La vittoria di Berlusconi

Berlusconi ha vinto, era nelle previsioni di molti e negli incubi di tanti. Hanno vinto gli interessi personali ed economici dell'uomo più ricco e potente d'Italia.

Ha trionfato il partito azienda che dipana i suoi business in vari settori, dalle televisioni all'immobiliare, dal cinema alla telefonia, dalle assicurazioni alla finanza.

Ha costruito la sua vittoria modulando il potere mediatico con l'arte della comunicazione, ha comprato chi politicamente gli poteva far comodo e ha profuso suggestioni a chi lo doveva votare.

Ha composto le esigenze del grande capitale con un programma tagliato su misura del mondo imprenditoriale. Ha elaborato una campagna propagandistica di tipo populistico nel tentativo, peraltro riuscito, di attrarre quelle fasce di lavoratori politicamente più deboli ed ideologicamente confusi.

Ha fatto largo uso del vittimismo giuridico, trasformando i capi d'accusa in persecuzione politica sino a ribaltare i termini dell'impianto accusatorio. Da carnefice si è trasformato in vittima, da accusato in accusatore, recitando alla perfezione il ruolo di perseguitato politico.

Ha tratto il massimo vantaggio da una prassi sociale e da un'insipienza politica del centro sinistra, di cui tutto si può dire, meno che abbia saputo esprimersi in termini di coerenza e compattezza nei suoi stessi confronti. Questa sinistra becera, inconcludente, solo capace di lavorare per il capitale senza nessuna remissione nei confronti della classe lavoratrice, ha perso le elezioni quando la litigiosità interna per la spartizione del potere, come si conviene a qualsiasi forza borghese, tra i Ds e le restanti parti della coalizione, è arrivata alla soglia della rottura. La campagna elettorale è stata condotta senza i Ds, non sono mai scesi nell'arena del confronto i pezzi da "novanta" come D'Alema, Veltroni, e Violante, lo stesso Amato si è ritirato nel suo collegio elettorale, lasciando Rutelli con la sola compagnia di Fassino. Inoltre l'aver consentito al radical riformista Bertinotti di andare per la sua strada e al Cavaliere di radicarsi nel territorio continuando ad usufruire dei suoi poteri mediatici, ha fatto sì che la sconfitta prendesse corpo con proporzioni ancora più vistose. In sintesi, la "sinistra" borghese ha presentato su di un piatto d'argento la vittoria elettorale alla destra senza quasi combattere.

Inevitabile che il voto premiasse il più ricco, il più potente, colui che della menzogna e del trasformismo ha fatto un'arte talmente sofisticata da apparire vera, ancora più vera ed operante se video propagata 24 ore su 24.

Il pericolo di un regime

Negli stessi ambienti borghesi, sia della destra dichiarata sia della sedicente sinistra progressista, prima ancora dell'insediamento del Cavaliere, le voci allarmate della possibile instaurazione di un regime, aveva fatto il giro dei salotti buoni. Da Bobbio a Montanelli, da Eco a Cossiga, la sfiducia nel nuovo "dittatore" era ed è presente. Il rischio annunciato era quello della perdita della democrazia, magari non in maniera traumatica, solo strisciante, ma non per questo meno pericolosa.

In effetti, il rischio sussiste, ma allo stato attuale dei fatti, Berlusconi non ha nessun interesse ad operare una simile "rivoluzione". La breve, ma non dimenticata esperienza passata, lo ha reso attento alle dinamiche interne ed internazionali. Sa di dover fare i conti con quei poteri forti della old economy che non lo amano e che già in una occasione, quella del 1994, hanno favorito il suo rovesciamento.

