Il capitalismo cognitivo e il neo riformismo

Introduzione

Fin dal suo apparire il Capitale di Marx è stato oggetto di critiche velenose da parte della classe dominante. Il pensiero economico borghese si è costantemente prodigato nell’invalidare la teoria del valore-lavoro, intorno alla quale Marx ha imperniato tutta la critica dell’economia politica. Oggi che le contraddizioni del capitalismo confermano pienamente quelli che sono i contenuti e i successivi sviluppi della teoria del valore-lavoro, proprio in nome di una sua restaurazione, alcune frange della sinistra borghese continuano nell’opera demolitoria del marxismo rivoluzionario.

Le profonde trasformazioni subite dal capitalismo negli ultimi tre decenni hanno sconvolto la formazione economico-sociale borghese. La crisi di ciclo che ha colpito il capitalismo su scala mondiale nei primi anni settanta, ha imposto alla borghesia di modificare radicalmente il mondo del lavoro e l’organizzazione della fabbrica, cambiamenti che hanno determinato la fine del vecchio modello fordista. Un modello, quello fordista, che aveva accompagnato il capitalismo per tutto il secondo dopoguerra e che era stato uno dei cardini del portentoso sviluppo in quegli anni. Le contraddizioni economiche esasperate dalla crisi di ciclo hanno spinto il capitalismo a cercare nuove strade; nasce così alla fine degli anni settanta un diverso modo di organizzare la produzione, non più basato sulla catena di montaggio, ma che prevede la completa automazione del ciclo produttivo. Grazie all’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, la fabbrica non è più prigioniera degli schemi rigidi della catena di montaggio, ma può finalmente organizzare la produzione secondo schemi e modalità più funzionali alle esigenze e variabilità del mercato. Rispondere in tempo reale alle richieste di mercato, soddisfare i diversi gusti dei consumatori, eliminare le scorte di magazzino che incidevano in maniera pesante sui costi dell’impresa, diversificare il prodotto in funzione del mercato di riferimento e nello stesso tempo abbassare la vita medio di un prodotto, sono stati tra gli effetti più vistosi prodotti dall’introduzione dell’informatica nella produzione. S’afferma negli anni ottanta un diverso modo d’organizzare la fabbrica; il cosiddetto toyotismo, basato sul concetto del just in time e sulla qualità totale.

L’informatizzazione della produzione determina una ristrutturazione radicale del sistema economico; nel giro di pochissimi anni il mondo della fabbrica muta radicalmente, ed i vecchi schemi organizzativi lasciano il posto a quelli nuovi: nasce così l’era del post-fordismo. Gongolante di felicità per il crollo dell’Unione Sovietica e per la fine del "comunismo", la borghesia internazionale ha potuto festeggiare la vittoria totale del capitale. Grazie all’introduzione dell’informatica nei processi produttivi il capitalismo si è dato per la prima volta nella sua storia la possibilità di trasferire interi segmenti produttivi negli angoli più sperduti della terra, senza che tutto ciò comportasse delle difficoltà nell’organizzazione della produzione. Anzi, proprio in questa nuova possibilità si sostanzia la tanto sbandierata mondializzazione industriale del capitale. Sul piano sociale l’informatizzazione dell’economia, grazie all’espulsione di milioni di lavoratori dai cicli produttivi, si è tradotta in disoccupazione di massa ed in un abbassamento generalizzato del costo della forza lavoro. Nell’era della mondializzazione dell’economia il capitalismo ha acquisito quella mobilità che gli permette di trasferire la produzione in quelle aree in cui la forza-lavoro presenta un costo di gran lunga più basso rispetto alle aree a capitalismo avanzato. A tutto ciò consegue inevitabilmente che per il capitalismo si apre la strada ad un generalizzato processo di svalutazione della forza-lavoro. Nel momento in cui la borghesia è in grado di ricattare il proletariato, minacciandolo di trasferire la produzione nel sud-est asiatico o in Albania dove i salari sono decine o forse centinaia di volte più bassi che in Europa o negli Stati Uniti, si rompe il secondo elemento dello schema fordista, quello basato sulla garanzia di alti salari in cambio di pace sociale. Nella fase della mondializzazione industriale rimane purtroppo, almeno per ora, la pace sociale e scompaiono definitivamente gli alti salari per lasciare il posto a salari da fame ed a rapporti di lavoro sempre più precari e flessibili.

