Verso il socialismo - Appunti sulla fase di transizione

Ma lo sviluppo degli antagonismi di una forma storica di produzione è l'unica via storica possibile al suo dissolvimento e alla sua metamorfosi.

K.Marx, Il capitale, libro I, cap. XIII, par. 9

La necessità di una formazione sociale superiore

Il manifestarsi stesso della crisi economica attuale, crisi apertasi nei primissimi anni 1970 e inaspritasi a partire dal 2007, dimostra – per l'ennesima volta – la veridicità di alcuni assunti fondamentali propri della critica comunista dell'economia politica (1):

  1. il modo di produzione capitalista è intimamente contraddittorio (2), le sue contraddizioni esplodono ciclicamente sotto forma di crisi; tanto più il sistema cerca di procrastinare nel tempo il manifestarsi della crisi, tanto più le contraddizioni che ne sono alla base aumentano in vastità e intensità;
  2. la borghesia conosce solamente due modi per superare le sue crisi strutturali: attraverso le guerre (militari, commerciali) e attraverso lo sfruttamento sempre più intensivo della forza-lavoro (3);
  3. ad ogni nuova crisi, quindi, le contraddizioni del modo di produzione capitalista si fanno via via più ampie, profonde e distruttive; masse sempre più vaste di popolazione mondiale sono ridotte alla miseria mentre un numero sempre minore di capitalisti si spartiscono i destini e le ricchezze del mondo (4); a fronte di una produttività del lavoro aumentata come mai nella storia dell'umanità, milioni di esseri umani sono condannati alla disoccupazione; i giovani non riescono ad entrare nel mercato del lavoro, ma viene innalzata l'età pensionabile per sfruttare gli anziani sempre più a lungo e non pagare loro le pensioni; mentre le merci viaggiano liberamente da un capo all'altro del pianeta, gli uomini muoiono da clandestini nei barconi, cercando di scappare dalle guerre; tanto più cresce la conoscenza del pianeta e vengono scoperte nuove tecniche capaci di operare in armonia con la natura, tanto più l'ambiente stesso viene devastato e distrutto; il mondo è interconnesso, le comunicazioni facilitate, le popolazioni mischiate tra loro, ma sempre più si sviluppano nuove guerre, si soffia sul fuoco del nazionalismo, del razzismo, dell'odio religioso e l'individualismo trionfa, la solitudine impera... potremmo continuare a lungo.
  4. Nonostante – in potenza –, ne abbia tutti i mezzi, il capitalismo con le sue logiche, le sue istituzioni, i suoi rappresentanti, non è capace di venire a capo delle contraddizioni generate nel suo proprio divenire; non è strutturalmente in grado di affrontare – figuriamoci di risolvere – i pressanti imperativi che incombono oggi sulla popolazione mondiale.

La mancanza di queste soluzioni, però, sta trascinando (neanche troppo lentamente) il genere umano verso la barbarie e l'annichilimento. Questi imperativi sono:

  • il soddisfacimento dei bisogni fisici e spirituali di ogni singolo abitante del pianeta;
  • la difesa e la tutela dell'ambiente;
  • lo sviluppo di un sistema di relazioni armoniche tra gli uomini e tra l'uomo e l'ambiente.

O attraverso il superamento del capitalismo si apre una nuova fase della storia – fase nella quale saremo finalmente in grado di accogliere questi temi – o si condanna l'umanità alla barbarie.

L'umanità non è esistita mai e non esiste ancora […] l'umanità come ente collettivo, incomincerà ad esistere il giorno in cui l'uomo non sarà più costretto dai bisogni della propria conservazione a fare una lotta da lupi col proprio vicino (5).

Paradossalmente il capitalismo appare oggi all'apice del suo trionfo materiale ed ideologico.

Trionfo materiale perché, in tutto il pianeta, la stragrande maggioranza della popolazione, quasi tutto ciò che viene prodotto e praticamente tutte le relazioni sociali, sono ormai sottomesse alla logica del profitto, mercificate (ridotte a merce) (6). Trionfo ideologico perché il sistema si erge glorificando sé stesso quale modello economico unico, supremo ed eterno: appare che non possa esserci un'alternativa, se non attraverso modificazioni (riforme) da attuare rigorosamente all'interno della logica del profitto e delle sue forme di sviluppo.

Questo trionfo ideologico è il risultato dei seguenti passaggi:

  1. L'ultimo tentativo di realizzarne il superamento – la Rivoluzione russa del 1917, avvenuta in condizioni di forte arretratezza economica – è stato sconfitto dall'isolamento, e nella mistificazione. La controrivoluzione stessa, infatti, fu spacciata per “costruzione del socialismo”. Da quel momento il comunismo non venne più associato alla liberazione dalle catene dello sfruttamento, ma ad una delle più sanguinarie ed oppressive forme di capitalismo di stato che mai abbiano visto la luce.
  2. Il riferimento al concetto stesso di “lotta di classe” e al proletariato – sia in quanto oggetto dello sfruttamento capitalista, sia come soggetto del processo rivoluzionario – è stato rigorosamente bandito (7). Nonostante i lavoratori siano oggi più numerosi che mai, profondamente impoveriti e schiacciati, la borghesia è riuscita a cancellare ogni senso di identità, di appartenenza alla classe degli sfruttati. Trionfa in sua vece il senso dell'omologazione e, al limite, l'identificazione nei vuoti concetti di popolo e cittadinanza.
  3. Il 1989 ha rappresentato non solo la fine del falso socialismo sovietico e con esso, nell'immaginario comune, la fine della necessità di una alternativa sociale, ma anche la fine del concetto secondo il quale per raggiungere un determinato obiettivo politico è necessaria una avanguardia politica organizzata, un partito. La crisi dei partiti borghesi ha contribuito a far venir meno, nell'immaginario comune, il senso della necessità del partito rivoluzionario.
  4. Il concatenarsi di queste tre negazioni ha quindi permesso al modo di produzione capitalista di negare nel complesso: necessità, possibilità e realizzabilità di una alternativa.