Nel campo più squisitamente politico, c'è un centro, ancora tutto da organizzare, facente fa capo ad Andreotti e D'Antoni, che per il momento si è seduto sulla sponda del fiume ad aspettare, se non il cadavere del Cavaliere, qualche suo passo falso per presentarsi come la vera destra. In Europa, a parte le esternazioni di alcune tra le più prestigiose testate, la sua stella non ha mai brillato. I suoi passi saranno attenti e rispettosi del sistema politico e delle sue leggi. Non commetterà l'errore di inimicarsi la vecchia classe imprenditoriale, anzi farà di tutto per ingraziarsela, così come potrebbe tendere una mano all'opposizione per fare quadrato attorno al suo potere.

Ciò non significa che Berlusconi non attui alcuni cambiamenti, peraltro già annunciati. Saranno dei cambiamenti forti, finalizzati a difendere la sua persona e il suo potere, ma non stravolgenti. Metterà mano alla riforma del codice penale in modo da consentire una più efficace difesa dell'imputato, non dimentichiamoci che il neo primo ministro è uscito per il rotto della cuffia in tre processi, e ne ha ancora alcuni in corso. Cancellerà il ruolo dei collaboratori di giustizia, volgarmente detti pentiti, su cui la magistratura ha tessuto le accuse su di lui. Proporrà la depenalizzazione del reato di falso in bilancio, derubricandolo a reato amministrativo estinguibile con una sanzione pecuniaria. Reato sul quale Mediaset, e non solo, ha costruito quel pozzo senza fine di fondi neri atti ad ungere politici e Guardia di Finanza, operatori e faccendieri, in Italia e all'estero per spianare la strada alle sue imprese.

Risolverà anche da solo, e a suo modo, quel conflitto di interessi, di cui tanto si è parlato ma mai in termini operativi, perché lo stesso centro - sinistra di D'Alema lo ha usato come merce di scambio ai tempi della Bicamerale. Inventerà un blind trust che sarà certamente cieco nei confronti del potere politico, ma che altrettanto certamente il potere politico, il suo, cieco non sarà nei confronti delle imprese in questione. D'altra parte Berlusconi non ha mai sofferto il conflitto d'interessi per il semplice motivo che per lui c'è sempre stata comunanza di interessi tra la parte economica e quella politica, e con la Presidenza del Consiglio nelle sue mani, questa comunanza è destinata a progredire e non ad estinguersi. A cose fatte sommerà alle sue televisioni anche quelle di stato completando l'opera, mascherando il tutto con palinsesti pesantemente mirati nei quali lo spot commerciale rimarrà privato, mentre quello politico diventerà pubblico.

L'instaurazione di un regime, se per regime si intende la limitazione delle libertà democratiche, leggi eccezionali contro le opposizioni, o uno stato di polizia che scandisca i ritmi del vivere civile, non sono attualmente nel repertorio del Cavaliere. Simili scenari, anche più blandi nelle forme e nei contenuti, non appartengono alle scelte di un uomo, anche se potente, sono di solito il frutto di tensioni sociali innescate dalla lotta di classe, dalla rottura della pace sociale, da disordini di piazza che possano mettere in discussione la gestione del potere, se non il potere stesso.

Il suo piccolo regime affaristico e paternalistico, populista e conservatore, navigherà a vista sino a quando la classe operaia non alzerà la testa. Allora sì che si ripresenterà la necessità di un regime, di desta o di sinistra non ha importanza. Sarà reazione forte e violenta, direttamente proporzionale alla intensità della ripresa della lotta di classe, senza colori, grigia come i suoi contenuti anti classisti, né di destra né di sinistra che a quel punto faranno quadrato attorno ai comuni interessi della difesa del capitale.

Quali prospettive per la classe operaia

Va da sé che la futura amministrazione berlusconiana del potere non regalerà nulla alla classe operaia. Il governo di centro destra non farà altro che portare a compimento il lavoro iniziato dai governi di centro sinistra. Si metterà mano alle pensioni sino a ridurle ai minimi termini, innescando il meccanismo della pensione fai da te, con il risultato di escludere dalla previdenza, se non quella minima, tutti coloro i quali non hanno, perché non lo possono più avere, un percorso lavorativo continuato come i giovani, privilegiando soltanto i lavoratori stabili ad alto reddito. Sarà reso ancora più precario e flessibile il mondo del lavoro.