I radicali cambiamenti subiti dal capitalismo su scala mondiale hanno alimentato la discussione teorica intorno ai nuovi fenomeni di globalizzazione e dei diversi schemi organizzativi della produzione. Negli ultimi anni si è assistito alla nascita di nuovi filoni del pensiero economico che, proprio in nome del marxismo e di una sua rifondazione, mettono in soffitta la teoria del valore-lavoro di Marx. Tra questi goffi tentativi merita una particolare attenzione, non tanto per l’acutezza delle sue analisi quanto per la diffusione in larghi settori del neo riformismo italiano, la teoria del capitalismo cognitivo, che trova in Lorenzo Cillario uno degli esponenti di punta di questo nuovo filone.

Origini e sviluppo del capitalismo cognitivo

Con la fine dello schema fordista il mondo della fabbrica muta radicalmente il proprio aspetto. L’organizzazione del lavoro, i rapporti relazionali tra i singoli lavoratori e il modo di rapportarsi con le nuove tecnologie informatiche, sviluppano un diverso modo di sfruttamento del lavoro da parte del capitale. Su queste problematiche s’origina nei primi anni ottanta negli Stati Uniti la teoria del capitalismo cognitivo, una teoria economica che nelle proprie analisi mette in primo piano gli aspetti relazionali ed organizzativi della fabbrica post-fordista. Per i teorici del capitalismo cognitivo cogliere i nuovi aspetti della realtà post-fordista significa in primo luogo rompere con i vecchi schemi della teoria economica, per riuscire in tal modo a comprendere le complesse realtà della fase cognitiva del capitale.

La rivoluzione informatica, le relative trasformazioni nell’organizzazione del lavoro, il diverso ruolo giocato dal sapere nella produzione delle merci spingono a riconsiderare gli schemi della teoria economica. Partendo da queste considerazioni il pensiero cognitivo si dà l’obiettivo di riformulare una critica alla società capitalistica, sostituendosi in tal modo al marxismo dimostratosi in questi decenni incapace di comprendere gli aspetti innovativi della nuova fase del capitale. Ad un certo stadio dello sviluppo capitalistico la fabbrica compie un salto di qualità: da semplice produttrice di merci inizia a produrre conoscenza e menti. Diamo la parola direttamente a Cillario:

La fabbrica è una gigantesca fabbrica delle menti. Non solo nel senso che la produzione manifatturiera si costituisce come supporto della produzione di conoscenza, ma nel suo reciproco: in quanto ad assumere la conformazione di un’enorme fabbrica sociale è la produzione dell’individuo, della sua struttura cognitiva e mentale. (1)

Per la scuola teorica cognitiva nell’era del post-fordismo il capitalismo non produce soltanto merci ma come per miracolo è in grado di produrre sapere e conoscenza. Soltanto grazie al post-fordismo la fabbrica è diventato il luogo ideale dove l’uomo, genericamente inteso, è in grado di allargare il proprio sapere. Ma affermare ciò significa negare non solo lo sviluppo del capitalismo ma anche quello dell’intera storia umana. Forse in passato il sapere e la conoscenza della realtà erano il frutto di un qualcosa di diverso dell’attività produttiva? Non si comprende il motivo in base al quale solo nella fase attuale del capitalismo la fabbrica diventa anche il luogo in cui s’allargano le conoscenze dell’uomo. Tutta la storia dell’umanità si sviluppa intorno ai processi di produzione e riproduzione delle condizioni materiali di sopravvivenza. È attraverso l’attività pratica, in particolar modo nel mondo della produzione, che l’uomo è in grado di acquisire nuovi elementi che allargano le frontiere della conoscenza e del proprio sapere. Affermare che soltanto nell’era del post-fordismo la produzione della fabbrica è anche produzione di sapere e conoscenza significa affermare che l’informatizzazione dell’economia (grazie alla quale il post-fordismo si è potuto sviluppare) si è realizzata per virtù dello spirito santo. Se soltanto nella fase attuale dello sviluppo capitalistico la conoscenza ed il sapere sono il frutto dell’attività di fabbrica, in passato l’accumulazione di sapere e conoscenza come si giustifica se non come il frutto di un’attività divina? Forse in passato la conoscenza si perfezionava in settori della vita sociale diversi da quella pratico-produttiva? In realtà il mondo della produzione è il luogo dove l’uomo, in qualsiasi modo di produzione, ha potuto dialetticamente allargare la conoscenza della realtà per poter meglio utilizzare le risorse disponibili.

