Il proletariato argentino tra le trappole del riformismo

Introduzione

Le lezioni presidenziali in Argentina, conclusesi in modo grottesco il 18 maggio scorso, ci offrono lo spunto per ritornare su quello che altrove abbiamo definito "una delle più grandi esperienze del proletariato mondiale degli ultimi decenni" (1).

Infatti, da trent'anni a questa parte, sono rari gli episodi in cui la classe ha intrapreso una lotta di massa contro il padronato e, ancor più, contro le stesse istituzioni statali borghesi, arrivando, se non a minacciarle concretamente, quanto meno a scombussolarne il normale funzionamento.

Un parlamento assaltato, tre presidenti e tre governi che si avvicendano nel giro di pochi giorni non sono, in tutta evidenza, uno spettacolo abituale neanche per l'America Latina, dove il cambiamento rapido di governi o di regimi è sempre avvenuto per iniziativa delle classi dominanti e dei militari, con il preventivo assenso (se non ispirazione) del "Grande Fratello" statunitense. In Argentina, invece, tutto questo è successo sotto l'incalzare, anzi, l'esplosione della "piazza", dei disoccupati di lunga durata, dei giovani proletari delle grandi periferie di Buenos Aires e delle altre città, ma anche di tanta piccola borghesia - letteralmente messa a terra dal tracollo economico - che, picchiando sulle pentole portate nei cortei (cacerolazos), ha sostenuto il proletariato contro la polizia, la sua violenza, il suo piombo assassino.

Riflettere su quanto è avvenuto nell'ultimo anno e mezzo, abbozzare un sintetico bilancio sull'operato di un settore del proletariato mondiale, è allora di fondamentale importanza, tanto più che la struttura sociale dell'Argentina, come abbiamo spesso rilevato, è molto simile a quella della metropoli imperialista; non per niente, fino a qualche tempo fa gli argentini erano chiamati i "gringos del sud", proprio perché per reddito e composizione sociale si differenziavano abbastanza nettamente dal resto della popolazione latinoamericana. Ora, il reddito è precipitato (2), tranne che per un'esigua minoranza, formata dai rappresentanti del grande capitale "nazionale" e dalle bande di politicanti e sindacalisti orbitanti attorno ad essi, vere e proprie sanguisughe della ricchezza nazionale, cioè delle fatiche operaie e dei risparmi della piccola borghesia. Privata della sicurezza economica, quindi della sua identità e del suo prestigio sociali, gettata nella stessa insicurezza e precarietà in cui si dibatte "normalmente" il proletariato, questa mezza classe, eterno pendolo oscillante tra i poli estremi della società, è venuta meno al suo tradizionale ruolo di filtro e di argine contro le spinte sovversive dell'ordine borghese della classe operaia. Insomma, nelle giornate del dicembre 2001 non si è prestata a costituire un consenso di massa alla reazione, come fece nel 1976 quando appoggiò (o non si oppose) il colpo di stato dei generali sanguinari benedetti da Washington. Ci si è trovati di fronte, dunque, a una delle condizioni che caratterizzano una situazione rivoluzionaria o pre-rivoluzionaria: un proletariato ribollente di rabbia per la disastrosa situazione in cui è stato precipitato e determinato alla lotta contro lo stato, che si trascina le mezze classi invece di trovarsele nemiche.

Ma tutto questo, pur se assolutamente necessario, non è sufficiente se manca l'altro termine dialettico ossia il partito rivoluzionario, nel quale si riconosca la maggioranza della classe o, almeno, dei suoi settori più combattivi e politicamente influenti.

Prendere il quartiere o prendere il potere?

Da quanto ci pare di capire, però, in Argentina, non solo sembra imporsi una fase di stanca o, addirittura, di vero e proprio riflusso del movimento di lotta, ma da questo finora non sono emersi gruppi o singoli che abbiano cercato di indirizzare le energie sprigionate dalla rivolta del 2001 sul percorso che porta alla rivoluzione. D'altra parte, è pur vero che una strategia e un'organizzazione rivoluzionarie non si possono improvvisare dall'oggi al domani, soprattutto se a occupare la scena politica si trovano correnti politiche che, pur essendo molto attive (o dirigenti) tra i settori più radicali del proletariato argentino, per la loro impostazione teorica, per gli obiettivi strategici che indicano - o non indicano... - alla classe, non possono costituire una valida alternativa al sistema, ma solo la sua perpetuazione sotto altre forme. Ci stiamo riferendo al trotskismo in tutte le sue varianti e ai discepoli di Antonio Negri, della sua teoria dell'Impero e delle Moltitudini, che pare riescano a influenzare alcune tra le associazioni piquetere più determinate e radicali: il MTD (Movimento Lavoratori Disoccupati) Anìbal Veròn. Prima di proseguire, è utile chiarire che nel A. Veròn così come in altre associazioni di piqueteros, per es. il BNP (Blocco Nazionale Piquetero), non esiste omogeneità politica assoluta, avendo tutte una struttura federativa, anche se è vero che si riconoscono in alcune discriminanti politiche di fondo.

A questo proposito, il Colectivo Situaciones, discepoli "negriani" di Buenos Aires, ha pubblicato un libro sull'esperienza piquetera che è stato recentemente tradotto in italiano (3). La sua lettura, per altro molto indigesta, è un manuale degli errori metodologici che da sempre hanno caratterizzato l'operaismo italiano prima, l'Autonomia Operaia poi, fino alla recente "scoperta" della "moltitudine", cioè della negazione delle classi e della lotta di classe in quanto motore della storia. Se nella valutazione di come va il mondo ci si facesse guidare dall'emotività, verrebbe quasi da stupirsi del fatto che una teoria come quella di Negri - e dell'Autonomia in genere - che ha ricevuto smentite così sonore dalla storia (tanto che non uno dei suoi presupposti ha superato l'esame della realtà), trovi ancora chi l'ascolta e si faccia ispirare da essa. E tuttavia, non è insolito che il riformismo, specie nelle sue versioni apparentemente più radicali, continui a riscuotere consensi anche tra quegli strati sociali che, come i piqueteros del MTD di Solano (a sud di Buenos Aires), appartenente al MTD A. Veròn, meno avrebbero da spartire con la piccola borghesia e i suoi teorici che importano nella classe operaia la loro visione ideologica del mondo e, allo stesso tempo, esaltano proprio i limiti del movimento di lotta. La storia non è nuova: è la stessa che va dai piccoli borghesi declassati di fine Ottocento, che conquistarono all'anarchismo settori di classe operaia e generose figure di militanti operai, alla piccola borghesia dei "gruppi" extraparlamentari, che, nell'Italia a cavallo tra gli anni '60 e '70 del secolo scorso, riuscirono a egemonizzare per qualche tempo - e a rovinare politicamente per sempre - combattive avanguardie di fabbrica.

