Centralismo democratico cardine della concezione leninista del Partito

1. Spontaneità, lotta di classe e partito

I rapporti economici e i ruoli nella vita sociale in regime capitalistico si rendono, sin dal loro nascere, intollerabili al proletariato. Ciò porta la classe, che esiste ancora statisticamente, cioè come massa di individui definiti approssimatamente in numero (la classe in sé), a ricercare forme di contrapposizione a tali rapporti; dapprincipio tali forme portano alla sperimentazione di azioni collettive miranti, in modo alquanto disorganico, ad incidere sulle condizioni che la sovrastano e che la fanno sentire sfruttata. Si ricorre all'unità dello sciopero e sì ricorre anche a forme di lotta di puro sabotaggio (danneggiamenti alle macchine, ecc.), ma le spinte che muovono la classe operaia sono del tutto spontanee e prive di strategia. La coscienza di classe è ancora allo stato embrionale ma già si rivela la tendenza a «comprendere» la necessità della resistenza collettiva e si comincia col rompere la sottomissione che lega i proletari all'autorità:

«gli operai perdevano la loro fede secolare nella solidità assoluta del regime che li schiacciava;... e tuttavia questa era ben più una manifestazione di disperazione e di vendetta che una lotta» (Lenin, Che fare?)

Nel loro proseguo, dette manifestazioni, si accompagnano a bagliori di coscienza più consistenti essendo presenti oltre che momenti di organizzazione, tentativi di analisi teorica e organizzazione di lotta che comincia a definirsi come lotta di classe. Ma non poteva essere ancora coscienza di classe poiché «non si poteva avere coscienza dell'irriducibile antagonismo tra operai e borghesia». Tale coscienza non poteva che essere apportata dall'esterno per elevare le spinte «tradunionistiche» a livello più alto, politico. (Le dottrine del socialismo scientifico furono infatti elaborate da elementi intellettuali della classe borghese cui appartenevano, ad esempio, Marx ed Engels).

Ma nel momento in cui la lotta diviene politica sorge immanente la necessità del partito: la spontaneità delle masse è insufficiente ad una azione di più largo respiro e il partito, nel mentre fa del momento rivendicativo una occasione favorevole al coagulo di forze proletarie intorno al problemi contingente, dà alle stesse una visione politica di insieme della classe e della sua inarrestabile missione storica che è la presa del potere (traendo naturalmente da dette lotte i motivi per l'elaborazione di tattiche e di una strategia varcanti i confini del rivendicazionismo e miranti alla soluzione rivoluzionaria).

Quindi il compito primario del partito è di dare alla classe coscienza di sè in quanto tale. Non v'è classe dotata di movimento storico quando non esista il partito che di questo movimento abbia precisa coscienza ponendosi all'avanguardia dell'azione: esso è coscienza tradotta in una concezione teorica del processo rivoluzionario e volontà presupponente una disciplina che assicuri coordinamento, continuità e successo definitivo alla classe operaia. La classe in sè, esprimendo il suo partito, è classe per sé.

Il processo di formazione del partito, che mira al fine supremo della rivoluzione, non si svolge solitamente in modo progressivo e continuo: sarebbe meccanicismo poterlo soltanto pensare. Il lungo cammino del partito, nel quale si razionalizza il perfezionamento delle energie di classe, è costellato di soste, scompaginamenti e cadute che si verificano per particolari influssi del mondo capitalistico entro il quale esso vive. Capita che, partendo da precise istanze rivoluzionarie, si riveli poi inadatto a realizzare i propri compiti storici. Ad esempio il Partito comunista d'Italia che, a parte la frazione di sinistra, s'è incamminato progressivamente sulla china della totale degenerazione tanto nella dottrina quanto nella pratica finendo col considerare che la classe operaia possa, all'interno del sistema capitalistico, «migliorabile», trovare motivi di soddisfazione delle sue condizioni di vita (dallo opportunismo alla pura e semplice politica collaborazionistica di classe).

