Sulla transizione - 2a parte

La critica della rivoluzione senza transizione e della transizione senza rivoluzione

Continua dalla 1a parte: leftcom.org .

Nelle critiche che abbiamo svolto contro tutti coloro che hanno creduto e credono nell'esistenza storica di una (URSS) o più (Cina, Cuba, ecc.) esperienze di transizione al socialismo, ma anche contro le critiche parziali di quella/e esperienza/e e contro le tendenze attuali che buttano il bambino (la rivoluzione comunista) con l'acqua sporca (l'esperienza del capitalismo di stato in URSS), abbiamo fatto più o meno aperto riferimento all'impostazione marxista del processo rivoluzionario e della transizione, ma riteniamo utile concludere l'articolo, ripercorrendo esplicitamente, anche se sinteticamente, i passaggi in Marx dell'insieme del percorso rivoluzionario (30).

Sul problema del carattere della rivoluzione e del tipo di stato che le necessita, Marx, dal 1844 fino alla morte, conserva una sostanziale unità di vedute. Per lui la rivoluzione proletaria, come tutte le rivoluzioni, ha carattere politico, ma si distingue dalle altre, compresa la più democratica delle rivoluzioni borghesi, per non creare una sfera politica separata dai soggetti sociali attivi, perché la natura del suo programma è immediatamente sociale. Le rivoluzioni borghesi che si danno come compito solo l'emancipazione politica hanno come referente una classe che possiede mezzi di produzione e ha un potere economico nella società ed è esclusa solo dalla decisionalità politica, esclusione a sua volta conseguente a rapporti di produzione superati. La rivoluzione proletaria, invece, ha come protagonista una classe, che è espropriata di tutti i mezzi di produzione, per cui, anche se viene inserita nella cittadinanza, cioè conquista diritti politici, non si emancipa. Una rivoluzione politica (come tutte le rivoluzioni) che sostituisse solo un gruppo dirigente borghese con uno (anche di estrazione proletaria) che professasse la piena uguaglianza, non muterebbe in niente il carattere borghese della società, senza un superamento dei rapporti di produzione capitalistici.

Ma esprimiamoci con le parole di Marx nella introduzione a "Per la critica della filosofia del diritto di Hegel":

Su che cosa si fonda una rivoluzione parziale, una rivoluzione soltanto politica? Sul fatto che una parte della società civile si emancipa e perviene al dominio generale, sul fatto che una determinata classe intraprende la emancipazione generale della società partendo dalla propria situazione particolare. Questa classe libera l'intera società, ma soltanto a condizione che l'intera società si trovi nella situazione di questa classe, dunque, ad esempio, possieda denaro e cultura, ovvero possa a suo piacere acquistarli. (31)

E ancora nelle “Glosse critiche in margine all'articolo: Il re di Prussia e la riforma sociale di un prussiano”, Marx scrive:

La rivolta industriale (32) può essere parziale fin che si vuole, essa racchiude in sé un'anima universale; la rivolta politica può essere universale fin che si vuole, essa cela sotto le forme più colossali uno spirito angusto. (33)

Pochi righi più avanti nello stesso testo, quasi a salvaguardare il suo pensiero da interpretazioni anarchiche o peggio socialdemocratiche di sinistra alla Negri, precisa:

Ma se parafrastica o insensata è una rivoluzione sociale con un'anima politica, è invece razionale una rivoluzione politica con un'anima sociale. La rivoluzione in generale - il rovesciamento del potere esistente e la dissoluzione dei vecchi rapporti - è un atto politico. Senza rivoluzione però il socialismo non si può attuare. Esso ha bisogno di questo atto politico, nella misura in cui ha bisogno della distruzione e della dissoluzione. Ma non appena abbia inizio la sua attività organizzativa, non appena emergano il suo proprio fine, la sua anima, allora il socialismo si scrolla di dosso il rivestimento politico. (34)

Già a saper leggere abbiamo nel 1944 la delineazione del carattere necessario della costituzione politica della classe operaia e della necessità della rivoluzione politica, ma contemporaneamente il carattere transitorio di questo passaggio e quello eminentemente sociale del programma comunista. Una risposta preventiva sia a chi sopravvaluta i risultati politici della rivoluzione a scapito delle realizzazioni sociali, sia a chi rifiuta il passaggio politico rivoluzionario.