Dalla fabbrica delle menti si passa alle nuove caratteristiche del lavoro nella fase cognitiva del capitalismo; nell’era del post-fordismo il processo lavorativo si caratterizza per la riflessività. Se andiamo a considerare le caratteristiche del lavoro salariato prima della rivoluzione informatica possiamo osservare come questo fosse essenzialmente esecutore di un comando dal capitale; l’esecutività era quindi la caratteristica del lavoro nella fase fordista. Tutte le innovazioni nell’organizzazione del lavoro e nelle diverse procedure relazionali erano una prerogativa del comando capitalistico, l’operaio era un mero esecutore di quel comando in funzione della produzione di un profitto. L’esecutività del lavoro salariato era sufficiente a garantire la valorizzazione del capitale. Ridiamo la parola di nuovo a Cillario:

Il lavoro operaio deve sempre di più occuparsi della propria organizzazione procedurale. Da puro e semplice esecutore di funzioni, che opera sulla base di decisioni assunte da altri, esso deve riflettere sui metodi organizzativi della sua estrinsecazione; trasformarne incessantemente le procedure. Il mutamento innovativo dell’organizzazione della produzione cessa di essere esterno alle attitudini del lavoro subordinato; con ciò muta essa stessa la forma della subordinazione del lavoro e subisce una rivoluzione la lotta per la sua autonomia. (2)

Per il pensiero cognitivo la conseguenza fondamentale della rivoluzione informatica nei processi lavorativi è quella di aumentare quindi la professionalità del lavoro operaio. Da semplice esecutore del comando capitalistico l’operaio è chiamato a svolgere una funzione ideativa, riflettendo sulle diverse procedure organizzative che occorre utilizzare per aumentare la produttività del lavoro stesso. Con il passaggio dal capitalismo lavorativo (quello dello schema fordista) a quello cognitivo (quello del post-fordismo) il lavoro subisce una riqualificazione insperata.

Se analizziamo con più attenzione le conseguenze dell’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, possiamo osservare come il lavoro operaio nella realtà subisca continuamente una dequalificazione. L’ideatività, la riflessività del lavoro stanno solo nella testa dei teorici del pensiero cognitivo. Infatti è proprio grazie alla microelettronica che il capitalismo è stato in grado in questi ultimi 25 anni di semplificare e dequalificare il lavoro operaio come mai era riuscito in passato, fino a ridurlo ad un puro e semplice esecutore - o semplicemente controllore - del comando capitalistico. Se confrontiamo il mondo della fabbrica negli anni settanta con quello attuale possiamo osservare come la microelettronica abbia prodotto una dequalificazione del lavoro dei pochi operai rimasti nel ciclo produttivo; laddove in passato era richiesta la presenza di un operaio altamente qualificato, in possesso di una professionalità acquisita in anni di esperienza, l’informatizzazione della produzione ha determinato che il lavoro operaio si concretizzi spesso e volentieri in un semplice controllo della produzione svolta dalla stessa macchina. Senza scomodare Marx e i classici del pensiero comunista, basta rileggere il lavoro di Braverman "Lavoro e Capitale monopolistico" per osservare come lo sviluppo del capitalismo si accompagni ad una progressiva dequalificazione del lavoro operaio, dequalificazione che a dispetto delle corbellerie dei teorici del capitalismo cognitivo nell’epoca del post-fordismo tende sempre di più a manifestarsi. Ma la dequalificazione non ha investito solo il lavoro operaio bensì anche e forse soprattutto quello del settore terziario, nel quale il processo dequalificazione del lavoro si è tradotto nella proletarizzazione di vasti settori di piccola e media borghesia. La stessa delocalizzazione della produzione in aree a scarsa tradizione industriale è stata possibile anche grazie al fatto che la microelettronica ha dequalificato in maniera impressionante il lavoro operaio.