Ma questo è avvenuto solo nel mondo delle idee, della sovrastruttura ideologica. Nel mondo della materialità delle relazioni sociali e produttive, nella struttura, i motivi dell'alternativa, oggi, sono più vivi che mai.

Questo è l'unico dei mondi possibili! L'unica molla del progresso è la proprietà privata, l'impresa, l'accumulazione di ricchezza! Senza la molla del profitto ogni attività non avrebbe più ragione di esistere! Il merito va premiato economicamente! La produzione è finalizzata al profitto o non è! Etc..

Sciocchezze:

Uno degli aspetti più micidiali dell'attuale cultura è di far credere che sia l'unica cultura, invece è semplicemente la peggiore (8).

Contraddizioni...

Il sorgere della conoscenza che le istituzioni sociali vigenti sono irrazionali ed ingiuste, che la ragione è diventata un nonsenso, il beneficio un malanno, è solo un segno del fatto che nei metodi di produzione e nelle forme di scambio si sono inavvertitamente verificati dei mutamenti per i quali non è più adeguato quell'ordinamento sociale che si attagliava a condizioni economiche precedenti. Con ciò è detto nello stesso tempo che i mezzi per eliminare gli inconvenienti che sono stati scoperti debbono del pari esistere, più o meno sviluppati, negli stessi mutati rapporti di produzione. Questi mezzi non devono, diciamo, essere inventati dal cervello, ma essere scoperti per mezzo del cervello nei fatti materiali esistenti della produzione. (9)

Una poderosa corsa all'accumulazione è la caratteristica prima che, con maggiore evidenza, distingue il capitalismo dalle formazioni sociali del passato. Negli ultimi duecento anni ha avuto luogo uno sviluppo delle forze produttive assolutamente fuori dall'ordinario. Osserviamo gli standard medi di vita nell'occidente di inizio '800 e scopriremo che risultano essere più affini a quelli dell'uomo primitivo che ai nostri attuali.

La produttività è aumentata enormemente, i mezzi di produzione si sono trasformati in colossali forze produttive sociali. Questi ora possono essere messi in opera solamente dal lavoro coordinato di grandi collettività di uomini e donne (10). La rivoluzione del microprocessore ha poi reso possibile lo smembramento di queste collettività così che centinaia di piccole unità produttive – anche a distanza di migliaia di chilometri – si trovano a cooperare per un “medesimo prodotto finale” anche senza che i singoli lavoratori ne abbiano coscienza. Un esempio:

Pensiamo al banale atto di prendere un caffè alla macchinetta durante una pausa dell'orario lavorativo: chi l'ha caricata? Da chi è stata confezionata ogni singola merce ivi disponibile? Da dove arrivano gli ingredienti contenuti in ogni prodotto? Chi li ha prodotti? Chi li ha trasportati? Chi ha prodotto i mezzi necessari a produrli e a trasportarli? E la macchinetta, chi l'ha assemblata? Chi ha prodotto ogni singolo pezzo che la compone? E chi ha estratto dalle miniere i materiali necessari? Chi li ha trasportati? E poi, chi ha lavorato al fine di fornire a tutte queste persone le merci a loro necessarie per mangiare, dormire, vivere? E avanti... Già con il solo atto di prendere un semplice caffè entriamo, quotidianamente, in contatto con i milioni e milioni di individui il cui lavoro – inconsapevolmente collettivo e coordinato – rende possibile ogni cosa.

I mezzi di produzione e la produzione stessa sono fattori essenzialmente sociali e, ormai, completamente internazionali. Possiamo immaginare l'umanità proletaria come un unico gigante sociale con milioni, miliardi di tentacoli che manovrano i singoli centri della produzione per arrivare a distribuire nel mondo una gamma praticamente sconfinata di prodotti finiti ed effettivamente è proprio il carattere socialmente internazionale della produzione che rende possibile, mai come oggi, una tale varietà di prodotti.

Eppure, contraddizione prima: a questa produzione intimamente collettiva, localmente e globalmente coordinata, corrisponde una modalità di appropriazione dei prodotti essenzialmente privata. Ciò che è prodotto grazie allo sforzo comune, sebbene frammentato, di grandi schiere di lavoratori salariati, diventa esclusiva proprietà del titolare dell'impresa. Lo stesso prodotto può essere poi consumato dai proletari stessi solo privatamente, in base a quanto il loro salario individuale permette. All'atto dell'appropriazione e del consumo nessuna traccia è rimasta più del gigante collettivo che tutto produce e tutto rende possibile, restano solo esistenze private ed alienate.

La separazione tra i mezzi di produzione concentrati nelle mani dei capitalisti i quali, per azionarli, comprano la forza-lavoro salariata dalle masse della popolazione sfruttata, e i produttori, ridotti a non possedere altro che la loro forza-lavoro, si è ormai consolidata da tempo. Seconda: la contraddizione tra produzione sociale e appropriazione capitalistica si presenta come antagonismo tra proletariato e borghesia. (11)

Il prodotto di questo enorme sforzo collettivo viene infine immesso nel mercato sotto forma di merce. Ogni singolo capitalista cura esclusivamente il suo interesse, in contrasto con gli altri. Ogni lavoratore vende la propria forza-lavoro al migliore offerente (se lo trova). Le merci affluiscono e defluiscono mosse dall'unico criterio: “la ricerca del massimo profitto”. La merce domina il produttore, è la logica del profitto che decide dove dirigerla, se è vantaggioso che essa sia prodotta o se, forse, è ancora più conveniente che venga distrutta: il lavoratore è dominato dai capricci del mercato. Terza contraddizione: se nella singola fabbrica, come nell'insieme delle attività lavorative che afferiscono alla medesima proprietà, la produzione è organizzata e coordinata, al di fuori, nel mercato, vige l'anarchia. La produzione nel suo complesso è anarchica. Ogni singola unità è isolata ed in balia di un mercato che non riesce a controllare né a comprendere. Sebbene il lavoratore, in origine, fosse stato lui l'artefice dell'intero processo ora, all'atto finale, ne è ormai completamente schiavo.