Quali sono questi limiti? L'immediatismo, lo spontaneismo, radicale, certo, ma che spesso e volentieri restringe l'orizzonte della propria azione dentro la fabbrica o il quartiere, che non si pone, dunque, il problema del potere, perché, riprendendo il vecchio idealismo anarchico, ogni potere viene visto come intrinsecamente negativo, staccato e contrapposto alla classe stessa:

la potenza del “no” è radicata nel rifiuto di divenire potere statale. (4)

Questo, secondo il "Situaciones" è il maggior elemento di forza del movimento piquetero e del movimento di lotta in generale, che avrebbe toccato il punto più alto (o comunque avrebbe caratterizzato per sempre se stesso) nelle giornate ribelli del 19 e 20 dicembre 2001, proprio, se le parole continuano ad avere un senso, nel rifiuto di abbattere lo stato. Lasciando alla borghesia la sua arma fondamentale, lo stato, col suo apparato militare, poliziesco, giudiziario ecc., il proletariato avrebbe dimostrato tutta la sua astuzia politica, la sua maturità nel non farsi abbagliare dalla seduzione del potere, la sua capacità di sottrarsi al ricatto del potere. Chi ha una certa dimestichezza con le deliranti teorie negriane degli anni settanta, tutto questo non può sorprenderlo, perché è pari pari la trasposizione dei vecchi sproloqui sulla "potenza costituente" dell'operaio massa in terra argentina.

In poche parole, secondo la scuola operaista, l'operaio massa, con le sue lotte spontanee per il salario, contro i ritmi, con l'assenteismo e il sabotaggio, avrebbe messo in crisi il capitale, costringendolo in tal modo a imboccare la via della ristrutturazione radicale dell'organizzazione del lavoro. Prestiamoci al gioco e ammettiamo che la crisi in cui si dibatte il sistema capitalistico mondiale sia stata causata dal "rifiuto del lavoro", espressione spontanea e sovente spoliticizzata, quindi genuina, del mitico operaio massa; se così fosse (ma non lo è!) vorrebbe dire che questa figura operaia sarebbe stata uno dei più ingenui, per non dire peggio, soggetti sociali mai apparsi sulla scena della storia, una specie di grosso bestione capace di provocare la crisi del suo nemico di classe, ma... esclusivamente a proprio danno.

Infatti, lasciando intatti - nessuno escluso - i meccanismi del potere borghese, questi ha proceduto - e ancora sta procedendo - a uno dei più sconvolgenti attacchi al proletariato che si ricordino. Teorizzare apertamente il suicidio politico-sociale e spacciarlo per il suo contrario, è non solo insensato, ma politicamente criminale, soprattutto se tali teorie animano settori radicali di proletariato come, appunto, il MTD di Solano. Che nel dicembre di due anni fa la rivolta non si sia trasformata in rivoluzione era, per così dire, quasi scontato, visto il quadro generale in cui si è svolta (in primo luogo, l'assenza di un partito rivoluzionario); ma un conto è prendere atto, cioè analizzare i vari attori in campo nei loro reciproci rapporti di forza, un altro è, come si diceva, esaltarne le debolezze e su di esse costruire la propria strategia politica. E in che cosa consiste questa strategia?

Non si tratta più di attaccare frontalmente il potere, ma di svuotarlo. Lo scontro punta a neutralizzare e disperdere le forze repressive. Da qui l'importanza di non affrontarle con un'organizzazione centralizzata. (5)

Ora, se c'è un aspetto particolarmente irritante per il tono supponente con cui si "argomenta" - riscontrabile spesso nel libro e in genere nella pubblicistica "autonoma" - è la pretesa di enunciare strabilianti novità teoriche, di presentare un modo di agire mai visto prima nella storia del movimento operaio. La spocchia con cui vengono enunciate tali "novità" è pari solo alla loro infondatezza, dato che quelle strategie sono vecchie quanto il movimento operaio medesimo. Per essere più precisi, si collocano interamente sul terreno della Seconda Internazionale, che pensava di giungere a un "altro mondo possibile" per via evolutiva, senza compiere il salto rivoluzionario, svuotando a poco a poco dall'interno la società borghese attraverso la conquista di spazi sempre più ampi di "contropotere": i sindacati, la Camere del Lavoro, le varie forme di associazionismo operaio, le elezioni, ecc. Diffuse prima a pelle di leopardo, tali "zone liberate" si sarebbero alla fine congiunte e il capitalismo sarebbe caduto da solo, come una pera matura; in sostanza, la socialdemocrazia di allora e la neo-socialdemocrazia di oggi riteneva e ritiene possibile - nonostante le esperienze storiche catastrofiche - ripercorrere lo stesso cammino compiuto dalla borghesia all'interno del sistema feudale.

A parte il fatto, per niente secondario, che comunque sono state necessarie almeno due rivoluzioni per spianare la strada al modo di produzione capitalistico, esso ha potuto crescere e svilupparsi tra gli interstizi del modo di produzione feudale perché il borghese, come il signore, vive della fatica altrui, si appropria di una quota di lavoro non pagato. Nelle sue linee generali, che si tratti di prestazioni obbligatorie gratuite, estorte con la spada e il timore di dio, o di plusvalore, estorto nello scambio tra capitale forza-lavoro, sempre di pluslavoro si tratta. Il modo di produzione feudale e quello capitalistico, pur se alla lunga incompatibili, sono sistemi sociali ugualmente fondati sullo sfruttamento e l'oppressione; non solo, ma il capitalismo è nato e si è sviluppato proprio dalle necessità del feudalesimo, dalle sue contraddizioni ha tratto forza e vigore, fino a quando ha dovuto sbarazzarsene, pena il soffocamento.

Al contrario, un sistema che vuole fondarsi su rapporti umani completamente privi di ogni forma di sfruttamento, non può convivere, se non in via transitoria, cioè eccezionale (6) con un sistema sociale mortalmente antagonistico, al quale, per di più, non si pensa nemmeno di strappare dalle mani gli strumenti materiali e "immateriali" del dominio. La fine ingloriosa della "potenza costituente" della fittissima rete associazionistica dei partiti della Seconda Internazionale (spazzate via dalla loro viltà di fronte al fascismo o da essi apertamente integrati alla società borghese), la scomparsa meno rumorosa ma altrettanto inappellabile degli "spazi di contropotere", del "potere operaio in fabbrica" degli anni settanta, dovrebbero aver insegnato qualcosa agli epigoni argentini dell'Aut. Op.

