Terrorismo e "non violenza" contro la violenza rivoluzionaria

Da molti punti di vista, il terrorismo odierno è lontano anni luce da quello praticato dai giovani idealisti russi di fine ottocento che cercavano disperatamente di aprire un varco nella mostruosa oppressione zarista con l'eliminazione delle figure più odiose di quel regime, zar compreso; così com'è distante dall'altrettanto sterile e controproducente "propaganda del fatto" portata avanti da certi settori dell'anarchismo, volta inutilmente ad accelerare la rivoluzione sociale colpendo, ancora una volta, i simboli del 'ordine borghese: re, presidenti, sbirri gallonati e via dicendo.

Per quanto potessero essere infiltrati da agenti provocatori, spie e doppiogiochisti, quelle organizzazioni o quei singoli militanti sostanzialmente non erano pedine dello scontro interborghese, se non in modo estemporaneo, né le loro azioni colpivano indiscriminatamente nel mucchio, ma erano molto selettive, badando bene di non coinvolgere la "gente comune" e soprattutto il proletariato. Le poche eccezioni a questa regola furono causate da circostanze casuali e sfortunate, da demenza politica individuale o dall'intervento provocatorio della polizia, che, prendendo a pretesto lo spargimento di sangue innocente, scatenava massicce campagne repressive contro i "sovversivi".

Da allora, nessun movimento terrorista, anche quelli che si richiamavano e si richiamano al marxismo, può vantare quella vecchia "purezza" politico-morale, né una limpida e netta visione classista, per quanto viziata in partenza dall'idealismo. Oggi, invece, per esempio, solo i più incalliti o ingenui innamorati (sia pure platonicamente) della "lotta armata" possono pensare che le Brigate Rosse - indipendentemente dall'onestà e dalla buona fede dei singoli militanti - non siano state manipolate dai servizi segreti di mezzo mondo, nello sfondo determinato dalla guerra fredda ancora in piedi. Non furono le stragi di "mano fascista e regia democristiana" (1) a tenere il PCI lontano dal governo e, allo stesso tempo, a far passare i primi importanti provvedimenti anti-operai, anticipatori del tatcherismo, ma la "stagione brigatista" culminata politicamente nell'uccisione di Aldo Moro, oggettivamente facilitata dal "fronte della fermezza". L'esclusione del PCI dalla stanza dei bottoni - ancora troppo legato all'URSS e perturbatore di equilibri politici interni alla borghesia - era uno degli obiettivi primari dell'imperialismo yankee e di una parte della borghesia italiana, mentre la pacificazione delle fabbriche e, in genere, dei luoghi di lavoro, era la condizione preliminare da soddisfare affinché il capitalismo italiano potesse procedere sulla via della ristrutturazione e di quello che, anni dopo, è stato chiamato impropriamente neoliberismo. Non che i turbolenti anni dell'Autunno Caldo avessero mai costituito una reale minaccia per la borghesia, ma, certo, l'allentamento della disciplina in fabbrica e la diffusa reattività operaia alle forme più arroganti del "comando" padronale avrebbero creato discreti ostacoli al sistematico e tuttora ininterrotto attacco alla forza-lavoro che la borghesia italiana - al pari di quella internazionale - doveva scatenare come risposta alla crisi capitalistica mondiale, apertasi "ufficialmente" qualche anno prima nell'agosto del 1971. Le accuse di connivenza e/o di aperta partecipazione alle azioni del terrorismo "rosso" erano l'ingrediente principale con cui padroni e sindacati intimidivano, minacciavano infine licenziavano (e facevano arrestare) le avanguardie operaie più combattive o meno disposte ad accettare l'infame politica dei sacrifici. Più le BR e gruppi affini alzavano il tiro contro "il cuore dello stato", più questo stato colpiva al cuore la classe operaia, condotta legata mani e piedi sull'altare sacrificale dell'interesse nazionale dalla "sinistra" e dal sindacalismo confederale, estremi difensori della democrazia dall'assalto terrorista...

