Democrazia, dittatura e nuovo ordine sociale

Dopo la conquista rivoluzionaria del potere si metteranno in libertà le latenti forze economiche produttive, che premevano contro le maglie delle catene capitalistiche.
Anche allora, la preoccupazione del Partito non sarà tanto l'opera di costruzione economica a cui il meraviglioso germogliare di nuovi organismi porterà uno spontaneo contributo, - perché già esisteva, nel conflitto tra produttori e forme di produzione, questa energia costruttrice e innovatrice che la rivoluzione politica avrà messo in grado di svilupparsi - ma sarà ancora compito del partito la lotta politica contro la borghesia debellata ma che tenterà di riprendere il potere, e la lotta per l'unificazione dei proletari al di sopra degli interessi egoistici e corporativi.
Questa seconda azione acquisterà importanza maggiore in tale periodo.

A. Bordiga, Clartè, rivista mensile degli studenti comunisti, Palermo, 15 luglio 1920

Introduzione

Con sempre maggiore forza nasce da più parti la necessità di riflettere sui tratti caratteristici del nuovo ordine sociale che può e deve risultare dal superamento del capitalismo. L'aspetto che vogliamo cercare di indagare in queste pagine è legato al rapporto tra democrazia, dittatura del proletariato e comunismo.

Affronteremo prima il concetto di democrazia nel giovane Marx per poi andare ad indagare il significato della “lotta per la democrazia” sostenuta dal movimento operaio nel corso dell'800, si tratterà quindi di vedere il rapporto tra il concetto di democrazia e lo Stato partendo dall'osservazione delle classi sociali delle quali lo Stato stesso è espressione. Concluderemo con l'analisi del rapporto che intercorre tra fase di transizione prima (dove lo Stato è costituito dalla dittatura del proletariato), comunismo realizzato poi (quando lo Stato si estingue nell'autogoverno dei lavoratori) e democrazia.

Stato e democrazia nel giovane Marx

il primo passo nella rivoluzione dei lavoratori è l'elevazione del proletariato a classe dominante, la conquista della democrazia (1).

Un'indagine su questo tema può prendere le mosse dalla “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico” del 1842-43. Partiamo quindi da uno scritto giovanile, nel quale, sebbene stesse maturando in quella direzione, il buon Marx non era ancora approdato in maniera compiuta al comunismo.

È tutta via interessante affrontare quest'opera perché è qui che l'Autore giunge a comprendere come non sia nell'idea di Stato, bensì nella “società civile”, la sfera nella quale si deve ricercare la chiave per la comprensione del processo storico di sviluppo dell'umanità. (2)

Siamo nel pieno del processo di rovesciamento dell'idealismo hegeliano (rovesciamento della prassi): se per Hegel “il reale rapporto della famiglia e della società civile con lo Stato è inteso come interna, immaginaria, attività dello Stato. [per Marx, al contrario] Famiglia e società civile sono i presupposti dello Stato, sono essi propriamente gli attivi.” (3) Se in Hegel “l'interesse generale come tale e come sussistenza degli interessi particolari è il fine dello Stato” e l'essere di questo fine è “l'elemento di consistenza … la sostanza reale dello Stato, [allora] i diversi poteri sono quindi la realizzazione di questo fine statale.” (4) … al posto del concetto della costituzione abbiamo la costituzione del concetto. Ma se Hegel avesse preso, come punto di partenza, i soggetti reali come basi dello Stato, non avrebbe trovato necessario di soggettivare in guisa mistica lo Stato (5).

Per il giovane Marx – sviluppando la riflessione in antitesi con quanto avviene nella monarchia - nella democrazia la Costituzione appare come autodeterminazione del popolo, come costituzione del popolo, è in questo rapporto tra forma statuale e “società civile” che la costituzione è ricondotta nel corso dell'esposizione dell'opera al suo reale fondamento, ossia posta come opera dell'uomo reale, del popolo reale. In questo contesto la costituzione “appare per quello che è, libero prodotto dell'uomo”. (6) La democrazia parte dall'uomo e fa dello Stato l'uomo oggettivato: il popolo crea la costituzione; il principio formale è al tempo stesso il principio materiale.

