Il padrone sulla terra
Sin da quando l'uomo viveva in orde e nelle prime forme di comunità sostanzialmente egualitarie, il suo rapporto col mondo non si distingueva granché da quello di qualsivoglia animale presente sulla terra. I danni che poteva arrecare agli ecosistemi in cui gli era dato di vivere venivano ampiamente compensati dai naturali regolatori posseduti dal pianeta e dal suo complicato e allo stesso tempo resistente equilibrio ecologico (pur sviluppate nei loro aspetti sociali tali tipi di società sono sopravvissute massicciamente con gli indiani d'America sino al secolo scorso e con alcune tribù africane e australiane sino ai nostri giorni).
Anche perché - ma non solo per questo - le popolazioni umane erano scarse e lo spazio a disposizione pressoché illimitato. L'utensile era ancora in fase primordiale e, soprattutto, si prendeva dalla natura (o si strappava ad essa) ciò che veramente era indispensabile.
Il concetto di accumulazione era sconosciuto se si esclude l'accumulo di riserve per fronteggiare periodi di carestia o di siccità.
Il perfezionamento dell'utensile, il moltiplicarsi della popolazione umana fu la causa o l'effetto della divisione sociale del lavoro? Il problema intreccia dialetticamente i due termini e la sua soluzione va ricercata nell'interrelazione (e simbiotica) dinamica degli stessi. Di certo c'è che la divisione sociale del lavoro, perfezionandosi, ebbe a creare quella particolare figura storica che è il _Padrone_. Il "padrone della terra" (l'uomo) aveva creato il padrone sulla terra (ancora l'uomo); e con la nascita del padrone il "problema ecologico" venne definitivamente posto.
La nascita del padrone presuppose la nascita di ciò che è il suo naturale complemento, lo _schiavo_; allo schiavo fu demandato il compito di arricchire il padrone che a tutto antepose la ricchezza e il potere e, dunque, la _proprietà privata_ tanto dei beni (in numero illimitato) quanto dei mezzi di produzione.
Nell'ambito del sistema basato sulla proprietà privata, scriveva Marx:
"ogni uomo si impegna di procurare all'altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spigerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell'altro una forza essenziale estranea per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico. Con la massa degli oggetti cresce la sfera degli esseri estranei, ai quali l'uomo è soggiogato ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni." (Marx, _Manoscritti economici filosofici del 1844_, Einaudi, Torino 1968, p. 127)
I bisogni creati dal padrone non sono ovviamente bisogni reali. Si tratta di bisogni per i quali si ripromette i maggiori profitti, di bisogni solitamente _indotti_ pur se offerti come bisogni primari ed essenziali. Niente è più importante del profitto. Il saccheggio della natura non solo è lecito ma diventa via via la prassi dominante. Gli oggetti non sono solo gli esseri estranei ai quali l'uomo è soggiogato ma sono il risultato della tecnologia più conveniente per il padrone; quella tecnologia che li fa sempre più deperibili e superabili ma anche sempre meno metabolizzabili dal pianeta dal momento in cui si trasformano in prodotti di rifiuto (la plastica ad esempio non ha ancora in natura decompositori adatti).
Il profitto dice che è meglio costruire automobili e autostrade in luogo di ospedali e scuole funzionali; così facciamo fare doppi turni ai ragazzi mentre quotidianamente divoriamo veleni e consumiamo il nostro tempo libero in spaventosi e micidiali ingorghi urbani.
Così si fa dello spreco la prassi comune della vita del padrone e dei suoi manutengoli mentre si allarga la sfera della fame nel mondo quale complemento dell'opulenza di pochi sfruttatori.
L'agricoltura, l'allevamento e la selvicoltura da economia produttiva si sono trasformati in _economia distruttiva_ rappresentata dalla deforestazione, dalla caccia e dalla pesca indiscriminate, dalla raccolta occasionale, ecc. Chi ha come imperativo il profitto è indotto a trarre dalla terra tutto quanto essa può dare. Il domani non importa fintanto che si hanno altre terre da rapinare ad altri e da sfruttare. Il risultato è che si nasce ormai col DDT nel sangue e la biosfera è contaminata da scorie generatrici di malattie, mutazioni e morti immature.
