Contratto dei metalmeccanici

Crisi del capitale, sconfitta operaia

Come abbiamo già detto (1), non di vittoria operaia si è trattato, ma di una seria sconfitta, in cui l’apparente riduzione alla ragione della parte padronale ha avuto pesanti contropartite. Per dirla ancora più chiaramente, si è imposta la linea confindustriale predicata instancabilmente dal suo pasdaran Alberto Bombassei, vicepresidente dell’associazione padronale, in televisione e sulla carta stampata.

Che cosa chiedeva il signore in questione? A fronte delle crescenti difficoltà dell’industria in generale (sballottata tra profonde recessioni e fragile riprese), l’unica via per arrestare il declino e fronteggiare la concorrenza straniera sarebbe consistita nella cosiddetta moderazione salariale e, soprattutto, in un profondo “ripensamento” dell’orario di lavoro, al fine di liberarlo da quelle rigidità anti-storiche che impedirebbero all’industria italiana di riscattarsi dallo stato semi-comatoso in cui versa. Ancora una volta, dunque, i maggiori interessati alla conservazione sociale hanno cambiato le carte in tavola, tacciando gli operai di conservatorismo, perché colpevoli di opporsi alla modernità, cioè, tradotto in altri termini, all’incremento dello sfruttamento.

I sindacati confederali, sempre sensibili alle grida di dolore dell’azienda Italia, dopo aver interpretato la parte che devono sostenere per non perdere ogni credibilità di fronte ai loro “rappresentati” - ci si riferisce allo stillicidio di scioperi che hanno sfiancato i combattivi e generosi lavoratori metalmeccanici - alla fine si sono seduti al tavolo delle trattative e hanno concesso, nella sostanza, tutto ciò a cui il padronato era interessato. Anzi, per quanto riguarda la FIOM, che ama assegnarsi l’etichetta di intransigente difensore degli operai, la commedia si è tramutata in farsa, visto che è stato recepito un importante articolo dell’ultimo contratto nazionale, quello stesso che la FIOM si era rifiutata di firmare, dando vita per questo alla campagna dei precontratti.

Ingegnerie padronali e sindacali dello sfruttamento

Ricapitolando sinteticamente i contenuti di questa ennesima beffa ai danni della classe operaia (impiegati inclusi, ovviamente), la “moderazione salariale” tanto invocata dai padroni si è materializzata in un aumento ben lontano dai cento euro esibiti trionfalmente dal sindacato: per il grosso della categoria (2° e 3° livello), e tenendo conto del fatto che la scadenza è stata spostata di sei mesi, si aggira sui 55 euro mensili. A questo va aggiunto il risparmio ottenuto grazie all’estensione dell’apprendistato, che può arrivare fino a sessanta mesi; senza contare, poi, che la maggiorazione delle ore straordinarie del sabato cade dal 50 al 10% dell’ora normale.

Ma è sulla flessibilità dell’orario di lavoro che la vittoria della Confindustria è stata pressoché totale. Anche la FIOM, come si è detto, ha accettato l’aumento dei sabati lavorativi e, soprattutto, l’orario plurisettimanale, cioè la settimana di 48 ore recuperabile con una settimana di 32, purché nell’arco di sei mesi (la durata sperimentale, per ora, dell’accordo) non vengano superate mediamente le quaranta ore settimanali. L’unica condizione posta dal sindacalismo confederale è che il tutto venga contrattato, di volta in volta, con le RSU. Ora, a parte il fatto che non in tutte le fabbriche esistono questi organismi, la clausola è una conferma illuminante del modo di agire, cioè della natura, del sindacato. Quest’ultimo firma qualsiasi cosa, purché gli sia riconosciuto il tradizionale ruolo di cogestore della forza-lavoro. Non è disposto a farsi da parte, come vorrebbero i settori più oltranzisti del padronato, e nemmeno a vedere ridotto il proprio peso facendosi declassare al rango di semplice mediatore di vertenze aziendali o territoriali. Basta scorrere le innumerevoli dichiarazioni sindacali per rendersi conto che ciò che viene posto come barriera insuperabile non sono la flessibilità, i sacrifici salariali o la precarietà in quanto tali, ma unicamente la presenza attiva del sindacato nell’amministrazione di quegli aspetti. Tanto per fare un esempio:

Un accordo soddisfacente, che va nella direzione da noi auspicata [...] abbiamo respinto alcune richieste di Federmeccanica, come quella [...] dell’utilizzo dell’orario plurisettimanale, senza confronto con le RSU. (2)

Questa tipologia d’orario è relativamente nuova per l’Italia, ma ampiamente sperimentata nel resto d’Europa (come vedremo più avanti) e presenta, per il padronato, numerosi vantaggi. Intanto, si adegua alle direttive europee in materia di orario, secondo le quali i sabati e le domeniche devono considerarsi normali giornate lavorative, con tutto quello che ne segue per quanto riguarda il pagamento degli straordinari, che, in pratica, tende a scomparire. È evidente che, in tal modo, la vita dei lavoratori viene ad essere completamente sottomessa agli alti e bassi del mercato, senza costi aggiuntivi per il capitale, massimizzando il rendimento degli impianti e della stessa forza-lavoro con l’eliminazione dei tempi morti di relativa “fiacca”:

Lo stesso si verifica [la produzione di plusvalore relativo mediante un semplice miglioramento dei metodi] quando la forza produttiva del lavoro (è indifferente che quanto essa produce entri nel consumo dell’operaio o degli elementi del capitale costante) viene liberata dagli ostacoli che ne inceppano la circolazione, dalle restrizioni arbitrarie o divenute ingombranti nel corso del tempo e in genere da vincoli di qualsiasi natura, senza tuttavia che al tempo stesso venga direttamente modificato il rapporto tra capitale costante e capitale variabile. (3)

Questa è, nella sostanza, la filosofia di tutte le leggi sull’occupazione - vale a dire sulla precarizzazione - che i governi di qualsiasi colore e di qualunque latitudine hanno messo in atto: l’eliminazione delle “restrizioni ingombranti” nell’uso della forza-lavoro eredità di periodi precedenti del ciclo di accumulazione capitalistico. Come non ci stanchiamo mai di ripetere, tutto questo non è dovuto a un improvviso incattivirsi della borghesia internazionale, ma alla crisi del capitale che ha reso soprapassato il “compromesso fordista”, di cui una caratteristica fondamentale era l’impiego a tempo “indeterminato” (con tutte le numerose eccezioni del caso). Contemporaneamente, l’orario plurisettimanale può agire, almeno in parte, da correttore delle possibili disfunzioni che un uso eccessivo della precarietà rischia di causare al regolare svolgimento del processo produttivo. Per fare un parallelo, il just in time, versione estrema, toyotista, del vecchio ma pur sempre valido taylorismo, oltre un certo limite, invece di fungere da controtendenza alla caduta del saggio medio del profitto, può trasformarsi in un freno alla produzione, com’era accaduto due anni fa durante lo sciopero alla FIAT-SATA di Melfi, quando alcuni stabilimenti FIAT rimasero a corto dei pezzi necessari forniti solitamente dallo stabilimento lucano. Così, non è impossibile trovare tra sociologi e industriali chi si interroga sulla reale efficacia di un uso estremo della precarietà:

un numero crescente di imprenditori e dirigenti cominciano a nutrire seri dubbi sulla razionalità economica e organizzativa della presenza in azienda di lavoratori e lavoratrici inquadrati da dozzine di rapporti di lavoro differenti, tutti diversi dal normale rapporto di durata indeterminata e orario pieno [...] Vi è il rischio del caos organizzativo e gestionale. (4)