… E loro soluzione

Quella con cui abbiamo a che fare qui, è una società comunista non come si è sviluppata sulla propria base, ma viceversa, come emerge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le “macchie” della vecchia società dal cui seno essa è uscita (12 ).

Il socialismo è quel sistema economico e sociale che sorge grazie alla forza dello scontro tra le forze materiali messe in moto dall'erompere delle contraddizioni proprie del capitalismo, contraddizioni divenute ormai insostenibili. Non è una “società perfetta” partorita dalla mente di un filosofo, e quindi irrealizzabile, ma il prodotto di profondissime lacerazioni sociali ed economiche, lacerazioni che – attraverso le doglie della rivoluzione – necessitano di essere ricomposte su di un piano superiore, quello del socialismo, appunto.

Ad un certo punto le contraddizioni sopra esposte diventano insostenibili. Come un organismo impazzito, il capitalismo, nel tentativo di sopravvivere alle forze da lui stesso evocate e sviluppate, inizia a distruggere sue parti. Inizia una fase di crisi profonda e drammatica, una fase potenzialmente rivoluzionaria nella quale l'esplodere delle contraddizioni economiche e sociali può causare consistenti movimenti di massa ed instabilità. È questo un momento storico spaventoso ma, al contempo, raro e prezioso. È qui infatti che può aprirsi, grazie alla spinta poderosa delle masse in movimento, la possibilità storica di portare a soluzione le contraddizioni all'origine del processo e quindi di affermare, per la prima volta, l’unità di interessi che affascia l'intera umanità.

Ma il risultato non è scontato. Una tale epoca di sovvertimenti può superare le contraddizioni che la hanno generata in tre differenti modi: o riproducendo su scala allargata le medesime contraddizioni che la hanno generata (13) o risolvendole in una formazione sociale nuova o, ancora, con la “comune rovina della classi in lotta”.

Affinché una nuova organizzazione sociale possa affermarsi – ossia affinché le contraddizioni del capitalismo possano essere avviate a soluzione – è necessario che l'urto sociale causato dalle crisi si evolva in rivolgimento politico: che il potere di decidere le sorti della società (il potere politico) passi dalla attuale classe dominante (la borghesia) alla classe sociale che fino a quel momento ha versato in condizioni di sfruttamento e sottomissione (il proletariato, l'insieme dei moderni lavoratori salariati). Per risolvere le contraddizioni fondanti il suo Sistema, la borghesia deve essere espropriata del potere politico, questo deve passare in maniera esclusiva al proletariato. Il partito comunista è lo strumento politico necessario a realizzare questo trapasso.

I comunisti … da un lato ... mettono in rilievo e fanno valere quegli interessi comuni dell'intero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità; dall'altro … nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l'interesse del movimento complessivo. … Lo scopo immediato dei comunisti è …: formazione del proletariato in classe, rovesciamento del dominio borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato (14).

Il socialismo è la società di transizione al comunismo.

Nel comunismo l'umanità associata dispone collettivamente dei prodotti del lavoro, utilizzandoli per il soddisfacimento dei bisogni sociali. Essendo i mezzi di produzione proprietà comune, le classi sociali non esistono più, non vi è quindi nemmeno la coercizione del potere statale. Grazie all'accresciuto potenziale produttivo – e all'instaurazione di un rapporto armonico tra la produzione, gli individui e la natura – il lavoro non è più un obbligo: è diventato esso stesso un bisogno. I beni prodotti non circolano più sulla base del loro valore di scambio (legge del valore): nella società comunista ognuno offre quel che può e riceve ciò di cui necessita.

Ovviamente queste nuove relazioni non potranno affermarsi dall'oggi al domani, saranno invece realizzate da esseri umani cresciuti in una società differente, con valori e punti di vista differenti. Esseri umani che riterranno la cosa più naturale del mondo l'identificazione del loro interesse individuale con quello collettivo.

La società socialista – disarmata la borghesia – prende invece le mosse dalle macerie lasciate dal capitalismo e dalla aspra lotta contro di esso. Gli uomini e le donne che vivono in questa società di passaggio sono ancora figli e figlie del capitalismo: oltre alle devastazioni e a tutta la sconfinata massa di altre problematiche (prima tra tutte quella ambientale), ne hanno – almeno in parte – ereditato le logiche, i retaggi ideologici. I loro figli, al contrario saranno figli di una società libera ed in essa cresceranno e si faranno adulti.

Il senso della società di transizione è proprio quello di “traghettare” l'umanità dalla sponda della barbarie capitalista alla sponda opposta, quella della civiltà comunista.

La fase che denominiamo “socialismo” incomincia, quindi, all'indomani della conquista del potere politico da parte del proletariato e termina con la definitiva estinzione dello Stato rivoluzionario del proletariato (il sistema dei consigli). L'estinzione dello Stato è l'espressione politico-organizzativa del superamento della legge del valore. Nel comunismo non vi sarà infatti più bisogno di amministrare gli uomini, ma solamente le cose. (15) Procediamo.