Oggi, nella "sinistra", nessuno prende seriamente in considerazione l'ipotesi della "lotta armata", se non sparuti individui che, guarda caso, si mettono a sparare quando l'uccisione di qualche oscuro funzionario borghese può rafforzare le politiche anti-proletarie di questo o quel governo. E tuttavia, il ricorso al terrorismo nella sua forma più infame, cioè lo stragismo, storicamente appannaggio, in Occidente, del neo-fascismo - cioè delle azioni "coperte" degli stati - è considerato in ben altra maniera quando questo viene spacciato come strumento di liberazione nazionale dei "popoli oppressi". Sia chiaro, nessuno, tra i tanti difensori di questi "popoli in lotta contro l'imperialismo", arriva a giustificare apertamente le stragi di civili innocenti, se non, forse, solo i più ottusi figuri dello stalinismo o di certo presunto (molto presunto) internazionalismo, ai quali sconsigliamo vivamente l'uso di autobus e metropolitane, vista l'attenzione loro rivolta dai "martiri" di questa o quella "liberazione nazionale". No, in genere c'è una presa di distanza, anche se, tra le righe, si può leggere, come dire?, una sorta di comprensione per una lotta condotta contro nemici dotati di strumenti di morte incomparabilmente superiori.

Certamente, il numero di vittime del terrorismo islamico-palestinese (a questo, ovviamente, ci riferiamo) non è nemmeno lontanamente confrontabile con quello prodotto dall'imperialismo statunitense e dalla sua succursale israeliana; ma se ci fermassimo a questa macabra conta, rimarremmo nel campo delle banalità e, soprattutto, resteremmo solidamente ancorati a quella logica interclassista che anima i due schieramenti contrapposti, egualmente nemici mortali del proletariato mediorentale e internazionale. Invece, gran parte dei "sinistri", occidentali e non, scolastici ripetitori delle formule più pericolosamente ambigue della Terza Internazionale quali quelle sui popoli coloniali (2), separano illegittimamente l'anti-imperialismo dal suo imprescindibile contenuto di classe, e credono di vedere in ogni guerrigliero anti-americano un'avanguardia di libertà per tutti i popoli del mondo (3). Ritenere i talebani afgani, i guerriglieri ceceni o i militanti di Hamas i più strenui difensori della libertà potrebbe indurre qualcuno a pensare - probabilmente non a torto - che siamo di fronte a un caso di psicopatologia medica, che niente ha a che vedere con una politica di classe. Eppure, queste sono solo le posizioni estremizzate di quel "comune sentire" di tanta sinistra, che affonda le sue radici nell'humus staliniano, in cui di anticapitalismo, di comunismo non c'è che il nome.

Le simmetrie dell'imperialismo: bombe democratiche e bombe integraliste

Dalla politica degli stati imperialistici e dalla guerra imperialista non possono sorgere libertà e indipendenza per alcuna nazione oppressa. Le piccole nazioni, le cui classi dirigenti sono appendici e conniventi dei loro compagni di classe dei grandi stati, costituiscono soltanto delle pedine nel gioco imperialistico delle grandi potenze, e, non meno delle masse lavoratrici di queste, durante la guerra fungono da strumento per essere sacrificate in seguito agli interessi capitalistici. (4)

Sebbene scritte quasi novant'anni fa, queste parole non hanno perso nulla del loro vigore e della precisione con cui colgono la natura delle sedicenti lotte di liberazione nazionale, anzi, inquadrano anticipatamente la genesi e il ruolo del fondamentalismo islamico. Sulla nostra stampa abbiamo trattato diffusamente questa questione (5), per cui non ci dilungheremo se non per richiamare sinteticamente le caratteristiche generali dei gruppi fondamentalisti, che stanno in tutto e per tutto sul terreno borghese.