Per esempio, il lavoro in affitto ha costi maggiori rispetto a quello di un normale dipendente, costi che devono essere recuperati da una maggiore razionalità ed efficienza del lavoratore affittato. È però soprattutto sul piano della regolarità del processo produttivo che possono venire, come si diceva, i maggiori problemi. Certamente, oggi, il periodo di apprendimento delle mansioni specifiche è in media molto ridotto, tuttavia, un minimo di addestramento è sempre necessario, pena lo scadimento della qualità (o l’inceppamento della produzione) e il moltiplicarsi degli infortuni; cosa che, peraltro, avviene regolarmente, anche se questa, per il padronato, è l’ultima delle preoccupazioni, a meno che non implichi fastidiose inchieste o, soprattutto, scioperi. L’orario plurisettimanale prende dunque parecchi piccioni con una fava: incrementa la produttività senza modificare la composizione organica del capitale e permette l’utilizzo della manodopera abituale quasi con le stesse modalità di quella precaria, con il vantaggio che la prima conosce già ciò che deve fare e non fa perdere tempo nel suo pur veloce addestramento. Senza enfatizzare certi dati - in quanto il capitale non si fa mai scrupoli nel passare rapidamente al bastone se di carote non ce ne sono o sono avvizzite - che quanto si è detto sia un aspetto non trascurabile lo dimostra ciò che anche nel regno dello sfruttamento incontrastato, la Cina, sta avvenendo. Si comincia, infatti, a prendere in considerazione la necessità di abbassare il livello del turnover, che ha tassi anche del 100% annuo (5), poiché la pura e semplice sovrabbondanza dell’esercito industriale di riserva (in breve, una massa inesauribile di disoccupati) da sola non basta ad assicurare un ordinato flusso produttivo e dunque continuità nell’estorsione di plusvalore.

Contratto italiano, tendenza internazionale, le conferme di Marx

Come si diceva più indietro, l’orario plurisettimanale o, in ogni caso, la modificazione del tradizionale orario di lavoro, non è una prerogativa solo dei metalmeccanici italiani, essendo stata preceduta e seguita da accordi aziendali di questo tipo, ma è una tendenza per lo meno europea e, in particolare, tedesca.

In Germania, è dagli anni novanta che si moltiplicano gli Zeitkonten o “banche del tempo”, che funzionano con la stessa logica: i lavoratori possono recuperare le ore eccedenti il normale orario di lavoro (ma qual è, ormai?) con periodi di riposo. Su questa strada, la IG Metall Baden - Wurttemberg (il sindacato metalmeccanico dell’omonimo Land) ha stipulato con la Federmeccanica locale un accordo che istituisce per tutti i lavoratori una doppia banca del tempo, una a breve, detta flessibile, e una a lungo termine. Come ci illustra la FIOM:

La banca a ore flessibile ha lo scopo di attenuare le fluttuazioni nell’uso della capacità produttiva in base ai cicli di prodotto e di mercato. Questa banca può avere saldi sia positivi che negativi. Le rappresentanze sindacali e la direzione aziendale possono stipulare accordi [...] ma questi accordi aziendali devono definire un limite superiore/inferiore per il saldo positivo/negativo - e c’è un limite di 300 ore (in ciascuna direzione) stabilito dall’accordo collettivo. (6)

Ora, a parte gli evidenti ed esclusivi vantaggi per il padronato di cui si è già accennato, bisogna sottolineare il fatto che raramente, stando ai dati da noi conosciuti, gli operai arrivano a recuperare ciò che è loro dovuto e, presumibilmente, nemmeno l’accordo del Baden - Wurttemberg potrà invertire la tendenza, nonostante siano specificati i limiti di compensazione, poiché i pezzi di carta servono per incatenare gli operai, non certo i padroni:

l’arco di tempo in cui effettuare lo ‘scambio’ si sta di continuo allungando. Inizialmente era limitato a un paio di mesi, poi si è esteso all’anno, poi ancora si sono sperimentate forme di compensazioni pluriennali, quindi si è arrivati all’intero arco della vita lavorativa ed infine, in Volkswagen, si è arrivati ad ipotecare gli anni della pensione. L’allungamento senza limiti del periodo di compensazione moltiplica il rischio di perdite nette da parte dei lavoratori, dal momento che, sistematicamente, in tutti i settori produttivi, i loro crediti superano i debiti [...] Negli acquedotti della Renania - Westfalia troviamo un’asimmetria spettacolare: +600/-40 [...] anche nel settore degli imballaggi ad Amburgo (+224/-170) o nei macchinari a tecnologia avanzata del Baden - Wurttemberg (+150/-72), tanto per citare due soli casi, lo sbilanciamento è nettamente a danno dei salariati. (7)