Lo Stato politico viene visto come un particolare modo di esistere del popolo. Il concetto si sviluppa fino all'osservazione che “i francesi moderni hanno inteso questo così: che nella vera democrazia lo Stato politico perisca”. (7) Si tratta di una dimensione nuova, nella quale “la costituzione, la legge, lo Stato stesso, sono semplicemente un'autodeterminazione del popolo, un contenuto determinato del popolo.”

In opposizione “al burocrate preso singolarmente, [per il quale] lo scopo dello Stato diventa il suo scopo privato“ la tendenza della società civile a trasformarsi in società politica, o a fare della società politica la società reale, si manifesta come la tendenza alla partecipazione il più possibile generale al potere legislativo” che è poi “la totalità dello Stato politico”. (8)

Marx è arrivato nella sua indagine al culmine della contraddizione ma, non avendo ancora maturato la concezione delle contraddizioni di classe operanti nella società civile, vedendo ancora il “popolo” come un tutto indistinto e non un insieme di interessi di classe in aperta contrapposizione tra loro, non ha ancora gli strumenti per risolvere tale contraddizione:

Soltanto nell'elezione illimitata, sia attiva che passiva, la società civile si solleva realmente all'astrazione di se stessa, all'esistenza politica come sua vera esistenza generale, essenziale. […] La riforma elettorale è, dunque, entro lo Stato politico astratto, l'istanza del dissolvimento di questo, come parimente del _dissolvimento della società civile (9).

Negli scritti del Marx maturo questo processo rivoluzionario non sarà più identificato con la riforma elettorale bensì con la conquista rivoluzionaria del potere politico da parte del proletariato.

Dal testo preso in esame emerge che:

  1. nel giovane Marx la formazione sociale non è ancora determinata dal rapporto tra struttura e sovrastruttura, bensì dalla relazione tra “società civile” e Stato, “lo Stato politico è lo specchio della verità dei diversi momenti dello Stato concreto”, (10) della società civile definita dai rapporti di proprietà in essa vigenti;
  2. il popolo appare come soggetto in contrapposizione alla monarchia, ma questo popolo non è ancora indagato sulla base delle differenze di classe (borghesia e proletariato) che in esso sussistono e confliggono;
  3. il momento più alto dell'emancipazione del popolo è la democrazia, nella “vera democrazia” lo Stato perisce, si dissolve. Nelle opere mature saranno lo “Stato proletario” e il “comunismo” a prendere il posto delle istanze che qui sono incarnate dalla “democrazia” e dalla “vera democrazia”.
  4. la quasi totalità della moderna sinistra è ferma alle concezioni del Marx “pre-marxista”, secondo le quali la Costituzione è espressione dell'autodeterminazione del popolo.

Nonostante i limiti teorici che caratterizzano questo scritto del giovanile è evidente come in esso la libertà coincida con la vera democrazia (successivamente comunismo) e come in essa lo Stato debba perire, dissolversi nella partecipazione di tutta la società civile al potere legislativo.

Materialismo storico e Stato

Il potere statale moderno è solo un comitato che amministra gli affari comuni dell'intera classe borghese (11).

Nella definizione del concetto di Stato sono due i passi avanti compiuti dal materialismo storico in confronto alle concezioni precedenti:

prima di tutto viene definito il rapporto di dipendenza che intercorre tra la società civile e lo Stato: l'insieme dei “rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica” (12). Lo Stato non è un elemento neutro, non è l'espressione di un “particolare modo di esistere del popolo”, né lo “Stato etico” di stampo hegeliano, ma una sovrastruttura che riflette il dato strutturale di una realtà materiale formata da inconciliabili antagonismi sociali. L'esistenza, nel capitalismo, di due classi sociali - determinate dal differente ruolo che svolgono nel processo produttivo - pone in essere uno Stato che, lungi dal rappresentare la società civile nel suo complesso, rappresenta gli interessi della classe che, nel rapporto di produzione, risulta dominante.

La borghesia è la classe dominante perché è la classe sociale che detiene i mezzi di produzione, il capitale, ossia la forza produttiva trainante il modo di produzione capitalista.

