. Ma, nonostante l'Afghanistan, la guerra di parole sulle Olimpiadi, ecc. l'Occidente aveva fatto capire che non solo non sarebbe intervenuto per aiutare gli operai polacchi nella lotta contro lo Stato, ma ha anche mandato 700 milioni di sterline, via una banca tedesco-occidentale, per aiutare il salvataggio della classe dirigente polacca. Questo era una inversione dei ruoli, dal momento che nel 1974 il governo polacco aveva inviato carbone in Gran Bretagna per sabotare lo sciopero dei minatori.

Più avanti i compagni concludono:

Impossibilitati ad avvantaggiarsi della crescente tensione fra i blocchi l'unica cosa che gli operai polacchi avrebbero potuto fare per portare avanti la loro lotta era di chiamare gli operai Russi allo sciopero e paralizzare la macchina da guerra russa. Occorreva solo che gli scioperi a Togliattigrad e a Gorki fossero avvenuti nello stesso tempo degli scioperi polacchi e si fossero estesi alla Russia, per raggiungere questo scopo. Occorreva poi che gli operai non accettassero la falsa trattativa condotta dallo Stato e dai suoi nuovi servi, gli attivisti dei “sindacati liberi”. In tale situazione esiste una linea sottile fra successo e fallimento.
Tutto ciò che occorreva era che il movimento per l'unificazione dei comitati di sciopero nei differenti centri fosse condotto in avanti fino al punto di formazione dei consigli operai. Questi avrebbero poi potuto coordinare gli scioperi a Danzica Warsavia e Slesia in modo che avvenissero nello stesso tempo. Senza l'aiuto del padrone imperialista lo Stato polacco non avrebbe potuto resistere a tale attacco e sarebbe seguita la conquista del potere degli operai. In questa situazione per i comunisti di ogni paese, il grido di solidarietà internazionale con gli operai polacchi volgerebbe in: “Proletari di tutti i Paesi, Unitevi” dall'essere uno slogan ad essere il solo programma realistico di azione.

È in queste conclusioni che troviamo qualcosa di cui discutere. Ci pare cioè che le argomentazioni conclusive siano contraddittorie con la premessa analitica.

I compagni cioè partono col dire che:

un breve sguardo sarebbe stato sufficiente a dir loro (ai rivoluzionari) che pressoché tutte le carte stavano, al momento, in mano alla classe dirigente,

e ad argomentare giustamente ciò con l'esame dei rapporti internazionali e dell'interesse comune antioperaio di tutti i fronti dell'imperialismo. Ma poi si lanciano in una serie di indicazioni secondo le quali sarebbe stato possibile giungere di fatto alla rivoluzione.

È chiaro che si tratta dunque di supposizioni ipotetiche, già precedentemente di fatto scartate. Se resta vero che quella é la prospettiva strategica generale sulla quale avrebbe dovuto muoversi una minoranza rivoluzionaria eventualmente presente in Polonia, é altrettanto un fatto che muovendo su questa linea prospettica (strategica) i rivoluzionari si sarebbero trovati di fronte scogli ben consistenti ad ostacolare la marcia verso i consigli operai. In fondo la “forma” dei consigli (per quanto può valere di per sé) era presente subito prima della sua trasformazione in apparato dei nuovi sindacati. Ed é un punto a nostro avviso essenziale per l'esame degli avvenimenti dal nostro punto di vista. È il segno che per i rivoluzionari in questa prima grande battaglia di classe sarebbe stato già un grande successo - e molto più concretamente realizzabile - cristallizzare i risultati politici del loro lavoro con un rafforzamento delle posizioni in seno alla classe operaia, fondato proprio sulla diretta esperienza di lotta accompagnata da una adeguata battaglia politica all'interno degli organismi operai stessi. In quei paesi particolarmente, é tutt'altro che semplice “chiamare gli operai russi allo sciopero” ovvero coordinare i movimenti di classe in un paese con quelli in un altro. Questa é la condizione minima della rivoluzione, é esatto. Ma proprio per questo, indicandola costantemente, facendo di questo l'argomento essenziale della battaglia politica contro preti e “dissidenti” nazionalisti, occorreva, e occorre lavorare per darsi gli strumenti atti a soddisfarla.

Tanto più che é proprio su questi nodi “tattici” che il partito rivoluzionario si distingue dalla congerie di gruppi più o meno spontaneisti che ritengono che basti l'esistenza di una via rivoluzionaria da percorrere perché il proletariato “di lotta in lotta” la percorra.