D’altra parte, banche o non banche del tempo, il capitale si sta ovunque rimangiando quello che, sull’onda di lotte anche dure (benché quasi mai fuori dal controllo del sindacato) e su precisi calcoli di convenienza economica, aveva concesso nei decenni precedenti. I sabati lavorativi sono diffusissimi tanto in Italia quanto in Germania, dove interessano un occupato su due (8), e proprio questo paese è all’avanguardia nella ridefinizione, a vantaggio del capitale, dell’organizzazione del lavoro. Ne fanno fede i 450 accordi sullo scambio tra salvaguardia (?) dell’occupazione contro orario e salario (9) che vedono coinvolti colossi come Daimler, Siemens, Opel - i cui operai sono stati protagonisti di una grande lotta che ha, per un certo periodo, scavalcato il sindacato - e, non da ultima, Volkswagen. Tutti questi accordi hanno la caratteristica di allungare l’orario a parità di salario, di accorciare o eliminare le pause, di aumentare i già altissimi ritmi e carichi di lavoro, di tagliare i cosiddetti benefit (forme diverse di salario) e di imporre livelli salariali più bassi ai neoassunti. (10)

Ciononostante, queste drastiche misure non sono finora riuscite a rilanciare veramente l’economia, dunque un saggio del profitto soddisfacente. Anzi, i problemi si ripresentano accresciuti. Per esempio, la Volkswagen, dopo i patti del 2000 e del 2004 (che avrebbero dovuto evitare i licenziamenti!) ora ha presentato un nuovo piano che prevede un risparmio di 7 miliardi di euro per i prossimi anni da realizzare attraverso il licenziamento di 20.000 lavoratori, la chiusura e il trasferimento di numerosi impianti. Questo, dopo che negli ultimi cinque anni nell’insieme dell’industria tedesca sono stati tagliati il 15% dei posti di lavoro e il 10% della capacità produttiva.

Il fatto è che l’industria metalmeccanica, a cominciare da quella automobilistica, in tutti i paesi centrali del capitalismo è afflitta da una notevole sovracapacità produttiva, tant’è vero che il tasso di utilizzo degli impianti oscilla tra il 75% e l’80% circa; e il discorso vale tanto per la Germania, come per gli USA o per l’Italia. (11)

Questo è il risultato delle grandi ristrutturazioni dei decenni scorsi, che hanno drasticamente ridotto la forza-lavoro occupata ed effettuato massicci investimenti in capitale costante. Per avere qualche dato di orientamento:

In Germania il monte ore lavorate è diminuito tra il 1970 e il 1990 di circa 10 miliardi di ore, pari al 20% del valore iniziale (52 miliardi). Nello stesso periodo il volume dell’investimento netto in impianti e macchinari - l’insieme del patrimonio industriale del paese - è aumentato del 350%, una percentuale assai più alta dell’aumento del monte salari lordo. (12)

Oggi, insomma, si ha una composizione organica altissima: se confrontiamo i dati di settant’anni fa con quelli odierni, possiamo facilmente renderci conti del perché le difficoltà di valorizzazione del capitale siano ulteriormente aumentate, una volta che le controtendenze alla caduta del saggio del profitto abbiano esaurito la loro efficacia. Henryk Grossmann, scrivendo a Paul Mattick all’inizio degli anni trenta, diceva:

Ritengo che nelle industrie più progredite il rapporto [capitale costante/capitale variabile - ndr] sia di 10 : 1 o addirittura di 12 : 1, che cioè il capitale investito per ogni operaio sia superiore di 10-12 volte al salario annuo dell’operaio. Va per di più tenuto presente che le cifre del censimento molto spesso tengono conto soltanto del capitale fisso. Ora è importante tener conto anche del capitale che pur non essendo fisso è costante, ad esempio quello destinato alle materie prime, e in questo caso vanno presi in considerazione i rapporti di credito. (13)