È ormai risaputo che l'integralismo islamico ha potuto crescere fino a scalzare l'egemonia delle correnti laiche della resistenza palestinese e del panorama politico radicale del mondo arabo, grazie all'aiuto determinante degli Stati Uniti e di Israele stesso, ai quali conveniva rafforzare il fondamentalismo per indebolire le forze laiche, alleate e protette dall'Unione Sovietica:

Il fondamentalismo islamico è nato nella striscia di Gaza alla fine degli anni 1970 quando l'esercito israeliano vide negli islamici un buon antidoto contro l'OLP e i comunisti [cioè gli stalinisti, n.d.r.] palestinesi. Se si pensa a come nasce Bin Laden e i suoi sponsor americani, sembrerebbe che di originale non resti nessuno. (6)

Lo stesso Bin Laden, infatti, ora non è che la punta emergente di una grande borghesia araba non più disposta a lasciare agli americani la gestione del "proprio" petrolio, essendo fermamente decisa a riscrivere a proprio favore le regole del grande gioco petrolifero mediorientale. La rete di Al Qaeda è nata dall'intreccio - ma sarebbe più corretto chiamarlo immondezzaio - tra servizi segreti statunitensi, britannici, petrolieri arabi e finanzieri anglo-americani al fine di reclutare e finanziare "combattenti per la libertà" in Afganistan al tempo dell'invasione sovietica (7). Il fondamentalismo, resosi prima autonomo e poi nemico degli Stati Uniti per ragioni di bottega, ha così potuto disporre di somme ingenti con le quali sovvenzionare non solo la "guerra santa", ma anche le istituzioni religiose che organizzano l'elemosina e la carità per i più poveri. Più o meno come la chiesa cattolica, fa le veci - in scala ridotta - dello stato sociale là dove il welfare è sempre rimasto poca cosa e questo poco è stato smantellato, con effetti ancor più devastanti che in Occidente, sotto l'onda d'urto di privatizzazioni e drastici tagli alla spesa sociale negli anni 1980 e 1990. Non c'è da stupirsi, quindi, che masse via via crescenti di proletariato e di piccola borghesia immiserita abbiano cominciato a seguire l'aberrante ideologia dell'integralismo islamico, dietro le cui bandiere si celano gli interessi strategici delle borghesie tra le più reazionarie.

Lo stesso è accaduto e accade in Israele, dove, sotto il pungolo della crisi economica, il welfare state, il sistema dei kibbutz - orgoglio dei pionieri fondatori dello stato - sono ridotti in pezzi, con le ovvie conseguenze sugli strati sociali più deboli della società israeliana.

La crescita dell'influenza dei movimenti e partiti religiosi non sarebbe stata così rapida e inarrestabile senza le privatizzazioni, la politica del libero mercato e il conseguente peggioramento delle condizioni di vita di una porzione consistente della popolazione, in particolare degli ebrei sefarditi [tutto ciò] ha consentito ai movimenti e ai partiti religiosi di costruire un sistema sociale alternativo in grado di garantire ai più poveri i servizi, l'assistenza economica e medica che il sistema pubblico non offre più o continua ad assicurare solo in minima parte (8).

L'ascesa del nazistoide Sharon, con le tragiche conseguenze che tutti conosciamo, ha trovato una potente spinta in quella destra oltranzista e bigotta.

Dunque, sotto la mezzaluna come sotto la stella di David, è sempre il proletariato a pagare le spese della propria borghesia e ad essere mandato al macello o a macellare per suo conto. La mancanza nell'area arabo-mediorientale di un punto di riferimento autenticamente comunista si fa sentire forse in maniera ancor più drammatica che in altre parti del mondo, perché lì esiste un proletariato determinato alla lotta ma gravemente intossicato da una delle espressioni più reazionarie dell'ideologia borghese. Senza dubbio, le sofferenze del proletariato palestinese sono molto più grandi di quelle finora subite dal proletariato israeliano, ma hanno la medesima origine, così come, dal punto di vista di classe, non c'è differenza tra il super terrorista Sharon, che bombarda e spiana interi villaggi, e lo sceicco Yassin che mandava dei ragazzi a "bombardare" degli autobus pieni di gente. L'enorme superiorità militare dell'esercito israeliano, il suo status di spietato occupante, non possono in alcun modo giustificare le stragi di civili: qualsiasi comunista, se veramente tale, deve denunciare con tutte le sue forze questa logica interclassista che ha sempre guidato le guerre delle classi sfruttatrici, indipendentemente dai mezzi bellici a disposizione.