Così come, e prima di tutto, dovrebbero aver imparato che se non è stato possibile - né lo sarà mai - realizzare il socialismo in un solo paese, a maggior ragione è impossibile realizzare il socialismo (o il contropotere) in un quartiere solo. Ancora una volta, dunque, si sbatte contro questo scoglio, insuperabile da tutti coloro che, in varie forme e modi, sono eredi politici della controrivoluzione staliniana e della socialdemocrazia storica, vale a dire la corretta valutazione di ciò che successe in Russia tra il 1917 e il 1927. Proprio perché non hanno mai capito fino in fondo - e quindi digerito - la tragedia immane dello stalinismo (nonché della socialdemocrazia), sono destinati, come criceti in gabbia, a ripercorrere sempre le stesse identiche strade (metodologicamente parlando).

Le esperienze di contropotere dovranno per molti anni convivere con uno Stato che conserva capacità repressive e di cooptazione. Assistiamo alla formazione di uno scenario in cui coesistono uno stato neoliberista che si va frantumando, una rete mafiosa consolidata che controlla l'apparato dello Stato e parte dei mezzi di comunicazione e un contropotere crescente ma al contempo precario. (7)

Tralasciando le grossolane superficialità riguardanti lo stato contenute in questa affermazione, sorvolando anche sul fatto che poco prima si dice altrettanto superficialmente, ma anche contraddittoriamente, che lo...

Stato non svolge più alcune delle funzioni classiche, come ad esempio detenere il monopolio legittimo della violenza e della moneta...

tutto ciò ricorda da vicino, sebbene a una scala teorica molto più bassa, il dibattito sviluppatosi nel partito comunista russo durante la seconda metà degli anni 1920. In particolare, Bucharin riteneva possibile la convivenza per lunghi decenni di una sovrastruttura - lo stato - qualificata come proletaria, con una struttura - i rapporti economico-sociali - dominata dalle leggi del mercato, ma tenuta al guinzaglio dal potere "socialista". Nel frattempo, il proletariato russo si sarebbe ripreso e rinvigorito, così da essere in grado di dare il suo contributo quando la rivoluzione in Occidente avrebbe finalmente liberato la repubblica dei soviet dall'accerchiamento capitalista. Le cose, si sa, sono andate in senso diametralmente opposto e, com'era ovvio che fosse, nel giro di pochissimi anni le leggi silenziose del mercato e l'isolamento internazionale hanno svuotato anche quel poco che era rimasto dell'Ottobre rivoluzionario, conservando di esso nient'altro che il guscio esterno, dentro il quale si è sviluppato uno dei più spietati modi di essere del capitale. Il Colectivo Situaciones, invece, ritiene possibile non solo la crescita e l'estensione del "contropotere" in presenza di uno o (se volessimo assecondarlo) più apparati statali borghesi, ma addirittura lo sviluppo di rapporti sociali antagonisti al capitalismo:

forme di produzione di vita alternative, che vanno tessendo circuiti paralleli di produzione, circolazione e consumo di oggetti e saperi e che costituiscono un saggio permanente di soluzione quotidiana e concreta della riproduzione. (8)

A cosa si riferisce? A quelle pratiche dettate dalla necessità di sopravvivenza che hanno preso piede un po' in tutta l'Argentina. Mense e forni popolari, occupazioni di case e di terreni trasformati in orti collettivi, mercatini dell'usato in cui non si va a cercare il "pezzo" raro o curioso, ma si scambiano i più svariati oggetti (o prestazioni: per es. il parrucchiere) di uso quotidiano; è il baratto allo stato puro, nato dalla miseria generalizzata e dalla scomparsa del denaro dalle tasche proletarie, ma anche piccolo borghesi. Ora, finché queste relazioni umane sono valutate per quelle che sono, cioè misure d'emergenza in una situazione economica disperata, si può, anzi si deve sottolineare come tali esperienze stimolino e sviluppino un forte senso di solidarietà, di fraternità, di generosità fra i proletari e, in genere, fra tutti coloro che sono stati gettati nella miseria, perché il venir meno delle abituali condizioni di esistenza (la "certezza" di un lavoro, di una casa, del nutrimento, ecc.) fa vacillare e sconvolge il dominio dell'ideologia borghese sulle masse. Così, se da una parte l'individualismo, la lotta di tutti contro tutti, fondamento ideologico (perché materiale) della borghesia vengono interpretati a livello elementare dalla diffusione della criminalità "popolare", ancor di più, però, compaiono e si estendono quei rapporti umani che istintivamente tendono a superare l'orizzonte "culturale" borghese (egoismo, sete di guadagno, sopraffazione).

Non per rimpiangere il "buon tempo andato", ma finché il denaro non era penetrato fin nei pori della vita proletaria, in pratica, finché il "pensiero-merce" non aveva inglobato ogni aspetto delle relazioni tra gli uomini (9), il proletariato era "culturalmente" immune (in parte) dagli influssi ideologici borghesi. In un certo qual modo, è corretto sostenere che esisteva - senza mitizzarla! - un "comunità proletaria", la quale esprimeva "istituzioni" (cooperative, Leghe, Case del Popolo, ecc.) che prolungavano o cercavano di allargare forme di vita contrapposte a quelle borghesi, ma, a lungo andare, queste "istituzioni" sono diventate il cavallo di Troia della borghesia dentro la classe operaia. A costo di ripetere quanto abbiamo detto più indietro, fino a quando i rapporti di produzione (e quindi di distribuzione) dominanti rimangono quelli capitalistici, e fino a quando il guardiano supremo della classe dominante, lo stato, rimane sostanzialmente intatto, è fatale che quelle esperienze vengano spazzate via con il ricorso alla violenza aperta o progressivamente assorbite nei generali rapporti sociali borghesi.