Per i teorici del capitalismo cognitivo i cambiamenti determinati dalla microelettronica nella qualità del lavoro operaio e nelle relazioni psico-organizzative determinano delle conseguenze anche nella lotta per l’emancipazione del lavoro salariato. Bisogna reinventare un diverso modo di condurre la lotta di classe, trovare quindi gli strumenti politici adeguati alla nuova fase post-fordista. Vedremo in seguito le soluzioni date dal neo riformismo, veri discepoli di Cillario e company, ai problemi della lotta di classe nell’era della mondializzazione del capitale.

Proseguendo nella disamina della teoria del capitalismo cognitivo, si può osservare come per tale filone nella fase attuale dello sviluppo capitalistico il lavoro assume quindi la caratteristica di produrre non solo merci ma anche nuova conoscenza. La riflessività del lavoro è la capacità di elaborare nuovi metodi organizzativi e moduli relazionali che permettono al capitale di aumentare la produttività del lavoro stesso. Se consideriamo che la partecipazione riflessiva dell’operaio non è una libera scelta ma è coattiva si può ben capire come lo sfruttamento capitalistico abbia assunto caratteristiche ben diverse rispetto al passato. Nella fase cognitiva il capitale non sfrutta solo la forza-lavoro dell’operaio ma anche la sua capacità di pensare e formulare miglioramenti nella produzione. In questa particolare fase di sviluppo si manifesta una dualità nei processi di sfruttamento operaio; da un lato si ha il capitale industriale che sfrutta il lavoro inteso come mera esecutività di un comando, dall’altra parte si ha il capitale cognitivo che sfrutta la capacità conoscitiva del lavoro. Ancora Cillario:

Il capitale cognitivo da un lato è una componente del capitale economico-monetario che si riferisce alla ricchezza generata dalle prestazioni riflessive del lavoro. È, in altri termini, la quota di ricchezza (esprimibile in denaro) che si riferisce al lavoro espletato per incrementare la forza produttiva del lavoro stesso. Si tratta, diciamo così, di valore prodotto dal lavoro che innova i propri metodi di produzione. (3)

Dalla definizione del capitale cognitivo al tentativo di demolire la teoria del valore-lavoro di Marx il passo è veramente breve. Se la teoria del valore-lavoro di Marx è stata in grado di spiegare le dinamiche del capitalismo nella sua fase industriale, la fase cognitiva del capitale mette definitivamente in crisi quella teoria. Per il nuovo pensiero economico si tratta di riformulare una nuova teoria capace di rispondere ai problemi posti dalla fase attuale. Ancora uno sforzo nel seguire fino in fondo Cillario:

Se l’ambiente entro cui si svolge la produzione e la circolazione delle merci è altamente competitivo, una consistente quota del valore prodotto (in esse incorporato) attiene al lavoro cognitivo, che riflette e trasforma le regole della sua estrinsecazione. Il lavoro cognitivo implica, però, che il capitale attraversi la struttura psichica e mentale del lavoratore. Parte del capitale/lavoro investito si trasforma in sapere/senso, che combinandosi a senso preesistente sospinge il lavoratore - tramite scissioni del lavoro mentale - a produrre senso ... e a ritrasformarlo in sapere (innovativo dei metodi), che si presenta in quantità accresciuta. Il senso nella mente del lavoratore si è valorizzato. Esso può essere trattato in termini di valore. (4)

In una sorta di circolazione dello spirito di crociana memoria il senso del singolo operaio incontrandosi con il capitale cognitivo contribuisce ad allargare la conoscenza collettiva della società; ma in tal modo con il passaggio del senso (individuale) nel sapere (sociale) il lavoro operaio attribuisce al capitale nuovo valore. Per questo motivo non si può più parlare di teoria valore-lavoro ma di senso-valore.