Per il solo fatto che è una classe e non più un ordine, la borghesia è costretta a organizzarsi nazionalmente, non più localmente, e a dare una forma generale al suo interesse medio (13).

Lo Stato capitalista è il momento della mediazione tra gli interessi dei settori differenti della classe borghese.

Il proletariato è la classe dominata perché, spogliata di ogni proprietà, detiene unicamente la propria forza lavoro, fattore determinante la produzione di plus-valore (14), che viene messa in vendita in cambio del salario. Lo Stato capitalista diviene nel corso della sua evoluzione, ed in particolare quando matura la sua fase imperialista, anche il momento della regolazione normativa e della programmazione economica che sovraintende il processo di sfruttamento della forza lavoro ai fini della produzione di profitto.

La grande scoperta del materialismo storico relativa all'essenza dello Stato come forma della rappresentanza e mediazione degli interessi delle classi dominanti da un lato, e di regolazione prima e di programmazione poi dello sfruttamento della classe dominata dall'altro, permette ai comunisti di fare piena luce tanto sul significato reale che assumono le forme più o meno democratiche dello Stato borghese quanto di definire il rapporto che intercorre tra l'entità Stato e il processo di emancipazione delle classi sfruttate.

Anticipando le conclusioni, il secondo grande passo avanti concettuale è dato dalla constatazione che: essendo il proletariato una classe non sfruttatrice, l'emancipazione della classe proletaria dalla relazione produttiva capitale/lavoro significa necessariamente la fine della divisione in classi della società (15). Una società non più divisa in classi, trasformata in misura della differente posizione occupata dai singoli individui nel processo produttivo – non più sfruttatori e sfruttati, ma cooperanti nella produzione collettiva - è una società che apre le porte ad una umanità intesa come comunità degli interessi che legano tra loro ogni singolo individuo. La fine dell'antagonismo tra classi sociali estingue in tal modo la base stessa di esistenza dello Stato (strumento di oppressione di una classe su di un'altra).

A differenza di tutte le altre correnti di pensiero i comunisti affermano che l'emancipazione dell'umanità dalla divisione in classi della società pone in essere l'estinzione dello Stato come risultante di una nuova libertà finalmente conquistata.

L'obiezione borghese secondo la quale sarebbe lo Stato a permettere la convivenza civile è un palese non sense.

Solo la superstizione politica immagina ancora oggi che la vita civile debba di necessità essere tenuta unita dallo Stato, mentre, al contrario, nella realtà, lo Stato è tenuto unito dalla vita civile (16),

ossia dall'insieme delle relazioni sociali e produttive volte a soddisfare i bisogni individuali e collettivi e che si verificano indipendentemente e precedentemente allo Stato. L'uomo esiste concretamente solo come essere sociale, come insieme di relazioni produttive di cui lo Stato non è altro che riflesso, sovrastruttura.

Detto in altri termini l'esistenza dello Stato sta a testimoniare il permanere dell'umanità in una condizione primitiva, semi-barbarica, caratterizzata da profondi e violenti conflitti sociali. La definitiva estinzione dello Stato è il segnale più evidente che l'umanità ha finalmente ritrovato sé stessa nella sua unità, che si è conclusa la preistoria ed è iniziata la vera Storia civile del genere umano.

Democrazia e classi sociali

tutte le lotte nell’ambito dello Stato, la lotta fra democrazia, aristocrazia e monarchia, la lotta per il diritto di voto, ecc. ecc., altro non sono che le forme illusorie nelle quali vengono condotte le lotte reali delle diverse classi [...] ogni classe la quale aspiri al dominio [...] deve dapprima conquistarsi il potere politico per rappresentare a sua volta il suo interesse come l’universale, essendovi costretta in un primo momento (17).

