Il disastro della Russia oggi

La fine della guerra fredda prima, il crollo dell'Urss poi, hanno fatto gridare al mondo intero che da quel momento in avanti per l'umanità intera si sarebbero aperti scenari di pace e di progresso.

Storici analisti e politologi borghesi facevano a gara nel pronosticare come dal crollo "dell'impero del male" non poteva che scaturire una sorgente di prosperità economica e di annullamento della conflittualità bellica dopo quarantacinque anni di guerra fredda.

L'approccio alla nuova situazione era molto semplice. Venuto meno uno dei due contendenti che avevano dato vita ad una serie pressoché infinita di guerre guerreggiate ai quattro angoli del mondo, la pace sarebbe diventata un obiettivo sicuro e raggiungibile. Il progresso sociale, la prosperità economica sarebbero derivate come conseguenza logica nel momento in cui, cessato l'allarme militare, consistenti energie economiche e finanziarie sarebbero state convogliate più facilmente verso l'economia civile, aumentando la produzione di merci e di servizi e consentendo un più facile accesso ai consumi per tutte le categorie sociali, proletariato compreso.

La realtà dei fatti si è incaricata di seppellire sotto una valanga di risate, anche se a denti stretti data la tragicità degli avvenimenti, la validità di una simile analisi. La fine della guerra fredda e il crollo dell'Urss hanno aperto un nuovo confronto - scontro all'interno dello schieramento politico internazionale, hanno innescato nuovi processi di aggregazione imperialistica sul terreno dei mercati finanziari, delle materie prime, il petrolio innanzitutto, e della conquista di mercati della forza lavoro a basso costo. In soli dieci anni c'è stata una concentrazione e una intensità di conflitti da far rimpiangere, si fa per dire, gli anni caldi della guerra fredda. Tralasciando gli episodi di guerra tra le ex repubbliche sovietiche, Armenia - Azerbajgian, Armenia - Georgia, Russia - Cecenia, le guerre civili in Afganistan e Pakistan, per questioni di confine e di percorsi petroliferi, una serie di avvenimenti bellici di portata storica hanno squassato il Medio oriente e la stessa Europa. La guerra del Golfo, le guerre di secessione in Yugoslavia, volute, armate e finanziate dallo stesso occidente. La lunga guerra civile in Bosnia e ultima la guerra del Kosovo, hanno reso questo decennio il più sanguinoso e devastante dalla fine della seconda guerra mondiale.

In sintonia con la fibrillazione bellicistica anche la presunta prosperità e il progresso sociale sono crollati come dei miti di carta. Già a partire dagli anni ottanta, ma con particolare aggressività in quelli novanta, il capitalismo internazionale ha mostrato come la sua sopravvivenza non possa prescindere dall'attaccare le condizioni di vita e di lavoro del proletariato. La globalizzazione e la new economy, per usare una terminologia tanto cara agli analisti borghesi, hanno proposto tassi di sfruttamento e indici di povertà che non solo contrastano con le capacità tecnologiche del capitalismo moderno, con la potenzialità nella produzione della ricchezza sociale, ma che comprimono in assoluto i precedenti livelli di vita.

I dati dicono che la disoccupazione è all'11-12 per cento nei paesi ad alta industrializzazione, lo è da anni, Usa compresi, nonostante le statistiche che vengono pomposamente esibite. Il tasso dei diseredati ha toccato i quasi cinquanta milioni negli Usa e i quasi quaranta in Europa. All'interno di queste statistiche si nasconde il fenomeno dei nuovi poveri, cioè di coloro che pur avendo un lavoro non superano con il loro reddito la fatidica soglia della povertà. Negli Stati Uniti sono il 20% dei lavoratori, in Europa il 15%. Il lavoro scarseggia, sono più i posti di lavoro che vengono cancellati di quelli che vengono creati. La flessibilità e la precarietà stanno diventando la norma alla quale il proletariato moderno deve sottostare, i salari si sono contratti del 25 - 30% mentre prosegue lo smantellamento dello stato sociale a colpi di riforme delle pensioni e della sanità. I pochi ricchi diventano più ricchi e i poveri sono vertiginosamente in aumento e diventano sempre più poveri.