La posizione viene ulteriormente precisata nel “Manifesto del Partito Comunista” (35), dove Marx e Engels affermano che ogni lotta di classe è lotta politica e quindi la lotta dei proletari per non restare una lotta dispersa e parziale tende a concretizzarsi attraverso l'organizzazione in partito politico, di cui i comunisti sono la più coerente espressione. Questi ultimi hanno come scopo immediato:

Formazione del proletariato in classe, rovesciamento del dominio borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato.

Ma questo potere politico serve al proletariato per strappare alla borghesia tutti i mezzi di produzione e per accentrarli...

nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante.

E poi, impedendo ogni interpretazione in termini di democrazia politica del potere proletario, Marx e Engels precisano che "tutto ciò non può accadere, se non per via di interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione". Ma questo carattere politico e dispotico (che non è sinonimo di totalitario) dello stato dopo la rivoluzione è chiaramente transitorio; infatti, subito dopo l'elencazione delle prime misure del potere proletario, viene detto:

Quando, nel corso dell'evoluzione, le differenze di classe saranno sparite e tutta la produzione sarà concentrata nelle mani degli individui associati, il potere pubblico perderà il carattere politico. (36)

La grande visione dialettica sullo stato di transizione, pur chiara fin dal '44, raggiunge il massimo della sua articolazione, come si sa, dopo l'esperienza della Comune di Parigi, che viene analizzata nell'opuscolo "La guerra civile in Francia" (37). È inutile parafrasare questo testo che, se non direttamente, è conosciuto dai compagni per gli ampi riferimenti che vi ha fatto Lenin in "Stato e rivoluzione". In esso le caratteristiche dello stato operaio, gia definite teoricamente, vengono confermate dall'esperienza pratica e delineate con maggiore chiarezza: il proletariato rivoluzionario crea un diverso tipo di stato, non può utilizzare per i propri fini la macchina dello stato borghese. Niente esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura nel semi-stato proletario! Gli operai armati prendono direttamente nelle mani i compiti legislativi ed esecutivi, senza separazione tra i poteri: le misure prese vanno immediatamente nella direzione dell'"emancipazione economica del lavoro". Marx sostiene che:

senza quest'ultima condizione, la costituzione della Comune sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno. Il dominio politico dei produttori non può coesistere con la perpetuazione del suo asservimento sociale. La Comune doveva dunque servire da leva per svellere le basi economiche su cui riposa l'esistenza delle classi, e quindi del dominio di classe. (38)

Nella prefazione del 1891 a questo testo di Marx, Engels fa un affondo ulteriore contro lo stato:

Però lo Stato non è in realtà che la macchina per l'oppressione di una classe da parte di un'altra, nella repubblica democratica non meno che nella monarchia; nel migliore dei casi è un male che viene lasciato in eredità al proletario riuscito vincitore nella lotta per il dominio di classe, i cui lati peggiori il proletariato non potrà fare a meno di amputare, nella misura del possibile, come fece la Comune, finché una generazione cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale. (39)

Il discorso è chiaro e, se non ci fosse stata una rivoluzione proletaria vittoriosa, quella di Ottobre, varrebbe solo come stimolo alla riflessione e alla lotta di partito insieme contro le posizioni anarchiche, sempre riemergenti, e le posizioni socialdemocratiche; dopo il fallimento di una rivoluzione vinta e tutto il ciarpame statalista che ancora resiste dall'esperienza controrivolu-zionaria stalinista, ma anche di fronte a tutte quelle tendenze che considerano la dittatura del proletariato un intero periodo storico o la identificano con quella del partito comunista, le posizioni di Marx e Engels sullo stato operaio assumono la forza di un bilancio critico ante-litteram di una transizione malintesa, cioè della conservazione di uno stato borghese e di una società con rapporti di produzione capitalistici, spacciati per socialismo o fase di trapasso.