Per esempio, le cooperative di produzione e consumo, gli spacci proletari cercavano di realizzare, al più, il principio del "giusto salario" e del "prezzo equo", eliminando la figura giuridica del padrone e del bottegaio, ma non eliminavano affatto il denaro, il salario, il profitto e la merce. Le cooperative producevano e producono sempre e soltanto merci, che, come tali, non sono tanto semplici oggetti che soddisfano un bisogno, quanto strumenti della valorizzazione del capitale. La merce è tale perché contiene il plusvalore, una parte di lavoro non pagato, sfruttato, e poco conta che il plusvalore vada a profitto di un padrone, di una burocrazia manageriale (il capitalismo di stato) o venga in piccola parte ridistribuito tra gli stessi lavoratori, che, per stare sul mercato, hanno dovuto adeguarsi alle sue regole, cioè diventare sfruttatori di se stessi. Certamente, lo spirito e le intenzioni dei manager delle moderne cooperative "rosse" (veri e propri giganti economico-finanziari) sono molto diverse da quelle che animavano i pionieristici cooperatori di cento e passa anni fa, perché costoro credevano sinceramente di cominciare a porre i primi mattoni di una società migliore.

Era un'illusione, ma la stessa illusione che troviamo - con l'aggravante di essere riproposta a tempo abbondantemente scaduto - nelle teorizzazioni del Colectivo Situaciones quando afferma, con la solita insopportabile sicumera, che l'arrangiarsi quotidiano (una specie di "comunismo di guerra" argentino, ma senza la rivoluzione: almeno in Russia era stata fatta...) sarebbe la realizzazione di...

pratiche alternative di relazione con il denaro, gli oggetti e le istanze di produzione, circolazione e consumo. Il baratto rompe la distribuzione normalizzata imposta dal mercato e scommette così sulla creazione di rapporti non puramente commerciali. (10)

Se nella concezione evolutiva della presa o, meglio, non presa del potere abbracciata dal "Situaciones" rispunta il padre storico del riformismo secondinternazionalista, vale a dire Eduard Bernstein, con l'idealizzazione del baratto, con l'invenzione fantasmagorica di un denaro "diverso" ed "equo" si va ancor più indietro, a quel Proudhon che ha teorizzato lo sgomento della piccola borghesia di un secolo e mezzo fa di fronte all'avanzare del capitalismo, consegnando alla piccola borghesia di sempre gli ingredienti per cucinare il suo mondo ideale: piccoli produttori, piccoli bottegai, mercato equo e solidale, denaro "giusto" e, perché no?, anche etico (11). In effetti, l'etica, la morale sono ciò che chiude il cerchio del riformismo; non a caso, il volontarismo etico di matrice kantiana costituiva un tassello importante dell'ideologia riformista della Seconda Internazionale. Se non si arriva a comprendere, quando non a negare apertamente, quelli che sono gli elementi costitutivi materiali, il modo di essere del capitalismo, è ovvio che alla fine non si possa fare altro che appellarsi alla morale, alla buona volontà dei singoli per sbrogliare una matassa di cui non si riesce a trovare il capo. La speculazione finanziaria ha assunto proporzioni mostruose? Applichiamo (chi, come, in che modo?) un'imposta sulle transazioni speculative dei capitali. La distribuzione è nelle mani di poche gigantesche multinazionali? Creiamo tante piccole botteghe animate da pie intenzioni eque e solidali. Il capitalismo sparge disoccupazione e precarietà a piene mani? Che c'importa del capitalismo: diventiamo tutti piccoli imprenditori, tutti "prosumatori (cioè, produttori e consumatori allo stesso tempo, secondo il "Situaciones") e andiamo per la nostra strada:

Quel che è emerso è la possibilità di realizzare un movimento etico, di determinare un passaggio: dal subire gli imperativi di un tempo e di uno spazio alla capacità di ricrearli. Dal senso di oppressione per una quotidianità alienante alla possibilità di organizzare diversamente il suo trascorrere. (12)

Gli occhiali con cui il riformismo guarda il mondo sono così deformanti che esso arriva persino a negare l'evidenza:

Chiaramente tutto questo [la situazione in Argentina - ndr] non convalida la tesi di un'ipotetica “decomposizione” del regime capitalistico. Quest'ultimo è esistito in forme diverse e, al contrario di quel che pensano molti “anticapitalisti”, la sua scomparsa non si produrrà come conseguenza di una delle sue “crisi cicliche”. (13)

Ora, contrariamente a quel che pensa il "Situaciones" e, come lui, molti di quell'ambiente politico che poco conosce (vuol conoscere) e meno capisce delle posizioni degli "anticapitalisti", noi, che tali ci riteniamo, non abbiamo mai pensato che di per sé la crisi del capitalismo, anche la più brutale, sia condizione sufficiente della sua scomparsa. Solo una conoscenza molto approssimativa e altrettanto superficiale del marxismo può esprimere una simile posizione. Come si diceva nell'introduzione, la crisi da sola non basta, se non c'è un partito rivoluzionario radicato nella classe che sappia convogliare la rabbia, l'odio, la determinazione alla lotta contro la borghesia sui giusti binari.

Tuttavia, è la crisi e solo la crisi (o una guerra, che di quella è figlia) che scuote la società dalle fondamenta, che desta milioni di persone dal sonno profondo causato dal dominio incontrastato dell'ideologia borghese. Solo allora, "utopisti" e "sognatori", i loro programmi politici, possono trovare ascolto tra le masse, che, sotto la sferza del peggioramento delle condizioni di vita, stanno già spontaneamente e istintivamente mettendo in discussione l'ordine sociale costituito. Da dove sono usciti i piqueteros, i partecipanti alle Asambleas Populares, ai comitati di lotta Barrios de Pie [Quartieri in piedi, in lotta, n.d.r.], gli operai e le operaie che hanno occupato le fabbriche? Che cosa ha spinto il compassato professionista, lo scrupoloso funzionario statale a scendere in piazza percuotendo pentole e casseruole? Perché l'operaio che fino alla metà degli anni novanta aveva votato un personaggio come Menem, al cui confronto persino Berlusconi rischia di apparire una candida verginella, ha dato vita all'esperienza piquetera? È stato un impulso etico o la disoccupazione dilagante? Uno slancio morale o la catastrofica svalutazione e il "corallito" (14) che hanno messo in braghe di tela anche la classe media? Ma disoccupazione, svalutazione, miseria dilagante, da cosa sono stati partoriti se non da una crisi - capitalista! - devastante?