Nella riunione generale della CWO di cui diamo conto sul n. 15/1980 di B.C. sono state sollevate critiche dagli stessi compagni proprio alle contraddizioni e agli errori contenuti in quell'articolo, che sono stati imputati alla fretta con cui era stato “buttato giù” per la stampa.

La argomentazione da parte nostra delle critiche qui accennate é stata accettata come la esplicitazione della autocritica che la riunione aveva fatto sul primo numero del giornale.

Sul giornale sono poi riportati articoli sulle lotte operaie nel mondo (uno tradotto su B.C. n. 15 a proposito della Corea ed un altro sulle lotte in Sud Africa) nei quali per mane a nostro avviso un certo schematismo nell'affrontare i problemi concreti del movimento comunista in quei paesi ma che resta fondamentalmente corretti.

Sesta e settima pagina sono dedicate al commento in occasione del 75mo anniversario della formazione del Soviet di Pietroburgo (13 ottobre 1905), ai problemi cruciali di quell'evento trattati da Trotsky nella sua opera “1905”.

Accogliamo dunque con soddisfazione il concretizzarsi di questo nuovo sforzo dei compagni inglesi poiché presuppone maggiori disponibilità di militanti e di capacità organizzative e soprattutto perché é espressione delle aumentate esigenze e capacità politiche delle avanguardie comuniste in Gran Bretagna.

La CCI sul partito e la risposta dalla nostra piattaforma

Sul numero 23 della Revue Internationale un articolo di M.C. riprende il tema “partito” in dispiegata polemica con noi sebbene l'articolo si presenti come una polemica con i bordighisti e la loro concezione del partito.

Non pensiamo che sia il caso di riprendere una polemica alla quale abbiamo di fatto dedicato i nostri documenti per i bollettini preparatori la Terza Conferenza e molti altri scritti. Ci limitiamo qui a puntualizzare brevemente alcune “distorsioni della verità” contenute nel testo in questione.

Innanzitutto si afferma che la Terza Conferenza Internazionale si sarebbe “arenata su un banco di sabbia” a causa della questione partito, ma che anche questo non era che un pretesto perché...

la verità é che Battaglia Comunista e la Communist Workers Organisation si sentivano a disagio dopo la seconda conferenza e più preoccupate degli interessi immediati dei loro gruppi - caratteristico dello spirito di setta - che dell'importanza che possono rappresentare nel presente periodo di montata della lotta di classe le Conferenze internazionali dei gruppi comunisti, hanno fatto di tutto per farle insabbiare.

È evidente qui la povertà dell'argomento. Volendo negare la ragione vera della rottura, si inventano “disagi” non meglio definiti e spiegati. Ci si chieda semplicemente perché mai avremmo dovuto sentirci “a disagio” in una iniziativa da noi lanciata, da noi difesa (a fianco della CCI, certo, anche se con diversi argomenti e ragioni) e nella quale sui grandi temi politici sul tappeto unica voce dissonante era proprio la CCI. La questione partito é invece la causa vera della rottura che abbiamo dovuto e voluto operare. Sta poi ancora alla CCI spiegare perché la rottura con lei significhi la fine delle Conferenze internazionali. In realtà il lavoro per la Quarta conferenza avanza, pur con tutte le difficoltà e i ritardi che già in sede di chiusura della Terza avevamo previsto. Passiamo oltre.

Raccomandando la lettura del testo, a chi volesse confrontarlo con quanto qui diciamo, rileviamo subito che i tentativi quà e là sparsi di estendere a noi le concezioni “superpartitiste” dei bordighisti di Programma, mal si attagliano alle nostre tesi sul Partito e sul rapporto Partito classe. Ci limitiamo qui a ricordare che nel 1952, giusto quando Internationalisme in Belgio si scioglieva, il Partito rompeva con i bordighisti rivendicando fra l'altro la propria originaria concezione del Partito, espressa nello Schema di Programma del 1944:

la nuova Internazionale dovrà evitare di divenire lo strumento dello Stato Operaio e della sua politica, ma considerandosi la più alta assise dei lavoratori del mondo, dovrà difendere gli interessi della rivoluzione anche nei confronti dello Stato operaio.

