Movimento studentesco in Francia: lo Stato borghese risponde alla rabbia dei giovani proletari con i manganelli; organizziamo la risposta di classe!

La scuola repubblicana è in fermento. Partite da un blocco in un liceo di Créteil lo scorso 17 settembre, le mobilitazioni degli studenti delle scuole superiori si sono rapidamente estese a tutto il Paese, soprattutto nei quartieri popolari. Le loro rivendicazioni sono molteplici: assunzione di personale e docenti per far fronte alle ore di lezione non recuperate, ristrutturazione delle scuole superiori fatiscenti e in rovina, mancanza di materiale didattico, classi sovraffollate, abolizione di Parcoursup – un sistema ultra-elitista che mira a riprodurre il dominio di classe e a selezionare gli studenti «buoni» rispetto a quelli «cattivi», ovvero i giovani borghesi destinati alle grandi scuole contro i giovani proletari destinati a entrare nel mercato del lavoro il prima possibile per essere sfruttati.

Non è un caso che questo movimento sia partito per lo più dagli istituti professionali dei quartieri popolari. Questi giovani, figli di proletari e futuri proletari, sono le prime vittime della scuola repubblicana e della sua fasulla meritocrazia. Sono loro a subire maggiormente gli attacchi di austerità dello Stato borghese, che sono destinati ad amplificarsi nei prossimi anni. Sono loro, inoltre, a «studiare» in istituti che devono fare i conti con la carenza di personale o di materiale, dove gli edifici sono più fatiscenti e dove non esiste alcuna possibilità di ascesa sociale, in un sistema educativo di classe che riproduce in massa le disuguaglianze fin dalla nascita. Ormai il movimento si estende anche nel Belgio francofono.

I nostri illustri predecessori hanno sempre sottolineato il carattere di classe della scuola. Non si tratta di un’istituzione neutra che esisterebbe al di là dei gruppi sociali: il suo carattere di classe dipende da quello dello Stato. Come spiegava già a suo tempo il socialista tedesco Wilhelm Liebknecht:

«La scuola è il mezzo più potente di liberazione, e la scuola è il mezzo più potente di asservimento — a seconda della natura e del fine dello Stato. Nello Stato libero, un mezzo di liberazione; nello Stato non libero, un mezzo di asservimento. «L’istruzione rende liberi» – esigere da uno Stato non libero che istruisca il popolo significa incoraggiarlo al suicidio. Il moderno Stato di classe è destinato, per sua stessa natura, alla non-libertà (...). Esso non può impiegare uomini liberi, ma solo sudditi obbedienti; non personalità, ma solo anime di servitori e di schiavi. Poiché un servitore e uno schiavo «intelligente» sono più utilizzabili di uno stupido – già i Romani attribuivano un valore particolare agli schiavi che avevano imparato qualcosa e pagavano per loro un prezzo corrispondente –, lo Stato moderno si assicura una certa intelligenza, cioè un’intelligenza da servitore, che affina e perfeziona lo strumento umano, in modo che sia più facile lavorare con lui. Così la scuola diventa un istituto di addestramento, invece che un istituto di formazione. Invece di educare esseri umani, educa reclute, che si affrettano a ricevere ordini in caserma, quella fabbrica di macchine umane; contribuenti, che non direbbero una parola nemmeno se li derubassero di tutto ciò che possiedono; schiavi salariati del capitale, che troverebbero normale che li spennassero fino all’osso.»1

Nella società capitalista, la scuola non può in alcun modo emancipare i giovani proletari. Al contrario, costituisce un potente strumento di segregazione, che mira a schiacciarli, indottrinarli, selezionarli, far loro credere di avere le stesse opportunità degli altri giovani e che solo grazie al loro lavoro riusciranno a raggiungere una situazione migliore rispetto ai loro predecessori. Ciò che questo movimento esprime è che molti giovani non credono più alla favola delle pari opportunità. Prendere di mira gli istituti scolastici equivale per loro a manifestare il proprio legittimo disgusto per queste istituzioni detestate.