Il partito comunista non può immaginarsi di essere tutta la classe ma solo la parte più avanzata e più sensibile di essa. Nel Punto 1° della Risoluzione del II Congresso dell'Internazionale Comunista (1920) viene infatti affermato:

«Il partito comunista è una frazione della classe operaia, e precisamente la parte più avanzata, più cosciente e quindi più rivoluzionaria. Esso si forma con la selezione spontanea dei lavoratori più coscienti, più devoti, più perspicaci. Il partito comunista non ha interessi diversi da quelli della classe operaia. Il partito comunista si distingue dall'intera massa dei lavoratori in ciò, che esso possiede una visione generale della vita che la classe deve storicamente percorrere e, in tutti gli svolti di questa, difende gli interessi non di singoli gruppi o categorie, ma di tutta la classe lavoratrice. Il partito comunista è la leva organizzativa e politica con il cui aiuto la parte più avanzata della classe operaia dirige sul giusto cammino le masse del proletariato e del semiproletariato».

2. Rapporto tra partito e classe

Fino a quando il proletariato non avrà conquistato il potere statale e non avrà consolidato la sua dittatura che renderà impossibile ogni forma di restaurazione del capitalismo, il partito politico di classe non potrà comprendere nella sua organizzazione che una minoranza degli operai. Può, si, influire, date certe situazioni oggettivamente favorevoli, ideologicamente, su vaste masse proletarie, ma sarà impossibilitato a riunirle organizzativamente nell'organo politico. È per tale ragione che i concetti di partito e classe sono distinti fermo restando che tra i due debbano intercorrere rapporti di vicendevole implicazione. La critica marxista vede la società umana in movimento, e nel suo svolgersi storico e dialettico, studia il collegarsi degli avvenimenti nei loro rapporti di reciproca influenza. Cos'è pertanto una classe? È una pura condizione economica e sociale e di ruoli nel processo produttivo o dobbiamo, per non pervenire ad una visione riduttiva della stessa, ricercarla là dove si svolge un movimento sociale e politico che tenta di darsi una via che abbracci l'interesse, o un sistema di interessi che è comune a coloro che danno vita a tale movimento e che si distinguono per essere posti in una certa condizione dal meccanismo dei rapporti di produzione? V'è classe laddove appunto esistono dette condizioni; dove cioè esiste una lotta di classe la quale di essa ci dà un'immagine altamente dinamica. E dove vi è lotta di classe esiste, anche se allo stadio embrionale, una dottrina e un metodo di azione; in questo stadio vive già in asce il partito che, nel corso dello svolgersi di dette lotte e movimenti, attraverso i loro alti e bassi, i successi e gli insuccessi, tende a ritrovare i motivi conduttori per l'elaborazione della strategia generale di tutta la classe: esso è una scuola di pensiero politico e una organizzazione di lotta che tende a finalità generali e che si concentrano nel proposito di mutare tutto il regime sociale. Ma ciò può essere chiaro in una minoranza. Questa minoranza è il partito che sentendo e rappresentando la classe supera i limiti di categoria e territorio e dà unità di azione a tutto il movimento. È questo il senso della frase prima riportata: «Il partito comunista non ha interessi diversi da quelli della classe operaia».

Niente di più aberranti di quelle concezioni che legano la funzione e la validità del partito al falso problema di quanti devono essere, numericamente, gli appartenenti all'organo politico affinché possa definirsi tale. È antimarxista voler fissare aprioristicamente il valore numerico della frazione, cioè quanti, nel numero, devono essere i militanti del partito, proporzionalmente alla massa della classe operaia. Rispondiamo che non può esservi un numero stabilito e sarebbe puro bizantinismo volere indagare se esso debba accogliere una piccola o una grande minoranza affinché possa assolvere alla sua funzione storica. È certo che sarebbe preferibile essere alquanto numeroso ma ciò dipende ovviamente da condizioni obbiettive che prescindono dalla volontà degli uomini; così avremo che la forza numerica del partito tende a diventare più consistente allorquando il capitalismo, con le sue spinte e controspinte interne, favorisce il delinearsi di occasioni rivoluzionarie; cioè quando la crisi incalza rendendo i rapporti di produzione sempre più angusti e intollerabili, è quasi automatico a che il partito si ingrossi nei suoi ranghi e dal punto di vista dell'influenza sulle grandi masse. Così come è vero che quando la prospettiva rivoluzionaria è lontana il partito non può essere armato che da quelle piccole minoranze che, per condizioni particolari e per sensibilità propria, sono in possesso di una speciale capacità di intendimento delle prospettive della storia.