L'obiettivo, dichiarato già sotto il governo D'Alema, è quello di mettere a disposizione del capitale una forza-lavoro con sempre meno diritti e tutele, da usare solo nel momento del bisogno imprenditoriale, e da rigettare nell'inferno della disoccupazione e della miseria nel momento in cui non fa più comodo. I bassi saggi del profitto e l'esasperarsi della concorrenza internazionale imporranno al governo Berlusconi, così come lo hanno imposto ai precedenti governi di centro sinistra, di inasprire il rapporto normativo tra capitale e forza-lavoro, non più e non solo con contratti a termine, lavoro interinale ecc. ma con contratti liberi, individuali, che nel tempo possano sostituire in parte quelli collettivi.

Ci sarà un ulteriore attacco alle retribuzioni, non solo sul piano del contenimento delle rivendicazioni e del potere d'acquisto, ma anche con la drastica diminuzione del monte salari per i nuovi assunti. Con l'ipotesi di legare la retribuzione, sia all'andamento economico dell'impresa, sia al saggio del profitto in nome della solita competitività da raggiungere e da mantenere nei confronti delle imprese estere e in conformità alle ineludibili leggi del mercato internazionale. Il tutto in perfetta sintonia con gli attacchi precedenti sferrati dai governi di centro sinistra. Il nuovo governo dovrà seguire un percorso già tracciato dalle necessità di sopravvivenza del capitale, occorrerà soltanto completare il lavoro iniziato con le amministrazioni precedenti secondo una logica che non è più da individuare ma solo da perseguire.

Berlusconi come D'Alema? No certo, l'ex primo ministro non era uno degli uomini più ricchi d'Italia, non aveva nessun conflitto d'interessi da gestire, non usciva dalle esperienze della P2 e, soprattutto, non ha mai avuto processi da celebrare o assoluzioni da rincorrere. L'altra differenza, quella più squisitamente politica, quella che tanto preoccupa il mondo imprenditoriale, rappresentato dai soliti poteri forti e non solo, quella che ha fatto pronunciare parole di elogio al centro sinistra da parte di Fazio, è stata la capacità del governo D'Alema e dei sindacati di imporre alla classe operaia tutto ciò che era funzionale alla necessità del capitale, senza riempire le piazze.

Riuscirà a fare altrettanto il governo di centro destra di Berlusconi? Questo è il vero problema che potrebbe differenziare il vecchio governo di centro sinistra dal nuovo di centro destra. La "sinistra" in cinque anni di governo ha fatto tutto quello che avrebbe fatto una qualsiasi destra senza suscitare l'ira delle masse lavoratrici. È passato di tutto, dalla riforma delle pensioni, iniziatasi con Dini e parzialmente conclusasi con D'Alema, al lavoro interinale, dai contratti a termine alla precarizzazione dei posti di lavoro. Le uniche risposte sono state il mugugno e l'insoddisfazione, ma l'opposizione di classe non c'è stata.

Gli stessi Cofferati e D'Alema nel rintuzzare gli attacchi del presidente della Confindustria D'Amato che li accusava di non essere al passo con i tempi e in sintonia con i problemi di competitività, hanno profuso una serie di dati e di episodi prodotti in favore del capitale italiano e contro i lavoratori, rivendicando il loro alto senso di responsabilità nei confronti "dell'azienda Italia", fregiandosi del merito di essere stati nei fatti gli indispensabili fautori della pace sociale. Che è come affermare che se nelle fabbriche a chiedere le ennesime politiche dei sacrifici, ci fossero andati gli Agnelli, i Tronchetti Provera o i Berlusconi, difficilmente avrebbero ottenuto lo stesso risultato a favore del mantenimento della pace sociale, in altre parole dell'ingabbiamento della rabbia proletaria.