La presunzione e l'errore o la millanteria sono dovuti al mancato riconoscimento delle contraddizioni del capitalismo. Ritenere che la sconfitta di uno dei due poli imperialistici avrebbe potuto eliminare le ragioni delle guerre. come se queste ultime fossero estranee ai meccanismi di appropriazione del capitale e inerenti soltanto al mondo della politica, è stupida fantasia. Come è cieca astrazione ritenere possibile, fermo restando le forme di produzione che regolano i rapporti tra i capitali e gli stati che politicamente li rappresentano, cancellare le conseguenze storiche, economiche e conflittuali di un fenomeno senza rimuovere le cause che lo pongono in essere. Al contrario lo svolgersi degli avvenimenti sullo scenario imperialistico mondiale testimonia in che misura il capitalismo rinnovi le sue contraddizioni, determini i rapporti di forza, cancelli e riproponga i soggetti dello scontro, tanto più intenso e globale quanto maggiori sono gli ostacoli alla valorizzazione dei suoi segmenti internazionali.

Il crollo dell'Urss non poteva sanare gli spasmi del capitalismo ma soltanto ridefinirne le gerarchie e individuarne i nuovi ambiti. Ne è feroce testimonianza non soltanto la prosecuzione di episodi di crisi economiche e finanziarie e di guerra che hanno percorso il mondo intero dall'Asia al sud America per arrivare persino nel centro balcanico dell'Europa, ma anche l'attacco sferrato al proletariato su tutti i fronti e sotto tutte le latitudini del capitalismo avanzato e non.

Anche per quanto riguarda l'implosione dell'Urss e il fallimento economico della Russia, gli errori di analisi e di prospettiva della politologia borghese sono stati clamorosi.

Tre sono gli ordini di fattori che hanno determinato la miopia prospettica dell'ingresso della Russia nei meccanismi del cosiddetto libero mercato.

  1. Il primo è quello di essere partiti dalla presunzione che il passaggio dall'Urss alla Russia, ovvero dalla gestione di una economia centralizzata ad una economia a decisioni decentrate, fosse sinonimo del passaggio dal comunismo al capitalismo.
  2. Il secondo è consistito nel ritenere che questo passaggio potesse essere veloce, quasi indolore, in grado di risollevare l'economia ex sovietica solo inoculandole potenti dosi di economia di mercato.
  3. Il terzo la sottovalutazione di come una "nuova" economia e una rampante neo-classe dirigente stentassero a ripercorrere i sentieri produttivi e finanziari occidentali, per orientarsi più facilmente verso gli aspetti speculativi e degenerativi dell'economia di mercato, alla ricerca non tanto di uno sviluppo sociale, scandito in questo caso dai ritmi di un capitalismo privato in contrapposizione a quello di stato, ma di un profitto a breve termine. Pochi soldi, maledetti ma subito.

Il primo problema lo abbiamo più volte trattato e non riteniamo di doverci ritornare se non per ribadire che la sconfitta della rivoluzione proletaria russa non data nel dicembre del 1991, nemmeno alla morte di Stalin, né all'atto della costituzione del 1936, bensì prima, negli anni venti, quando l'arretratezza russa e l'isolamento da altre esperienze rivoluzionarie hanno impedito la realizzazione del programma comunista e favorito la nascita del capitalismo di stato in Unione Sovietica. La controrivoluzione stalinista ha contrabbandato tutto questo nella possibilità della realizzazione del socialismo in un solo paese. Dalla rivoluzione d'Ottobre in avanti, nonostante l'evento rivoluzionario, non c'è stato un solo momento in cui le categorie economiche capitalistiche siano venute meno per lasciare il posto alla graduale trasformazione di queste in conquiste comuniste se non per accenni ben presto rientrati. Anzi la storia economica dell'Urss è un inno al rafforzamento del capitale, del suo rapporto con la forza lavoro, alla produzione di merci come per qualsiasi economia di tipo capitalistico, con la grande differenza che tutte le categorie economiche, forza lavoro compresa, dovevano sottostare alla gestione dello stato e della sua pianificazione. Come detto questo lo abbiamo ampiamente trattato in lavori precedenti e non ci ripetiamo. Gli altri punti meritano una riflessione.