Bisogna comprendere come la “conquista della democrazia” nel corso dell'800 fosse un elemento tattico centrale anche per le forze comuniste. Si trattava allora proprio della conquista della democrazia borghese. Questa diventava centrale perché la società Europea non era ancora giunta completamente al capitalismo, significativi strati di essa rimanevano nell'ambito di espressioni di potere di tipo feudale-aristocratico. L'alleanza con gli strati più avanzati della borghesia, per la conquista della democrazia borghese, aveva il significato di eliminare definitivamente la precedente formazione storica (di stampo feudale) per favorire processi rivoluzionari di tipo borghese ma suscettibili di passare sotto la direzione proletaria. É il tema della doppia rivoluzione che permea molti scritti dei Marx e che era ancora vivo nell'ambito della Russia del 1917. Questa tattica ha però perso totalmente la sua ragione d'essere nel momento in cui, con la prima guerra mondiale, il capitalismo è entrato nella sua fase imperialista di egemonia a livello mondiale. Da quel momento nessuna democrazia borghese più o meno da conquistare o da difendere o da migliorare, ha più ragione di entrare nell'ambito del programma politico proletario.

Il suffragio universale, ossia la democrazia borghese compiuta, giunta al suo stadio più elevato, è stata la conquista ideale che più di altre ha manifestato la chiusura dell'epoca del modo di produzione feudale e la piena affermazione del modo di produzione capitalista, la sua generalizzazione ha dimostrato il limite stesso del processo di emancipazione avviatosi con la Rivoluzione Francese ed il passaggio del capitalismo alla sua fase imperialista, di decadenza.

Dal punto di vista dell'ideologia borghese, ossia dal punto di vista della falsa rappresentazione, lo Stato liberal-democratico - con le sue istituzioni rappresentative e il suffragio universale - si presenta (prova a presentarsi) come il luogo della ricomposizione politica della contraddizioni economiche e sociali. Nelle società classiste il conflitto tra l'interesse individuale e gli interessi

illusoriamente collettivi rende necessario l’intervento pratico e l’imbrigliamento da parte dell’interesse «generale» illusorio sotto forma di Stato (18).

Ma lo Stato democratico moderno riflette a livello sovrastrutturale quella che è la contraddizione tra gli interessi che materialmente agiscono nella sua struttura produttiva: da un lato la borghesia che vive di sfruttamento e figura il suo interesse di classe come interesse generale della società, dall'altro il proletariato che vive venendo sfruttato e che viene sfruttato – e quindi vive – solo fintanto che accetta la logica, l'etica, dello sfruttamento. Da un lato l'individuo concreto con i suoi bisogni, il suo ruolo nella struttura economica, la sua sottomissione all'antagonismo (tra le classi) e alla concorrenza (tra individui della medesima classe); dall'altro il cittadino astratto, libero elettore, titolare di diritti “uguali per tutti”, partecipe parigrado alla vita dello Stato. Un contenuto economico e sociale di disuguaglianza e lotta generalizzata rivestito da una forma giuridico-politica di uguaglianza puramente astratta e fittizia (19).

Insomma “lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale.” (20) Uno strumento che diventa sempre più apparato burocratico e repressivo, complesso e articolato, fino a divenire, in apparenza, autonomo dalla base di classe che lo ha generato e nel quale la classe dominante – come nelle fasi di inasprimento del conflitto di classe – può decidere che “per salvare la propria borsa essa deve perdere la propria corona”, (21) rinunciando alla forma liberal-democratica per demandare ad Esso la difesa politica dei suoi interessi complessivi di classe. La borghesia, in momenti di pericolo può cioè permettere allo Stato di prendere la forma ora dell'autoritarismo militaresco di stampo fascista - o “islamico-integralista” -, ora del capitalista collettivo nelle forme del capitalismo di Stato, ora facendo accrescere a dismisura il suo apparato parassitario in stretto legame con i fenomeni illegali e la corruttela. Si tratta di forme differenti che lo Stato assume nel suo rendersi parzialmente autonomo dagli interessi della classe borghese che lo ha generato, senza mai perdere, però, il suo carattere di strumento amministrativo e politico capitalista e antiproletario, senza mai perdere la sua funzione, insomma di tutela degli interessi della borghesia.

Democrazia e dittatura

Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico transitorio, il cui Stato non può essere altro che _la dittatura rivoluzionaria del proletariato (22).

Con la rivoluzione proletaria lo Stato non perde la sua natura. “Il potere politico, nel senso proprio della parola, è il potere organizzato di una classe per l'oppressione di un'altra” (23) e tale rimane. Ma con due caratteristiche originali:

per la prima volta lo Stato è costituito dall'organizzazione datasi dalla classe sociale che costituisce la grande maggioranza della popolazione mondiale all'interno di un processo rivoluzionario.

