Solo buio per il proletariato

«Scusate, qualcuno ha visto, per caso, dove sia finita la luce in fondo al tunnel?»

Bella domanda, inutile naturalmente, da rivolgere eventualmente a quei politicanti che fino a non tanto tempo fa esortavano “gli italiani” a non farsi deprimere dai profeti di sventura, cioè coloro che mettevano in guardia “la gente” sulla gravità della crisi, illuminata a giorno dalla scoppio della bolla speculativa dei titoli subprime nel 2007. Profeti appartenenti allo stesso pensiero borghese o para-marxista (il che, in fondo, è lo stesso), dato che la critica marxista dell'economia politica non ha diritto di cittadinanza nei talk show televisivi e, in genere, nelle grandi testate giornalistiche. In ogni caso, il tunnel si è allungato o quella luce era solo un gioco di specchi per coprire la miseria della teoria (e della prassi) economico-borghese, se non volgare propaganda. Non siamo noi a dirlo, presunti amanti del “tanto peggio tanto meglio”, ma i dati forniti regolarmente da istituti di ricerca, quali, per esempio, l'Istat o l'OCSE, di cui tutto si può dire, meno che se la intendano col marxismo. Ebbene, il quadro dipinto dalle analisi dell'«intelligenza» borghese continua a delineare scenari drammatici, ma le tinte si fanno ancora più fosche se si isola il “nostro” bel paese dalla media europea. Specificità storiche del capitalismo italiano, vantate come punti di forza dell'economia nazionale – tra cui i distretti, il famigerato “piccolo è bello” - unite alla cialtroneria esibita senza vergogna di una classe politica sguaiatamente saccheggiatrice del “bene comune” - espressione, a sua volta, di quelle specificità – hanno contribuito a rendere più pesanti i dati della crisi riguardanti l'Italia: la parola “Grecia” continua a far capolino...

Che la situazione sia molto seria lo attesta uno studio della Fondazione Di Vittorio, della CGIL, che, al di là delle sfumature, è in linea con le analisi prodotte da altri istituti borghesi. «Il 2012 si conferma l'anno nero dell'occupazione in Italia. Se si sommano i lavoratori che nel 2012 si trovano nella cosiddetta “area del disagio”, cioè precari o part time involontari, a quelli della cosiddetta “area della sofferenza occupazionale”, vale a dire disoccupati, scoraggiati immediatamente disponibili a lavorare e persone in cassa integrazione [nel gennaio 2013, mai così alta la richiesta di CIG, ndr] si può stimare la stratosferica cifra di circa 9 milioni di persone in drammatica difficoltà con il lavoro» (in www.rassegna.it 19-02-'13). E gli ultimi mesi dell'anno appena passato hanno visto un aggravamento tanto del numero di disoccupati ufficiali, 2.875.000 (più 474.000) quanto degli inattivi. Solo la disoccupazione giovanile, quella riguardante la fascia di età tra i 15 e i 24 anni, è calata lievemente a dicembre rispetto a novembre – dal 36,8 al 36,6% - ma è comunque in crescita del 4,9% rispetto al dicembre 2011. Tuttavia, nemmeno i numeri danno conto esattamente dello tsunami che si è abbattuto sul proletariato e, in generale, sugli strati sociali più bassi, se è vero (com'è vero) quanto sottolinea la Fondazione: «i dati sostanziali […] sono ancora più drammatici di quelli formali, e riguardano anche la precarietà, l'inattività e la costante diminuzione delle ore di lavoro [il che, superfluo ricordarlo, vuol dire meno salario, ndr] che involontariamente le persone sono costrette ad accettare» (www.rassegna.it idem).

Già, la precarietà continua la sua marcia trionfale, tanto che ormai l'80% dei nuovi assunti ha un contratto “flessibile”, mentre l'area di quello che un tempo era detto il lavoro tipico, cioè a tempo indeterminato, ha perso in questi anni un milione di posti di lavoro. D'altra parte, se la produzione industriale è calata del 6,7%, con le ovvie ricadute sui servizi (il tanto decantato terziario), non ci si deve stupire di una fotografia dove prevalgono i toni neri o, al massimo, grigi.

Eppure, nonostante tutto questo, la BCE, lo stato maggiore del capitalismo europeo, con furore mistico da predicatore medievale, continua imperterrita a indicare nel lavoro salariato, nelle sue presunte rigidità il nemico da scovare e abbattere per far ripartire il motore della crescita. La borghesia non si accontenta più dello scalpo del proletariato, come nelle “normali” crisi congiunturali: il coltello alla gola della crisi strutturale la obbliga a volerne tutto il corpo per farne carne da macello, un insaccato come le “salsicce” finanziarie infarcite di titoli tossici che hanno riempito e contaminato (non inconsapevolmente) la finanza mondiale, con tutto quello che ne è seguito. Non basta la discesa pluridecennale dei salari e degli stipendi, non bastano la precarietà, i “lavoretti” (“minijobs”alla tedesca), il lavoro nero dilaganti (dentro e fuori l'Europa) per pompare ossigeno sufficiente nei polmoni esausti del capitalismo europeo, cioè, dicono i tecnocrati del capitale, per ridurre la disoccupazione, è necessario procedere con «ulteriori riforme strutturali e interventi sul fronte delle politiche […] in particolare, l'allentamento delle normative a tutela dell'occupazione e la rimozione delle rigidità nelle istituzioni responsabili della determinazione delle retribuzioni al fine di accrescere la flessibilità salariale [che] faciliterebbero l'accesso al mercato di nuovi lavoratori […] in particolare dei più giovani» (www.rassegna.it 14-02-'13). La traduzione è, ovviamente, molto semplice: vogliamo tutto! Gli unici a dettare orari, ritmi e modalità di lavoro, salari e stipendi, devono essere i padroni, senza interferenze esterne, nemmeno quelle dei sindacati, a meno che questi ultimi non diventino in tutto e per tutto servi ubbidienti delle ragioni dell'impresa, ancor più di quanto non lo siano già, senza che debbano nemmeno imbastire la commedia del finto conflitto sociale. Di strada, in tal senso, ne è già stata fatta, appunto, parecchia: non sono già stati chiamati a cogestire – con “l'impresa” - i fondi pensione, il mercato del lavoro e altri apparati istituzionali della borghesia? Se il padronato divora gran parte della carne, ne lascia però abbastanza attorno all'osso proletario perché possano riempirsi lo stomaco sindacalisti e politicanti vari: i cani da guardia devono pur mangiare.

Allo stato attuale delle cose, è persino patetico, allora, il Piano del Lavoro della CGIL - riecheggiante quello del dopoguerra - che non verrà applicato né potrebbe funzionare, esattamente come il primo. L'appellarsi a un capitalismo sano, morale, estraneo nonché ostile alla speculazione finanziaria, per il quale la CGIL sarebbe disposta (non ne dubitiamo affatto) a far fare sacrifici ai lavoratori italiani, è solo un modo per continuare a buttare fumo negli occhi sulla vera natura di questo sistema economico-sociale, per illudere che un altro capitalismo è possibile, per nascondere, dunque, l'inconciliabilità di interessi tra capitale e lavoro; in breve, per convincere il proletariato a farsi macellare, ma con le buone maniere, dal beccaio capitalista.

CB

PS. Il 23 febbraio, il commissario europeo agli affari economici, Olli Rehn, ha spostato un'altra volta un po' più in là, al 2014, la luce del tunnel, alias la ripresa, ma non per i lavoratori, visto che prevede un altro passo in avanti della disoccupazione: siamo alla tragicommedia.

Lunedì, March 4, 2013

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.