La nuova nomenklatura e la via speculativa

Il fallimento della perestrojka, mentre ha aperto uno spazio alla opposizione politica radicale di Eltsin, ha prodotto le condizioni perché la nuova nomenclatura privata potesse usufruire dello sfascio economico trasformandolo in trampolino di lancio del proprio potere. La perestrojka è fallita perché tutti i progetti di ristrutturazione e di riforme partivano da una base economica troppo depressa e perché sono venute meno tutte le auspicate fonti di reperimento di capitale finanziario atte a risollevare le sorti della devastata economia sovietica in termini di remuneratività interna e di competitività a livello del mercato internazionale.

Il progetto di dare vita alle joint ventures, quale condizione per favorire l'ingresso di capitali e tecnologie straniere è fallito. Quelle che si sono create, prevalentemente a capitale tedesco, non si sono inserite nelle strutture portanti della economia sovietica e non hanno nemmeno iniziato a risolverne i problemi. Troppa era la diffidenza del capitale occidentale nei confronti del quadro politico, delle persistenti difficoltà burocratiche e delle tangenti della incipiente mafia moscovita. La richiesta di crediti sul mercato finanziario internazionale non è stata esaudita nei termini necessari, in parte per le ragioni che hanno frenato la nascita delle joint ventures, in parte perché l'occidente, Stati Uniti in testa, se vedevano di buon occhio il cambiamento di regime politico ed economico all'interno dell'ex nemico numero uno, non avevano nessuna intenzione di favorirne una rapida ripresa, con il rischio di ritrovarselo di lì a qualche anno ancora in grado di rappresentare un pericolo se non addirittura una minaccia. Clinton aveva espresso questo concetto in più di una occasione.

Non saremo certo noi che ostacoleremo il passaggio verso una economia di mercato che anzi auspichiamo, ma non chiedeteci di finanziarlo.

Di questa indicazione il Fmi ha fatto tesoro, qualche decina di miliardi di dollari sì ma con il contagocce e subordinati all'allineamento di Mosca alle strategie della Nato, quindi americane. Inizialmente sono fallite anche le aspettative sulle privatizzazioni. Il governo di Gorbacev pensava di poter ricavare un buon gruzzolo dalla vendita delle grandi imprese di stato da poter investire nel processo di ristrutturazione, dimenticandosi che all'epoca, fatta eccezione di qualche alto dignitario della nomenclatura di partito che oltre a rubare aveva risparmiato, non c'era la sufficiente domanda perché il processo di privatizzazione potesse partire. Il progetto è rimasto sulla carta sino al crollo dell'Urss, poi creatasi una nuova classe di ricchi, la mafia, il processo è potuto partire. Solo oggi, a nove anni dalla scomparsa della Unione sovietica, il 70% dal capitale finanziario russo è controllato dalla mafia e il 45% della economia è passato nelle sue mani, privatizzazioni comprese.

In simili condizioni, dopo lo sfascio economico e istituzionale della seconda potenza imperialistica mondiale, non si è assistito tanto al passaggio della economia di stato a quella di mercato, quanto al trasferimento proprietario dalla borghesia statale a quella privata dove, la vecchia nomenclatura e la nuova classe - mafia, hanno dettato i ritmi e i contenuti della nuova economia. Nessun miglioramento strutturale, peggioramento di tutti gli indici economici, ulteriore affamamento del proletariato e dei settori impiegatizi statali. In compenso le due componenti della nuova borghesia si sono impadronite di tutto ciò che era a loro portata di mano organizzandolo nella prospettiva del profitto immediato o trasferendolo nella dimensione speculativa.

La borghesia russa non ha fatto altro che comportarsi come una delle tante classi dirigenti del terzo mondo degli anni settanta e ottanta. Si è disinteressata della economia agonizzante e ha dato fondo alle ricchezze minerarie quale unica fonte di profitto produttivo per cavalcare la speculazione finanziaria usando gli stessi capitali forniti dal Fmi. Il percorso non era certo obbligato ma la gestione di Eltsin ha preferito imboccarlo e percorrerlo sino in fondo in quanto via comoda e veloce per il suo arricchimento personale e di quella nuova classe malavitosa e speculativa a cui era legato a doppio filo.