Ciò sarà più organicamente ripreso nella piattaforma del 1952 che recita:

Sarebbe grossolano errore, gravido di conseguenze degenerative e di smarrimento, credere e teorizzare che la classe, nel momento stesso in cui esprime il suo partito attenua o addirittura annulla i suoi attributi di classe che deve succedere al capitalismo, come se potesse affidare ad altri i motivi e la coscienza della necessità della lotta contro la classe avversa e della sua eversione rivoluzionaria. Il proletariato non cessa, per nessuna ragione e in nessun momento della sua funzione antagonista; non delega ad altri la sua missione storica; né rilascia procure "generali" neppure al suo partito politico.
Il rovesciamento della prassi che é quanto dire la esplosione della volontà rivoluzionaria, consiste innanzitutto e soprattutto in quella accumulazione di motivi vari, e di spinte, nel grembo della classe proletaria che la dinamica rivoluzionaria proietterà in quella parte di essa, che é poi il partito, che per preparazione ideologica, maturità politica e coscienza unitaria sarà più atta a convogliare e sincronizzare l'elementare, complesso e multiforme moto e farne una potente arma di lotta e di distruzione.

Seguono ulteriori specificazioni alle quali rimandiamo il lettore, specie correntista, che comprenderà cosi quanto poco di comune ci sia fra noi e i bordighisti su questo tema. Ma comprenderà anche quanto poco ci sia di comune tra noi e chi, come la CCI, limita il ruolo del “partito” a quello di catalizzatore, acceleratore di un processo in sé già tutto contenuto nella spontaneità di classe.

Detto questo lasciamo ai bordighisti il compito di rispondere, se vorranno, alla polemica della CCI, solo ricordando che quando abbiamo tacciato la CCI di consiliarismo non abbiamo mai inteso dire che questa organizzazione appartenesse tutta all'area vasta e multiforme del consiliarismo, bensì che le sue tesi e posizioni richiamano alcune tesi consiliariste e si avvicinano pericolosamente a quell'area. D'altra parte l'autodifesa dall'accusa fatta nell'articolo in oggetto é piuttosto scadente poiché il consiliarismo non é il semplice rifiuto del Partito come “elemento affatto nocivo alla lotta di classe”. Questa é la conclusione delle tesi consiliariste che si fondano però su alcuni presupposti ben articolati, come deve essere per ogni teoria degna del nome. Ed é sui presupposti teorici che si riscontrano diverse comunanze fra consiliaristi puri e CCI. Ne abbiamo parlato in Prometeo n. 1 (Classe e coscienza, dalla Teoria all'intervento politico) e la CCI ci ha anche usato la cortesia di tradurre e far circolare in un suo bollettino interno in francese il testo. Tanto ci basta. Che poi oggi si dica che noi facciamo delle “galipettes” dialettiche, ci fa solo sorridere.

U.S.A. Marxist Workers Commettee

Abbiamo accennato sul n. 3 al gruppo americano del Marxist Workers Commettee. La corrispondenza con questo gruppo va alquanto a rilento, ma i compagni hanno recentemente scritto una lettera nella quale fra l'altro é detto:

Abbiamo studiato i vostri documenti in inglese con grande interesse. Ci troviamo più d'accordo con le vostre posizioni, che con quelle della CCI sulla maggior parte dei problemi sia discussi sui documenti sia nel dibattito della Seconda Conferenza. Ci é particolarmente piaciuta la vostra critica della visione che la CCI ha della relazione guerra/rivoluzione... La nostra posizione sul pericolo di guerra attualmente é la seguente: Noi crediamo che l'attuale riarmo sia da parte USA che da parte dell'URSS é teso primariamente al mondo neo-coloniale (cioè Asia, Africa, America Latina) dove la turbolenza (unrest) crescente richiederà crescenti interventi militari diretti di uno o dell'altro gigante imperialista. Da qui la concentrazione nel costruire una “forza di dislocamento rapido” (“Rapid Deployement Force”) da parte degli USA, la creazione di nuove basi dietro la cortina di fumo della retorica da “guerra fredda” - ma gli USA e l'URSS hanno ancora più cose in comune che motivi su cui scontrarsi. (Questo non nega in alcun modo la inevitabilità di un definitivo conflitto imperialista Est-Ovest per la redistribuzione del mondo, ma quel conflitto é divenuto inevitabile appena sparato l'ultimo colpo della II Guerra Mondiale). Anche i recenti avvenimenti in Polonia illustrano la larga area di interessi comuni nella “stabilizzazione” imperialista, condivisa dagli USA e dall'URSS. I banchieri USA hanno reso pubblicamente noto che le truppe sovietiche sono gli ultimi garanti dei loro prestiti alla Polonia, mentre il dipartimento di Stato americano (e il Papa) hanno fatto di tutto per aiutare i capitalisti di Stato polacchi a trarsi fuori dall'incaglio (Una invasione sovietica avrebbe indebolito tremendamente la posizione dell'URSS, sia politicamente che militarmente).
Gli operai polacchi sono stati magnifici; in due mesi essi hanno fatto di più per demolire la mistificazione del “socialismo” nell'Europa dell'Est che tutti gli sforzi di tutti i movimenti rivoluzionari nel mondo fino a ora, ed é solo l'inizio.