Da rigettare pertanto come estranee al marxismo-leninismo quelle concezioni secondo le quali il partito, se troppo poco consistente sul piano numerico, vada «gonfiato» artificialmente aggregandolo o aggregandogli altri partiti ed organizzazioni legate alle masse o semplicemente al solo proletariato.

Da notare con quanta celerità si è pervenuti, dopo la fine della prima guerra mondiale, alla formazione dei partiti comunisti europei (tutto il mondo ha avvertito dei fremiti rivoluzionari esprimendo organizazioni operanti sul terreno di classe); come con quanta celerità essi si sono ingrossati con lo approssimarsi della crisi del primo dopoguerra e come, a parte poche minoranze rimaste sul piano della lotta di classe rivoluzionaria, hanno capitolato di fronte al rifluire della crisi e dell'imminenza della rivoluzione.

È solo nello sviluppo delle tendenze obbiettive verso la rivoluzione che il partito può aumentare le sue forze politiche (e numeriche) rimanendo uguale in qualità pur crescendo in quantità polche «cresce il rapporto dei comunisti rispetto ai proletari». In condizioni avverse diventa puro volontarismo poter credere di accelerare il processo rivoluzionario o di forzare e capovolgere l'essenza fondamentale della situazione storica data. O modificare i programmi al solo scopo di portare la classe al partito snaturandone i caratteri e le qualità che sono l'unica condizione, in mutate situazioni obiettive, di far riprendere il moto rivoluzionario e spingerlo in avanti sino all'assalto rivoluzionario.

Il partito insomma garantisce, per essere dotato di una coscienza teorica, suffragata dalle esperienze generali del movimento, a livello internazionale, la preparazione alle esigenze del moto rivoluzionario raccogliendo intorno a sè le masse allorquando si poseranno quei problemi che non ammetteranno altra soluzione che quella tracciata nel suo programma. Il partito comunista infatti difende la classe anche contro di essa fintanto che questa se ne allontana per abbracciare, ad esempio, le illusorie lotte per la politica delle riforme condotte dallo schieramento della socialdemocrazia.

Ma perché il partito di classe possa svolgere il suo programma e attrarre le masse in funzione della lotta rivoluzionaria, ciò avverrà in ragione della sua fedeltà ad una serrata disciplina ed organizzazione interna: esso sarà in grado di porsi alla testa del movimento delle masse solo nella misura in cui avrà ispirato alla centralizzazione e alla disciplina i criteri della sua costituzione e organizzazione interna.

Falso problema dunque quello del partito grande o piccolo, e opportunistica la rivendicazione del «partito di massa»; l'unica condizione da esigere è che il partito comunista si fondi su salde regole di organizzazione, di programma e tattica in cui siano sintetizzate le esperienze di lotta coscientemente acquisite.

3. Perché e cos'è il centralismo democratico

Il partito di classe è il depositario della ideologia scaturita dalle lotte del proletariato: quella socialista. La pretesa che le masse, al di fuori del partito, siano in grado di maturare una ideologia di classe elaborata nel corso del loro movimento è tanto errata quanto falsa. Questa ideologia indipendente in una società dilaniata dalle contraddizioni di classe negherebbe la coscienza rivoluzionaria che non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche ed è importata nella lotta dall'esterno.

Verrebbe meno la considerazione ormai acquisita (se detta coscienza emanasse da sé dalla lotta di classe), che al partito compete l'introduzione nel proletariato della consapevolezza della sua missione storica.

Dice Lenin nel suo Che fare?:

«La questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c'è via di mezzo... Ecco perché ogni menomazione dell'ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese».

È resa perciò evidente la necessità del partito, dell'organizzazione atta a difendere sino in fondo le idee e il programma di lotta per la rivoluzione. Ma la lotta diventa anche e (in alcuni momenti) soprattutto problema di organizzazione che comporta a sua volta gerarchia, disciplina ed esercizio di autorità. Com'è quindi che deve disciplinarsi il partito?