Il sistema dei consigli

Democratico o totalitario che sia, il potere borghese esclude sistematicamente i proletari dal suo esercizio.

La completa esclusione dei proletari dall'esercizio del potere nasce dalla originaria separazione dei lavoratori dal frutto del loro lavoro e dai mezzi di produzione. La produzione di merci ha avuto come risultante l'anarchia del mercato, il dominio delle merci sugli uomini, del profitto sugli individui. In queste condizioni il genere umano è fondamentalmente incapace di dominare lo svolgersi complessivo del processo produttivo, è quindi in balìa del mercato (o “dei mercati”, come va di moda dire oggi). Quando si manifestano le crisi cicliche, l'ultima carta che resta alla borghesia per affrontare il fenomeno è quella della militarizzazione della concorrenza. Lo scontro tra capitali differenti che, normalmente, si manifesta nel mercato, assume la forma della guerra. La distruzione generalizzata ha il grande pregio – per il capitalismo – di porre le condizioni affinché si possa avviare la ricostruzione.

Il fatto veramente innovativo è che, da evento drammatico, la crisi può essere però trasformata in elemento di svolta, per gli sfruttati.

L'immenso sviluppo delle forze produttive realizzato dal capitalismo, non solo rende possibile il superamento del capitalismo stesso, ma realizza anche la possibilità storica di risolvere le contraddizioni che ne caratterizzano l'esistenza.

La crisi, nella sua fase più acuta, apre le porte – per un breve lasso di tempo – ad una possibilità di risoluzione differente da quella prevista e attesa dalle classi dominanti: nel suo momento di maggiore difficoltà e debolezza la classe dominante può essere rovesciata, il potere politico può, inaspettatamente, passare nelle mani degli sfruttati. La rivoluzione politica apre scenari inediti: la storica separazione tra produttori e potere politico viene ricomposta.

Le nuove possibilità che si aprono attraverso questo evento sono inestimabili.

Con la presa del potere politico da parte del proletariato e l’affermarsi del socialismo (rivoluzione proletaria), per la prima volta nella storia, la classe sociale che dirige la società è la stessa che produce. Viene in questo modo posta la precondizione affinché anche le altre contraddizioni fondamentali possano mano mano essere affrontate e superate. Vediamo.

Attraverso il rovesciamento rivoluzionario della borghesia, i produttori si appropriano dell'esercizio del potere politico. I consigli proletari prendono il potere. A questo punto si apre una fase più o meno lunga, ma sicuramente nuova, difficile, intensa e, a sua volta, contraddittoria.

In questa nuova fase i produttori, con una serie di interventi autoritari, aboliscono progressivamente la proprietà privata dei mezzi di produzione, i quali vengono socializzati, sottoponendoli così al controllo dei lavoratori associati (16). Attraverso la progressiva socializzazione dell'apparato produttivo viene superata altresì la separazione tra lavoratori e frutto del loro lavoro. La produzione di merci tende a scomparire. I lavoratori dispongono sempre più, attraverso la loro associazione, dei prodotti del loro lavoro e possono quindi utilizzarli per soddisfare i bisogni collettivi. Al crescente affermarsi delle relazioni produttive socialiste il mercato perde via via la sua ragione di esistere: tanto la produzione quanto la distribuzione iniziano ad essere guidate da un piano che nasce dal computo dei bisogni reali, collettivamente definiti. Si affermano esseri umani che possono decidere collettivamente cosa e quanto produrre, come utilizzare i prodotti. La distruzione dei prodotti del lavoro è diventata un non-senso. Si afferma il controllo cosciente sul processo produttivo. La pianificazione permette di prevenire anche le penurie di beni dovute a carestie e calamità naturali. Le crisi, almeno per come le abbiamo conosciute fino ad oggi, sono finite.

Caratteristiche

Prima di procedere riassumiamo schematicamente quelle che sono le caratteristiche del sistema dei consigli quale forma del nuovo potere proletario rivoluzionario (17):

  1. sono assemblee organizzate su base territoriale, escludono dalla loro partecipazione gli appartenenti alle classi sfruttatrici; coloro i quali si avvalgono dello sfruttamento di forza-lavoro, godono di proprietà che fruttano reddito e/o rendite di qualsiasi genere, non possono partecipare, così come sono esclusi i rappresentati del precedente apparato statale borghese;
  2. i consigli si centralizzano in assemblee superiori dal livello territoriale all'internazionale; esprimono un comitato esecutivo che realizza la necessaria centralizzazione;
  3. i membri degli organi esecutivi sono eletti a suffragio universale, vincolati ad un mandato e dalla base revocabili in qualsiasi momento, ricevono lo stesso compenso di un lavoratore impiegato in un altro ambito ed esprimono contemporaneamente le funzioni legislative ed esecutive legate al mandato loro affidato dalla base;
  4. i consigli eleggono delle “commissioni” incaricate di verificare l'applicazione di quanto disposto.

Nei consigli rivoluzionari, la capacità del partito di classe di conquistarne una viva e determinante influenza, unita al più grande stimolo alla vivacità di partecipazione della classe, sono gli unici due antidoti possibili contro la degenerazione. Al contrario, l'identificazione tra partito e organi esecutivi del potere proletariato o l'esclusione dei suoi membri dagli stessi, sarebbero un chiaro indice che la degenerazione è in corso.

Il partito rivoluzionario si caratterizza in questa contraddittoria fase per il tenere fisso il timone agli obiettivi finali del comunismo. Nella fase di transizione, sebbene questa volta con il proletariato come classe dominante, la lotta di classe non è ancora finita e il partito continua ad esserne lo strumento politico. Il partito ha il preciso dovere di intervenire laddove i consigli non riescono a sviluppare una politica di avanzamento verso gli obiettivi generali del comunismo o vi riescono solo in parte. È suo compito quello di garantire la libera associazione dei lavoratori e la loro massima partecipazione al sistema dei consigli. Al contempo il partito dovrà lottare affinché vengano superati gli aspetti categoriali, le rivendicazioni di settore e tutto quel bagaglio corporativo che deriva ai lavoratori dall'essere vissuti a lungo negli schemi capitalistici. Schemi che nella stessa fase di transizione, per alcuni versi, ancora persistono.