Per parte nostra abbiamo risposto puntualizzando la nostra posizione sulla conclusione politica della lotta dei proletari di Polonia e sulle lezioni da trarne, fermo restando che siamo d'accordo nel definire magnifica e proprio per le ragioni dette dai compagni, la lotta.

Da quanto già intercorso fra la nostra organizzazione e il MWC, supponiamo che questi compagni saranno d'accordo anche sugli sviluppi della nostra posizione su questo evento. La prosecuzione dei contatti e della discussione con questi compagni é tesa alla preparazione delle condizioni politiche organizzative per la IV Conferenza così come é nei programmi già annunciati a Parigi.

Ultimamente abbiamo ricevuto il numero 2 del loro giornale. Contiene uno scambio di corrispondenza fra il M.W.C. Focus (il corrispondente americano di FOR in Francia e Spagna) che rileva alcuni punti che sinora, dato il lento procedere delle loro risposte ai nostri documenti e lettere, erano rimasti in ombra.

In particolare, la risposta a Focus da parte del MWC comincia con la seguente puntualizzazione:

1. Consideriamo l'attuale direzione sindacale negli USA e internazionalmente come reazionaria, ma non il sindacalismo. Marx era, noi crediamo, completamente nel giusto quando scrisse nel 1866 che la lotta sindacale sulla “questione del salario e del tempo di lavoro.... é non solo legittima, essa é necessaria. Non se ne può fare a meno finché dura il presente sistema di produzione” (Marx Engels Selected Works V. 2 pag. 82). Una volta che la classe operaia darà nascita ad un partito rivoluzionario, essa dovrà anche lottare per riconquistare i sindacati attualmente condotti dalla borghesia e trasformarli in “scuola di socialismo” proletaria.

È chiaro che su questo punto la divergenza fra le nostre rispettive organizzazioni é notevole ed importante. Rispondiamo brevemente qui alle argomentazioni di Marxist Worker.

Innanzitutto va chiarito che per trade-unionismo (il termine usato dai compagni) noi non possiamo che intendere l'attività specifica dei sindacati tesa alla contrattazione delle condizioni di vendita della forza lavoro da parte degli operai. Ora per noi ovviamente non si tratta certo di smentire Marx quando afferma che la lotta degli operai in difesa dei propri interessi immediati é una necessità permanente per tutto l'arco storico di vita del capitalismo. Solo intellettuali piccolo borghesi veleggianti nel mare dei propri soggettivi deliri, e rappresentati proprio negli USA alcuni anni fa da Forwrd possono pensare che la lotta di difesa rivendicativa degli operai sia da considerare controproducente o addirittura controrivoluzionaria. Ma occorre determinare, usando lo stesso metodo marxista, in quale situazione complessiva del capitale questa lotta va ad innestarsi; occorre in altri termini stabilire se la lotta trade-unionistica, puramente rivendicativa degli operai abbia la possibilità reale di difendere gli interessi operai nel senso di un progredire della loro condizione e dei loro rapporti di forza con il capitale.

Gli stessi compagni di M.W. nel lungo e interessante articolo sui licenziamenti americani nel settore auto, sostengono, per esempio, che:

nei prossimi anni il sistema capitalista può offrire solo miseria crescente agli operai di America di ogni paese. Comunque, nella stessa misura in cui esso fa portare alla classe operaia il peso delle sue future crisi, esso crea le condizioni storiche per il risveglio del proletarito e l'abolizione del capitalismo stesso.