Nella fabbrica di Melfi - inaugurata nel 1994 - la FIAT ha investito per ogni posto di lavoro 500 milioni di lire e la Toyota, nella fabbrica di Valanciennes, Francia, un miliardo di lire, sempre degli anni 1990 (14); tenendo conto che il salario medio di un operaio FIAT si aggirava sul 1.500.000 mensili, il calcolo è presto fatto: seguendo i criteri “ristretti” di Grossmann, si arriva a un rapporto che si attesta grosso modo su 20 : 1. Il risultato è che se in un primo tempo le ristrutturazioni avevano permesso una ripresa del saggio del profitto - anche e non da ultimo grazie all’attacco al salario reale, arretrato ovunque e, per quanto riguarda l’Italia, più indietro degli anni 1970 - poi quest’ultimo ha ripreso il suo andamento affannoso e gli investimenti anche in presenza di margini di profitto ampi sono preferibilmente diretti alle attività speculative piuttosto che all’investimento produttivo. Dunque, oggi, in generale, si delinea...

una strategia che rinuncia a massimizzare le quantità prodotte, puntando invece ad aumentare i ricavi per ciascuna unità costruita. (15)

Da qui, di nuovo, licenziamenti massicci, di nuovo intensificazione pazzesca dei ritmi al fine di aumentare la produttività oraria e ulteriore abbassamento del salario (16), messa in campo di collaborazioni tra marchi diversi per condividere alcune piattaforme produttive con lo scopo di risparmiare in capitale costante e attivare “sinergie” complessive per rianimare un saggio del profitto che nell’industria dell’auto si aggira, secondo L’Economist, sul 5%. (17)

Il problema è che non solo si è ridotta e si riduce costantemente l’unica base di valorizzazione del capitale, cioè la forza-lavoro, ma l’altissima produttività oraria o, detto altrimenti, l’alto saggio di sfruttamento, rende sempre più difficoltoso rialzare tale saggio:

Ne consegue quindi che l’aumento o la diminuzione proporzionale del plusvalore a causa di una variazione data nella forza produttiva del lavoro, risulta tanto maggiore quanto era minore originariamente la parte della giornata lavorativa che si rappresenta in plusvalore, e risulta tanto minore quanto maggiore era quest’ultima parte. (18)

Si comprende dunque perché, come abbiamo più volte sottolineato (19), in questi anni si stia assistendo anche in “Occidente” alla ricomparsa di forme di sfruttamento basate sul plusvalore assoluto che vanno ad integrare lo sfruttamento fondato sull’estorsione di plusvalore relativo sui cui si è imperniato lo sviluppo del modo di produzione capitalistico da un secolo e mezzo, e passa, in qua. Come aveva lucidamente visto Marx:

Appena il modo di produzione capitalistico, una volta per tutte, si è insediato ed è divenuto modo di produzione generale, la differenza fra plusvalore assoluto e plusvalore relativo si fa sentire, appena si tratta di far salire il saggio del plusvalore in genere. A questo punto, presupponendo che la forza-lavoro venga pagata al suo valore, ci troviamo davanti alla alternativa: data la forza produttiva del lavoro e il suo grado normale di intensità, il saggio del plusvalore si può far salire soltanto mediante il prolungamento assoluto della giornata lavorativa; d’altra parte, dato il limite della giornata lavorativa, il saggio del plusvalore si può far salire soltanto mediante la variazione relativa della grandezza delle parti costitutive di essa, lavoro necessario e pluslavoro, il che presuppone, qualora il salario non debba scendere al di sotto del valore della forza-lavoro, una variazione della produttività o intensità del lavoro. (20)

Oggi siamo di fronte a tutte e tre le varianti considerate da Marx (plusvalore relativo, assoluto e sistematico abbassamento del salario), con l’aggravante, per il capitale, che nemmeno il ricorso al plusvalore assoluto può far ripartire un sistema le cui contraddizioni sono diventate gigantesche. Non è fuori luogo ipotizzare che, data l’altissima intensità della giornata lavorativa, difficilmente il prolungamento dell’orario possa garantire, sul lungo periodo, risultati soddisfacenti in termini di produttività, cioè di plusvalore, perché si scontra con i naturali limiti fisiologici della resistenza umana, ché non è pensabile, a meno di eventi al momento imprevedibili, l’estensione generalizzata dell’orario “cinese”. D’altra parte, la contraddizione è connaturata al modo di produzione capitalistico: vuole carni fresche da sacrificare sull’altare del profitto, ma allunga l’età per la pensione; produce all’infinito oggetti da consumare, ma sta minando le basi biologiche della riproduzione della vita. Sarebbe proprio ora di sbarazzarcene.