La politica del padrone è cieca; lo è sempre stata. Gli ambientalisti dell'ultima ora scoprono col consumismo il problema ecologico. In realtà, come precedentemente detto, il problema del saccheggio della natura ha radici lontane affondate nel cuore di quel processo sfociato nella divisione della società in classi; in classi sfruttatrici e classi sfruttate, in classi dominanti e classi dominate.
Se il padrone ellenico o quello del periodo romano avevano risolto il problema della produzione e del potere con l'istituto della schiavitù, sicché il problema del saccheggio della natura era ancora contenuto in ambiti modesti, con la crisi dello schiavismo e con l'uso più scientifico dell'utensile, le cose andarono via via modificandosi. Con la rivoluzione resa possibile dallo sviluppo tecnico dell'alto Medio Evo cominciò a mutare il paesaggio di mezza Europa (territori franco-germanici in particolare) con l'apparizione dell'aratro pesante a versoio, della rotazione agraria triennale, del cavallo ferrato utilizzato per un articolato impiego nei trasporti e come animale da lavoro nell'aratura. La capacità di lavoro delle prime macchine determinò in larga misura la distribuzione della terra, del lavoro dell'aratura, della semina e del raccolto aumentandone a dismisura il rendimento.
Mentre un tempo l'uomo faceva parte della natura al punto che tutta la vita sociale era subordinata alla sottomissione a potenze indisciplinabili, ora l'uomo _sfrutta_ la natura. Pur facendone parte l'uomo si allontana dalla natura, tende a distinguersi da essa.
Le foreste furono abbattute, le paludi prosciugate, le dighe sottrassero la terra al mare; l'inurbamento raggiunse punte mai viste se si fa eccezione per la Roma di Cesare che aveva una densità media di 8 000 abitanti per kmq (New York, oggi, ne ha 9 400).
Nelle nuove città sorse una classe di artigiani specializzati e di mercanti che sarebbero andati a costituire la moderna borghesia che rapidamente prese il controllo della società per creare il caratteristico sistema di vita proprio al modo capitalistico di produzione.
L'interesse per la tecnica continuò ad aumentare e la sua applicazione alla produzione e ai commerci è identificabile col processo egemonizzante della borghesia; un processo che:
"non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi l'insieme dei rapporti sociali." (Marx-Engels, _Manifesto del Partito Comunista_, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 59)
Il primo grande attacco alle risorse naturali può esser fatto risalire in Europa occidentale agli anni intorno al mille quando per far posto a nuove terre da coltivare fu iniziata la distruzione delle foreste su larga scala.
Dal 1000 al 1700 fu consumato un altro, massiccio e successivo attacco che fu inerente al processo che preparò la rivoluzione industriale, portatrice a "ideale dell'uomo" dell'assurgere del consumo.
La predazione della natura viene ad accentuarsi e ad inserirsi nel medesimo processo che sino ad oggi non ha mai trovato soluzione di continuità.
Il capitalismo velenoso
La più macabra vena fantascientifica non avrebbe potuto prefigurare i livelli di predazione della natura cui s'è reso reo il capitalismo.
I paesi sottosviluppati sono una creazione della sua fase imperialista oltre che un risultato delle politiche "imperialistiche" del passato. Il problema del sottosviluppo non è un problema "naturale" ma un problema di saccheggio sistematico di cui la cosiddetta "bomba demografica" non ne è che un aspetto. È un problema di ab-bandono, di desertificazione e di fame; per contro ci appare un quadro di progressiva distruzione delle metropoli con la congestione, gli inquinamenti, il caos circolatorio, la disumanizzazione degli habitat umani (e ciò è tanto più vero anche e soprattutto nei paesi dell'area del sottosviluppo).
La teoria dello _sviluppo infinito_, fuori dal luogo comune, sembrò una realtà insopprimibile del capitalismo. Ma l'esigenza dello sviluppo infinito è ecologicamente insostenibile in un mondo che è invece finito.