Il "Negri-pensiero" e le sue propaggini argentine eludono disinvoltamente questa domanda, così come altrettanto disinvoltamente ritengono che basti ignorare un problema perché questo scompaia o si risolva da sé. Parafrasando uno degli scritti meno felici di Lenin (L'Estremismo), siamo di fronte al tipico infantilismo dell'estremismo riformista, che possiamo ritrovare in tutta la sua "purezza" nell'apologia del MTD di Solano, il quale, secondo il "Situaciones":

lavora da una prospettiva situazionale che gli consente di sottrarsi ai tempi e agli obblighi di una visione generalizzata e si fa parte di una sovranità esperienziale concreta. Proprio per questo riesce a sottrarsi ai dilemmi della soggettività classica, quali riforma o rivoluzione. (15)

A parte il fatto che per comprendere il senso di frasi così contorte bisogna aver frequentato preventivamente un corso di "lingua negriana" e solo dopo si potrà capire che il "Situaciones" evita come la peste qualsiasi prospettiva complessiva di lotta anticapitalista e ritiene valido solo l'atto limitato, di corto respiro, quello che il riformismo spaccia per concreto, a parte questo, si diceva, ritenersi al di sopra del classico dilemma "riforma o rivoluzione", è tanto puerile quanto falso. A parziale scusante di questo infantile tentativo di aggirare ciò che non può essere aggirato, c'è da ricordare che il Colectivo Situaciones è un erede diretto di quella "Nuova Sinistra" degli anni 1960 che di rivoluzione proletaria aveva capito veramente poco. Quando parla di rivoluzione si riferisce in primo luogo ai movimenti guerriglieri - guevaristi, sandinisti, tupamaros, ecc. - della seconda metà del secolo scorso, tutti annegati nel sangue della sconfitta militare o miseramente falliti una volta giunti al potere, come il movimento sandinista. Dunque, sebbene il maoismo, il nazionalismo radical-democratico, l'antimperialismo inteso solo come lotta alla prepotenza yankee, niente abbiano a che fare con la strategia anticapitalista, questi sono gli esempi "rivoluzionari" rimasti impressi nelle menti di gran parte degli sfruttati latinoamericani. Ne consegue che la loro sconfitta significa il fallimento dell'idea stessa di rivoluzione. Non è quindi un caso che proprio nella Coordinadora Anìbal Veròn (che, lo ricordiamo, comprende il MTD di Solano) e nel movimento dei Barrios de Pie, cioè dove più forte si fa sentire l'indifferenza per la questione del potere di marca "negriana", si trovino due organizzazioni - Quebracho e Patria Libre - provenienti dalla guerriglia degli anni settanta (16).

Dalla frammentazione della classe alla indispensabile riunificazione politica

Ma la distorsione sistematica della realtà, consistente nell'accentuare gli aspetti che possono confermare i propri postulati teorici, omettendo o deformando gli altri che mal si accordano con essi, fa parte del codice genetico dell'idealismo autonomo e dei suoi epigoni. Riprendiamo lo schema ideologico dell'operaio massa, cui abbiamo già fatto cenno. Secondo tale schema, l'operaio massa era istintivamente radicale, irriducibile a ogni compromesso e al controllo sindacale. È indubbio che una parte della classe operaia o, meglio, alcune generosissime avanguardie di fabbrica, egemonizzate dai gruppi operaisti (Potere Operaio, Lotta Continua ecc.), esprimessero livelli di combattività molto elevati, ma è altrettanto indubbio che la stragrande maggioranza dell'operaio massa non sfuggì mai al controllo del sindacato e del PCI, il quale, anzi, fu l'unico a trarre profitto del fermento di quegli anni, realizzando clamorose avanzate elettorali tra il 1975 e il 1976.

Allo stesso modo, il Colectivo Situaciones parla del movimento piquetero come se, nella sostanza, corrispondesse in blocco al MTD di Solano o, per meglio dire, alle rappresentazioni che il "Situaciones" si fa del movimento medesimo. La realtà, però, è ben diversa. Non solo tra i piqueteros e le fabbriche occupate [recuperadas - ndr] il trotskismo, in tutte le sue litigiosissime correnti, ha un ruolo assolutamente centrale (vedi il Bloque Nacional Piquetero), ma un peso non meno forte - benché, pare, in calo - è esercitato dal sindacato CTA (17) e dai maoisti della CCC (18). Anzi, la CTA, alla metà degli anni novanta, incoraggiò e sostenne attivamente la nascita e la pratica dei collettivi piqueteros (19), sebbene, secondo alcuni, la dirigenza del movimento piquetero da allora si è profondamente rinnovata con l'emergere di giovani più radicali (20).

È naturale, quindi, che tra i piqueteros i contrasti politici siano anche molto netti. Da una parte, la CTA e la CCC, che, per la rinascita della "Patria Argentina", vogliono costruire un'alleanza interclassista con le piccole e medie imprese (Pymes); dall'altra, l'Anìbal Veròn, il BNP e altri gruppi che respingono decisamente questa prospettiva. Non solo, c'è poi la questione della gestione dei sussidi statali (anzi, provinciali) e dei "Planes Trabajar". Di fronte alle durissime lotte di questi ultimi anni e mesi, la borghesia argentina, per evitare il peggio, ha dovuto concedere centinaia di migliaia di sussidi ai disoccupati, anche sotto forma di "piani di lavoro" che ricordano da vicino i nostri "Lavori Socialmente Utili". Con lotte altrettanto dure, le ONG e la Chiesa cattolica - fortemente impegnate ad anestetizzare il movimento di lotta - sono state in parte estromesse dalla gestione dei fondi, che sono stati presi in carico - almeno parzialmente - dalle associazioni piquetere medesime.

Ma la CTA si serve della gestione di questi sussidi per cercare di controllare e integrare i disoccupati nella sua strategia di stampo keynesiano volta al rilancio dell'industria argentina in alleanza con le Pymes, mentre il settore più radicale, consapevole che l'amministrazione di questi fondi può costituire un pericolosissimo fattore d'integrazione e di controllo del movimento da parte dello stato, denuncia gli aspetti funzionali agli interessi padronali dei "Planes". Non a caso, una delle rivendicazioni più frequenti è quella di un "lavoro degno e genuino [cioè un lavoro vero - ndr]", perché quei posti di lavoro, così come i sussidi, non permettono certo di vivere, dato che sono a tempo determinato, privi di qualsiasi garanzia e sicurezza sociale, nonché sottopagati. Nell'insieme, costituiscono una potentissima arma nelle mani dei padroni, i quali...

si limitano a pagare la differenza tra il sussidio versato ai disoccupati (150 pesos al mese, circa 42 euro) e il salario contrattuale. (21)

C'è poi il settore delle fabbriche "recuperadas", cioè occupate e rimesse in produzione dai lavoratori licenziati, che oscillano non tra riforma e rivoluzione ma - per quanto ne sappiamo - tra riforma e integrazione al mercato pura e semplice. Infatti, la maggior parte di esse hanno preso la decisione di costituirsi in cooperativa (22); solo poche, tra cui la fabbrica di ceramiche Zanon, nella provincia di Neuquen, e la fabbrica di confezioni Bruckman, a Buenos Aires, portano avanti il progetto tipicamente trotskysta del "controllo operaio".