Non ci si sbagli: non si tratta semplicemente di rivendicazioni di natura contabile sulla situazione dei licei in Francia. È anche una rivolta contro un sistema nel suo complesso che non promette più alcun futuro, se non quello di studiare e lavorare nella miseria, per poi andare in guerra. È una rivendicazione di dignità quella che qui si esprime, il rifiuto di accettare passivamente questa vita di m....

Di fronte a questo movimento spontaneo, la borghesia ha avuto una sola risposta: inviare la propria milizia (CRS e BRAV-M, famose per la loro estrema violenza) a reprimere i giovani liceali proletari, al fine di soffocare le loro rivendicazioni. Il bilancio è già pesante: oltre 5.000 arresti in pochi giorni e numerosi giovani accecati. Il ministro dell’Interno, Laurent Nunez, ha così dichiarato il 2 ottobre che «non vi è alcuna direttiva di moderazione né alcuna direttiva di non utilizzare tutte le armi a disposizione delle forze di sicurezza interna» contro gli studenti delle scuole superiori2. Il messaggio è chiaro. Questi giovani si difendono a modo loro, con tutti i mezzi a loro disposizione, e non possiamo che rallegrarcene.

L’attacco allo Stato, ai suoi simboli e alle sue forze di repressione testimonia la presa di coscienza dell’antagonismo esistente tra loro e queste istituzioni che sono loro estranee, che sono loro irrimediabilmente nemiche.

Ma questa presa di coscienza è ancora troppo frammentaria e confusa, come dimostrano la presenza di bandiere francesi durante i blocchi, le richieste di una «vera scuola popolare» o il canto della Marsigliese. Ciò si percepisce anche nella guida di questo movimento. I falsi amici della classe operaia sono numerosi, anche tra i suoi giovani. In primo luogo, La France Insoumise, attorno al suo candidato Jean-Luc Mélenchon. Dopo aver tentato di trarre vantaggio dal movimento, recandosi ai picchetti di blocco per farsi applaudire in vista delle prossime scadenze elettorali del 20273, ecco che questi umanisti invitano alla «non violenza», a non rispondere alle «provocazioni» della polizia. Ora li esortano addirittura a porgere l’altra guancia senza reagire! Il segretario generale del Partito «Comunista» francese, dal canto suo, invita a «condannare» i teppisti e i giovani «delinquenti».

Ma la sinistra «riformista» non è l’unica trappola. Anche i sindacati cercano di mantenere il controllo sul movimento. Il 2 ottobre, alcuni sindacalisti delle scuole superiori si sono recati al Ministero dell’Istruzione per negoziare la fine della mobilitazione in cambio di alcune rivendicazioni, che non sono state accolte dal governo. L’intersindacale, dal canto suo, chiama a una mobilitazione contro il bilancio, ma tra un mese! La lotta non appartiene a loro, appartiene ai proletari che devono organizzarsi in Assemblee Generali indipendenti per ampliare la mobilitazione.

L’estrema sinistra del capitale, dal canto suo, vede in questa mobilitazione un presunto «sussulto rivoluzionario». Révolution Permanente, con la sua ala sindacale Le Poing Levé, ci rivela che la lotta delle scuole superiori è in realtà una lotta dello «zbeul» [casino, ndt] contro «l’ordine»4. È finita la millenaria lotta tra classi con interessi antagonisti: la storia delle società di classe è in realtà determinata dalla lotta generazionale tra la gioventù antiautoritaria e l’Autorità. Questo anarchismo da salotto – che vede in ogni mobilitazione pretesa «rivoluzionaria»5 l’occasione per un recupero politico a basso costo, con il risultato di condurle verso un vicolo cieco – mostra il pericolo reale che questi gruppi rappresentano per la presa di coscienza della classe lavoratrice, compresa la sua gioventù. A mille leghe dall’organizzazione indipendente e autonoma del proletariato, «Rivoluzione permanente» rinchiude la lotta nell’interclassismo, invocando una convergenza delle lotte con gli studenti, gli agricoltori o i gilet gialli. A forza di vedere la rivoluzione ovunque, anche dove esiste solo nei discorsi come avviene oggi, finiremo, come Icaro, per bruciarci le ali.