In fondo alle loro elucubrazioni i teorici del capitalismo cognitivo c’è la dichiarazione di morte della teoria del valore-lavoro. Il valore di una merce non è più quindi determinato dalla quantità di lavoro socialmente necessario a produrla, ma il problema sociale del valore può essere risolto considerando l’apporto intellettuale di ogni singolo operaio nel miglioramento della produttività del lavoro. Lo straordinario aumento della produttività del lavoro nel post-fordismo è stato determinato essenzialmente dalla capacità del capitale di sfruttare coattivamente le capacità riflessive ed intellettuali della classe operaia. Ma affermare ciò significa anche che la valorizzazione del capitale non si sostanzia esclusivamente di lavoro non retribuito ma anche dell’apporto intellettuale dell’operaio. Per i teorici del capitale cognitivo lo sfruttamento psichico del lavoratore segna quindi la fine della teoria del valore-lavoro. Recuperiamo per un momento la giusta terminologia marxista per spiegare l’aumento di produttività del lavoro nella fase post-fordista. Grazie alla riflessività del lavoro la produttività è aumentata in termini esponenziali; ma tale aumento in che cosa si concretizza se non in un aumento di plusvalore? Se consideriamo la giornata lavorativa vediamo che questa può essere divisa in due segmenti che rappresentano rispettivamente il tempo necessario a riprodurre il salario percepito dall’operaio (quello che Marx chiama lavoro necessario) e tempo di lavoro utilizzato per produrre il plusvalore (il cosiddetto pluslavoro). Ogni aumento di produttività, qualsiasi sia la sua origine, si sostanzia in definitiva in una riduzione del tempo di lavoro necessario ed in un aumento del pluslavoro. Altro che morte del marxismo, proprio la fase attuale, in cui si sono espanse a dismisura le attività parassitarie, conferma che il capitalismo cerca in tutti i modi di comprimere il costo del lavoro per aumentare il pluslavoro estorto alla classe operaia.

Presentare lo sfruttamento dell’apporto intellettuale degli operai nella produzione come una novità di questa particolare fase del capitalismo è una grossa corbelleria che è servita esclusivamente per dichiarare superata la teoria del valore-lavoro senza però fornire alcuna dimostrazione scientifica a ciò che si dichiara. In regime capitalistico il valore di scambio delle merci è determinato dalla quantità di lavoro socialmente contenuto, e tutte le oscillazioni di questo valore dipendono soltanto dal variare della quantità di lavoro contenuta. Dichiarare superata questa teoria soltanto perché il capitale nella fase attuale è in grado di sfruttare anche la capacità riflessiva del lavoro operaio è semplicemente un’affermazione che non dimostra assolutamente nulla sulla fine della teoria del valore-lavoro.

I nuovi fenomeni di globalizzazione del capitale, la fine del fordismo hanno solo accentuato il dominio del capitale sull’intera vita sociale. Tale dominio, presente anche nelle precedenti fasi del capitalismo, ha subito nuove forme di affinamento che hanno permesso alla borghesia di imporre all’intera società le proprie idee e la propria cultura. "Le idee dominanti sono quelle della classe dominante" scrivevano Marx ed Engels nell’Ideologia Tedesca. Ma imporre le proprie idee per la borghesia significa anche sussumere ai propri interessi l’esistenza di tutta la vita sociale, anche quella del proletariato.

Capitalismo cognitivo e la nuova Autonomia

La teoria del capitalismo cognitivo ha fatto breccia nel confuso e variegato mondo dell’Autonomia. Da semplice contributo all’analisi economica la teoria del capitalismo cognitivo ha trovato nei nipotini di Toni Negri un potente veicolo di diffusione all’interno del neo riformismo italiano. Le balzane idee "cognitive" si trasformano in mano agli Autonomi in slogan sulla ricerca di nuovi soggetti rivoluzionari. Da qualche anno l’area dell’Autonomia ha fatto propri i principi del "nuovo" pensiero economico; in rete è possibile trovare documenti ed interventi vari che partendo da quelle teorie raffigurano i nuovi confini dell’antagonismo sociale. Dalla lettura dei documenti si percepisce subito la sensazione di trovarsi di fronte all’ennesimo attacco alle basi teoriche del marxismo rivoluzionario; un ulteriore assalto alla critica dell’economia politica ed un totale stravolgimento della concezione materialistica e dialettica che la sottintendono.

Partendo dalla tesi cognitiva che il lavoro operaio non è più alla base dei processi di valorizzazione del capitale, poiché lo sfruttamento capitalistico pervade tutta l’esistenza sociale (lavorativa e non), la nuova Autonomia individua nell’intellettualità di massa il nuovo soggetto rivoluzionario, l’unico soggetto realmente antagonista al sistema. Per l’Autonomia, così come per i teorici del capitale cognitivo, l’era del post-fordismo segna la fine della centralità del lavoro di fabbrica nella produzione di plusvalore con la conseguenza che sul piano sociale la classe operaia non può essere più considerata forza antagonista al capitale. Dall’operaio massa dell’epoca fordista si passa all’intellettualità di massa post-fordista, il tutto nel segno della continuità dell’azione mistificante e riformistica dell’Autonomia. Per l’Autonomia nell’epoca della mondializzazione del capitalismo la classe operaia è completamente scomparsa, lasciando il posto ad una sorta di magma sociale definito intellettualità diffusa.