Anche per quanto riguarda la questione dell'occupazione delle fabbriche e del "controllo operaio", vale lo stesso discorso fatto per il "contropotere" del "Situaciones". Finché si tratta d'immediate risposte di lotta date dalla classe operaia alle proprie necessità di sopravvivenza, possono costituire un momento, un primo momento di crescita della coscienza politica in senso anticapitalista. Queste esperienze rafforzano enormemente i legami di classe e umani tra gli operai, rompono il tabù dell'insostituibilità del padrone, sviluppando - se ci si passa l'espressione - l'autostima collettiva della classe: in poche parole, noi, operai e operaie, dimostriamo che sappiamo fare da soli e che i padroni sono inutili parassiti.

Ma è evidente che queste esperienze non possono durare a lungo o, meglio, non possono rimanere per lungo tempo sul proprio autonomo terreno di classe. O sono annientate dalla repressione statale, com'è avvenuto per le operaie della Bruckman, violentemente sgomberate dalla polizia attorno alla metà di aprile, o i lavoratori si integrano totalmente nel circuito del mercato e dello stato, diventando in tal modo sfruttatori di se stessi. Il socialismo, è forse utile ribadirlo, non si può fare né in un paese solo né in una fabbrica sola, tant'è vero che le operaie di quella fabbrica (23) - o le correnti che guidano la loro lotta - chiedono allo stato, oltre al ritiro della polizia e alla restituzione della fabbrica alle lavoratrici, che:

garantisca il salario minimo come stabilito dal contratto collettivo del nostro settore; che ci conceda un finanziamento a fondo perduto di 150.000 dollari come capitale iniziale di lavoro per ampliare e diversificare la produzione e assumere altri lavoratori attualmente disoccupati; che lo stato compri la produzione, da destinare agli ospedali, alle scuole e ad altri istituti, così come alla popolazione povera. (24)

Più o meno sono le stesse rivendicazioni della Zanon occupata, diretta politicamente dal PTS, che, come tutto il trotskysmo, è figlio del peggior Trotsky, quello che con il suo "Programma di Transizione" fa strame delle indicazioni di Marx espresse nella critica al programma di fondazione della socialdemocrazia tedesca, avvenuto a Gotha nel 1875 (nonché della stessa esperienza rivoluzionaria bolscevica) e, di fatto, regredisce al gradualismo riformista della Seconda Internazionale; lì venne elevato a dogma la distinzione tra "programma minimo", quello effettivamente praticato, e "programma massimo", cioè la prospettiva rivoluzionaria, rimandata a un futuro quanto mai vago e lontano. Il trotskysmo ripropone, in pratica, o una variante del keynesismo o, di nuovo, il capitalismo di stato, perché il cammino verso il socialismo non è la statalizzazione dell'economia sotto "controllo operaio", ma la rottura dello stato borghese e, contemporaneamente, l'adozione di quelle misure che tendono ad eliminare i rapporti economico-sociali del capitale (merce, denaro, salario, ecc.).

Fatto non meno grave, in nessuna parte della pubblicistica trotskista (per non dire, ovviamente, del pensiero "autonomo") si pone concretamente la questione assolutamente centrale della prospettiva internazionale in cui deve essere inquadrata la lotta del proletariato argentino, cioè il fatto che se anche in Argentina saltasse l'anello della catena con cui il capitale domina il mondo intero, senza l'aiuto di settori importanti del proletariato mondiale che scendono sullo stesso terreno rivoluzionario, la sconfitta è certa. Queste non sono questioni accademiche, ma estremamente concrete, perché solo considerando il proletariato argentino una sezione non separabile del proletariato di tutti i paesi, si può impostare una lotta che - vinca o perda - almeno non vanifichi in partenza i sacrifici e il sangue versato dagli sfruttati di quella regione.

È una lotta che sembra essersi arenata su quello che, per molti aspetti, è il problema centrale di ogni movimento rivoluzionario, vale a dire la centralizzazione dei diversi segmenti di lotta, l'unione dei diversi settori di classe, in primo luogo tra occupati e disoccupati. Oggi sono questi ultimi - le organizzazioni piquetere - le punte avanzate della classe, mentre il grosso dei lavoratori occupati pare essere alla retroguardia o addirittura assente. È dunque un limite enorme, e per cercare di darvi spiegazione bisogna andare a vedere qual è la condizione della classe lavoratrice, di quella che ancora "gode" di un posto di lavoro, per capire cosa può averla tenuta, finora, ai margini della lotta. Ebbene, anche nel paese latinoamericano la classe operaia è stata sottoposta a quell'intenso processo di scomposizione e ricomposizione che ha colpito la classe operaia mondiale e che la "mafiocrazia" peronista e la catastrofe economica hanno solo reso più spietato. La deindustrializzazione avvenuta negli ultimi quindici anni (25), la svendita/smantellamento della grande industria (statale e privata), la privatizzazione dei servizi pubblici hanno creato un enorme esercito industriale di riserva con cui il padronato esercita un fortissimo ricatto sulla manodopera occupata. Se la grande industria è di fatto scomparsa, sono rimaste (o sono sorte) le piccole e medie imprese che:

operano come intermediarie delle grandi imprese [...] Sono esse, infatti, che hanno dato impulso al lavoro nero, al disconoscimento dei più elementari diritti dei lavoratori, alla mancanza assoluta di sistemi di sicurezza, al ritorno a forme primitive di sfruttamento umano (nelle Piccole e Medie imprese è rinato, da un lato, il paternalismo nei rapporti operai-padroni, e, dall'altro, gli operai soffrono una condizione di dispersione e di isolamento sociale, senza alcuna possibilità di difesa, sprovvisti anche delle associazioni di categoria che permettano loro di lottare per le loro proprie rivendicazioni all'interno del capitalismo. [Le Pymes sono] meccanismi sussidiari delle grandi imprese capitaliste e parte della complessiva politica borghese volta a precarizzare il lavoro. L'effetto delle Pymes sull'occupazione, la distribuzione della ricchezza e l'organizzazione del lavoro è stato nefasto: in primo luogo non hanno garantito impiego stabile, ma temporaneo, agendo in qualità di subappaltatrici delle grandi imprese. Ciò, ovviamente, le ha liberate dai costosi oneri sociali propri del lavoro tutelato; in secondo luogo, invece di garantire quanto meno un salario di sussistenza, le Pymes pagano salari da fame e hanno reso più acuta la distribuzione schiavista del tempo di lavoro, aumentando il pluslavoro - attraverso il prolungamento della giornata lavorativa (plusvalore assoluto) - e scaricando il maggior peso del lavoro su una popolazione operaia via via più ridotta (il che garantisce lo sviluppo dell'esercito industriale di riserva e la disoccupazione, con la conseguente intensificazione della concorrenza tra gli operai stessi); in terzo luogo, s'intensifica l'impiego della forza-lavoro: nella misura in cui questa è destinata a eseguire una molteplicità di operazioni a ritmi veloci, l'operaio è letteralmente spremuto, il suo logoramento fisico e nervoso è spinto fino all'estenuazione, portandolo all'invecchiamento prematuro e alla morte (nell'industria del legname, dove forte è la presenza delle Pymes, la vita media degli operai è di appena 50 anni). (26)

Tutto questo è stato favorito, va da sé, da una serie di interventi legislativi, assolutamente identici a quelli presi dai governi "occidentali":

L'Argentina fornisce ai grandi gruppi multinazionali una manodopera qualificata a prezzi sempre più bassi. Le nuove disposizioni del diritto del lavoro hanno permesso un forte accrescimento dello sfruttamento del lavoro. Esse autorizzano la flessibilizzazione dell'impiego legalizzando il lavoro precario; permettono l'aumento dell'orario giornaliero di lavoro fino a 12 o anche 16 ore [...] in seguito all'introduzione della parità fissa con il dollaro [...] la politica macroeconomica e gli accordi "tripartiti" con la CGT e il padronato hanno messo fine all'indicizzazione del salario minimo all'inflazione e sono stati accompagnati dal divieto di aumentare i salari, Nel settore privato, durante gli anni novanta, c'è stato un abbassamento dei salari reali di circa il 30%, così come la crescita non solo del lavoro precario, ma anche del lavoro nero. Non può stupire il fatto che le imprese straniere abbiano annunciato trionfalmente forti aumenti della produttività del lavoro nelle loro filiali riconvertite. La politica di liberalizzazione e di privatizzazione ha investito gli elementi costitutivi del salario indiretto il cui ruolo è centrale nella riproduzione sociale dei lavoratori. (27)

Oltre a tutto questo, bisogna considerare che l'apparato clientelare peronista, con la sua capillare capacità di corruzione sociale, è, per quanto appannato, ancora in piedi e che i due sindacati peronisti ufficiali CGT, pur fortemente screditati, hanno nelle loro mani un micidiale strumento di condizionamento nei confronti dei lavoratori occupati, cosa che in Italia solo con fatica il sindacalismo confederale sta tentando di costruire. Si tratta della gestione dei servizi sociali, più precisamente di una parte del salario indiretto, perché l'altra parte, quella relativa alle pensioni, è sprofondata nelle fauci dei pescecani della finanza internazionale e "nazionale", dopo che tra il 1993 e il 1997 il sistema pensionistico pubblico è stato demolito e privatizzato nello stesso senso in cui in Italia è già stato parzialmente modificato, e come ancor di più lo sarà tra breve, a meno di un'improvvisa, per quanto per ora improbabile, sollevazione proletaria. In che cosa consiste, allora, il potere di condizionamento dei sindacati peronisti? Vediamolo:

Secondo la legge, ogni salariato si vede ritenere automaticamente, sulla sua busta paga, due prelievi che sono in seguito versati dal padrone: la quota sindacale propriamente detta, e quella destinata alle “obras sociales”, le “opere sociali” gestite in ogni grande settore dalla federazione sindacale corrispondente, che assicurano l'equivalente delle diverse prestazioni riguardanti la sicurezza sociale. Per quanto concerne, per esempio, l'assistenza medica e ospedaliera, ogni “opera sociale” negozia per i suoi membri, con gli ospedali pubblici o privati, dei contratti di cui essa assicura in seguito la gestione. I sindacati si trovano così strettamente associati al padronato e allo Stato, nello stesso tempo in cui gestiscono, praticamente a loro piacimento, somme considerevoli. Queste funzioni sono monopolio dei sindacati “ufficiali” (soprattutto di quelli che fanno parte dei due apparati rivali CGT, perché la CTA non si è vista riconoscere gli stessi privilegi all'atto della sua nascita). Così, il salariato che entra in conflitto con il suo apparato sindacale, e ancora di più quello che si unisce ad altri per tentare di creare un sindacato indipendente, si vede esposto alla perdita dell'accesso alle 'opere sociali' gestite dal sindacato ufficiale del suo settore professionale. (28)

Da quanto abbiamo sinteticamente tracciato, è evidente che sul proletariato argentino gravano gli stessi identici problemi che gravano sul proletariato mondiale, solo che in Argentina appaiono quasi allo "stato puro". Problemi di ordine materiale e di ordine solo apparentemente "immateriale", vale a dire le pesantissime e nefaste eredità delle sconfitte storiche del movimento operaio internazionale: trotskysmo, maoismo, gradualismo secondinternazionalista e neo-proudhonismo del "Negri-pensiero". Se, come si diceva più indietro, le lotte dei settori più combattivi del proletariato argentino non riusciranno a far maturare individui o gruppi che, in aperta rottura con quelle correnti politiche, si orientino verso posizioni rivoluzionarie, affinché possano porsi come punto di riferimento autenticamente comunista, la sconfitta sterile è dietro l'angolo. Allora, non si potrà fare altro che osservare fin dove, prima della disfatta...

arriveranno le masse abbandonate alla loro propria sorte e sotto l'egemonia di programmi e strategie che le distanziano tanto dai suoi veri interessi di classe, quanto dalla via al potere. (29)

Celso Beltrami

(1) Vedi Battaglia Comunista n. 5/03.

(2) "Mentre gli argentini avevano il reddito medio più elevato dell'America latina, tanto che si avvicinava ai 9.000 dollari annui ancora nel 1997, oggi non è che di 3.200 dollari l'anno, il che significa una caduta del 65%", in François Chesnais - Jean-Philippe Divès, "Que se vayan todos! Il popolo d'Argentina si solleva", Parigi, Nautilus, 2002, pag. 122.