La mondializzazione dell'economia ha colto la Russia nel suo momento peggiore. Alla feroce determinazione con la quale avvengono le ristrutturazioni, gli accorpamenti e fusioni nei settori tradizionali e in quelli tecnologicamente avanzati, alle aggressioni armate sui mercati delle materie prime per la conquista e la ridistribuzione del potere su scala internazionale, i resti agonizzanti dell'impero non hanno potuto rispondere, se non in parte e vanamente per la questione cecena. Non rimaneva che l'illusoria prospettiva di partecipare ai meccanismi speculativi che la stessa mondializzazione ha ingigantito ed esasperato, non tanto per reggere l'impossibile confronto con le mastodontiche concentrazioni di capitale finanziario dei mercati monetari internazionali, quanto in chiave del tutto domestica, o al massimo attirando le briciole della speculazione internazionale sino a quando la piccola "bolla" è esplosa facendo precipitare la borsa di Mosca nel caos totale.

La "Nuova Economia" nella versione russa

Negli ultimi anni della Russia post sovietica l'obiettivo economico prioritario è stato quello di agganciarsi alla mondializzazione prendendola per la coda, cioè dalla parte finanziaria, lasciando in secondo piano gli sforzi per il rilancio dell'economia reale, o subordinandola alla speculazione. Non potendo inserire il proprio apparato produttivo nei rigidi e super competitivi meccanismi della mondializzazione, si è assunta la speculazione finanziaria quale unico obiettivo praticabile. Il parassitismo è diventato l'involucro all'interno del quale tutti i fattori dell'economia si sono depressi e indeboliti.

Il primo passo verso questa direzione è stato il perverso meccanismo delle privatizzazioni sul quale molto aveva contato Gorbacev e del quale molto e fraudolentemente ha usufruito la nuova borghesia privata russa di Eltsin. La vendita di miniere, fabbriche, pozzi petroliferi e imprese statali è avvenuta in un rapporto uno a trenta. Se trenta era il prezzo teorico di vendita previsto dallo stato, uno è stato il ricavo ottenuto. La svendita si è resa possibile quando la nomenclatura privata, ex di stato, ha fatto affari con la mafia consentendole di entrare in possesso di una parte dell'apparato produttivo russo a prezzi irrisori in cambio di tangenti e di appoggi politici, in una sorta di patto scellerato alla russa, in nome del libero mercato e del facile arricchimento.

In pochissimi anni quaranta mila società medio grandi sono passate sotto il possesso o il controllo della mafia. Dal petrolio siberiano alle miniere di nichel e oro il 45% della produzione russa è dominato dalla mala vita organizzata in stretto legame con le strutture politiche di potere.

La produzione di materie prime, su base obsoleta con tecnologie mai rinnovate risalenti agli anni sessanta e scarsamente competitiva sul mercato commerciale internazionale continua a sfruttare i giacimenti e a venderne i prodotti all'estero anche a prezzi che non coprono le spese degli investimenti pur di entrare in possesso di dollari. La sete di valuta, di liquidità soprattutto in divise pregiate, anche a costo di subordinarle la produzione e lo sfruttamento delle risorse minerarie, ha avuto come unico obiettivo quello della speculazione finanziaria.

Attraverso il controllo delle prime cinquecento banche private e del 70% della finanza nazionale, la nuova classe parassitaria ha impostato i suoi interessi sui meccanismi della speculazione interna e internazionale. Le banche e lo stato, pur di drenare capitali interni ed esteri hanno garantito rendite folli sino al 60%. Il gioco è continuato ininterrottamente fino all'agosto del 1998 quando la bolla speculativa ha fatto saltare la borsa di Mosca e messo in ginocchio l'intero sistema creditizio russo e ha creato le condizioni dell'insolvibilità dello stato nei confronti del Fmi. Sul versante esterno la speculazione ha prodotto una fuga di capitali pari a trecento miliardi di dollari, circa il doppio dei prestiti internazionali che avrebbero dovuto andare a risollevare la produzione.