Oggi è addirittura una minaccia di morte per la vita terrestre. Il consumismo appare inconciliabile con una società che voglia tener conto del metabolismo della biosfera. Ma questa società ha così legato i suoi problemi di sopravvivenza politica ed economica a quelli ecologici da far diventare questi ultimi irrisolvibili.
Abbiamo detto del sottosviluppo. Una politica ecologica che non fosse tale soltanto di nome dovrebbe programmare un assetto del mondo antitetico a quello impostato dal consumismo capitalistico. Ma è possibile mantenere il profitto (e lo spreco capitalistico) senza mantenere lo stato di subordinazione totale delle aree della periferia capitalistica?
Mentre con la moltiplicazione degli oggetti si ha nelle aree metropolitane la moltiplicazione dei rifiuti e dei veleni, si registra contemporaneamente un progressivo incremento di miseria e di abbandono nelle aree sottosviluppate, costrette a subire le conseguenze della politica imperialistica delle aree metropolitane.
D'altra parte ci si può immaginare il giorno in cui anche tutti gli asiatici e gli africani dovessero andare in auto? È chiaro che il problema del sottosviluppo deve entrare a far parte di un modello di sviluppo _antitetico_ a quello attuale.
Altro esempio di problema ecologico irrisolvibile senza risolvere il problema della _totale_ riorganizzazione della società è quello dei clorurati. Quando si dice clorurati la mente corre immediatamente al famigerato DDT, l'antiparassitario proibito nei paesi cosiddetti avanzati ma che continua ad essere ampiamente usato presso le popolazioni delle aree del sottosviluppo, dalla morte delle quali dipendono profitti e benessere delle multinazionali del settore. Gli insetticidi moderni sono però ancora più nocivi di quelli del passato, come ha potuto dimostrare la Carson nella sua famosissima "Primavera silenziosa" (Feltrinelli, 1966).
La maggior parte dei clorurati appartiene a due ampi gruppi di sostanze chimiche il primo dei quali è noto come il gruppo degli idrocarburi clorurati rappresentato esemplificativamente dallo stesso DDT. L'altro gruppo comprende gli insetticidi organici a base di fosforo rappresentato invece, sempre a titolo esemplificativo, dagli ormai noti malathion e parathion.
Ecco i principali colorurati: il Clordano, uno degli insetticidi di maggiore tossicità che può provocare la morte semplicemente maneggiandolo; l'Eptacloro, che si deposita negli strati adiposi; l'Eptacloro epossido, che ha una tossicità quasi quadrupla rispetto al composto originario il quale è quattro volte più tossico, a sua volta, del clordano; la Dieldrina, tossica cinque volte di più del DDT quando viene ingerita ma quaranta volte maggiore se la sua soluzione viene assorbita attraverso la pelle; l'Aldrina, capace di insterilire la capacità di riproduzione animale e umana e responsabile della morte di una enorme quantità di pesci e di bestiame e dell'avvelenamento di pozzi. Questi prodotti vengono normalmente usati. Perché? Perché a produrli sono i giganti del capitalismo internazionale i quali non rinunceranno mai a produrre i clorurati.
Quali sono invece i vantaggi che comporta l'uso di questi? Semplicemente quelli relativi alla totale (o quasi) scomparsa del tradizionale vermetto nella frutta anche se ci arriva a casa dopo lunghissimi viaggi (durante i quali l'insetticida continua ad essere attivo). Per tale motivo la proibizione dei clorurati è ampiamente osteggiata tanto dalle compagnie internazionali agricole (le famigerate multinazionali della frutta) quando dai contadini dei paesi capitalisticamente avanzati. A chi obietta che l'alternativa alla morte per avvelenamento sarebbe quella della morte per fame (i clorurati ovviamente riducono gli scarti nei prodotti della terra) si può rispondere di preoccuparsi del conteggio della migliaia di tonnellate di frutta mandata al macero per tenere prezzi e profitti altissimi.
Si nasce coi clorurati nel sangue poiché questi viaggiano negli anelli della catena alimentare, accumulandosi, e vi si ritrovano persino nel latte materno attraverso il quale, durante l'allattamento, vengono trasmessi ai bambini.