La sociologia borghese, pur con sfumature diverse, conferma un dato che per noi è quasi un'ovvietà (9). I kamikaze sono reclutati tra la massa della gioventù arabo-palestinese ridotta in condizioni disperate dalla mancanza di un lavoro, dalla miseria, dall'assenza di prospettive di elevazione sociale - se appartenenti alla piccola borghesia, come molti degli attentatori delle Torri Gemelle - dalla brutalità e dalle umiliazioni quotidiane subite nei Territori Occupati. In breve, è una vita senza speranza: "dopo la morte mi attende il paradiso, gli onori, le donne. Qui che cosa ho da perdere? La mia non è vita" (10). La perdita, però, non è da riferirsi solo al catastrofico peggioramento delle condizioni materiali di vita, ma anche a quelle prospettive di liberazione e sviluppo di un capitalismo nazionale di tipo "socialista" portato avanti dal panarabismo laico sostenuto dall'URSS fino agli inizi degli anni settanta. La crisi del ciclo di accumulazione capitalistico e il crollo del sedicente socialismo reale hanno mandato in frantumi quelle illusioni, lasciando in balia delle borghesie islamiche un enorme potenziale di giovani energie frustrate, tra le quali la religione inoculata dalla pretaglia integralista agisce come oppio e cocaina insieme.

Se questo è vero per l'area mediorientale, a maggior ragione è vero per una delle regioni più martoriate della terra, la Cecenia.

Territorio di importanza strategica fondamentale per il controllo dei flussi di petrolio del Caspio e del Caucaso, l'indipendentismo da Mosca è stato fomentato e finanziato dagli Stati Uniti, direttamente o tramite i soliti alleati (Pakistan, Arabia Saudita, ecc.) che hanno armato fino ai denti i signori della guerra - pardon, i liberatori - fondamentalisti ceceni. Di contro, la salvaguardia dell'integrità territoriale della "Santa Russia" e la lotta al "terrorismo internazionale" hanno offerto il pretesto alle bande politico-affaristico-mafiose che si sono succedute al potere a Mosca, per scatenare una guerra di sterminio della popolazione cecena tra il silenzio complice e interessato dell'infame "comunità internazionale". Miliardari russi, servizi segreti americani, criminalità organizzata (ma è assai difficile tracciare i confini tra gli uni e gli altri...) non hanno mai smesso di alimentare un terrorismo islamico che tanti morti ha seminato nelle città russe e che, a sua volta, agevola tanto i piani criminali di Putin, da far ipotizzare la presenza di una "strategia della tensione" in chiave russo-cecena. Le vittime degli attentati terroristici - e delle forze speciali russe, come nel teatro di Mosca - distolgono l'attenzione dai gravissimi problemi interni e legittimano nuove campagne belliche in Cecenia, dove le decine di migliaia di morti, le crudeltà indicibili contro i civili sono ormai equamente divisibili tra l'esercito russo e

'il fondamentalismo islamico', un'espressione che indica un insieme di gruppi di potere, interessi economici, attività criminali e azioni armate (11).

Una delle più grandi catastrofi umane degli ultimi anni si è già in gran parte consumata nell'indifferenza pressoché totale del mondo intero, compresa la variegata area dello stalinismo riciclato in salsa antagonista, che, quando si esprime, finisce inevitabilmente per appoggiare le strategie politiche di questa o quella banda di assassini borghesi, mai il proletariato, massa d'urto e vittima predestinata dei loro luridi scontri.