Lo Stato della grande maggioranza è uno Stato che non ha nessun punto di sovrapposizione con il vecchio Stato, rappresentante gli interessi di una minoranza di parassiti sfruttatori.

La classe operaia non può mettere semplicemente la mano sulla macchina dello stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini (24),

essa deve creare le sue proprie istituzioni. Istituzioni di uno Stato di tipo nuovo. Di tipo nuovo in quanto lo Stato proletario ha ragione di esistere solo fintantoché la minoranza dei membri delle classi sociali sfruttatrici, esclusa dall'esercizio del potere politico, non si è estinta sulla base dell'estinzione delle relazioni produttive fondate sullo sfruttamento, sulle necessità di valorizzazione del capitale, sul profitto, sulla produzione di merci e sui meccanismi distributivi della ricchezza sociale attraverso i meccanismi del mercato .

Lo Stato rivoluzionario del proletariato è uno Stato che ha il suo motivo di esistenza nell'eliminazione delle sue stesse basi strutturali. Di fatto è l'ultimo Stato, l'ultima forma che assume il potere politico. È uno Stato di transizione ad una società senza Stato (fase di transizione, a livello sovrastrutturale, = dittatura del proletariato = potere proletario = Stato proletario), è un semi-Stato (25).

Il primo passo dell'emancipazione politica del proletariato è dunque la rivoluzione proletaria, “l'elevarsi del proletariato a classe dominante, la conquista della democrazia” (26).

La democrazia è infatti il “potere del popolo” e poichè “il movimento proletario è il movimento indipendente dell'enorme maggioranza nell'interesse dell'enorme maggioranza” (27) è indubbio che la materializzazione di questo nuovo potere non potrà che assumere, per quanto riguarda i suoi interni meccanismi di funzionamento, la forma di una “democrazia”; ma la democrazia deve essere “aggettivata”:

la democrazia borghese è la democrazia della contraddizione tra individuo concreto e cittadino astratto; in pari modo la democrazia ateniese è stata la democrazia fondata sull'antagonismo aristocrazia/schiavitù e sull'esclusione della donna. La famose frase di Aristotele “l'uomo è un'animale sociale” non sta tanto a significare che l'uomo è per sua natura portato alla socialità, quanto che solo chi partecipa alla vita sociale e politica è degno di essere considerato un essere umano, chi vi è escluso è più simile ad un oggetto o a un animale; la democrazia proletaria sarà l'esercizio del potere della grande maggioranza nell'interesse della grande maggioranza.

Dittatura e democrazia esprimono due momenti complementari. Se riferite al potere borghese, la prima esprime la sottomissione della classe proletaria, la seconda la mediazione tra gli interessi dei diversi settori borghesi per mezzo delle assemblee rappresentative. Che poi lo Stato borghese possa rinunciare alla forma democratica o che nello Stato imperialista contemporaneo autoritarismo e democrazia siano ormai sostanzialmente indistinguibili, non è che la dimostrazione che l'essenza dello Stato borghese è e rimane la dittatura della borghesia, indipendentemente dalla forma più o meno democratica che possa assumere l'esercizio del suo potere.

Se invece ci riferiamo al potere politico proletario, ossia allo Stato proletario, il termine dittatura esprime la funzione “esterna dello stato”, contro la classe borghese, mentre il termine democrazia indica i meccanismi di democrazia diretta che agiscono all'interno dello Stato proletario (28).

Per questo è importante l'aggettivazione: non esistono dittatura e democrazia in assoluto, ma solo in rapporto alle classi sociali che le esprimono sotto la forma del loro Stato di classe. In base alla classe sociale che le esprime questi due termini hanno significati completamente differenti.