La stessa dannosità va attribuita ai fosforganici che distruggono tanto negli insetti quanto negli animali a sangue caldo un enzima (il colinesterasi) che funziona da trasmettitore degli impulsi nervosi provocando tremiti, spasmi muscolari, convulsioni, morte (stessi fenomeni provocati dai gas nervini di cui son pieni gli oceani da quando si è deciso di doversi disfare delle eccedenze).
La mortalità dovuta ai fosforganici è veramente sorprendente: in un anno circa 400 decessi nel solo Giappone. Ciononostante 4 milioni di tonnellate di parathion vengono spruzzati ogni anno nei campi e nei frutteti degli Stati Uniti. Il quantitativo impiegato nelle fattorie della sola California corrisponde ad una dose mortale per una popolazione dieci volte maggiore di quella mondiale.
In agricoltura v'è insomma in atto una vera e propria guerra chimica che comporta l'inoculazione di veleni in tutti gli organismi naturali; si avvelenano le colture e si intossicano le mandrie per uccidere i loro parassiti. Gli erbicidi, al pari, distruggono le erbacce ma rendono tossici anche i prodotti delle colture: una maledizione senza fine. I prodotti chimici organici passano dall'insetto al suo predatore e da questo a un altro ancora sino ad arrivare al "predatore supremo", ossia all'uomo. Oppure penetrano nel terreno, defluiscono nelle acque sotterranee e di superficie e fanno il giro del mondo (ciò spiega perché il DDT sia stato trovato persino nelle foche e negli orsi polari).
Alcuni fra questi composti sono classificati come "mutageni", capaci di modificare cioè i geni dai quali dipende l'ereditarietà; inoltre danneggiano l'uomo anche con processi lenti che possono portare al cancro, alla sterilità, alla procreazione di mutanti e alla morte.
Il mondo è oggi un mare di cancerogeni. Il 12 per cento dei casi di mortalità infantile, dal primo al quattrodicesimo anno di età, è causato da cancro.
Le iperplasie maligne costituiscono nei paesi sviluppati dal 15 al 20 per cento dei decessi: una famiglia su tre vive all'ombra di questa minaccia.
Idem per l'enfisema polmonare che diventa la causa di morte in più rapida ascesa; seguono asme, bronchiti e malattie respiratorie in genere a causa dell'inquinamento prodotto da auto, fabbriche, raffinerie di petrolio, centrali elettriche e via discorrendo.
Secondo il servizio sanitario USA i quasi 100 milioni di veicoli a motore immettono nell'atmosfera 70 milioni di tonnellate di ossido di carbonio all'anno, 15 milioni di tonnellate di idrocarburi, oltre un milione di tonnellate di ossido di zolfo, 7 milioni di tonnellate di ossidi di azoto, oltre un milione di particelle solide e altre sostanze velenose come il piombo tetraetile.
Le principali fonti di inquinamento industriale sono le cartiere, le acciaierie, le ferriere, le raffinerie di petrolio, le fonderie, gli impianti chimici. Esse producono ogni anno un totale di 160 milioni di tonnellate di inquinanti solo negli USA. Ma non per niente gli USA con circa 250 milioni di abitanti pari a meno del 6 per cento della popolazione mondiale consumano oltre il 40 per cento delle risorse naturali mondiali e producono il 50 per cento degli inquinamenti industriali mondiali. Ciò comporta che ogni anno gli americani buttano via 7 milioni di automobili, 100 milioni di pneumatici, 28 miliardi di bottiglie, 48 miliardi di scatolette; inoltre producono 165 milioni di tonnellate di rifiuti solidi e sostituiscono 300 000 ettari di foreste con l'asfalto. In città come Los Angeles i bambini non possono fare ginnastica perché non respirino profondamente l'aria altamente inquinata. Emblematico, poi, il caso del fiume Cuhyahoga, nell'Ohio, così sovraccarico di scarichi industriali volatili tanto da prender fuoco. Le sole fabbriche e le centrali elettriche sparano circa 50 milioni di tonnellate di ceneri e 30 milioni di tonnellate di ossidi di zolfo.