Ancora nella risoluzione del II Congresso dell'IC, nel suo punto 14, viene fermamente ribadito: «Il partito comunista deve basarsi sul principio del "Centralismo democratico"».

Ma perché «centralismo» e perché «democratico»?

Il centralismo ha una sua prima motivazione negli effetti di quella centralizzazione a cui, soprattutto nei momenti dell'approssimarsi del moto rivoluzionario, perviene il capitalismo già nelle cose. La crisi è per antonomasia momento di centralizzazione e quanto è più grave tanto più energicamente vedremo serrarsi le forze politiche della borghesia attorno alle proprie organizzazioni di classe, alle massime istituzioni prodotte dal sistema borghese. È il momento in cui le forme mediate dell'ideologia borghese, quella socialdemocratica ad esempio, abbandonano finanche il loro verbalismo riformista, contrabbandato per marxismo, per porsi alla difesa aperta della borghesia nel suo complesso. Non senza aver esaurito però i tentativi di far presa sul proletariato e spingerlo verso fini che sono reazionari, che servono alla causa della conservazione dei privilegi di classe.

Ma questo processo produce il suo opposto: fa nascere dialetticamente la necessità a che la classe operaia, oggettivamente e soggettivamente, serri le sue file esprimendo una centralizzazione politica che si traduce nell'organizzazione di un disciplinato, ferreo e «burocratico» partito di provata impenetrabilità.

Ma sarebbe errato pensare che il centralismo politico debba esprimersi soltanto quando si approssima «la data» dell'assalto per la presa del potere: esso deve essere una costante invariabile del partito della rivoluzione affinché, temperandosi nelle lotte quotidiane, sul principio del centralismo e della sua continua pratica, sia infine preparato a condurre il proletariato alla vittoria. Per assicurare comunque, in tutta la fase della sua presenza storica (prima e dopo l'assalto) e garantire l'impenetrabilità alle ideologie borghesi e alle tendenze opportunistiche del movimento operaio stesso.

E passiamo a considerare perché l'uso del termine «democratico», così caro alla borghesia, abbinato a quello, necessariamente rivoluzionario, di «centralismo».

Due termini che, dialetticamente, sembrerebbero negarsi reciprocamente ma che invece diventano sintesi tra due tendenze espresse oggettivamente dalla epoca storica attuale.

Infatti all'interno della dialettica del partito quali sono i rapporti che devono intercorrere tra centro e base? Cioè tra il potere di un saldo comitato centrale e una rete di rivoluzionari professionali? E ancora, tra i pericoli sempre presenti di una involuzione autoritaria, della politica dall'alto che degenerano inevitabilmente nell'opportunismo, e le garanzie di una giusta interpretazione dei fenomeni della storia? Precisiamo. Non è nella «fiducia ›, incondizionata in questo o quel capo che il partito si può tutelare dai pericoli della degenerazione; essa e, sì, importante, ma i caratteri positivi che possono porre il partito all'altezza dei suoi compiti si concretizzano attraverso il suo processo di sviluppo mirante alla realizzazione del programma fondamentale, quello comunista, che si precisa come coscienza collettiva e sicura disciplina di organizzazione al contempo; e non tanto nei meccanismi delle sue regole e del suo statuto.

Queste le condizioni obbiettive presupposte dal momento storico dato ma che, nello svolgersi della vita del partito, della partecipazione alle lotte della classe operaia, si realizzano in formule organizzative e statutarie che corrispondono alle esigenze di vita, di difesa e soprattutto di efficienza e funzionalità del partito.

