FIAT voluntas tua

Il mercato italiano dell’auto - dietro i piani di rilancio di Marchionne - piange con almeno 1200 concessionarie, sulle attuali 3800, che prospettano la loro chiusura a breve per crisi nelle vendite di auto. Si denuncia così la possibile perdita di altri 15mila posti di lavoro; i 2,5 milioni di auto vendute nel 2007 si sono ridotti a 1,9 milioni nel 2009, mentre per quest’anno si prevedono 1,7 milioni di vetture vendute. Si lavora al 70%, secondo i concessionari italiani, i quali trascinano nel loro incombente stato di crisi anche i conti dello Stato, che nel suo bilancio vede così una diminuzione della parte fiscale che… ruota attorno all’auto. Anche per Unrae e Anfia sarebbero almeno 650mila gli ordinativi in meno previsti quest’anno rispetto al 2009. Per Federauto si tratta di “una vera ecatombe” in un mercato in “caduta precipitosa”.

È dall’autunno 2005 che i marchi del Lingotto non scendevano sotto il 30% del mercato italiano; ora, in agosto e con la fine degli incentivi, Fiat, Lancia e Alfa sono arrivate a quota 29,1%. In totale, in confronto al luglio 2009, il mercato dell’auto è complessivamente crollato del 26% e i marchi Fiat del 35,8%. Allarme anche fra i sindacati che non trovano di meglio che aggrapparsi ad una adeguata “politica industriale”. “Razionalizzare la produzione, aumentare la produttività e soprattutto ridurre i costi della manodopera”: è un imperativo di vita o morte in questa società basata sullo sfruttamento della forza-lavoro e della ricerca del profitto a qualunque condizione. Producendo e cercando di vendere merci - come auto, in questo caso - non solo inutili e dannose ma che non trovano più acquirenti… solvibili. Fino a quando ci si potrà illudere di andare oltre la saturazione dei mercati? Certo, ci sarebbero i Paesi emergenti (India, Cina, Russia, Brasile, Corea, Sudafrica) da intasare (così il capitale sogna) di auto, ma chi potrà pagarsele? Oggi, a Pechino e Shanghai circolano auto il cui prezzo è pari a 4 vite di salario di un operaio del Guangdang, se trova lavoro sotto il comando del capitale….

Marchionne ha assunto il comando strategico delle operazioni manageriali interpretando alla lettera le esigenze e necessità del capitale Fiat, spostando la produzione là dove si trova un proletariato che, pur di sopravvivere, è disposto ad accettare bassi salari e subire ogni “dovere” impostogli senza alcun diritto. Ecco perché la Fiat sposterebbe la produzione della nuova monovolume dal Lingotto a Kraguyevac, in Serbia, dove lo stabilimento Fiat sarà pagato per ¾ dall’Unione Europea e per il resto dagli incentivi fiscali di Belgrado. (Tutte le informazioni e i dati sono tratti dai quotidiani nazionali.) E ammonterebbero a ben 200 milioni di euro gli investimenti statali serbi su un totale di un miliardo necessario per ristrutturare la locale fabbrica. Inoltre i salari sarebbero “contenuti” in 400 euro mensili e la Fiat non pagherà tasse allo Stato serbo né al Comune di Kraguyevac per 10 anni. Inoltre, per ogni dipendente assunto, la Fiat riceverà 10.000 euro di contributi statali. Obiettivo: produrre tra due anni 220.000 auto con 2.500 dipendenti.

Il pragmatico Marchionne cerca di vendere la ricetta per “rinnovare gli strumenti delle relazioni sociali”, come in America, a Detroit, con la Chrysler che dopo aver ricevuto miliardi di dollari da Washington ora “festeggia il rilancio” con “ricavi” provenienti però quasi tutti da provvidenziali vendite al governo, autonoleggi ed altri business. Da notare che nei primi sei mesi dell’anno le vendite a privati si sono invece ridotte del 21%. E in soccorso della Chrysler, col benestare ed anzi la partecipazione diretta dei sindacati d’oltre Oceano, sono arrivati turni massacranti di lavoro e salari orari di 14 dollari per i nuovi assunti, contro i 28 dei più anziani (prima di sbatter quest’ultimi fuori dall’azienda, sacrificati sull’altare del costo del lavoro). I 200mila lavoratori del settore auto in America potranno - forse e per il momento - sopravvivere soltanto a queste condizioni, con tagli ai salari da un minimo di 7.000 ad un massimo di 30.000 dollari all’anno. Prendere o lasciare, sempre col benestare dei sindacati e gli applausi del capitale.

DC