Le conseguenze sono state devastanti. Il Pil è crollato al 55% dei valori del 1989. In termini di investimenti il tasso si è abbassato del 75% rispetto al 1990. Nessun impianto produttivo degno di questo nome si è creato in questi ultimi anni, solo la speculazione finanziaria è aumentata sino a creare le condizioni della propria esplosione.

In una economia così depressa, dove la diminuzione dei beni di consumo e la mancanza di redditi da lavoro dipendente sono diventati la norma, in cui gli investimenti si sono azzerati e i redditi da capitale speculativo hanno preso la strada dell'estero, il baratto e il mercato nero sono diventati la principale forma di transazione economica. Nel perverso meccanismo della produzione e della distribuzione della Russia contemporanea le imprese sopravvivono perché non pagano le tasse allo stato e gli stipendi ai lavoratori. Il 70% dei trasferimenti di valore tra le imprese e lo stato e tra le imprese e la forza lavoro avviene in natura attraverso il baratto. Lo stato sopravvive non pagando i dipendenti ed emettendo titoli che vanno a ingigantire il debito pubblico.

In questo gioco al massacro chi ci rimette di più è la forza lavoro che è super sfruttata nell'atto della produzione, non garantita dagli organismi statali e molto spesso non riceve nemmeno il minimo del salario sotto forma di remunerazione monetaria. Il parassitismo finanziario coesiste con il medio evo degli scambi, l'attività di borsa deprime la produzione e quel che resta dell'economia reale vive in funzione delle pratiche avventuristiche del capitale speculativo. Di riflesso la divaricazione a forbice tra i nuovi ricchi e l'immenso inferno dei poveri si è allargata. Da anni i dipendenti pubblici, impiegati dello stato, insegnanti e minatori, non ricevono i salari. In cambio delle prestazioni lavorative gli organismi amministrativi danno derrate alimentari e vodka che solo parzialmente coprono l'ammontare salariale.

A parte i salari non corrisposti il livello del potere d'acquisto delle retribuzioni, secondo le statistiche ufficiali emesse dallo stesso stato russo, è del 51% in meno rispetto al 1991, anno della scomparsa dell'Urss. La percentuale di coloro che vivono sotto il livello di povertà è del 24%, pari a 55 milioni di persone che sono costrette a sopravvivere con un salario medio non superiore ai 787 dollari all'anno. In compenso i ricchi, anche se pochi, sono diventati più ricchi. All'epoca dell'Urss mediamente il reddito del 10% della popolazione più ricca era di quattro volte superiore al reddito del 10% della popolazione più povera. Nel 1995 il divario era diventato più ampio di ventitré volte, oggi le statistiche tacciono sull'argomento, ma fonti non ufficiali parlano di una differenza di oltre cento volte.

È di quaranta milioni la cifra ufficiale dei disoccupati che non godono nemmeno delle briciole dei sussidi governativi che, come il resto dello stato sociale, si è completamente dissolto. In compenso il tasso di sfruttamento si è enormemente accresciuto. Non tanto perché sia aumentata la capacità di sfruttamento grazie alla introduzione di nuove tecnologie che hanno esasperato la estorsione di plus valore, quanto per la drastica diminuzione dei salari reali e nominali. Anche in questo caso le statistiche ufficiali tacciono, ma i dati generali dicono che il rapporto tra il monte salari e il Pil che era del 48,8% nel 1990 è sceso al 43,3% nel 1995 e c'è da ritenere che oggi sia abbondantemente al di sotto del 40%.

L'esosa borghesia russa raschia il fondo del barile per quanto riguarda lo sperpero delle materie prime e lo sfruttamento della forza lavoro con l'obiettivo di trasformare il tutto in veloci guadagni finanziari da ricollocare sul mercato speculativo internazionale senza alcun riguardo per le condizioni di esasperato affamamento interno. Più sale il tasso di parassitismo più si deprime l'economia reale e più peggiorano le condizioni dei lavoratori russi.