La dittatura del proletariato non è un periodo separato dalle due tappe del comunismo di cui Marx parla ne "La critica al programma di Gotha"; essa è lo strumento politico per realizzare la prima tappa (comunismo inferiore) e creare le condizioni per la seconda (comunismo superiore). Ipotizzare una fase di transizione alla prima tappa, in cui vige un'economia ancora legata alla legge del valore e in cui sopravvive il salariato, come abbiamo visto sostenere anche a dirigenti della sinistra antistalinista, configurerebbe un potere proletario senza ribaltamento dei rapporti di produzione, un potere proletario a base sociale antiproletaria: un assurdo storico.

La prima tappa in tutta l'elaborazione di Marx è dal punto di vista strutturale già matura nella società capitalistica, quindi è programma concreto dopo la presa del potere, ed è attuata dal proletariato, che non inventa nuove leggi economiche, ma, negando, attraverso la distruzione rivoluzionaria dei rapporti di produzione capitalistici, la principale legge di funzionamento del capitalismo, quella del valore, si appropria in forma sociale di tutta la ricchezza prodotta.

La seconda tappa si sviluppa dalla prima, ma è già figlia del superamento delle classi, nasce dal mutamento delle abitudini sociali e culturali ed è attuata dagli individui associati, non più aggregati in classi. È quindi l'attuazione della prima fase che necessita della costrizione, della dittatura, per portare a compimento l'espropriazione degli espropriatori, necessita ancora della politica, cioè dell'amministrazione sugli uomini, anche se lo fa in maniera diversa dai borghesi, perché esplicita il carattere di classe del suo potere e di forza delle sue misure; l'autorità non viene nascosta e mistificata dietro presunte leggi universali, come fa la borghesia, ma espressa direttamente come interessi di classe. È questa senz'altro la differenza fondamentale tra stato operaio e stato borghese: quando è politico, cioè è costretto ancora a occuparsi dell'amministrazione di uomini, è autoritario (naturalmente solo contro la classe borghese), quando è invece sociale, cioè si occupa dell'amministrazione delle cose, non ha bisogno di leggi, ma di decisioni operative per attuare le forme socializzate di produzione e distribuzione. Proprio in questo senso è un semi-stato, non come blaterano i consiliaristi per una qualità intrinseca di potere dal basso, ma perché non ha dello Stato l'aspetto fondamentale, la finzione dell'interesse universale, e ne conserva un unico aspetto, il dominio attraverso la forza di una classe sulla classe avversa, ma giusto il tempo necessario a debellare le sue resistenze.

Naturalmente, quando diciamo che la transizione al comunismo inizia subito dopo la presa del potere, ci riferiamo alla fase di stabilizzazione dello stesso, non alla fase sempre molto probabile di guerra civile e alle lotte politiche e militari contro i partiti che resistono alle prime misure socialiste. La forza del programma di transizione, in cui è racchiuso il segreto della compattezza e della vittoria proletaria, sta nelle misure da intraprendere subito, anche se ovviamente con gradualità, non appena le condizioni politiche, cioè il controllo armato delle resistenze avversarie, saranno realizzate.

Ma quali sono queste misure? Sono state adeguatamente definite da Marx? Tutta l'opera di Marx dal 1944 alla morte è piena di riferimenti precisi al programma di transizione, ricavato sempre per negazione del funzionamento del capitalismo, caratterizzato dal socializzare al massimo grado la produzione, conservando la base limitatissima e creatrice di enormi contraddizioni dell'appropriazione privata dei prodotti. Miriadi di volte Marx, sia nei "Grundrisse" che nel Capitale, dopo aver descritto le conseguenze della legge del valore in termini di sfruttamento, crisi, svalorizzazione, ci dice, in contrapposizione, quello che per necessità avverrebbe in un'economia collettiva o non mercantile o a produzione comune, come la chiama a secondo dei casi.

Tra i tanti passi ne scegliamo due, tratti dal Quaderno I dei "Grundrisse" (40), che ci paiono particolarmente illuminanti ai fini del chiarimento del programma comunista di superamento della legge del valore. Leggiamo Marx con qualche salto, ma invitiamo i lettori a leggerlo per intero:

Sulla base del valore di scambio, il lavoro viene posto come generale solo mediante lo scambio. Su questa base (della produzione comune) esso sarebbe posto come tale prima dello scambio; ossia lo scambio dei prodotti non sarebbe affatto il mezzo che media la partecipazione del singolo alla produzione generale. Una mediazione deve ovviamente aver luogo. Nel primo caso, che prende avvio dalla produzione autonoma dei singoli... la mediazione ha luogo attraverso lo scambio delle merci, il valore di scambio, il denaro, tutte espressioni di un unico e medesimo rapporto. Nel secondo caso il presupposto stesso è mediato; in altri termini viene presupposta una produzione comune, la comunità come fondamento della produzione. Il lavoro del singolo è posto sin da principio come lavoro sociale... Il suo prodotto non è un valore di scambio. Non occorre che il prodotto venga prima commutato in una forma particolare per assumere un carattere generale per il singolo (nota sul denaro). Invece di una divisione del lavoro, che nello scambio di valori di scambio si genera necessariamente, si avrebbe un'organizzazione del lavoro che ha come conseguenza la partecipazione del singolo al consumo comune. Nel primo caso il carattere sociale della produzione viene posto solo post festum, attraverso l'elevazione dei prodotti a valori di scambio e lo scambio di tali valori di scambio. Nel secondo caso il carattere sociale della produzione è presupposto, e la partecipazione al mondo dei prodotti, al consumo, non è mediata dallo scambio di lavori o di prodotti del lavoro indipendenti gli uni dagli altri. Esso è mediato dalle condizioni sociali di produzione entro le quali l'individuo opera. (41)

Non servono commenti a questo passo per mostrare il carattere di bestialità di tutte le tesi, di derivazione staliniana e non, sulla compatibilità della legge del valore, caso mai riveduta e corretta, con il socialismo. Ma pochi righi più avanti Marx chiarifica pure come l'obiettivo fondamentale dell'economia socialista, anzi di ogni economia (e con questa precisazione sbugiarda il carattere economico della "economia" borghese), sia il risparmio di tempo e non la "valorizzazione" del tempo di lavoro. Marx afferma (e qui trascriviamo senza salti):

Presupposta la produzione comune, rimane naturalmente essenziale la determinazione del tempo. Meno è il tempo che occorre alla società per produrre grano, bestiame,ecc., e tanto più tempo essa guadagna per altra produzione, materiale o spirituale. Come per il singolo individuo, anche per la società l'universalità del suo sviluppo, del suo godimento e della sua attività dipende dal risparmio di tempo. Economia di tempo, in questo si risolve in ultima istanza ogni economia. La società deve ripartire razionalmente il suo tempo per pervenire a una produzione adeguata ai suoi bisogni complessivi, proprio come il singolo deve ripartire giustamente il suo tempo per acquisire le cognizioni necessarie e per far fronte alle diverse esigenze della sua attività. Economia di tempo e ripartizione pianificata del tempo di lavoro nei differenti rami di produzione, rimane quindi la suprema legge economica sulla base della produzione comune. (42)

Il programma di transizione in poche battute ci viene delineato in maniera forte e non lascia dubbi sul carattere non mercantile e non salariale della società comunista e del suo obiettivo fondamentale, la riduzione al minimo necessario del tempo di lavoro.

Lo stesso programma viene ribadito nell'opuscolo conosciuto col nome di "Critica al programma di Gotha" (43), scritto da Marx sotto la forma di glosse al programma del partito operaio tedesco in occasione del congresso di unificazione della socialdemocrazia tedesca, tenutosi nel maggio del 1875. Qui la critica viene sviluppata su punti decisivi del programma approntato per quel congresso, che risentiva ancora fortemente di una linea lasalliana, mostrando la difficoltà per i comunisti di allora, come d'altra parte per tanti comunisti presunti di oggi, di liberarsi definitivamente di incrostazioni democraticiste e riformiste. Lo scritto corregge errori che vanno dalla definizione del lavoro come fonte di ogni ricchezza all'analisi delle classi sfruttatrici, dalla concezione del socialismo come equa distribuzione del reddito alla liberazione della classe operaia nell'ambito dello stato nazionale, dall'obbiettivo dello stato libero e della legge bronzea del salario alla richiesta di cooperative di produzione con l'assistenza dello stato.

Ma il punto che a noi interessa analizzare qui, poiché è stato il più travisato ed è strettamente connesso al nostro assunto, è quello che distingue le due fasi del comunismo.