Nemmeno l'URSS fa eccezione alla regola. Il paese del "socialismo reale" ha una struttura produttiva analoga a quella occidentale, il degrado ambientale non è ancora ai livelli americani solo per il più basso indice di industrializzazione del paese e per la minore diffusione tecnologica a livello di consumismo di massa.
Il paesaggio e l'ambiente sono però contagiati massicciamente da una agricoltura e una selvicoltura intensive e dall'abuso dei biocidi. L'industrializzazione e l'esplosione urbana han creato gravissimi problemi di inquinamento; le attività estrattive hanno letteralmente reso inabitabili territori immensi. L'URSS calcola che una politica ecologica per una riqualificazione ambientale comporterebbe una riduzione che va dal 7 al 10 per cento del tasso di crescita del paese, vale a dire che si verrebbe a ridurre una parte consistente del plusvalore incamerato dallo stato per sostenere i costi dell'industria antinquinamento.
Gli indirizzi sovietici vanno invece in tutt'altra direzione. Si fanno esplodere cariche nucleari sino ad otto chilotoni ( = migliaia di tonnellate di tritolo equivalente) a oltre mille metri di profondità per aumentare la produzione di petrolio in giacimenti in via di esaurimento. Altre esplosioni, a 1600 metri di profondità (potenza 40 chilotoni), sono state ripetutamente effettuate per stimolare il rilancio di gas naturale mentre si producono serbatoi artificiali di 300 000 metricubi (a 800 metri di profondità) per la conservazione del combustibile, facendo esplodere cariche da 35 chilotoni.
Le fabbriche sovietiche non hanno, salvo rare eccezioni, impianti depurativi; la concentrazione di smog è così elevatissima, anche grazie alla difettata depurazione che subiscono le benzine sovietiche. L'inquinamento delle acque è anch'esso a livelli di guardia a causa del petrolio, degli scoli delle fognature e degli scarichi industriali. Il patrimonio ittico dei fiumi, dei laghi e dei mari è in via di impoverimento costante (il Mar Caspio ha abbassato il suo livello di oltre due metri e mezzo negli ultimi 25 anni); il disboscamento inconsulto minaccia di creare terre desertiche simili a certe zone degli Stati Uniti o dell'Africa.
Come si può ben notare tanto ad ovest quanto ad est cambiano i suonatori ma la musica resta la stessa poiché è il medesimo direttore d'orchestra a dirigerne i brani. Il direttore supremo è il capitalismo, variamente cammuffato ma in ogni caso posseduto dal "demone del profitto" che ispira ogni nota di questa mortale sinfonia aleggiante sinistra nel mare dei veleni della nostra biosfera.
L'insidia nucleare
Il problema degli inquinanti non si limita ai veleni continuamente immessi nell'atmosfera così come il problema ecologico non si limita al solo problema degli inquinanti atmosferici. V'è l'inquinamento termico, quello acustico, v'è il problema, gravissimo, del dissesto idrogeologico che ogni anno accusa il suo pesante fardello di immani disastri (frane, smottamenti, valanghe) con conseguente morte per migliaia e migliaia di persone. E si potrebbe continuare all'infinito. E all'infinito potremmo rilevare che le cause maggiori, se non uniche, risiedono nel modo di produzione capitalistico che muove gli uomini sotto la spinta del profitto.
Ma fra le insidie ecologiche il primo posto spetta a quello specifico modo di ottenere energia mediante la cosiddetta fissione nucleare.
Come si sa l'energia nucleare nasce a fini bellici. Dal 1942 al 1945 viene portato avanti il Progetto Manhattan per la messa a punto dell' "arma totale", la bomba atomica lanciata poi su Hiroshima e Nagasaki a guerra praticamente finita.
L'utilizzo "pacifico" del nucleare coincide con la possibilità di creazione di un vasto mercato e l'ottenimento di elevatissimi profitti ma anche con la sua armonizzazione al modo di produrre capitalistico, altamente intensivo e ad alto contenuto di capitale e di tecnologia. Nascono i colossi del settore che realizzano centrali e megaimpianti come la Westinghouse, la General Electric, ecc
La funzionalità del nucleare è strettamente connessa all'edificazione di strategie energetiche sintonizzate sul canale militare e alle prospettive belliche.