Quindi l'unica possibilità di vita interna che è poi, in definitiva, a livello più vasto, lo stesso identico problema del rapporto che deve intercorrere tra partito e classe, è nella stretta interdipendenza tra centro e base del Partito. Non azione unilaterale dall'alto verso il basso e neanche dal basso verso l'alto, il che equivarrebbe ad attribuire ai due termini la capacità di autodeterminazione: essi possono operare e realizzarsi solamente attraverso una dialettica di interdipendenza, di vicendevole implicazione. V'è un salire dal basso di precise istanze che diventano insostituibile accumulo di «coscienza» e di «scienza» fintanto che il centro opera in stretta armonia e aderenza al programma comunista. Lo stesso rapporto, ripetiamo, intercorre tra partito e classe; vale a dire tra teoria e realtà politica. Il partito giustifica se stesso solo nella misura in cui opera nella classe raccogliendone le istanze che elabora per trasformarle in «scienza» o dottrina rivoluzionaria. Solo così può assolvere al suo compito storico di forza motrice della rivoluzione: per avere accumulato cioè tanto di esperienza, di teoria e di potenziale di forze espresse dalla classe nella sua immune lotta contro il capitalismo sfruttatore. E il problema, è chiaro, non può prescindere da una intelligenza c sensibilità che codesto «ferreo» comitato centrale deve possedere non in virtù di proprie aprioristiche capacità, ma in quanto pura determinazione di forze sgorgate ed espresse dalla situazione oggettiva della lotta rivoluzionaria. Infatti non si creano volontaristicamente partiti e rivoluzioni: essi possono essere solamente diretti da quelle forze (generanti i propri centri del potere organizzativo) più strettamente integrate con le concezioni della dottrina del marxismo rivoluzionario.

Il centralismo democratico è l'unica formula possibile di partito passata attraverso l'esperienza rovente della rivoluzione d'ottobre.

4. Visioni opportunistiche del centralismo

La concezione di Lenin, di un monolitico partito centralizzato, con una ferrea disciplina interna fece scaturire un vespaio di polemiche al II congresso del POSDR nel 1903. Il partito, suddiviso in correnti, gruppi e frazioni (iskristi della maggioranza e della minoranza, il centro, gli antiskristi, ecc.), era nella quasi sua totalità restio ad accettare una siffatta concezione: ad ogni gruppo gli corrispondeva un modo particolare di concepire i problemi d'organizzazione. Quasi tutti, in virtù di un acquisito e falso concetto di democraticità, tendevano a rivendicare l'autonomia del gruppo dal partito sì che Lenin s'era trovato quasi solo a difendere e a rappresentare il partito così come si è poi fatto conoscere durante il periodo della rivoluzione.

Le reazioni alle concezioni del compagno Lenin erano le più svariate ma si riconducevano tutte all'unico filone dell'opportunismo. Dagli economisti che riconoscevano al lavoro sindacale una importanza che può essere rivestita solo dall'organo politico senza il quale la lotta non potrà che rimanere ai livelli della coscienza tradunionistica; alle concezioni anarcoidi degli intellettuali per i quali, per proprie condizioni di vita piccolo-borghese non vi era la propensione ad accettare la rigida disciplina del partito. A questi signori, legati al mito borghese delle libertà individuali, Lenin dimostrò come la questione si ponesse invece diversamente per gli operai che, di fatto, sono già educati dalla fabbrica, e quindi dalle proprie condizioni d'esistenza, allo inquadramento e alla disciplina. Il proletario che è diventato un rivoluzionario cosciente e che si sente membro del partito, respingerà queste concezioni anarcoidi nei problemi d'organizzazione così come le ha respinte nei problemi della tattica nelle lotte politiche.

«A coloro che sono abituati all'ampia veste da camera e alle pantofole della vita "oblomovista" di un circolo familiare, lo statuto formale appare troppo stretto, incomodo, gravoso, gretto, burocratico, vincolante e soffocante per il libero "processo" della lotta ideologica. L'anarchismo da gran signore non capisce che lo statuto formale è necessario appunto per sostituire ai ristretti legami di circolo gli ampi legami di partito. Il legame interno di un circolo o tra i diversi circoli non doveva né poteva avere una forma ben determinata, perché questo legame si basava sull'amicizia o su una «fiducia» incontrollata, non motivata. Il legame di partito non può, non deve basarsi né sull'una né sull'altra cosa; deve essere basato appunto su di uno statuto forniate, "burocraticamente" (dal punto di vista dell'intellettuale anarchico) redatto, e soltanto l'osservanza rigida di un tale regolamento ci garantisce contro l'arbitrio e i capricci propri al sistema dei circoli, contro, le loro beghe chiamate libero "processo della lotta ideologica "» (Lenin, Un passo avanti, due indietro)