L’idea "rivoluzionaria" intorno alla quale ruota tutta l’analisi dei nostri teorici dell’Autonomia è che nell’epoca del post-fordismo il lavoro non può essere più considerato l’unica fonte del valore. Sono altri gli elementi che il capitale sfrutta per garantirsi la propria autovalorizzazione. Con l’arroganza tipica degli ignoranti, i nuovi teorici dell’Autonomia pensano di mettere definitivamente in soffitta Marx, liquidando in quattro e quattr’otto la teoria del valore-lavoro intorno alla quale il vecchio Karl ha imperniato tutta la critica alla società capitalistica. Diamo la parola direttamente ad uno dei nostri Autonomi che nel documento "L’inadeguatezza del tempo come strumento di misura della produzione" testualmente scrive:

è invece definitivamente tramontata la possibilità di utilizzare il tempo di lavoro come strumento di misura del plusvalore [...] nello specifico, per quanto riguarda il lavoro materiale, ossia il meccanico sfruttamento muscolare di forza lavoro, con l’estensione della produzione dai confini della fabbrica ad una complessa rete produttiva relazionale, i fattori e le variabili da considerare per calcolare quella quantità di valore aggiunto (plusvalore) contenuto in ogni singola merce sono tali che rendono impossibile determinare con precisione la quantità di tempo di lavoro che ogni singolo lavoratore utilizza per ripagare se stesso e quella che costituisce il guadagno del capitalismo (pluslavoro). Invece, per ciò che riguarda il lavoro immateriale, ossia lo sfruttamento dei cervelli della moderna forza lavoro (intellettualità di massa), è evidente l’impossibilità di utilizzare il tempo come strumento di misura del plusvalore. Come è possibile quantificare la produttività di un’idea usando il tempo come unità di misura?

In altri termini lo sfruttamento capitalistico non nasce all’interno della fabbrica attraverso l’estorsione di plusvalore, che si concretizza in lavoro non retribuito, ma come per magia il proletariato contribuisce a valorizzare il capitale soltanto per il fatto di pensare. Il dominio del capitale nell’era del post-fordismo è diventato talmente totalizzante da riuscire a sfruttare il proletariato a prescindere dalla sua partecipazione nel processo produttivo. Le nuove forme di sfruttamento capitalistico sono così affinate da permettere al capitale di estorcere plusvalore soltanto per il fatto che il cittadino è in grado di elaborare idee; ma queste, per quanto geniali possano essere, non hanno alcun valore da un punto di vista economico se non trovano un’applicazione pratica nel mondo della produzione. Anche la progettazione di una grande fabbrica sulla Luna, frutto di un’idea straordinaria partorita da un’intelligenza fuori dal comune, è priva di contenuto economico se tale progetto poi non trova un riscontro nella pratica. Rimanendo esclusivamente nel campo delle idee non si contribuisce in nessun modo a valorizzare il capitale non producendo esse nemmeno un atomo di plusvalore.

Nelle loro analisi i teorici del capitale cognitivo e gli epigoni dell’Autonomia confondono due livelli del dominio capitalistico. Una cosa è affermare che nella fase attuale il capitalismo è così dominante da controllare tutta la vita sociale, altra cosa è affermare che in virtù di questo dominio lo sfruttamento economico avviene anche fuori dalla produzione. Vengono identificati due concetti che, pur essendo entrambi espressione del modo di produzione capitalistico, sono estremamente differenti tra di loro. L’analisi economica del capitale scivola sul terreno della sovrastruttura ideologica perdendo in tal modo il necessario rigore scientifico.