(3) Colectivo Situaciones, "Piqueteros. La rivolta argentina contro il neoliberismo", Roma, DeriveApprodi, 2003.

(4) Piqueteros, cit., pag. 81.

(5) Piqueteros, cit., pagg. 87-88.

(6) Giovanni Leone, "Sulla transizione: la critica della rivoluzione senza transizione e della transizione senza rivoluzione", Prometeo, VI serie, n. 3, 2001

(7) Piqueteros, cit., pag. 25.

(8) Piqueteros, cit., pag. 21.

(9) Giorgio Paolucci, "Crisi e ripresa della lotta di classe", Prometeo, VI serie, n. 6, 2002.

(10) Piqueteros,cit., pag. 22.

(11) Per la critica - insuperata - a queste utopie piccolo borghesi, vedi Karl Marx, "Miseria della filosofia".

(12) Piqueteros, cit., pag. 86.

(13) Piqueteros, cit., pag. 88.

(14) Il "corallito" è il divieto di ritirare i propri depositi bancari imposto dal governo De la Rua, su ispirazione del ministro dell'economia Domingo Cavallo.

(15) Piqueteros, cit., pag. 46. Qui e là, per esempio a pag. 112, si trovano altre "perle" come questa: "I tempi 'politici' di una congiuntura accelerata forzano e disorganizzano i tempi propri delle costruzioni specifiche (della costruzione di situazioni concrete). Gli sforzi militanti passano ad avere obiettivi astratti. Le discussioni destinate ad ordinare gerarchicamente le priorità vengono regolate da criteri sempre più generali. Si trascurano le esperienze concrete orientate a produrre nuove relazioni sociali e si ricentralizza tutto il movimento in nome di compiti 'seri' da svolgere".

(16) J-P Divès, "Argentina. Sul processo rivoluzionario in corso e su certi problemi strategici lì posti", Carré Rouge, n. 24, dicembre 2002.

(17) La CTA (Centrale dei lavoratori argentini) è la terza grande centrale sindacale, assieme ai due sindacati ufficiali peronisti CGT. È nata nel 1992 da una scissione della CGT (la maggiore). Le sue posizioni si avvicinano, grosso modo, alla sinistra CGIL/Correntone DS. L'informazione relativa alla CTA, come quella contenuta nella nota successiva, è tratta dal "Glossario" posto in appendice al libro di Chesnais - Divès citato.

(18) CCC (Corriente Clasista Combativa),è l'organizzazione sindacale, il "fronte di massa" del Partito Comunista Rivoluzionario, maoista, che negli anni 1974 - 76 aveva sostenuto il governo di Isabela Peron, promotore degli squadroni della morte della Triple A (Alleanza Anticomunista Argentina), perché sarebbe stato antimperialista.

(19) Que se vayan todos!", cit., pag. 146.

(20) Luis Oviedo, "Una historia del movimiento piquetero", Presentazione, in poloobrero.org - Luis Oviedo è un militante del Partido Obrero, la maggiore organizzazione trotskysta argentina.

(21) Eric, "Argentina. Un proceso revolucionario en marcha", Barcellona, 30 - 11-2002. Non conosciamo l'autore di questo documento sull'Argentina, che c'è stato inviato da Augustin Guillamon Iborra (al quale vanno di nuovo i nostri ringraziamenti), animatore della rivista militante di storia del movimento operaio rivoluzionario "Balance" di Barcellona, il cui sito web è: es.geocities.com . Sappiamo solo che "Eric" è un militante trotskysta. Vedi anche il documento del MTD Anìbal Veròn in "Cono Sur" del 31 marzo 2003. Questo e altri documenti si possono trovare in indymedia.org (sezione Argentina).

(22) La Verdad Obrera (La verità operaia), n. 98-2002, 15-3-02. LVO è il giornale del Partito dei Lavoratori per il Socialismo (PTS) organizzazione trotskysta, più a sinistra del Partido Obrero. I numeri del giornale si possono consultare sul sito del PTS: pts.ar.org

(23) La generosità e la buona fede delle operaie della Bruckman sono, ovviamente, fuori discussione. Per dare un esempio del grado di altruismo disinteressato e solidarietà classista espresse da queste operaie, ricordiamo il recente "maquinazo": per dimostrare concretamente la loro solidarietà con gli alluvionati proletari della regione di Santa Fe, hanno portato le macchine da cucire (le loro o quelle messe a disposizione da altre proletarie) davanti alla fabbrica sgomberata e lì hanno confezionato indumenti per gli alluvionati.

(24) Comunicato delle operaie e degli operai della Bruckman sgomberata, del 3 maggio 2003, in indymedia.org (sezione Argentina).

(25) "Que se vayan todos!", cit., pag. 22

(26) "El movimiento de los piquetes en Argentina", pagine in spagnolo del nostro sito leftcom.org

(27) "Que se vayan todos!", cit., pagg. 117-118. Poche righe più indietro ci sono altre informazioni utili

(28) Per l'inquadramento dello stato in cui versa l'industria argentina, in cui l'orario medio di lavoro è di 60 ore settimanali:

I flussi d'investimento diretti non sono serviti a sviluppare nuove imprese tranne che in un piccolissimo numero di settori, soprattutto agro-esportatori, dove il funzionamento del mercato mondiale sotto dominio dei paesi industrializzati del centro lascia all'Argentina un “vantaggio comparativo” [...] La liberalizzazione degli scambi e la deregolamentazione degli investimenti diretti hanno avuto dunque soprattutto l'effetto di liquidare una grande parte della “vecchia industria” di sostituzione delle importazioni, nella quale le imprese erano incapaci di far fronte alla concorrenza delle merci provenienti dagli Stati uniti e dall'Asia. Nella maggior parte dei casi, le “nuove industrie” sono semplici laboratori d'assemblaggio legate ai produttori internazionali di alta tecnologia. Esse sono più importatrici che esportatrici e contribuisco ai deficit del commercio estero e della bilancia dei pagamenti.

Sostanzialmente concordano con le nostre considerazioni contenute nel documento citato "El movimiento de los piquetes en Argentina" e nell'articolo "Alcune precisazioni sulla crisi argentina", in Prometeo VI serie n. 6, 2002.

(29) "El movimiento de los piquetes en Argentina", cit.

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