Celso Beltrami

(1) Battaglia Comunista n. 2/2006.

(2) Dichiarazione di Claudio Rinaldini, segretario generale della FIOM, in “Contratto dei metalmeccanici. Accordo raggiunto”, in rassegna.it .

(3) Karl Marx, “Il Capitale”,Ed. Einaudi, 1975, libro III, cap. 14, pag. 329.

(4) Luciano Gallino, “L’Italia in frantumi”, Ed. Laterza, 2006, pagg. 40-41.

(5) F. Todesco - B. Orlando, “Produrre in Cina: una guida per i nuovi Marco Polo”, in stampa.unibocconi.it .

(6) FEM, Federazione Europea dei Metalmeccanici, “Eucoba. Accordo regionale sulla banca ore...”, in fiom.cgil.it

(7) Pietro Basso, “Malati di lavoro. Verso le 35 o verso le 45 ore?” in intermarx.com .

(8) Fernando Liuzzi, “Bombassei e la ‘campagna dei sabati’”, in rassegna.it il manifesto dell’11/06/2005.

(9) il manifesto, 06/09/2005.

(10) Il Sole24ore 08 e 10/03/2006, il manifesto 24/04/2004, 04/11/2004, 06/11/2005, 11/02/2006.

(11) Vedi le tabelle e i grafici sulla produzione industriale e il grado di utilizzazione degli impianti dal 1990 al 2004 in federmeccanica.it

(12) Luciano Gallino, “L’impresa irresponsabile”, Ed. Einaudi, 2005, pag. 97. Lo stesso autore, ne “L’Italia in frantumi”, cit., pag. 77, dà un quadro sostanzialmente analogo, per esempio, della siderurgia italiana: “La produttività è salita da 260 tonnellate/uomo del 1980, sul complesso dell’industria, a 670: un primato europeo. Il tutto però con un risultato drammatico per l’occupazione: i 100.000 occupati del 1980 sono diventati oggi [2004 - ndr] 38.000”.

(13) Lettera del 17 giugno 1933, in Henryk Grossmann, “Marx, l’economia politica classica e il problema della dinamica” Ed. Laterza, 1971, pag. 138.

(14) Luciano Gallino, “Se tre milioni vi sembran pochi”, Ed. Einaudi, 1998, pag. 166.

(15) Luciano Gallino, “L’Italia in frantumi”, cit., pag. 60 e Vittorangelo Orati, “Il fallimento della globalizzazione”, il Ponte, dicembre 2005.

(16) “Il tempo per veicolo si riduce migliorando gli impianti e la logistica o aumentando la produzione per addetto. Quest’ultima cosa si può fare in due modi: peggiorando il prodotto (avvitando per esempio una vite ogni due) o sfruttando di più l’operatore, obbligandolo a fare presto. I grandi progressi di produttività oraria di Chrysler - 7,8% nel 2003, 4,2% nel 2004, tra il 5 e il 6% nel 2005 - da cosa dipenderanno?”, Guglielmo Ragozzino, “Futuro cercasi fra tagli e borsa”, ma vedi anche Marco D’Eramo, “La cintura della ruggine”; entrambi gli articoli sono su “Autocritica”, supplemento del marzo 2006 a il manifesto, pag. 11 e pag. 5.

(17) Rapporto dell’Economist citato da Anna Avitabile, “Per l’auto è crisi mondiale”, in rassegna.it .

(18) Karl Marx, “Il Capitale”, Ed. Einaudi, 1975, libro I, cap.15, pag. 638.

(19) “Puntualizzazione sul concetto di decadenza”, in Prometeo, VI serie, n. 12, dicembre 2005.

(20) Karl Marx, “Il Capitale”, E. Einaudi, libro I, cap. 14, pagg. 624 - 625.

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