Quali sarebbero i vantaggi dell'energia nucleare? È stata decantata come energia "pulita", non inquinante. È stata contrapposta al carbone la cui estrazione a cielo aperto opera vasti sconvolgimenti del territorio avendo bisogno di superfici sino ad 85 volte superiori a quelle necessarie all'estrazione dei prodotti uraniferi. La devastazione territoriale verrebbe così drasticamente contenuta. Altro vantaggio fra i "tanti": il nucleare consentirebbe la riduzione della dipendenza del petrolio in via di esaurimento e del suo costo eccessivo (il petrolio durerà, agli attuali livelli di consumo per oltre 50 anni e il carbone per oltre 200: il tempo necessario per creare nuove tecniche di produzione energetica e la graduale conversione con le fonti alternative esistenti in natura, inesauribili e assolutamente non inquinanti).
L'energia nucleare genera però l'inquinamento in assoluto più pericoloso: quello radioattivo.
Fanno di tutto per convincerci che le centrali nucleari sono sicure. Ebbene, è vero che esistono molti sistemi di controllo per prevenire gli incidenti; vi sono molte barriere fra il materiale radioattivo e l'esterno. Tali sistemi sarebbero studiati per fronteggiare i cosiddetti _incidenti di progetto_, ossia quelle gravi che prevedono la fusione del nocciolo. La realtà è che non esiste - e ce lo riferisce nientemeno che la Fondazione Ford - la certezza della loro evitabilità e qualora si dovessero verificare non esiste nemmeno la certezza della funzionalità del sistema di emergenza (Chernobyl ha proprio dimostrato questo).
L'energia nucleare sfrutta una tecnologia immatura. Un reattore è composto da alcuni milioni di pezzi di cui non si può conoscere lo stato esatto di efficienza o di tenuta. Non si possono pertanto stabilire con esattezza i molteplici fattori di rischio su basi deterministiche, si ricorre allora al controllo di tipo statistico fondato sul calcolo delle probabilità.
Ma quanto è attendibile il controllo statistico? Il famoso rapporto Rasmussen del 1974 dava l'incidente catastrofico con una probabilità di un evento per ogni miliardo di reattori funzionanti sulla terra. Incidenti come quello di Chernobyl erano stimati con probabilità di un evento ogni 10 mila reattori in funzione. Con soli 340 reattori in funzione in tutto il mondo se ne sono invece avuti già due in pochissimi anni...
Vi sono poi rischi a lungo e lunghissimo termine; fra questi c'è il problema dell'isolamento delle scorie radioattive che vengono conservate nelle "cripte di deposito" per centinaia e centinaia di anni (ricordiamo che il plutonio rimane attivo per oltre un milione di anni). Quali certezze che tali cripte potranno durare nel tempo e che per i luoghi di conservazione non vada persa la memoria storica della loro ubicazione? (senza contare sull'eventualità di qualche fenomeno sismico o di qualche allagamento sempre possibili).
V'è poi il problema dello smantellamento delle attrezzature obsolete: un problema di cui sino ad ora nessuno ha saputo dare risposta data l'altissima pericolosità dell'operazione.
Altro cruciale problema è quello del trasporto del combustibile da ritrattare che avviene per ferrovia, su navi o camion. Si pensi all'eventualità di un qualche incidente e ricordiamoci che fra i materiali trasportati c'è il plutonio più tossico per l'uomo di oltre 20 mila volte del cianuro di potassio.
Le centrali sono comunque pericolose anche in stato di perfetta funzionalità. In una centrale si forma qualcosa come 200 elementi radioattivi che vengono in parte scaricati all'esterno. Molti radionuclidi a vita media e lunga hanno la tendenza ad entrare nella catena alimentare e a concentrarsi negli organismi viventi aumentando così la loro pericolosità. E di radionuclidi ve ne sono in quantità enorme che piovono sulla terra dal 1945 ad oggi, data del lancio della prima bomba atomica. Sono stati compiuti da allora 589 esperimenti di esplosioni nucleari militari nell'atmosfera e contemporaneamente sono state compiute 904 esplosioni sotterranee per un totale di esperimenti militari di oltre 1500. Aggiungiamo i rilasci di 340 centrali operanti nel mondo e gli incidenti, leggeri e gravi, e si avrà una dimensione del fenomeno dell'inquinamento radioattivo.