In fila per le poltrone: l'auto da fè* della non-violenza

È del tutto fuori discussione che scopo del socialismo è quello di sopprimere la violenza, anzitutto nelle sue forme più crude e sanguinose, successivamente nelle sue forme nascoste. Ma qui stiamo discutendo non sul carattere e sulla morale della società comunista, bensì suoi modi concreti di combattere la violenza capitalista. (12)

Se il terrorismo della borghesia, abbia essa uno stato o cerchi invece di impadronirsene, strazia i corpi del proletariato, il moderno riformismo strazia le coscienze di coloro che intendono opporsi all'ordine sociale borghese. Le bombe ideologiche della non-violenza riformista sono certamente meno cruente delle bombe d'aereo o delle cinture di esplosivo, ma, su un altro piano, non meno micidiali quanto a effetto devastante, soprattutto in prospettiva.

All'inizio dell'anno, il mondo del radical-riformismo è stato agitato da un lungo dibattito su violenza/non-violenza ampiamente riportato dai giornali d'area, in particolare da Liberazione, visto che il "la" è stato dato da Bertinotti ad un convegno sulle Foibe organizzato da Rifondazione Comunista a Venezia.

Inutile dire che in quel dibattito c'è tutto il campionario di illusioni tipiche del riformismo piccolo borghese di sempre, a cominciare dal sacro orrore verso uno strumento - la violenza, appunto - che contaminerebbe inevitabilmente anche i rivoluzionari tutte le volte che se ne servono, come predicava un certo Eugen Duhring. Argomentazione che, assolutizzata, sganciata da ogni riferimento storico e classista, volendo dire tutto non dice niente, e il vecchio Engels fece poca fatica a demolire la pochezza teorica dei belati piccolo borghesi di quel professore universitario (13).

Ma, forse, quello che colpisce maggiormente in questo stantio ciarpame tinteggiato di fresco, è l'impudenza con cui i nuovi "Gandhi" falsificano sistematicamente le principali figure del movimento comunista. Pratica non nuova, ci mancherebbe: lo stalinismo ci ha marciato per decenni, e anche se sarebbe troppo pretendere onestà intellettuale da questi nipotini di Stalin, tuttavia ammettiamo che ci ha un poco stupito ritrovare tanto accanimento mistificatorio (e tanta ignoranza).

La punta più alta, se così vogliamo chiamarla, probabilmente è stata raggiunta da Marco Revelli nel saggio "Il marxismo, la violenza e la non violenza" (14). È difficile credere che personaggi alla Revelli, intellettuali di "chiara fama", ex sostenitori del "comunismo qui e ora", conoscano talmente poco Marx da attribuirgli concezioni secondo le quali il ricorso alla violenza "è valutabile esclusivamente alla stregua della sua utilità rispetto al fine" e che, prendendo a prestito Hegel, il comunismo sia la fine della storia (15). A parte il fatto che Marx ha detto il contrario, e cioè che solo la scomparsa della società di classe metterà fine alla preistoria dell'umanità e darà il via a una storia veramente umana, ridurre Marx a una specie di Machiavelli o, meglio, a quello che comunemente si crede del "Segretario fiorentino", è semplicemente ridicolo, oltre che falso. Nessun comunista degno di questo nome, lo abbiamo già detto, teorizzerebbe mai la strage di innocenti inermi come strumento di lotta, ma di certo nemmeno la sottomissione alla violenza borghese:

sono ammissibili e obbligatori solo quei mezzi che accrescono la coesione del proletariato, gli insufflano nell'anima un odio inestinguibile verso l'oppressione, gli insegnano a disprezzare la morale ufficiale e i suoi reggicoda democratici, lo compenetrano della consapevolezza della sua missione storica, aumentando il suo coraggio e la sua abnegazione. Di qui si ricava per l'appunto che non tutti i mezzi sono leciti [...] I mezzi sono organicamente subordinati ai fini (16).