Putin e le possibilità di ripresa dell'economia russa

Il "patto scellerato" tra l'economia e il potere oligarchico mafioso ha avuto due sensali, uno interno Eltsin e uno esterno il Fmi. Il primo ha basato il suo potere politico sulla alleanza con i centri finanziari e malavitosi gestendo in termini dittatoriali sia gli organismi dello stato che l'intera economia ricavandone utili personali da nababbo parassitario. Il secondo ha chiuso tutti gli occhi a disposizione pur di imporre le leggi della sua politica e di legare i destini della Russia al processo di "americanizzazione" del mondo. L'amministrazione Clinton ha finto di non sapere.

Quando la bolla speculativa è esplosa nell'agosto del 1998, quando è apparso chiaro a tutto il mondo che i soldi del Fmi, peraltro pochi se è vero che dei 160 miliardi di dollari di debito solo sessanta sono addebitabili alla amministrazione Eltsin, non sono serviti al rilancio produttivo dell'economia ma a ingigantire il perverso flusso speculativo, il governo americano ha mimato stupore e sorpresa.

In realtà a Washington non interessava assolutamente nulla delle ruberie della oligarchia russa, l'importante era che venissero pagati gli interessi sul debito contratto e che la politica estera russa si allineasse ai progetti americani di dominio mondiale. I soldi del Fmi che arrivavano a Eltsin dovevano garantire al nuovo zar di rimanere al potere evitando all'opposizione nostalgica di rovesciarlo con tutte le incognite politiche del caso sullo scenario internazionale. Entrambi gli obiettivi sono falliti, la situazione russa è talmente grave da non consentirle di onorare il servizio sul debito, e in termini di politica estera ha costretto Eltsin a iniziare una feroce lotta per il controllo della Cecenia, ovvero per la porta di accesso al petrolio caspico.

A Putin ora il compito di rimettere in piedi le cose. L'impegno è gravoso per non dire quasi proibitivo, perlomeno nel breve periodo. Il capitalismo russo deve essere rifondato non soltanto per quanto riguarda le dorsali della sua economia interna, ma anche per i rapporti che lo legano alla fase attuale del capitalismo mondiale. La nuova gestione, per bocca del ministro dell'economia Shapovaljants, giovane e rampante economista di scuola "Gosplan" ma velocemente convertitosi al neo liberismo, dovrebbe raggiungere e in fretta almeno quattro obiettivi.

Entro il 2001 il Pil dovrebbe salire al 4,5%. La produzione industriale del 5%, quella agricola del 3%, mentre l'inflazione dovrebbe scendere dall'attuale 10% al 6% nello spazio di tre anni.

Niente male, ma per realizzare ciò, in termini di amministrazione delle "cose" capitalistiche, Putin dovrebbe ridare ruolo e funzione allo stato staccandolo, per quanto possibile, dai tentacoli della cleptocrazia che lo ha sin qui dominato. Innanzitutto, perché le leggi del profitto facile non collidano con i meccanismi di accumulazione, occorre circoscrivere la speculazione nei limiti compatibili allo sviluppo del capitalismo e che l'economia del baratto e dello sfruttamento anti economico delle risorse minerarie cessino al più presto. Occorre che lo stato rimetta in piedi una parvenza di amministrazione, che metta mano alle finanze, ricominci a riscuotere le tasse e faccia pressione affinché trovino la strada del ritorno buona parte di quelle centinaia di miliardi di dollari che sono fuggiti all'estero.

Allora e solo allora sarà possibile che lo sfruttamento del proletariato russo ritorni ad essere un fattore fondante per l'economia. Ma ciò è praticabile alla sola condizione di rimettere in moto la macchina produttiva con il rilancio degli investimenti e dando certezza di profitti alla economia reale. In altri termini Putin dovrebbe inventare una nuova perestrojka al contrario. Non più come passaggio dal capitalismo di stato a quello privato ma come impulso a una sorta di resurrezione dei rapporti di produzione capitalistici privati gestita dallo stato. Ma per fare questo occorrono enormi capitali. L'occidente starà ancora alla finestra, il Fmi erogherà con il contagocce solo quei milioni di dollari indispensabili alla Russia per pagare il servizio sul debito e non un dollaro in più.