Marx a un certo punto, a proposito della prima fase dichiara:

Domina qui lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di cose di valore uguale. (44)

Ed ecco scatenarsi tutte le interpretazioni opportuniste: vedete, è Marx stesso che parla di sopravvivenza della legge del valore! Solo che, ci dispiace per quelli (pochi) in buona fede, perché non sanno leggere; tutta la parte che precede questo passo ribadisce, in polemica con la rivendicazione del reddito integrale da lavoro, tutto il sistema di pianificazione e distribuzione della prima fase del socialismo. Non solo niente reddito integrale, in quanto prima della distribuzione individuale del prodotto vanno fatte le detrazioni innanzitutto per il fondo sociale di riserva e per la ricostituzione e lo sviluppo dei fattori della produzione, secondo per la soddisfazione dei bisogni collettivi, infine per l'assistenza agli inabili al lavoro, ma niente reddito, in quanto:

all'interno della società collettivista, fondata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro trasformato in prodotti appare qui come valore di questi prodotti, come una proprietà oggettiva da essi posseduta, poiché ora, in contrapposto alla società capitalistica, i lavori individuali non esistono più come parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto. (45)

Pari pari gli stessi concetti del passo citato prima dai "Grundisse". Non solo, ma poco prima del passo male interpretato, viene descritto l'uso dello scontrino, corrispondente alla ore di lavoro svolte da ciascuno, che permetterebbe una distribuzione, dopo le detrazioni sociali previste, equivalente a quanto ciascuno ha dato in termini di lavoro alla produzione complessiva:

La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un'altra. (46)

È qui che arriva il passo strumentalizzato; Marx non dice che con questo sistema di distribuzione domina ancora la legge del valore di scambio delle merci, ma che vi "domina lo stesso principio", ma, per non lasciare ambiguità, subito dopo aggiunge:

Contenuto e forma sono mutati, perché, cambiate le circostanze, nessuno può dare niente all'infuori del suo lavoro, e perché d'altra parte niente può passare in proprietà del singolo all'infuori dei mezzi di consumo individuali. (47)

Ecco spiegato l'equivoco: non c'è, nella prima fase del socialismo, la conservazione di un residuo dell'economia borghese, ma di un residuo del diritto borghese, come esplicitamente lo chiama, pochi righi sotto, Marx.

Quindi nella prima fase del comunismo non vige più la legge del valore, non esistendo più il mercato (cioè il processo indiretto di derivazione del lavoro individuale da quello sociale) né della forza lavoro, né delle merci e essendo scomparsa la intermediazione monetaria. Non esiste più, quindi, né un compratore di forza lavoro (nemmeno lo stato) che valorizza il capitale (nella forma D-M-D') né un venditore di forza lavoro, un salariato, che vende questa sua unica merce per denaro (ovverosia per l'equivalente del valore della forza lavoro, cioè della sua riproduzione) per comprare le merci per la sua sopravvivenza (secondo la forma M-D-M).

Continua a esistere, invece, nella sola distribuzione, un residuo giuridico della vecchia società, poiché non si tiene ancora conto delle differenze individuali tra i lavoratori, quindi si realizza un diritto uguale, come quello borghese (48), e ciò significa conservare una ripartizione del prodotto, basata ancora sul considerare l'individuo prevalentemente come produttore, il che è assai limitativo, rispetto all'onnilateralità dell'individuo nel comunismo maturo. Ma si badi bene: questo diritto "borghese" all'uguaglianza verrebbe per la prima volta realizzato solo nel socialismo, in quanto esso nella società borghese è un diritto puramente formale dei cittadini di fronte alla legge, necessario proprio a coprire le disuguaglianze di fatto, e prevede, almeno a parole, anche nelle correnti più di "sinistra" della borghesia, la possibilità di una distribuzione più equa, solo a condizione che si conservino i rapporti di produzione capitalistici. Nella società borghese l'uguaglianza dei diritti non è altro che un obiettivo mai realizzabile e una mistificazione; nella prima fase della società socialista invece rappresenta una realtà, che ha come limite la conservazione di consuetudini ancora legate al senso del lavoro come necessità (anche se per un minimo di ore), alla divisione tecnica del lavoro e alla ormai deleteria separazione tra lavoro manuale e intellettuale, caratteristiche delle vecchie società. In realtà, nel comunismo inferiore, viene sì imposto il lavoro a tutti, ma non la stessa quantità e qualità di lavoro (quindi nemmeno viene assegnata la stessa quantità di valori d'uso), valorizzando invece le doti naturali e le attitudini dell'individuo, riconoscendole come valore sociale; enorme progresso rispetto a una società, come la capitalistica, che schiaccia le capacità delle persone in nome dei privilegi di classe, ma certo ancora assai limitato, se paragonato alla valorizzazione delle differenze tra gli individui, anche di quelle che nelle vecchie società apparivano debolezze, come contributo creativo dell'uomo all'altro uomo (49) e di ognuno alla collettività, libera finalmente dal mondo della necessità, cioè a ciò che caratterizza il comunismo maturo.