M.W. n. 2 pag. 5

Non quindi, anche per i compagni del Marxist Worker, le condizioni di una serie di rivendicazioni contrattuali positive per il proletariato, bensì le condizioni per la distruzione del capitale vengono ricreate dalle crisi capitaliste. Tanto più che la soluzione delle crisi sta soltanto nella alternativa guerra imperialista o rivoluzione, essendo esclusa ogni possibilità di ricostruzione del ciclo di accumulazione per via di pacifico riassestamento delle condizioni stesse della accumulazione.

Ora il trade-unionismo é la tendenza alla contrattazione comunque, é la difesa della contrattazione stessa ed é per questo che, venendo meno le possibilità stesse di una contrattazione globalmente positiva per la classe operaia, che il trade-unionismo si trasforma in tendenza apertamente controrivoluzionaria, ineluttabilmente contro rivoluzionaria.

Se dunque la difesa delle condizioni di vita e di lavoro del salario,del posto di lavoro é una necessità permanente del proletariato la istituzionalizzazione di questa difesa attraverso la organizzazione sindacale che fa della contrattazione stessa la sua ragion d'essere é un momento di ostacolo allo sviluppo rivoluzionario delle lotte.

In questo senso l'esaltazione che M.W. fa nell'articolo sulla Polonia della conquista da parte degli operai di un sindacato libero, mal si concilia, ancora, con quanto segue:

Oggi Lech Walesa é visto come un eroe da milioni di operai polacchi - domani le sue azioni come leader sindacale insegneranno loro velocemente chi in realtà egli rappresenta. [...] Gli aumenti salariali saranno mangiati dall'inflazione e gli operai si ritroveranno al punto di partenza e anche peggio.

Vien da chiedersi perché? Per colpa di Lech Walesa o per l'obbiettivo essere del capitale oggi e per la impossibilità per un sindacato di modificarle? E allora, sostituito Walesa con altri, il sindacato “libero” potrà cambiare in qualche modo le cose? M.W. dice che:

la classe operaia imparerà la necessità del proprio partito rivoluzionario se vorrà mantenere il reale controllo del sindacato.

La verità é che il partito rivoluzionario non può mantenersi tale se vuole esercitare il controllo sul sindacato, perché in quanto organizzazione permanente, generale non politica degli operai (per usare un'espressione di Programma Comunista) funzionale alla contrattazione delle condizioni di vendita della forza lavoro e al suo mantenimento, essa deve comunque sottomettersi alle condizioni di esistenza del capitale, che sono quelle giustamente individuate anche da M.W.

È assolutamente insufficiente sentenziare che occorre il partito se non si indicano i compiti la strategia e la tattica del partito rivoluzionario in situazioni come quella che si é determinata in Polonia (vedi a questo proposito il commento a Workers Voice, su queste pagine) La domanda chiave per Marxist Worker é dunque questa: cosa avrebbe fatto un partito rivoluzionario in Polonia? Avrebbe sostenuto come obbiettivo fondamentale la creazione dei sindacati liberi o avrebbe combattuto politicamente proprio contro il trade-unionismo poggiando sulla incompatibilità della difesa operaia sul piano sindacale con la permanenza del capitalismo?

Avrebbe cercato posti di responsabilità nel sindacato libero di nuova formazione o si sarebbe battuto per la creazione di una rete operaia rivoluzionaria atta a fungere da vera avanguardia nelle lotte future che dovranno sbarazzarsi anche del nuovo sindacato socialdemocratico e fare della generalizzazione delle lotte e delle loro espressioni organizzative la premessa per l'assalto definitivo al capitale? Al momento pensiamo che la questione con Marxist Worker resti aperta, poiché si tratta di un gruppo di nuova formazione, con un travagliato passato e in fase di orientamento. Riteniamo cioè che sia ancora possibile che un serio lavoro di confronto e di scambio di esperienze spinga questi compagni oltre i limiti che rivelano nella stessa adesione ai criteri discriminanti per la Quarta Conferenza. È certo che, come risulta anche da questi brevi note, le dirette implicazioni politiche della divergenza su un punto apparentemente teorico come quello in questione sono tali da rischiare una netta contrapposizione politica con questi compagni. È con questa consapevolezza, e con la coscienza che la costruzione del partito internazionale del proletariato deve passare attraverso la risoluzione in un modo o nell'altro delle divergenze politiche sui temi essenziali che continuiamo il dibattito diretto epistolare con Marxist Worker ed invitiamo tutti i gruppi in qualche modo interessati alla quarta conferenza internazionale ad intervenire.

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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