Nella misurazione del valore di una merce se il tempo di lavoro socialmente necessario a produrla non è più l’elemento determinante non solo ci si allontana dal marxismo ma si rischia di approdare alle stesse conclusioni soggettivistiche della scuola marginalista. Per la nuova Autonomia il capitalismo non sfrutta oggettivamente il lavoro del proletariato, attraverso il mancato pagamento di una parte della giornata lavorativa, ma è il singolo individuo che si identifica nell’intellettualità di massa a percepire soggettivamente lo sfruttamento del capitale. Uno sfruttamento che nasce dal semplice fatto che l’individuo è in grado di pensare al proprio sfruttamento. Ci troviamo di fronte ad una sorta di soggettivismo di "sinistra" ma pur sempre soggettivismo. Come per i marginalisti non era il lavoro del proletariato a determinare il valore di una merce, ma questo era determinato soggettivamente dall’utilità marginale ottenuta dal consumo del bene stesso, così per i teorici del "Capitalismo cognitivo" e per i nostri Autonomi, lo sfruttamento non nasce dal lavoro non retribuito ma dalla percezione soggettiva di questo sfruttamento.

Già Hilferding, in polemica con le concezioni soggettivistiche di Bohm-Bawerk, sottolineava come:

il lavoro è il principio del valore, e la legge del valore è una realtà perché il lavoro è il legame sociale che tiene insieme la società scomposta nei suoi atomi, è non perché sia il fatto tecnicamente più rilevante.

Abbandonare la teoria del valore-lavoro per affermare che le relazioni sociali, l’intellettualità diffusa, il sapere collettivo siano le nuove linfe dello sfruttamento capitalistico, significa inevitabilmente approdare a concezioni soggettivistiche che in termini politici si traducono in tradimento degli interessi di classe del proletariato. Se il capitale è in grado di autovalorizzarsi senza entrare in relazione con la forza-lavoro, vuol dire che il proletariato è diventato di colpo una classe superflua e che quindi sia ipotizzabile un capitalismo senza classe operaia. Ma se scompare il proletariato, dissolvendosi nell’intellettualità di massa, anche la borghesia perde la sua ragion d’esistere; assistiamo ad una sorta di dominio del capitale e dello sfruttamento senza l’esistenza delle classi sociali. Il capitale può autovalorizzarsi senza soluzione di continuità evitando in tal modo anche i possibili problemi che potrebbero nascere da un eventuale scontro sociale con il proletariato. Borghesi e proletari, tragici attori della lotta di classe nella fase fordista dello sviluppo capitalistico, si sono miracolosamente dissolti nella cittadinanza e sulle nostre bandiere al posto di "proletari di tutto il mondo unitevi" dobbiamo scrivere "cittadini di tutto il mondo unitevi".

Nell’epoca del post-fordismo il capitalismo ha definitivamente superato lo scontro di classe, avendo risolto la contraddizione tra capitale e lavoro. Finisce l’epoca della lotta di classe e comincia quella della lotta per il reddito di cittadinanza. Quindi, lunga vita al capitale, purché dia all’intellettualità diffusa la possibilità di esprimere la propria socialità nei centri sociali e garantisca a tutti un reddito di cittadinanza: questo è quello che ci propongono i nostri Autonomi. Infatti, visto che il capitale sfrutta il singolo cittadino a prescindere dalla sua partecipazione nel ciclo produttivo il capitale è tenuto a dare ai cittadini un reddito garantito. Come poi questa richiesta possa essere soddisfatta, con quali risorse economiche e con quali strumenti politici lottare per ottenete il reddito di cittadinanza, questi sono problemi avvolti nelle nebbie più fitte.

Nella realtà anche nella sua fase post-fordista il capitale si valorizza nutrendosi esclusivamente di lavoro non retribuito, sfruttando la forza-lavoro del proletariato. La mondializzazione del capitale non solo non ha eliminato le classi ma ha esasperato i ritmi di sfruttamento a cui è sottoposta la classe operaia internazionale. La scomparsa del proletariato e della lotta di classe esiste solo nella fantasia dei teorici del capitalismo cognitivo e nella fantasia degli Autonomi. Infatti, appena alziamo lo sguardo per osservare le dinamiche del capitale, possiamo vedere che non solo le classi sociali esistono ancora, ma che gli attacchi sferrati dalla borghesia internazionale al mondo del lavoro si fanno sempre più intensi e che quest’intensità aumenta di pari passo con l’aggravarsi della crisi economica.

Lorenzo Procopio

(1) L. Cillario - L'economia degli spettri - Ed. Il Manifesto pag. 50.

(2) Ib. pag. 51.

(3) Ib. pag. 54.

(4) Ib. pag. 56.

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