Parlando di dittatura del proletariato ci riferiamo alle funzioni che lo Stato rivoluzionario del proletariato svolge in forma coercitiva contro la classe borghese come: l'espropriazione dei mezzi di produzione e, conseguentemente, di distribuzione per la loro socializzazione, l'esclusione della borghesia dal diritto a partecipare alla vita politica, la repressione e il sabotaggio dei movimenti reazionari volti a rovesciare il potere rivoluzionario stesso; parlando di democrazia del proletariato ci riferiamo invece alle dinamiche della partecipazione della grande massa della popolazione alla vita politica, all'esercizio del potere rivoluzionario per avviare un nuovo ordine sociale che parta dalla accertamento dei bisogni sociali reali per arrivare alla pianificazione della produzione e della distribuzione dei beni necessari, ci riferiamo alle modalità che regolano la costruzione dei e la partecipazione ai nuovi organismi sociali.

Insomma la dittatura del proletariato evidenzia il fatto che il proletariato elevando se stesso a

classe dominante […] distrugge violentemente i vecchi rapporti di produzione, esso abolisce, insieme con questi rapporti di produzione, anche le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe e le classi in generale e quindi anche il suo proprio dominio di classe, [mentre la democrazia proletaria mette in evidenza il processo attraverso il quale...] al posto della vecchia società borghese con le sue classi e coi suoi antagonismi di classe subentra un'associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti (29).

Ma dittatura e democrazia sono e rimangono, comunque, le due facce della medaglia di uno Stato di classe, l'estinzione delle classi, e quindi dello Stato, porta necessariamente all'estinzione anche della democrazia.

Dal momento in cui tutti i membri della società, o almeno l'immensa maggioranza di essi, hanno appreso a gestire essi stessi lo Stato, si sono messi essi stessi all'opera, hanno "organizzato" il loro controllo sull'infima minoranza dei capitalisti, sui signori desiderosi di conservare le loro abitudini capitaliste e sugli operai profondamente corrotti del capitalismo, - da quel momento la necessità di qualsiasi amministrazione comincia a scomparire. Quanto più la democrazia è completa, tanto più vicino è il momento in cui essa diventa superflua. Quanto più democratico è lo "Stato" composto dagli operai armati, che "non è più uno Stato nel senso proprio della parola", tanto più rapidamente incomincia ad estinguersi ogni Stato (30).

La democrazia proletaria è quindi uno strumento, non un fine: l'ineguaglianza socio-economica che vige nella società di classe ci impone di utilizzare dei criteri organizzativi, tra questi quello democratico sembra meglio rispondere alle esigenze reali del movimento di emancipazione delle classi sfruttate, ma la democrazia rimane un mezzo, il fine è il completo e cosciente autogoverno dei lavoratori e delle lavoratrici che renderà anche il meccanismo democratico (che oggi siamo obbligati ad utilizzare) semplicemente superfluo.

Socialismo e partecipazione

È necessario un profondo sforzo intellettuale per capire che anche le concezioni, le opinioni e i concetti - in una parola, la coscienza - di ciascuno cambiano insieme alle sue condizioni di vita, alle sue relazioni sociali, alla sua collocazione nella società?
La storia delle idee dimostra che la produzione spirituale si conforma alla produzione materiale (31).

Il movimento rivoluzionario porrà in essere nuovi organismi sociali, nuove istituzioni rivoluzionarie, nuovi modelli di partecipazione, saranno queste nuove forme che determineranno i modi concreti nei quali si eserciterà la dittatura proletaria rivolta contro la borghesia, che sostanzieranno la democrazia proletaria e che costituiranno il passaggio all'estinzione della democrazia, della dittatura e dello Stato stessi.

Il partito rivoluzionario di classe avrà anche esso ragione di esistere fintantoché la società continuerà ad essere divisa in classi e si potrà estinguere con l'estinzione del conflitto di classe all'interno del quale è nato come strumento politico della parte proletaria.

Il partito sviluppa oggi le sue battaglie contro gli organi del potere borghese e le svilupperà domani negli organi del potere proletario per tenere ferma la bussola dell'obiettivo dell'estinzione di tutte le classi, per continuare a rappresentare l'interesse generale di tutti gli sfruttati in contrapposizione alle tentazioni particolaristiche.

La rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessuna altra maniera, ma anche perché la classe che l'abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società (32).