Così si esprime Lenin non dopo aver spiegato del perché prima non si avesse avuto bisogno di statuti: in quanto il partito era costituito da circoli i quali non erano saldati tra loro da alcun legame organizzativo. Quindi assurdo parlare di autonomia; d'ora innanzi l'unità del partito dissolve in sé i circoli non più idonei ai compiti «nuovi» e più gravosi del partito di classe che istituisce il congresso, suo organo supremo col compito di riunire tutti i rappresentanti e di nominare le istituzioni centrali, facendone il vertice, sino al congresso successivo.

Da una parte abbiamo visto l'autonomismo che di fatto mira ad indebolire (in virtù dell'individualismo proprio all'intellettuale borghese) e dall'altra il centralismo tendente al rigore dell'organizzazione e alla disciplina (come espressione del rivoluzionario conseguente e della ferrea coesione proletaria).

La concezione leninista del partito, che ha dimostrato la validità di codesta impostazione nella verifica stessa della storia, non ha impedito la degenerazione della II internazionale, capitolata sotto l'incalzare di tendenze opportunistiche che l'han fatta sfociare nel più smaccato e insano social-patriottismo.

Come non ha impedito che lo stesso partito di Lenin, quello bolscevico, armato dello stesso metodo, della stessa fraseologia e persino degli stessi uomini, passasse alla difesa armata di interessi e istituti opposti a quelli per i quali ci si era battuti alla testa del proletariato, trascinandosi dietro tutti i partiti aderenti alla III internazionale.

Ma c'è un altro aspetto del problema; è importante considerare come le tendenze opportuniste, contrastanti la concezione di Lenin, o la presunta ortodossia verso codesta impostazione, abbiano portato alla teorizzazione di altre concezioni come quella non meglio definita del «centralismo organico».

Si arriva, grazie ad una interpretazione basata sul determinismo deteriore (meccanicistico) del problema, alla visione, non esageriamo, del partito-demiurgo. A volere accentuare questa visione centralizzata del partito si nega il rapporto democratico (così come lo intendeva Lenin e come lo intende tuttora la Sinistra italiana) che deve necessariamente intercorrere tra vertice e base. Si perviene pertanto a considerare, estremizzando, che la pratica democratica debba essere negata dai rivoluzionari poiché appartenente in toto al sistema borghese e che il centralismo del partito non può che essere organico, non democratico, onde accentuarne la sua omogeneità. Questa concezione porta diritto alle conclusioni che «gli stessi congressi non devono decidere sul giudizio dell'opera del centro e la scelta di uomini ma su questioni di indirizzo, in modo coerente alla invariante dottrina storica del partito mondiale». La base, svuotata delle sue funzioni, dovrebbe definitivamente delegare, testimone passiva dell'operato di un «capo», il suo diritto di decisione rivoluzionaria e venire considerata semplice massa bruta o manovalanza politica spinta all'urto rivoluzionario dalle decisioni del taumaturgico comitato centrale. Concezione pericolosa avente in sé i motivi ,tutti, di una possibile totale degenerazione che, se portata nell'ambito dell'esercizio della dittatura del proletariato, presta i fianchi a qualunque tipo di involuzione autoritaria.

È tale determinismo che conduce poi a quelle aberrazioni tendenti a rifiutare il partito in tutta la fase controrivoluzionaria; poiché se il partito è una sovrastruttura che viene espressa da una situazione oggettiva data, solo allorquando si approssima l'ora della rivoluzione è possibile che la storia ponga i termini (precisi) della costruzione del partito di classe.

E intanto? Si «difende» il programma comunista e, con fideistico spirito cristiano, lo si divulga affinché sia fatto «proprio» dalla classe. Messianismo militante?

5. Partito e dittatura del proletariato

La dittatura del proletariato è la forma di potere che il proletariato si dà dopo aver abbattuto i rapporti borghesi di produzione. È la forma con la quale la classe operaia si organizza in classe dominante per esercitare la sua influenza nella lotta contro il potere economico non ancora totalmente sottratto alla borghesia. La dittatura, con gli organi preposti al suo esercizio, è guidata dal partito di classe che realizza il centralismo democratico anche nell'ambito della stessa dittatura.