Invece, questi signori hanno scoperto la non-violenza assoluta come via per raggiungere quell'"altro mondo possibile" che può esistere solo nella loro fantasia di disillusi reduci sessantottini, che non hanno mai saputo fare fino in fondo i conti con la loro catastrofica e poco gloriosa sconfitta: le recenti "scoperte" teoriche non sono altro che le proiezioni di quella sconfitta. Se l'avventurismo della loro militanza giovanile aveva come presunti (e quanto presunti!) padri Marx e Lenin, ora, il loro moscio pacifismo pretende di avere trovato una madre nobile in Rosa Luxemburg, da costoro ridotta a una specie di "Vispa Teresa" finita non si sa come sulle barricate a Berlino. Ancora una volta ci si appella a certi umanissimi brani di lettere private per spacciare un'immagine parziale, e perciò falsa, della Luxemburg. Revelli cita (17) la famosa lettera in cui la grande rivoluzionaria, incarcerata per la sua opposizione alla guerra, scrive:

nel mio intimo mi sento molto più a casa mia in un pezzetto di giardino come qui oppure in un campo tra i calabroni e l'erba che non... a un congresso di partito.

Revelli interrompe qua la citazione, ma la frase prosegue tra l'ironico e il serio:

A lei posso dire tutto ciò: non fiuterà subito il tradimento del socialismo. Lei lo sa, nonostante tutto io spero di morire sulla breccia: in una battaglia di strada o in carcere. Ma nella parte più intima, appartengo più alle mie cinciallegre che ai “compagni”. (18)

E in un articolo di dieci anni prima, mentre criticava politicamente il terrorismo - nella fattispecie quello russo - commentava così l'eliminazione del granduca Sergio Romanov, governatore generale di Mosca:

Dal punto di vista della soddisfazione morale, che qualsiasi persona deve provare per quell'azione liberatrice [...] Si respira più facilmente e l'aria sembra più pulita dopo che una delle belve più rivoltanti e schifose del regime assolutista ha trovato una morte così vile; dopo che è crepato per la strada come un cane rabbioso. (19)

Per sbugiardare i "nostri" non-violenti, si potrebbe continuare ad ammassare citazioni che smentiscono l'immagine da loro accreditata della Luxemburg, ma sarebbe un esercizio ozioso, visto che a costoro non interessa affatto la verità storica, bensì mettere in campo tutte le misure possibili per prevenire o contenere la rinascita di un'autentica lotta di classe, che, in quanto tale, manda in frantumi le catene con cui gli apparati sindacali e politici "di sinistra" legano il proletariato al giogo della borghesia. Come afferma chiaramente Cremaschi, interprete illustre della "nuova" linea di Rifondazione, occorre "emancipare definitivamente la lotta contro lo sfruttamento capitalistico dalle illusioni e dai guasti della dittatura rivoluzionaria" (20). È questo il punto: preservare lo stato borghese non da un pugno di individui che praticano lo stalinismo armato - per altro funzionale alla borghesia, è bene ribadirlo - ma dall'assalto rivoluzionario del proletariato, ponendo nel contempo la propria candidatura per entrare o rientrare tranquillamente in un governo borghese. Il riformismo, al solito, combatte con tutte le sue energie la violenza rivoluzionaria, cioè la violenza degli sfruttati contro la violenza degli sfruttatori, mentre con altrettanta foga aspira ad amministrare lo stato della borghesia, che, per natura, è strumento di oppressione e di violenza al massimo grado:

Allora, non resta che educare gli operai nello spirito della più completa remissione, come fanno già i dirigenti ufficiali del partito [laburista - ndr] i preti di tutte le chiese e... i fautori socialisti della inammissibilità della violenza. (21)

A conferma di queste parole, basterebbe ricordare le immagini televisive dei generosi operai di Melfi che, presi al guinzaglio dalla FIOM - con gran sollievo della borghesia - alzavano le mani in segno di pace sotto le botte da orbi della polizia, esattamente come al G8 di Genova, dove, è risaputo, le forze dell'ordine democratico macellarono letteralmente migliaia di pacifici manifestanti: i consolanti autoinganni sull'efficacia della non-violenza furono brutalmente - e inevitabilmente - calpestati dalla concretezza della realtà vera.