Un altro punto debole di questo movimento riguarda la sua stessa natura di classe. La gioventù non costituisce una classe a sé stante. Non è e non è mai stata l’avanguardia del movimento rivoluzionario, contrariamente a quanto sostengono i gruppi di sinistra (trotskysti, maoisti o stalinisti). La gioventù può provenire dalla borghesia o dal proletariato e, a seconda della classe a cui appartiene, non ha fondamentalmente gli stessi interessi. Di fronte a coloro che sostengono che essa costituisca il nuovo soggetto rivoluzionario, compresi purtroppo alcuni esponenti della sinistra comunista, ribadiamo invece che l’unica classe rivoluzionaria, in quanto classe sfruttata dal capitale, è il proletariato. Solo la classe operaia può porre fine, con la sua lotta, alla barbarie in cui ci trascina il capitalismo, grazie al suo ruolo nei rapporti sociali di produzione. La gioventù proletarizzata difende rivendicazioni certamente legittime, ma queste possono trovare una via d’uscita solo se essa si libera dall’interclassismo dominante, dalla trappola del democratismo e del “cittadinismo” [i valori della democrazia borghese, ndt], e si unisce alle altre categorie di proletari, non solo al personale scolastico o agli studenti come vorrebbero i sinistrorsi, ma con l’intera classe operaia. È attraverso la generalizzazione e l’estensione della lotta su slogan unitari – contro l’austerità e il deterioramento delle condizioni di vita, di lavoro e di studio – che sarà possibile mettere in discussione non solo questi incessanti attacchi di una borghesia pronta alla guerra di classe, ma anche le fondamenta stesse di questo sistema basato sullo sfruttamento del lavoro da parte del capitale. Ciò comporterà necessariamente uno scontro diretto con lo Stato e le sue forze di repressione, poiché oggi la borghesia non concede più alcuna riforma con la stessa disponibilità di un tempo, ma anche con le sue appendici, ovvero i partiti di sinistra borghesi e i sindacati. Solo attraverso l’organizzazione autonoma e indipendente del proletariato in un partito di classe internazionale sarà possibile gettare un ponte tra queste rivendicazioni immediate, la crisi del capitale e la necessità di una risposta rivoluzionaria di fronte a una borghesia che ci sta trascinando irrimediabilmente verso la guerra.

Xav

Groupe Révolutionnaire Internationaliste

06/10/2026

1Liebknecht, Wilhelm, 1826-1900., Wissen ist macht - macht ist wissen Vortrag gehalten zum stiftungsfest des Dresdener arbeiterbildungs-vereinsam 5. februar 1872, und zum stiftungsfest des Leipziger arbeiterbildungs-vereins am 24. februar 1872, Verlag der Genossenschaftsbuch-druckerei, 1873. La terminologia di «Stato libero» e «Stato non libero» è un'eredità del pensiero lassalliano, che sarà giustamente combattuta da Marx nella “Critica del programma di Gotha” del 1875.

2contre-attaque.net

3Una tattica che evidentemente funziona con successo, come dimostrato dalla massiccia presenza di bandiere o adesivi di LFI durante la giornata di mobilitazione del 6 ottobre e, più in generale, dagli scroscianti applausi degli studenti a ogni intervento dei suoi rappresentanti.

4revolutionpermanente.fr

5Uno degli slogan trotskisti in Francia, negli anni Sessanta e Settanta, era «tutto ciò che si muove è rosso», dato che il Maggio '68 veniva visto come una ripetizione del 1905. Miseria dell'attivismo! Lo slogan trotskysta gioca sull'assonanza di parole “bouge” (si muove) e “rouge” (rosso) [ndt].

Mercoledì, October 7, 2026