Per non allarmare troppo i cittadini s'è creato il concetto di "soglia" (dose massima di radiazioni) sotto la quale non si potrebbero manifestare danni biologici all'individuo. Bisogna tenere fermi questi punti:
1. le radiazioni ionizzanti sono dannose e sicuramente cancerogene;
2. esiste un rapporto preciso fra dose assorbita e risposta biologica.
Il concetto di "soglia" maschera gli interessi del capitale nel settore nucleare a danno della salute pubblica. Le radiazioni, anche a piccole dosi, applicate con continuità, inducono a cancri e leucemie e fanno aumentare il tasso delle mutazioni spontanee che si manifestano anche e soprattutto nelle generazioni successive (rinviamo, per un più approfondito studio del problema alla recentissima pubblicazione del nostro Partito "La scelta nucleare").
L'uso capitalistico della scienza
Tutta la produzione capitalistica è caratterizzata dall'intensività; è per tale motivo che si è sempre dimostrata assai dannosa per l'ambiente e per l'equilibrio uomo-natura.
Inquinamento atmosferico, oceani usati come pattumiere, laghi morti che prendono fuoco per autocombustione a causa della massiccia presenza di idrocarburi, acque avvelenate, territori devastati, fiumi pericolosamente compromessi, sofisticazioni alimentari a volte mortali, specie viventi estinte o in via di estinzione, ecc.; tutta la biosfera vive una situazione ai limiti della sopportabilità. E tutto ciò è avvenuto per effetto dello sviluppo scientifico e per l'uso della tecnologia diffusa a tutti i livelli delle attività umane.
Sarebbe dunque meglio ritornare all'utensile preistorico se il prezzo del "progresso" risulta così alto da pagare?
Il problema non è legato alla scienza in se ma all'uso che di essa si fa.
La scienza è _posseduta_ dalle classi dominanti che l'hanno piegata alle leggi del profitto influenzandone così gli indirizzi e facendo oggi della ricerca scientifica un qualcosa di _inscindibile_ dall'appellativo "borghese". È nata in tal modo la _scienza capitalistica_, utilizzata per "rivoluzionare" in continuità i mezzi e le forze produttive, per svolgere un ruolo preciso oggi caratterizzato col nome sinistro di imperialismo.
Bisogna pertanto analizzare il problema dei rapporti tra lavoro scientifico e utilizzazione "sconsiderata" delle scoperte e dei ritrovati tecnici (in senso antiecologico, in senso bellico, ecc.). Va analizzato cioè il problema delle _responsabilità_ dello scienziato e del tecnico.
Nella società divisa in classi lo scienziato e il tecnico, sia per l'origine di classe (ma non solo per questo) sia per i privilegi conquistati nell'ambito delle strutture borghesi, sono stati sempre intrinsecamente o in definitiva dalla parte degli sfruttatori; anche quando pervasi da "spirito illuministico" non hanno mai cessato di vedere nel potere costituito la garanzia del loro lavoro pur razionalmente giustificando la loro "neutralità" e, anzi, esaltando le occasioni di risolvere o sanare contraddizioni e ingiustizie.
Dalle proprie personali esperienze di "homo faber" alcuni hanno anche tratto giustificazioni per estendere una idilliaca visione del mondo che d'altronde sosteneva tutti i privilegi e, quindi, anche i loro. Nei momenti più "caldi" o di pericolo non hanno mai mancato di modulare con apparente innocenza anche le teorie scientifiche per adattarle alla situazione, fino alla falsificazione cosciente delle loro conclusioni tradendo del tutto il presupposto di dignità, sempre blaterato, del loro stesso lavoro. Che ciò sia avvenuto per servilismo o per persuasione politica non fa nessuna differenza: tutti i regimi (da quello nazifascista a quello sovietico) hanno avuto ed hanno i loro cortigiani scienziati.