Possiamo essere certi che il futuro processo rivoluzionario porrà in essere nuove e inedite modalità organizzative della lotta di classe, i consigli – le istituzioni fondamentali del potere proletario – manterranno la loro sostanza di organi della classe per la classe, per l'esercizio del suo potere, ma grazie all'immenso sviluppo tecnologico e comunicativo assumeranno sicuramente forme e funzioni inedite. Troviamo tuttavia ozioso in questo momento metterci a definire minuziosamente che forma potrebbero assumere i nuovi organismi del potere proletario sulla base delle nuove tecnologie, preferiamo delineare – come abbiamo fatto - i tratti programmatici per noi irrinunciabili, aspettando di osservare praticamente, intervenendovi e promuovendole, quando queste forme della nuova insorgenza rivoluzionaria nasceranno.

Concludiamo sottolineando ciò che è ormai chiaro, noi non siamo contro “il principio democratico”, ma non riteniamo nemmeno che la democrazia, per quanto proletaria possa essere, coincida con la definizione di emancipazione dell'umanità.

Sappiamo che la democrazia è il più grande inganno della nostra epoca, eppure continuiamo a sostenere la necessità che oggi il partito e gli organismi della lotta di classe, domani del potere rivoluzionario, si organizzino sulla base di una reale e completa democrazia proletaria. La partecipazione della più grande massa all'esercizio diretto del potere è infatti la garanzia migliore contro ogni rischio di degenerazione, per favorire la maturazione di individui coscienti e capaci di prendere nelle proprie mani il proprio destino individuale e collettivo, per favorire il più rapidamente possibile il processo stesso di estinzione del potere ossia dello Stato, della democrazia e della dittatura.

Lotus

(1) Il manifesto del partito comunista, 1848.

(2) Cfr. Engels, “Karl Marx” in Idemokratishes Wochemblatt, n.34, 21 agosto 1869.

(3) Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, in opere complete, vol. III pag 7.

(4) Ibid. pag.16

(5) Ibid. pag.26

(6) Ibid. pag.33

(7) Ibid. pag.34, il riferimento è sicuramente ai comunisti utopistici.

(8) Ibid. pag.132

(9) Ibid. pag.136

(10) Ibid. pag.120

(11) Il manifesto del partito comunista, 1848.

(12) Cfr. Prefazione a per la critica dell'economia politica, 1857.

(13) Cfr. L'ideologia tedesca, 1846.

(14) Il Capitale non è altro che accumulazione del plus-valore estorto nei successivi cicli di accumulazione, su scala sempre più allargata.

(15) Il proletariato è “l'ultima delle classi”, non vive dello sfruttamento del lavoro altrui ma solo ed esclusivamente del proprio. Da ciò consegue che, una volta emancipatosi dalla borghesia il proletariato non darà vita a nuove forme di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, ma alla società umana, accomunata dal medesimo interesse di progredire soddisfacendo i bisogni sociali. È la fine della società di classe, la fine della barbarie, la fine della “preistoria dell'umanità”.

(16) Cfr. La sacra famiglia, 1844.

(17) Cfr. L'ideologia tedesca, 1846.

(18) Ibid.

(19) Cfr. l'interessante saggio di Sergio Cappellini “Il problema politico e la teoria dello _Stato in_ Marx”, reperibile in rete.

(20) Cfr. L'origine della famiglia, dello Stato, della proprietà privata, 1884.

(21) Cfr. Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852.

(22) Cfr. Critica al programma di Gotha, 1875.

(23) Il manifesto del partito comunista, 1848.

(24) Cfr. La guerra civile in _Francia_, 1871.

(25) Cfr Stato e rivoluzione, Lenin, 1917.

(26) Il manifesto del partito comunista, 1848.

(27) Ibid.

(28) Eleggibilità e revocabilità in qualsiasi momento di tutti i delegati, centralizzazione delle funzioni esecutive, accorpamento del potere esecutivo e legislativo, condizioni economiche dei delegati uguali a quelle di tutti gli altri lavoratori.

(29) Il manifesto del partito comunista, 1848.

(30) Cfr. Stato e rivoluzione, 1917.

(31) Il manifesto del partito comunista, 1848.

(32) Cfr. L'ideologia tedesca, 1846.

Martedì, October 27, 2015

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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