Lotta di classe all'Est: problemi e prospettive

Dovendo trattare della prospettiva politica di classe nei paesi dell'Est, Urss compresa, è necessario premettere che scriviamo in un momento in cui la situazione complessiva, in pieno movimento e con aspetti fortemente contraddittori, non consente di dare nulla per certo. D'altra parte sono proprio questi i momenti nei quali si devono tracciare i grandi bilanci del recente passato e le linee di azione del futuro, a breve e medio termine.

Linee generali e premesse di metodo

Innanzitutto è necessario indicare quale è il contesto generale al quale ci si riferisce.

E su questo ci pare non debbano esistere dubbi: è la fase di chiusura del ciclo di accumulazione capitalista, ovvero la fase di crisi del ciclo che interessa ovviamente l'intero sistema capitalista, a scala dunque planetaria. Se ci si vuole riferire ad altro, finisce che non ci si può spiegare il complesso di situazioni, tendenze e controtendenze generatesi, se non in modo frammentario e intimamente contraddittorio, dunque inefficace sia in termini diagnostici, sia in termini politici.

Se per esempio ci si volesse riferire - come cerca di fare la borghesia - alla insopprimibile tendenza dei popoli alla libertà e dunque alle istanze ideali o alle intrinseche debolezze politiche del vecchio ordine stalinista, si dovrebbe poi spiegare il perchè di questo precipitare degli eventi ora e non dieci o venti anni fa quando fioriva la primavera - pur sempre ideale, per carità - di Praga.

Se invece ci si vuole riferire alle sole debolezze intrinseche della forma del capitalismo di stato assunta dall'Urss e dai paesi dell'Est, ancora, rimarrebbe da spiegare il perchè tale debolezza si sia drammaticamente presentata solo ora, o quantomeno a partire dall'ascesa di Gorbaciov nel 1985.

Coerentemente a quanto andiamo sostenendo da anni, dunque, la crisi dei paesi dell'Est e primo fra tutti dell'Urss, si inscrive per intero nella crisi del ciclo di accumulazione capitalista apertosi con la seconda guerra mondiale, che costituisce dunque il quadro di riferimento complessivo, al quale riferirsi anche nell'esame delle specificità del blocco orientale, della sua struttura economica e della sua composizione di classe.

In altri termini, la crisi dell'Est è la manifestazione in certo modo regionale della crisi internazionale, segnata dai caratteri particolari di quei regimi e di quelle formazioni sociali - come è debitamente argomentato in altri contributi a questo numero di Prometeo.

Come tale, la crisi dell'Est si presenta come crisi di quei regimi che caratterizzavano la forma stessa del dominio del capitale sulla società.

Per considerare più da vicino quanto è avvenuto e sta avvenendo all'Est occorre partire dall' Unione Sovietica, capofila del blocco e regista di fatto delle prime mosse. Qui la rigidità del rapporto fra strutture politico-amministrative e forme di gestione della crisi economica ha fatto corrispondere al fallimento della gestione economica la necessità di una "messa in crisi dall'alto del regime stesso", come possiamo definire la perestrojka gorbacioviana.

Le maggiori urgenze della crisi economica russa comportavano una drammatica delegittimazione della centralizzazione burocratica all'interno (perestrojka e correlata glasnost), da una parte, e una sensibile riduzione dell'impegno esterno dell'Urss, dall'altra.

Di qui deriva la riduzione dell'impegno militare sovietico sui diversi scacchieri del mondo, con il ritiro dall'Afghanistan, la riduzione delle sovvenzioni militari a Cuba e la conseguente cessazione dell'intervento cubano in Angola, il taglio degli aiuti al Nicaragua, il virtuale disimpegno dal Medioriente.

Per quanto riguarda la regione europea sotto diretto controllo sovietico, è evidente a chiunque che al cambio di politica interna del Cremlino è corrisposto anche un cambio di atteggiamento nei confronti dei regimi e delle realtà est-europee. E non solo per questione di immagine, peraltro necessaria al richiamo dei capitali e delle tecnologie occidentali esercitato dall'Urss.

Nella rete di rapporti economici di cui il polo sovietico rappresenta, oltre che il primo beneficiario, anche il regista, alle mutazioni dell'uno devono in qualche modo corrispondere certe mutazioni negli altri.

Fintanto che la struttura burocratica centrale amministrava o controllava sin nei minimi particolari tutte le attività di importazione e di esportazione con i "paesi fratelli" - con i quali il capitale più forte, quello sovietico, intrattiene i capitalisticamente normali rapporti di rapina - era utile e necessario garantirsi una pari centralizzazione delle loro strutture economiche, in mano ad una burocrazia di stato ricalcata sul modello sovietico e immediatamente interessata al mantenimento di detti rapporti.

Ma avviata la tendenza a sottrarre al Gosplan il ruolo di gestore di fatto di tutte le importazioni per lasciare alle singole imprese responsabilità e scelte sia della importazione che della esportazione, non è più né utile né possibile che nei paesi satelliti si mantenga la struttura amministrativa e politica precedente. E non è possibile sia per gli interessi russi, sia per le questioni interne a quei paesi.

Innanzitutto, per le frazioni sedicenti progressiste della borghesia sovietica che hanno in Gorbaciov il loro massimo rappresentante, la autonomia delle imprese nelle attività di import-export deve significare anche la possibilità di trattare direttamente con le imprese estere senza passare dagli apparati ministeriali dei paesi est-europei.