Anche se il lavoro dello scienziato può essere in parte autoremunerato dalla soddisfazione propria ad ogni lavoro creativo, non può, parimenti, far meraviglia che il lavoro astraente e/o addirittura alienante del ricercatore rappresenti il tramite per una più generale alienazione "filosofica" e quindi anche politica. È per tale motivo che fra gli scienziati vige un conformismo acritico e perciò di comodo nella stragrande maggioranza dei casi; è da qui che ne deriva quella disponibilità a trascurare la direzione che prende l'uso pratico dei loro risultati, dei ritrovati scientifici e tecnici o per lo meno a considerarlo con indifferente distacco.
È così che si giunge alla bomba atomica. È così che si arriva alla preparazione della guerra chimica e batteriologica poi, ad esempio, massivamente esperimentata in Vietnam, palestra tecnologica per eccellenza che alla fine del conflitto si presentava più allucinante delle più allucinanti fantasie bibliche: foreste e piantagioni devastate e defoliate, suolo reso incoltivabile per decenni, biocidio forsennato della flora e della fauna, tronchi isteriliti e persone umane a centinaia di migliaia con sindromi neurologiche seguite da morte.
Ma chi può fermare allo stato attuale la corsa al riarmo e al perfezionamento dei mezzi di sterminio? Lo scienziato, forse, col suo senso di responsabilità "civile, umana e politica"?
No, almeno fintanto che lo scienziato è legato mani e piedi al modo capitalistico di produzione, alle sue ideologie e ai privilegi che gli elargisce spesso assai generosamente.
Il problema della responsabilità dello scienziato nel fare scienza non è comunque problema da poco. Innanzitutto: quali sono i limiti di tali responsabilità?
È vero che non può essere previsto dove può arrivare lo sviluppo di una ricerca e le applicazioni di una scoperta. La guerra chimica e batteriologica non si sarebbe neppure potuta immaginare senza gli studi e le conoscenze sulla epidemiologia delle malattie infettive e sulla patologia dei vari sistemi organici nei confronti dei tossici, studi e conoscenze che erano state suggerite da un bisogno opposto a quello della guerra, quello della salute umana. Ma in una società basata sulle guerre ciò non può far meraviglia.
Uno scienziato non coinvolto col potere (ma se non fosse coinvolto sarebbe anche privo dei mezzi per fare ricerca che ha bisogno di tempi spesso lunghissimi e di notevolissimi finanziamenti) avrebbe il dovere di vigilare sul suo lavoro e di rifiutarsi di collaborare per fini estranei ai principi semplicemente morali ancorché politici da cui viene informato. Ma ciò non sposterebbe il problema di un solo millimetro. Ad ogni scienziato "onesto" potrebbero essere facilmente sostituiti centinaia di scienziati più ligi ai doveri di servi del capitale.
Oggi, ancor più, scienza e tecnica sono divenute un sistema operativo essenziale e gli scienziati e i tecnici un corpus decisionale di primaria importanza. Questo cambiamento innegabile intreccia più strettamente i rapporti fra scienziati e potere; e in quanto uomini di potere gli scienziati seguiranno storicamente le sorti del sistema che servono. A meno che i disastri ecologici e di guerra non stiano lì, accumulandosi e accumulando gli orrori conseguenti, a incidere su quelle coscienze che si renderanno conto della necessità di un futuro alternativo. Sarebbe il modo migliore per rivalutare il lavoro dello scienziato, un lavoro che potrebbe dare un contributo insostituibile alla lotta per affrancare l'uomo dalla schiavitù del lavoro.
Dove e come nasce l'ideologia ecologista
Gli antesignani dell'ideologia ecologista si disperdono nei meandri secolari della storia umana. Se non vogliamo andare lontanissimo potremmo, come qualcuno ha fatto, ripescare un Francesco d'Assisi iniziatore di quella fuorviante idealizzazione della natura che ancora oggi sembra il pallino di "verdi" ed ecologisti.
Facendo un salto di qualche secolo arriviamo alla prima rivoluzione industriale dove presero le mosse i primi allarmi al modo con cui si cominciava a far scempio della natura. È il caso di John Evelyn (1620-1706) che