Il programma di transizione delineato da Marx è oggi ancora più attuale che 150 anni fa e la realtà contemporanea, con tutte le contraddizioni previste da Marx venute a piena maturazione e con delle forze produttive possenti che trovano il loro limite solo nella sopravvivenza fuori tempo massimo del capitalismo, lo rende ancora più vero e praticabile. Noi lo rivendichiamo non in nome del diritto all'utopia, ma come il programma concreto su cui costruire il Partito Comunista internazionalista e attorno a cui mobilitare sempre più strati del proletariato, smossi dalla crisi, e le nuove generazione di rivoluzionari.

Contro i teorici di una rivoluzione senza transizione o di una transizione senza rivoluzione, rivendichiamo integralmente il programma politico ed economico di transizione di Marx come il Programma della Rivoluzione Comunista mondiale.

Giovanni Leone

(30) Pur ritenendo più attuali oggi che ieri le elaborazioni di Marx sia sullo stato che sull'economia di transizione, siamo coscienti che ciò non ci esime dall'approfondire le forme concretamente possibili oggi di tali tappe, alla luce delle novità della lotta di classe nel quadro della maggiore integrazione del sistema nelle varie aree e a livello mondiale, e specialmente delle nuove difficoltà rivoluzionarie, posteci dalla sopravvivenza ormai fuori tempo del sistema di produzione e di potere del capitale, ma anche delle maggiori potenzialità comuniste, legate ai potenti mezzi attuali di produzione e alle enormi risorse della tecnologia applicata a tutti i campi.

(31) Cit. da K. Marx, La questione ebraica, Editori Riuniti, Roma, 1987, pag. 43.

(32) Industriale sta per operaia

(33) Ibidem, pag. 89

(34) Ibidem, pag. 90.

(35) K. Marx, Manifesto del partito comunista, Opere complete, volume VI, Editori Riuniti, Roma, 1973.

(36) Ibidem, cit. pag. 498, 505, 506.

(37) K. Marx, La guerra civile in Francia, Newton Compton, Roma, 1973.

(38) Ibidem, pag. 117. Grassetto nostro.

(39) Ibidem, pag. 68. Grassetto nostro.

(40) K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell'economia politica ("Grundrisse"), Einaudi, Torino, 1976.

(41) Ibidem, pag. 105.

(42) Ibidem, pag. 106.

(43) K. Marx, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma, 1976.

(44) Ibidem, pag. 30.

(45) Ibidem, pag. 29.

(46) Ibidem, pag. 30.

(47) Ibidem, pag. 30.

(48) In realtà l'esistenza stessa del diritto qualifica la società borghese; quest'ultima è l'ultima società divisa in classi, perciò l'ultima che ha bisogno del diritto, ma ciò non esclude che persistano norme giuridiche durante la fase di transizione, quando ancora esiste il proletariato che governa, quindi un dominio politico, e non si è ancora formata una società che amministra il suo rapporto con la natura senza bisogno di leggi e di governi, che è la prospettiva del comunismo maturo.

(49) Parliamo chiaramente di rapporto tra uomo e uomo nel senso di relazione tra individui, perciò non aggiungiamo il riferimento alla donna, ma approfittiamo per ricordare, citando Marx dai "Manoscritti economico-filosofici del 1844", che "il rapporto del maschio con la femmina è il più naturale dei rapporti che abbiano luogo tra uomo e uomo" e tale rapporto è la spia del "grado di civiltà cui l'uomo è giunto". Cit. dall'edizione Einaudi 1975, pag. 110.

Prometeo

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