È lo stesso rapporto che deve intercorrere tra partito e classe quello che lega gli organi centrali e periferici della dittatura; si vedrà pertanto lo stesso movimento, dal basso verso l'alto, di istanze che provengono dalla classe e che vengono recepite e «razionalizzate», rese organiche, in base al programma complessivo, dal centro del partito. È qui che si sviluppa il massimo di democrazia politica la quale, nel suo nascere, pone già in essere i presupposti del suo superamento. Essa seguirà le sorti che dovrà seguire lo stato come il partito. Democrazia avrà un senso se riferita a «puri» rapporti tra uomini (realmente) liberi e lo stato come collettore centrale, non più politico, per l'amministrazione delle cose. Il partito cesserà di possedere le sue specificità di classe e diventerà uno strumento d'impulso al miglioramento dell'uomo.

La Russia che s'era incamminata a svolgere questo immane lavoro di costruzione del comunismo, dovette capitolare sotto i colpi incessanti vibrati dalla controrivoluzione montante che ha impedito l'estendersi della rivoluzione a livello internazionale.

Quindi, cause obbiettive quelle che hanno generato la disfatta delle forze rivoluzionarie in Russia; cause che maggiormente rendono merito al partito bolscevico scontratosi con difficoltà di natura strutturale.

Ma pur tra mille difficoltà, Lenin e il suo partito, seppero interpretare il momento storico e operare politicamente nel senso che era stato indicato dal programma precedentemente elaborato sulla più rigida osservanza dei marxismo rivoluzionario.

Era possibile un partito diverso da quello bolscevico? Rispondiamo no come respingiamo le tesi secondo le quali certe «concessioni» non avrebbero per niente accelerato il processo di involuzione rivoluzionaria. A noi preme, al di fuori del processo alle intenzioni su quello che si poteva o non si poteva fare, sottolineare ciò che realmente è stato e la condivisione essenziale del programma e dei metodi generali adottati. Contro pertanto quelle concezioni che identificherebbero l'esercizio della dittatura - che deve essere condotta dalla classe e solo da essa - con la dittatura del partito.

La classe non deve rilasciare «procure» a nessuno nell'esercizio della dittatura, neanche al suo partito:

«... lo stato proletario mantenuto sui binari della continuità rivoluzionaria dei quadri del partito, che non dovranno in nessun caso confondersi nè fondersi in esso» (Piattaforma politica del Partito Comunista Internazionalista)

trova nel partito il più alto momento organizzativo e di guida politica; ma, e va ribadito, non potrà identificarsi in esso; tantomeno con gli organismi di massa preposti all'esercizio della dittatura (soviet, ecc.).

E contro soprattutto quelle concezioni trabboccanti di remore borghesi, come quelle della Rosa Luxemburg, secondo le quali la dittatura consiste nella applicazione della democrazia e non nella sua abolizione. Nella Luxemburg infatti il concetto di democrazia travalica l'aspetto organizzativo per andarsi a posare sull'essenza stessa del concetto che è ancora di tipo idealistico; anche se riferito come «privilegio» da usufruirsi da parte di tutta la classe e non da una piccola minoranza.

Pur se i termini autorità e libertà sembrano antitetici e appaiono come i termini di una insanabile contraddizione se presi in astratto, l'insegnamento del partito bolscevico sta nella dimostrazione di come debba essere negata la stessa libertà allorquando chi la difende è portatore di interessi contrari a quelli che il movimento rivoluzionario, la dittatura, difende.

Nel rapporto dialettico di reciproca influenza (proprio al centralismo democratico) tra partito e massa (della classe), vi deve essere un equilibrio costante che è sempre appeso a un filo. Quando questo filo si spezza per il prevalere di una componente o dell'altra, qualunque ne sia la causa, sorgono i presupposti della degenerazione, di un regresso obbiettivo di quello che deve essere il decorso storico della dittatura per il comunismo.

Franco Migliaccio

Prometeo

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