I compiti che affrontano i consigli nella fase post-rivoluzionaria sono di due tipi: politici e amministrativi.

I compiti politici riguardano la battaglia per contrastare l'influenza ideologica, politica ed economica della borghesia. Fino a che a livello internazionale l'economia capitalista non è definitivamente estinta – e quindi la classe borghese scomparsa – il proletariato ha bisogno della funzione politica dello Stato per sostenere l'estensione internazionale della rivoluzione ed esercitare la propria dittatura di classe, ovverosia per impedire che la situazione svolti nella direzione di una restaurazione del potere borghese. Ogni lotta politica è lotta di gruppi sociali determinati contro altri gruppi sociali. La lotta politica del proletariato è la lotta di classe contro la borghesia. Il proletariato ha bisogno di dare battaglia politica per conquistare il potere politico, estendere la rivoluzione e reprimere le istanze reazionarie della classe borghese: ha quindi ancora bisogno del suo strumento politico, il partito comunista internazionalista. Venendo successivamente meno i contrasti di classe – diventando tutta l'umanità ugualmente lavoratrice – la funzione politica, resa concreta dal ruolo repressivo dello Stato, si estingue: l'“amministrazione delle persone” lascia finalmente spazio alla sola “amministrazione delle cose”.

I compiti amministrativi dello Stato proletario (sistema dei consigli) sono:

  1. registrare i bisogni reali della popolazione e, sulla base di questi, pianificare la produzione;
  2. coordinare il processo produttivo e verificare che questo corrisponda alla soddisfazione dei bisogni rilevati;
  3. garantire l'accesso ai beni prodotti ad ogni singolo lavoratore ed a tutti coloro i quali non sono in condizioni di lavorare;
  4. vigilare, attraverso le “commissioni”, affinché il tutto funzioni in maniera efficace.

Socializzazione: l'abolizione della proprietà privata

Nel capitalismo l'impresa è fattore privato come privati sono i prodotti ed i profitti realizzati, salvo poi, naturalmente, socializzare le perdite quando le cose vanno male. Questo fa si che ogni impresa vada per conto proprio e, anche quando siamo in presenza di monopoli, il loro scopo è unicamente quello di garantire l'interesse del capitale detenuto dagli azionisti di maggioranza. Abbiamo già visto come questo sia uno dei fattori alla base dell'anarchia del mercato e delle crisi cicliche.

Nel socialismo avviene esattamente il contrario: la proprietà privata dei mezzi di produzione è abolita. La società intera, per mezzo dei consigli, entra in possesso dei mezzi di produzione e su di essi esercita un controllo cosciente.

La socializzazione non ha nulla a che vedere con le nazionalizzazioni. Le nazionalizzazioni sono uno strumento normale della vita del capitale attraverso il quale lo Stato borghese amministra un settore economico al fine di massimizzare il profitto (o minimizzare le perdite). La socializzazione è il controllo operante, da parte dei lavoratori associati, di settori via via crescenti dell'economia, per sottometterli ai bisogni dell'intera società. La nazionalizzazione è realizzata dallo Stato borghese per interessi capitalistici, spesso è associata alla peggior coercizione nei confronti della classe lavoratrice, se non alla preparazione di una economia di guerra. La socializzazione è realizzata dal potere dei consigli al fine di soddisfare i bisogni collettivi. “Socializzare” significa “porre sotto il controllo del sistema dei consigli” iniziando così a rompere il rapporto tra capitale e lavoro, nient'altro.

A partire dalle attività già poste sotto il controllo diretto dello Stato borghese, passando progressivamente alle aziende maggiori, ai grandi latifondi, fino all'intera attività di produzione, distribuzione e servizi, tutta la struttura economica passa progressivamente nelle mani dei consigli dei produttori. Il solo potere politico dei consigli non potrebbe durare a lungo senza poggiare su di una vasta area di economia socializzata che, sottratta al controllo della borghesia, alla sua proprietà privata ed alla logica del profitto, progressivamente estingua il ruolo del capitale e del lavoro salariato.

In Russia, nel 1917, questo passaggio non avvenne.

Mentre il potere politico era da principio nelle mani del proletariato, le relazioni produttive rimasero, praticamente tutte, capitaliste. Anche se i lavoratori esercitavano inizialmente il controllo operaio, la proprietà delle aziende rimaneva dei padroni. Con l'avvio dei piani quinquennali (1928), i mezzi di produzione, sempre in termini capitalistici, passarono nelle mani dello Stato (fecero eccezione solamente alcuni settori, specie nell’agricoltura). Lo stato di arretratezza di quel paese, unito alle devastazioni della guerra, non permettevano soluzioni differenti. Il potere politico proletario resistette per alcuni anni in attesa che la rivoluzione d'occidente accorresse in suo aiuto. Questo non avvenne. Il potere proletario venne soffocato. La cosa più tragica fu che tale soffocamento venne definito “costruzione del socialismo”. La tragedia e la beffa.

La progressiva socializzazione dei mezzi di produzione (mai partita in Russia) è il processo che, strutturalmente, più caratterizza la fase storica della transizione.

Il socialismo pone in essere innanzitutto un nuovo modo di produzione: produrre diventa una funzione naturale della società, funzione finalizzata al semplice assolvimento dei plurimi bisogni che contraddistinguono la specie ed ogni suo singolo individuo. È solo attraverso la produzione socialista prima, e comunista poi, che l'umanità, finalmente, si ritrova.