L'unica via di uscita, parziale, certamente insufficiente ma percorribile anche se a tempi lunghissimi è quella che porta a un più razionale sfruttamento delle materie prime strategiche per l'industria, del petrolio siberiano e alla ripresa in grande della produzione di armi da teatro e strategiche, senza rinunciare, anche se le cose si sono messe maledettamente male, a entrare a qualche titolo nella gestione del petrolio ceceno prima ancora di quello caspico.

Un'altra condizione risiede nell'atteggiamento del nuovo governo verso l'occidente. Se l'allineamento politico, che significa non interferenza nelle strategie di ricomposizione imperialistica che si sta violentemente attuando, sarà accompagnato da un minimo di stabilità politica interna, la propensione alla creazione di joint ventures potrà riprendere fiato soprattutto con l'Europa in chiave anti americana. L'immane bisogno di capitali e di tecnologie impone al governo Putin di giocare le sue carte su tavoli separati. Da un lato deve corteggiare il capitalismo europeo, in primo luogo quello tedesco, se vuole favorire l'ingresso di capitali e di tecnologie, dall'altro è costretto a persistere nella avventura cecena nel disperato tentativo di tenere in vita un barlume di speranza per quanto riguarda il controllo di una quota del petrolio del mar Caspio. Anche se, dopo la guerra del Kosovo e dopo gli accordi americani con la Turchia per la costruzione dell'oleodotto con terminale a Cehyan, guerra e accordi che volutamente hanno tagliato fuori la Russia dai percorsi e dal controllo del petrolio in questione, la speranza è molto vicino allo zero.

Un altro punto su cui Putin deve lavorare è il rapporto tra capitale e forza lavoro. Attualmente il capitale russo gode di una situazione straordinariamente favorevole. La forza lavoro non solo è sfruttata come, se non peggio, dei tempi dello zar, non che lo stalinismo scherzasse, il riferimento è a condizioni di vita e di lavoro di tipo ottocentesco, ma in molti casi e per lunghi periodi, non percepisce nemmeno i salari. Anche in questo rapporto lo scambio in natura è diventato la norma. Il baratto è tra lavoro erogato dal proletariato e le derrate alimentari fornite dal capitale in quantità appena sufficienti a garantire la sopravvivenza fisica, al di fuori di ogni norma e al di sotto dei riferimenti monetari precedenti, è drammaticamente assurto a norma universale. Che la cosa non possa durare è al di là di ogni evidenza. La ripresa dell'economia e la solvibilità dello stato dovranno ripristinare una parvenza di rapporto "normale" tra capitale e forza lavoro pena l'ingovernabilità sociale che, una volta innescata, potrebbe mettere in forse gli stessi sforzi di risanamento economico.

Per il mondo del lavoro il rischio è che, una volta rimessa in qualche modo in moto la macchina produttiva, la normalizzazione prenda le mosse dalla situazione attuale, trasferendo in valore salario il valore delle derrate alimentari attualmente barattate o poco di più, ovvero che si trasformi l'emergenza in quotidianità. Il che avrebbe il duplice vantaggio per l'economia russa di continuare a mettere a disposizione del capitale una forza lavoro dai costi irrisori e di proporre un mercato interno del lavoro appetibile agli investimenti stranieri. Sulle ricette del tutto occidentali quali il lavoro interinale, i contratti d'area, la precarietà e la flessibilità non sussistono problemi. Dieci anni di sfascio economico hanno fatto piazza pulita di qualsiasi garanzia sia del posto di lavoro che di ogni forma di previdenza e di assistenza sociali. Al pari della economia, il proletariato russo vive una situazione eccezionalmente negativa che non cesserà con l'auspicato processo di ammodernamento degli impianti produttivi.