Nelle fabbriche, nei posti di lavoro c'erano i sindacalisti a gestire ciò che il governo di "sinistra" proponeva e che il capitale pretendeva. Questo è il nodo che il governo Berlusconi dovrà sciogliere se sarà in grado di farlo. Il capitale chiederà altri sacrifici alla classe operaia, e questo governo dovrà obbedire con sollecitudine ma con quali garanzie di tenere i lavoratori in fabbrica e lontani dalle piazze? Forse poche, certamente più scarse rispetto al governo precedente.

Sarà vera opposizione solo se...

Elezioni a parte, che vanno archiviate negli annali della borghesia quale fisiologica alternanza nella gestione del potere, a seconda dei rapporti di forza che le due fazioni sono riuscite a mettere in campo, la parola deve tornare all'opposizione. Non per rovesciare un governo di destra che faccia posto ad uno di "sinistra" lasciando inalterati i rapporti tra capitale e lavoro, ma una ripresa della lotta di classe che incominci a intravedere come obiettivo l'anti capitalismo e che non si limiti a scegliere le forme politiche della gestione dei suoi rapporti di produzione. Destra e sinistra non hanno senso se si alternano alla guida degli interessi del capitale contro quelli del lavoro, se la loro principale differenza sta nel grado di contenimento della risposta operaia.

A questa destra va riservato il trattamento di opposizione di classe che si sarebbe dovuto tenere anche nei confronti del precedente governo di centro sinistra. Lo stupido atteggiamento di scegliere il presunto minore dei mali, di ingoiare rospi grandi come tori in nome dello spauracchio della destra, quando è la "sinistra" a picchiare sul mondo del lavoro, è una pratica di cui si deve disfare la classe operaia. Da sempre, ma mai come in questo momento, le presunte differenze delle due componenti borghesi sono insignificanti, giocate sulla interpretazione dei numeri, sulle false promesse, sulle reciproche accuse di inaffidabilità. Sono uguali nell'attenzione alle compatibilità del sistema, identiche nell'imporre al mondo del lavoro le "necessarie" politiche anti operaie.

Sono diverse soltanto per il loro percorso storico e ideologico, per alcuni accenni ed enfasi alle questioni civili, ma assolutamente coincidenti sul terreno della conservazione borghese. La futura ripresa della lotta di classe contro questo regime di destra è giustificata dai suoi contenuti anti-operai, gli stessi che hanno caratterizzato il precedente governo di centro sinistra, contro il quale già avrebbe dovuto esprimersi la rabbia operaia. Se durante le elezioni era un dovere morale essere contro Berlusconi, era un dovere politico non votare Rutelli, e contemporaneamente era un dovere di classe dare il via ad una vera opposizione.

Contro Rutelli, contro Berlusconi, contro due schieramenti che hanno in comune lo stesso obiettivo: quello di portare il proletariato al sacrificio, in termini di contratti, di salari, di diminuzione dello stato sociale, di pensioni e di qualità della vita, in nome dei profitti e della competitività del "proprio" capitale nei confronti di quelli esteri.

Ma l'astensione da sola sarebbe rimasta, e rimarrebbe sempre, una sterile forma di opposizione ideologica, inoperante sul terreno della modificazione dei rapporti di forza tra le classi, se non fosse sostenuta dallo sforzo di organizzare nelle piazze, nei posti di lavoro e sul territorio un primo tentativo di lotta al capitalismo indipendentemente dalle sue forme di gestione politica, di destra o di "sinistra".

La ripresa della lotta di classe sarà efficace se imboccherà finalmente la strada dello scontro tra le classi, senza subire passivamente gli attacchi della borghesia di destra e senza cedere alle false suggestione di una borghesia di "sinistra".

Fabio Damen

Prometeo

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