Se oggi domina la sottomissione dell'umano alle esigenze delle cose-merci (18), il socialismo risolve l'alienazione dell'uomo affermando il sicuro controllo dell'umano sulle cose, sulla loro produzione e circolazione, affermando l'asservimento del processo produttivo alle esigenze e ai bisogni umani. Il mezzo per garantire questo è l'associazione di uomini produttori, dapprima politica per abbattere la classe dominante e instaurare il potere proletario, poi amministrativa, per regolare con consapevolezza la produzione e la distribuzione della ricchezza. La contraddizione capitalista tra produzione collettiva e appropriazione privata trova la sua soluzione, nel socialismo, attraverso il controllo collettivo dei processi produttivi e l'appropriazione socializzata dei prodotti. L'uomo alienato della “civiltà capitalista” si ricompone nell'uomo realizzato e multilaterale del comunismo. Il lavoro torna ad essere nulla di più che l'espressione della sua umanità.

Contraddizioni nel processo di socializzazione

Tutto questo non può avvenire in un colpo, né in una sola area geografica né – tanto meno – a livello internazionale: ci sarà necessariamente un periodo nel quale l'economia socializzata si scontrerà con l'economia privata e questo avverrà a due livelli, nel quadro nazionale ed internazionale.

Una volta rovesciato lo Stato borghese, il nuovo sistema dei consigli, con la forza che gli deriva dall'essere espressione storica di un movimento sociale di massa scaturito dalle tensioni accumulate fin nelle viscere della società, inizia la socializzazione. Ma questa si dispiega in condizioni – anche se al momento non prevedibili – probabilmente drammatiche, legate a miseria, guerre, inquinamento, devastazioni ecc.

Dapprima viene socializzato tutto il vecchio apparato statale con le funzioni da esso controllate (scuola, sanità, trasporti, infrastrutture..), la socializzazione tende quindi ad estendersi a tutti i mezzi di produzione, a partire da quelli più importanti. Le stesse banche vengono unificate e poste sotto il controllo del potere dei Consigli. In tutti questi settori prende immediatamente il via la razionalizzazione secondo un piano di priorità: tutte la funzioni che pure erano indispensabili nel capitalismo, ma inutili nel socialismo, vengono soppresse. Si trovano le soluzioni migliori per aumentare la produttività riducendo al contempo il consumo di ore-lavoro, si generalizza la tensione a garantire l'utilizzo più razionale possibile delle strutture, si centralizza la loro amministrazione. Vengono socializzati gli immobili e, sulla base dei bisogni abitativi, viene garantito ad ognuno un abitazione adeguata alle proprie esigenze.

Nonostante questo, una considerevole parte dell'economia continua, da principio, ad essere nelle mani di padroni grandi e piccoli, i quali continuano a rimanere proprietari della loro attività e a trarne un profitto.

Prima regola del socialismo è “chi non lavora non mangia”: questa frase che nel capitalismo rappresenta una condanna, nel socialismo esprime invece la liberazione del lavoro. Tutti sono chiamati a partecipare allo sviluppo sociale, la disoccupazione può essere solo volontaria: chi, pur potendo, non partecipa al lavoro socialmente necessario non ha diritto ad approvvigionarsi nei magazzini pubblici.

Tutta la popolazione attiva, opportunamente registrata presso gli uffici del consiglio locale, sarà tenuta a prestare un certo numero di ore-lavoro giornaliere, obbligatorie, da prestare nei settori socializzati. Questi comprenderanno anche la bonifica dei territori deturpati dall'inquinamento, la manutenzione e il miglioramento delle strutture esistenti, l'assistenza ecc. In cambio di queste ore prestate verrà erogato un buono-lavoro che garantirà l'accesso ai consumi.

Il buono-lavoro certifica la partecipazione del singolo al lavoro socialmente necessario. Permette di accedere sia ai servizi pubblici (sanità, assistenza, istruzione, trasporti, alloggio...), sia ai prodotti disponibili nei magazzini pubblici (i centri commerciali, con la loro struttura e capillarità, ben potrebbero adattarsi a questa nuova funzione). L'accesso a beni e servizi è ovviamente garantito agli inabili al lavoro. Sul discorso del buono-lavoro torneremo poi.

Rimane al momento escluso tutto il tessuto economico non immediatamente socializzabile perché, per esempio:

  1. dipendenti da forniture e materie prime estere che lo Stato socialista – essendo inoltre, molto probabilmente, sotto l'embargo degli Stati capitalisti – non potrà procacciarsi, mentre l'azienda privata potrebbe esserne facilitata;
  2. le aziende per le quali lo Stato proletario non riesce ancora a garantire i tecnici necessari, mentre il privato, forse, si;
  3. quelle attività che richiedono risorse troppo ingenti per essere avviate o mantenute, risorse che lo Stato rivoluzionario non potrà garantire mentre il privato, forse, si... ecc.

Siamo qui nell'ambito di ipotesi che andranno ovviamente verificate nel processo rivoluzionario in atto secondo gli sviluppi interni e le condizioni internazionali.

In tutta questa area economica non socializzata, nonostante il processo rivoluzionario in corso, continuano, a sussistere le categorie capitaliste: merci, mercato, denaro, prezzi, salario, capitale. Le medesime categorie, invece, nei settori socializzati sono già scomparse. Per chiarezza: il socialismo è la strutturazione di un nuovo modo di produzione nel quale le categorie del capitalismo non sussistono più. Là la contraddizione permane, qui è avviata a soluzione.