Le prospettive promettono tempi ancora più duri. La ripresa, sempre ammesso che si verifichi, non verrà accompagnata da un aumento della occupazione. Lo sviluppo senza occupazione, o con occupazione parziale, è ormai un dato fermo del moderno capitalismo, Stati Uniti compresi che, nonostante le enfatizzate statistiche sulla occupazione, false e contraddittorie sulle modalità di censimento, registrano un tasso di disoccupazione almeno del 14%. A fronte di uno storico boom economico, hanno prodotto 45 milioni di diseredati che vivono al di sotto della soglia di povertà. È paradossale, ma il paradosso è il simbolo delle contraddizioni capitalistiche, che il paese economicamente più forte e in salute registri gli stessi dati negativi di quello più arretrato e in crisi. A maggior ragione in Russia l'esercito dei disoccupati e dei diseredati è destinato rimanere quantomeno inalterato. Per i cosiddetti garantiti i salari continueranno a mantenersi a livelli di mera sussistenza, in compenso lo sfruttamento aumenterà proporzionalmente alle innovazioni tecnologiche.

Dall'inferno russo potranno forse risollevarsi i rapporti di produzione borghesi ma non le condizioni del proletariato, anzi il peggioramento delle seconde saranno in stretta connessione con lo sviluppo dei primi. Questa è da sempre la legge del capitale resa ancora più ferrea e inderogabile dalle convulsioni internazionali della mondializzazione economica che hanno drasticamente uniformato verso il basso le condizioni di sudditanza del proletariato al capitale sia tra i segmenti del capitalismo più debole che tra quelli dominanti.

A Putin l'onere di rimettere in piedi la disastrata economia russa, di imporre ulteriori sacrifici al proletariato ingannandolo con promesse di pace e di prosperità una volta usciti dall'emergenza. Onere doppio se si considera che il neo eletto presidente dovrà fare i conti con la mafia e con quella cleptocrazia di regime che hanno favorito la sua candidatura. Sarà già molto se riuscirà a imporre un onorevole compromesso tra le necessità di investimento produttivo e il feroce e potente mondo del parassitismo speculativo. Se così non fosse la crisi russa spalancherebbe le porte, già ampiamente aperte, alla devastazione e alla barbarie sociale.

Al proletariato russo il compito di rendergli almeno la vita difficile, di contrastare la nuova ondata di attacchi economici e sociali in nome della "rifondazione" nazionale, di ritornare a lottare, di essere classe, e di non sprofondare senza combattere nei gironi del pauperismo che lo condurrebbero alla condizione di plebe inerme e inoffensiva. Lo stesso appello andrebbe rivolto a tutti i proletariati che oggi subiscono il peso devastante della mondializzazione economica, che a diversi livelli e intensità colpisce in ogni angolo del campo capitalistico. Anche per loro l'imperativo è non subire passivamente, ma lottare, lottare e ancora lottare. L'imperativo è di ritornare ad essere classe antagonista e non agnello sacrificale da sgozzare sull'altare del dio profitto messo in crisi dalle stesse contraddizioni del sistema economico capitalistico e proposto quale unico obiettivo perseguibile dall'umanità.

In Russia chiamano il proletariato a subire ancora, a subire di più in nome della ricostruzione economica. In occidente si vuol convincere il proletariato ad accettare la flessibilità e la precarietà del lavoro, lo smantellamento dello stato sociale, i salari sempre più bassi in nome delle necessità economiche poste in essere dalla competizione internazionale. Sotto tutte le latitudini, lo si vuol convincere della ineluttabilità delle guerre, gli si impone il suo coinvolgimento per false questioni di diritti internazionali violati, per bugiarde questioni umanitarie o di anti storiche auto determinazioni dei popoli. In una epoca in cui la voracità del capitalismo persegue gli obiettivi del suo appetito sul terreno dello scontro militare più che in tempi passati, il condizionamento della opinione pubblica e l'asservimento del proletariato alla logica della guerra sono all'ordine del giorno.

L'accettazione dei sacrifici, comunque teorizzata e proposta, è la premessa all'accettazione delle logiche della guerra in qualsiasi modo giustificata e combattuta. Tornare ad essere classe, riprendere a comportarsi come soggetto antagonista significa rifiutare oggi le politiche dei sacrifici economici, perché domani non si cada in quelle più tragiche della barbarie bellica.

fabio damen

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