A scanso di equivoci, significa che a Melfi si sarebbe dovuto obbligatoriamente "contrattaccare" (come, in che modo, con quali mezzi?) o che saremmo fautori della violenza sempre e comunque? Evidentemente, la questione, così formulata, è impostata male e ci porta fuori strada. Per affrontare in modo metodologicamente corretto il problema, vale allora la pena riprendere le indicazioni di uno che di lotta di classe se ne intendeva:

Irriducibilmente ostile a ogni formula astratta, a ogni ricetta dottrinale, il marxismo esige un attento esame delle lotte di massa in atto, che, con lo sviluppo del movimento, con l'elevarsi della coscienza delle masse, con l'inasprirsi delle crisi economiche e politiche, suscita sempre nuovi e più svariati metodi di difesa e di attacco. Non rinuncia quindi assolutamente a nessuna forma di lotta [...] Tentare di dare una risposta affermativa o negativa alla richiesta di indicare l'idoneità di un certo mezzo di lotta senza esaminare nei particolari la situazione concreta di un determinato movimento in una data fase del suo sviluppo, significa abbandonare completamente il terreno del marxismo. (22)

Parole di una chiarezza cristallina, ma che, come tutto il pensiero di Lenin, sono state quasi sempre distorte per giustificare i più lerci tradimenti di classe (fronti popolari, alleanze con le borghesie democratiche, ecc.) e le più variegate strategie riformiste. Lo stalinismo tutto, e il PCI in specie, se n'è sempre servito per imporre passività e rassegnazione alle masse che mordevano il freno, perché "non ci sono le condizioni", né mai ci sarebbero state, per lo scontro con la borghesia; "l'estremismo" dei gruppuscoli per giustificare un avventurismo fine a se stesso e senza prospettive. Fino ad arrivare al riformismo armato delle BR, che, come dicevano all'inizio, tanto ha fatto (oggettivamente) per mettere in riga la classe operaia nelle fabbriche e i giovani ribelli nelle piazze.

Eppure, forse nessuno quanto Lenin ha criticato quelle azioni che isolano le avanguardie - o sedicenti tali - dalle masse, che pretendono di sostituirsi ad esse, alla loro lotta, che è contemporaneamente azione pratica contro lo sfruttamento e autoeducazione, emancipazione rivoluzionaria dalle mille forme del dominio ideologico borghese, in cui la violenza, anche quella estrema, è solo uno strumento, uno dei tanti e non sostitutivo, della lotta di massa:

Noi pensiamo che tutto un centinaio di attentati allo zar non avranno mai l'efficacia stimolatrice ed educatrice della sola partecipazione di decine di migliaia di lavoratori alle assemblee che discutono i loro interessi, della partecipazione alla lotta che solleva realmente sempre nuovi strati 'vergini' del proletariato a una vita più cosciente, a una più larga lotta rivoluzionaria [...] riteniamo che possano esercitare un'azione effettivamente e seriamente 'agitatoria' (stimolatrice), e non solo stimolatrice, ma anche (il che è molto più importante) educatrice, solo gli avvenimenti in cui il protagonista è la massa stessa, gli avvenimenti che sono dovuti al suo stato d'animo, e non vengono inscenati per 'scopi particolari' di questa o quella organizzazione. (23)

Specialmente oggi, la violenza terroristica tanto quanto la non-violenza riformista rientrano a pieno titolo negli "scopi particolari" della borghesia.

Celso Beltrami

(1) Come molti ricorderanno, era uno degli slogan più ricorrenti nelle manifestazioni di piazza degli anni 1970.