Lo Stato proletario, al fine di approvvigionarsi di ciò che la società necessita e di cui ancora non dispone, deve necessariamente avere degli scambi con quest'area non socializzata, ancora soggetta alle logiche capitaliste. Gli scambi probabilmente saranno di due generi: denaro contro merci, beni e servizi contro merci.

Ponendo sotto il proprio controllo le banche e riunendole in un'unica banca centrale, il sistema dei consigli tende ad ottenere un triplice risultato:

  1. controllare l'emissione di moneta;
  2. possedere e controllare tutta la contabilità delle aziende nazionali – di questa contabilità ne detengono infatti oggi copia le banche che prestano loro soldi e ne mediano le transazioni;
  3. detenere lo strumento attraverso il quale garantire e controllare l'emissione dei buoni-lavoro.

Naturalmente anche questi aspetti dipenderanno dagli sviluppi dei fattori interni ed internazionali, mentre la socializzazione e l'unificazione delle banche sui territori passati al socialismo è una ineluttabile necessità.

Il sistema dei consigli regola lo scambio con l'economia non socializzata emettendo moneta o scambiando ciò di cui necessita con i servizi da esso gestiti e i prodotti realizzati dai settori produttivi socializzati.

Il sistema dei consigli, per tutelare la salute ed il benessere dei lavoratori, a partire da quelli che ancora vendono la propria forza-lavoro nella sfera privata, produce una serie di regolamenti in merito alle condizioni di compravendita della forza-lavoro e alle condizioni lavorative in genere, inerenti la sicurezza, l'orario, le condizioni, i salari minimi, il controllo operaio ecc.

Ovviamente la permanenza delle categorie economiche capitaliste, e della borghesia come classe sociale, all'interno del territorio controllato dallo stato proletario è un fattore di destabilizzazione, per il momento, inevitabile. Questo fattore non mancherà comunque di avere i suoi riflessi nell'ambito della vita politica.

Onde contrastare tali riflessi la prima regola del sistema dei consigli è l'esclusione di chi vive di sfruttamento dal diritto a partecipare alla vita politica stessa. È qui opportuno ribadire che è proprio a causa del perdurare della lotta di classe anche dopo la rivoluzione che il partito comunista, lungi dal sovrapporsi allo Stato, continua la sua battaglia politica onde denunciare ipotesi di compromesso ed arretramenti che rischierebbero di metter in discussione la rivoluzione per intero. Al contempo l'unico vero antidoto contro ogni pericolo di ritorno al passato è il più grande stimolo alla partecipazione dei lavoratori alla vita pubblica, il loro protagonismo in prima persona e attraverso la diffusione ed il sostegno alla loro capillare associazione, in tutte le forme possibili dai comitati del controllo operaio alle associazioni di interesse tecnico-scientifico, fino all'associazionismo culturale ed artistico e oltre.

Internazionalizzazione

Mosca, marzo 1919:

Il nostro compito è quello di generalizzare l'esperienza rivoluzionaria della classe operaia […] unire le forze di tutti i partiti veramente rivoluzionari del proletariato mondiale e con ciò stesso di facilitare e di affrettare la vittoria della rivoluzione comunista in tutto il mondo (19).

La rivoluzione del 1917 venne sconfitta. La sua sconfitta prese il nome di “costruzione del socialismo in un paese solo”, in realtà si trattava della “costruzione del capitalismo di _Stato_”. Il fior fiore del proletariato più cosciente, i comunisti più coerenti, vennero sterminati. Il proletariato tornò ad essere mero oggetto dello sfruttamento della classe dominante “statalizzata”. Di rivoluzioni, fino ad oggi, non se ne videro più.

Il motivo della sconfitta della rivoluzione russa fu uno e uno solo: il suo isolamento internazionale. La rivoluzione è una fiamma viva: o si diffonde e trionfa, o viene soffocata e perisce; non conosce vie di mezzo, la sua regola è: “o noi, o loro”.

A causa della moderna interconnessione globale, della diffusione della rete, degli scambi e del mercato intercontinentali, della dipendenza reciproca dei paesi dalle materie prime, tecnologie, conoscenze, forze-lavoro, possedute altrove, la rivoluzione (che è sempre stata un fatto internazionale) ha oggi bisogno di essere più internazionale che mai.

Una rivoluzione che scoppiasse in un area geografica ristretta avrebbe come primo compito quello della sua repentina diffusione, pena la condanna all'isolamento e la sconfitta. Non sarà forse questione di giorni, ma nemmeno di troppi anni.

Solo diffondendosi a livello internazionale la rivoluzione può ottenere il duplice e vitale obiettivo: spezzare l'isolamento internazionale nel quale la borghesia cercherà di gettarla e garantirsi le condizioni affinché la socializzazione possa avanzare con maggior forza, tanto nel paese originario quanto laddove si diffonde.

Essendo appurato che il socialismo – per sopravvivere a livello politico e svilupparsi a livello strutturale – ha bisogno di essere immediatamente parte di un processo che, internazionalmente, si diffonde, derivano almeno tre assunti ugualmente interessanti e carichi di significato:

  1. Laddove il proletariato arrivasse in zone limitate del pianeta a conquistare il potere, questo avrebbe il compito di avviare al più presto – e ovunque possibile – la socializzazione dei mezzi di produzione e distribuzione. Questo al fine sì di iniziare a smantellare le categorie economiche capitaliste, garantendosi così i primi passi nella giusta direzione, ma anche, e sopratutto, di instaurare immediatamente relazioni di tipo socialista con i paesi che seguiranno il primo sulla strada della rivoluzione. Quanto maggiore sarà la forza e la determinazione con le quali la socializzazione avanzerà, tanto più solida e forte sarà la base materiale sulla quale i paesi che la seguiranno si innesteranno nel processo di propagazione della nuova organizzazione produttiva e con tanta maggiore forza l'economia socialista potrà quindi soppiantare quella borghese, in ogni paese.
  2. La mondializzazione della vita economica capitalista non è, di per sé, una garanzia di maggiore facilità o rapidità di diffusione della rivoluzione socialista. Ma tanto più ambiti produttivi verranno sottratti al mercato e inseriti in un circuito socialista, tanto più il capitalismo internazionale sarà messo “alle strette”. Paradossalmente, se il potere politico proletario si diffondesse a livello internazionale senza però (come in Russia) riuscire ad incidere nell'organizzazione pratica della produzione, allora il capitalismo manterrebbe solidamente la sua base strutturale e, nel giro di breve tempo, non avrebbe difficoltà a generare nuove forme di capitalismo, ancora più aberranti di quella affermatasi sotto Stalin.
  3. Essendo, di necessità, la rivoluzione un fattore internazionale, allora anche il suo strumento politico di realizzazione dovrà essere, necessariamente, internazionale. È imperativo delle avanguardie internazionaliste del proletariato il presentarsi all'appuntamento decisivo nelle condizioni più vicine possibili a quelle di un “Partito mondiale del proletariato”. È questa una condizione indispensabile, anche se non ancora sufficiente, affinché la crisi del capitalismo possa evolvere in rivoluzione proletaria. All'indomani della rivoluzione il partito avrà il duplice dovere di far si che la rivoluzione non scenda a compromessi sul piano nazionale e di porre in essere tutti gli sforzi possibili affinché questa si diffonda internazionalmente.

Continua nel prossimo numero

Lotus

(1) La critica dell'economia politica (indagine delle contraddittorie leggi del modo di produzione capitalista nel suo dispiegarsi), il materialismo storico (studio delle relazioni che intercorrono tra la struttura produttiva e la sovrastruttura giuridica, politica, filosofica, etc.) e la teoria del partito (natura e funzione dello strumento politico di emancipazione del proletariato dallo sfruttamento capitalista), sono i tre grandi ambiti in cui si suddivide la concezione comunista del mondo.

(2) «La moderna società borghese, che ha come per incantesimo prodotto mezzi di produzione e di scambio tanto potenti, è come l'apprendista stregone incapace di controllare le potenze sotterranee da lui stesso evocate.» Marx-Engels, Il manifesto comunista, 1848. Edizione progetto Manuzio, www.liberliber.it, p. 14.

(3) «Come supera le crisi la borghesia? Da una parte con l'annientamento coatto di una massa di forze produttive; dall'altra conquistando nuovi mercati e sfruttando più a fondo quelli vecchi. In che modo, insomma? Provocando crisi più generalizzate e più violente e riducendo i mezzi necessari a prevenirle.» Marx-Engels, Il manifesto comunista, cit. , p. 15.

(4) Cfr. it.wikipedia.org Disuguaglianza_economica

(5) Nicola Barbato, 1894, cit. in Storia della sinistra comunista, Edizioni il programma comunista, vol. 1, p. 24.

(6) «La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una “immane raccolta di merci” e la merce singola si presenta come sua forma elementare.» Marx, Il capitale, libro primo, ed. riuniti, 1993, p.67.

(7) «La borghesia non ha solo forgiato le armi che la uccidono [le crisi]; ha anche prodotto gli uomini che imbracceranno queste armi: i lavoratori moderni, i proletari.» Marx-Engels, Il manifesto comunista, cit. , p. 15.

(8) Silvano Agosti, Il discorso tipico dello schiavo, 2008, aforismario.it/silvano-agosti-2.htm

(9) Engels, Antiduhring, 1878, marxists.org

(10) Utilizziamo i termini uomo, uomini, padroni, borghesi, lavoratori, produttori, etc. per indicare l'insieme degli esseri umani appartenenti ad una particolare categoria, indipendentemente dal fatto che il loro genere sia femminile o maschile. Lo stesso linguaggio è strumento e frutto del sistema dell'oppressione. La rivoluzione proletaria, realizzando la fine di ogni sfruttamento dell'uomo sull'uomo, porrà fine, al contempo, alla sottomissione delle donne, non mancherà di produrre, nel suo svilupparsi, anche una terminologia più soddisfacente.

(11) F. Engels, Antiduhring, cit.

(12) Marx, Critica al programma di Gotha, in Opere scelte, Editori Riuniti, 1973, p. 960.

(13) Vedi come la prima guerra mondiale abbia posto le condizioni per la IIGM, e come la IIGM abbia posto le condizioni per la crisi attuale.

(14) Marx-Engels, Il manifesto comunista, 1848. Edizione progetto Manuzio, liberliber.it, p. 18.

(15) Sui caratteri del potere politico del proletariato vedi il cit. Lo Stato, i soviet, la rivoluzione.

(16) Usiamo i termini proletari, produttori, lavoratori, lavoratori moderni, esattamente come sinonimi.

(17) Cfr. Lo Stato, i soviet, la rivoluzione, cit.

(18) Vedi il carattere di feticcio delle merci: «L'arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma, come uno specchio, restituisce agli uomini l'immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce anche l'immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendolo apparire come un rapporto sociale fra oggetti esistente al di fuori di essi produttori.» Marx, Il capitale, libro primo, editori riuniti 1993, p.106.

(19) Manifesto dell'internazionale comunista ai proletari del mondo intero, marzo 1919, In L'assalto al cielo, Ed. Giovane talpa, 2005, p. 68. Il concetto è ripetuto in tutti i testi del periodo che trattano delle sorti della rivoluzione. Il concetto era chiaro: o la rivoluzione si espanderà a livello internazionale oppure la controrivoluzione borghese trionferà.

Domenica, January 19, 2014

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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