(2) Per un inquadramento generale della questione vedi le Tesi del nostro VI congresso sulla Tattica comunista nei paesi della periferia capitalista, in Prometeo n.13, V serie, giugno 1997.

(3) "La battaglia del popolo irakeno è la stessa di tutti i movimenti, i popoli e le nazioni che lottano per la loro liberazione dalle catene del capitalismo mondiale di cui gli USA sono la guida [...] la stessa resistenza afgana riceverebbe una spinta, assieme a tutte le altre lotte di liberazione", in antimperialista.org 11 marzo 2004; "... qualsiasi altro movimento di liberazione al mondo: dalla resistenza dell'antifascismo italiano [...] a quella afgana [...] o cecena", Roberto Massari, Notiziario della Fondazione E. Che Guevara n.10/2004, pag.2.

(4) R. Luxemburg - K. Liebknecht, "Tesi sui compiti della socialdemocrazia internazionale", gennaio 1916, punto 6, in Rosa Luxemburg, "Scritti scelti", Einaudi,1975, pag.516.

(5) Fabio Damen, "Integralismo islamico e lotta di classe", Prometeo, n.5, VI serie, giugno 2002.

(6) Zwi Schuldiner, il manifesto, 23 marzo 2004.

(7) John K. Cooley, "L'insaisissable argent de Al-Qaida" [L'intoccabile-inafferrabile denaro di Al Qaeda] Le Monde diplomatique, novembre 2002.

(8) Michele Giorgio, "Israele: una crisi sociale - Disuguaglianze e integralismi", in "La rivista del manifesto" n.10, ottobre 2000.

(9) Luca Carra, "Chi è un kamikaze" e "La mente scientifica del kamikaze", rispettivamente in "Emergency" n.28/2003 e n.30/2004.

(10) Dichiarazione di uno studente dell'università di Hebron, membro delle Forze di sicurezza, in Pénélope Larzillière, "Chi sono i martiri palestinesi", La rivista del manifesto, n.42, settembre 2003.

(11) Carlo Gubitosa, "Viaggio in Cecenia - la guerra 'sporca' della Russia e la tragedia di un popolo", Nuova Iniziativa Editoriale - L'Unità, marzo 2004, pag.21.

(12) Lev Trotskij, "Dove va la Gran Bretagna?",1925, in "I problemi della rivoluzione cinese e altri scritti sulle questioni internazionali 1924-1940", Einaudi,1970, pag.59.

(13) Friedrich Engels, "Antiduhring", Ed. Riuniti,1971, in particolare le pagg.195-196.

(14) Marco Revelli, "Carta", n.11, marzo 2004.

(15) Marco Revelli, cit. rispettivamente pag.57 e pag.62.

(16) Lev Trotskij, "La loro morale e la nostra", Nuove Edizioni Internazionali,1995, pagg.85-86.

(17) Marco Revelli, cit., pag.60.

(18) Karl Liebknecht - Rosa Luxemburg, "Lettere,1915 - 1918", Ed. Riuniti,1967, pag.151.

(19) In Rosa Luxemburg, "Terror", "Sachsische Arbeiter-Zeitung", n.42, febbraio 1905, in "Terrore", Ed. G.d.C.,1973, pagg.13-14.

(20) Giorgio Cremaschi, "Liberazione",6 febbraio 2004. Tutto il dibattito è stato raccolto in volume, edito da "Liberazione", dal titolo: "La politica della non-violenza"; la citazione si trova a pag.148.

(21) Lev Trotskij, "Dove la Gran Bretagna?", cit., pag.62.

(22) Lenin, "La guerra partigiana", in "Opere Scelte in sei volumi", Ed. Riuniti, vol.1, pagg.687-688.

(23) Lenin, "Avventurismo rivoluzionario", in "Opere Complete", vol. VI, pagg.179-184, cit. in Roberto Massari, "Marxismo e critica del terrorismo", Newton Compton,1979, pag.124.

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