Inoltre c'è da considerare che nella fase di ascesa dei nuovi strati dirigenti liberali non è possibile concepire che essi possano sostenere un regime simile a quello che si sta superando in patria, o che ne è la brutta copia.

Infine gioca, sul piano politico, immagine dell'Urss che Gorbaciov vuole dare, all' Occidente, di un paese in rottura con il recente passato di gestore dispotico di un monolite politico militare ed economico quale si presentava il blocco dell'Est.

D'altra parte, quanto avveniva in Urss rappresentava un punto di svolta anche per i paesi satelliti.

I vecchi regimi non avevano più il sostegno politico-militare di santa madre Russia, che aveva sin qui garantito il loro reggere quali apparati di potere, cordialmente odiati da strati consistenti di popolazione. Qui infatti il rapporto fra lo Stato e la società è diverso da quello dell'Urss.

In Unione Sovietica la classe dominante si è sin'ora identificata con l'apparato del partito/stato in un processo che - avviatosi con la eliminazione sul nascere della borghesia tradizionale di impronta europea ad opera della Rivoluzione d'Ottobre e delle sue prime misure economiche e politiche - ha visto il conformarsi di un nuovo tipo di borghesia che si caratterizzava per il possesso reale dei mezzi di produzione svincolato dal rapporto giuridico di proprietà privata Europe-style.

D'altra parte quanto era rimasto dopo la Rivoluzione della piccola borghesia intellettuale e artigiana è stato assorbito nell'apparato, mentre le nuove componenti sono venute lentamente conformandosi nel ruolo di servitori di complemento del regime stesso e, come si sa, i servi sono lenti nel tradurre in pratica di critica e di opposizione il malessere o comunque il malumore che fra loro può covare, salvo fungere da cattivissimi e radicali quando il padrone appare indebolito. (1)

Viceversa nei paesi dell'Est europeo l'apparato monopartitico si è imposto, sovraimposto diremmo, all'uscita dalla II Guerra Mondiale come amministratore di quella forma di capitalismo di stato dettata dagli interessi sovietici e che a quegli interessi doveva ubbidire. Ma la borghesia privatistica, quantunque sconfitta e umiliata non era stata distrutta e le ampie stratificazioni di piccola borghesia erano riuscite a mantenersi in vita con una certa autonomia, pur tra le pieghe dell'apparato.

Le tradizioni liberiste della borghesia e della piccola borghesia europee sono riuscite anche a esprimersi talvolta sul piano politico, camuffandosi di necessità per penetrare anche nel partito unico, con maggiore o minor successo. Le liberalizzazioni dei tardi anni 1950 in Ungheria, il 1968 cecoslovacco sono principalmente significativi di questo dato di fondo, al di là delle chiacchiere borghesi occidentali sulle ventate di libertà portate dal solito... "popolo". E i risultati non erano mancati considerato che proprio allora la borghesia privata iniziò la propria scalata.

È così, a solo titolo di esempio fra i tanti, che il polacco Mieczyslaw Wilczek fece i suoi primi miliardi con una fabbrica di concentrati di proteine vent'anni fa. In virtù forse della sua esperienza fu nominato poi da Rakowsky ministro dell'industria, con il compito di privatizzarla ed ora si trova impegnato in una ricchissima joint-venture italo-polacca per la lavorazione della carne oltre che essere azionista cospicuo di una fabbrica di mangimi e di una società di consulenza finanziaria. Tanto esistono i sani miliardari "tradizionali" a fianco degli uomini della nomenklatura d'apparato, che The Sunday Correspondent ne ha fatto una graduatoria dei 10 più ricchi. Il primo posto è occupato dal citato signor Wilczek seguito da altri 3 polacchi, 4 ungheresi e 2 cecoslovacchi.

Che ciò non basti a costituire un tessuto di capitale privato sufficiente a rilevare le economie di quei paesi è certo, così come è certo che le immense fortune dei più numerosi ricchi sudamericani non bastano a "risanare" le economie di Argentina, Messico, ecc. Ma l'inadeguatezza della borghesia nazionale e tradizionale a comperare dai propri stati tutto l'apparato produttivo e distributivo disastrato non nega la sua esistenza come forza sociale e politica solidamente affermata.

A ciò va aggiunto come elemento non certo secondario lo spirito nazionalista alimentato negli ambienti anche vicini ai regimi dell'Est dal totale asservimento di questi al centro russo.

Non è un caso che nel periodo di Dubcek, in Cecoslovacchia la stessa stampa di partito avesse pubblicato le memorie dei sopravvissuti al processo Slansky nell'ambito di una campagna anti-stalinista che aveva tutto il sapore della rivendicazione di autonomia. La successiva invasione sovietica ha lasciato delusione e rabbia in vasti strati dello stesso apparato, oltre che fra le masse urbane del paese, per le quali il regime sopravvissuto restava il simbolo della oppressione e della negazione dell'interesse nazionale.

L'indebolimento dei regimi di fronte alla ritirata del loro unico puntello, ha comportato, la crescita e l'imbaldanzimento della pressione nazionalista e in gran parte filo-occidentale di borghesia e piccola borghesia, alla quale si è accompagnato un sostanziale ridursi della base sociale dei regimi fra lo stesso proletariato. Dal forte indebolimento al crollo il passo è stato ovunque brevissimo.

Il mito del regime socialista - peraltro del tutto inesistente - aveva certamente giocato un ruolo fra i proletari di quei paesi, ad onta delle pessime condizioni di vita, in rapporto agli standard occidentali. Una volta che quei regimi dispotici sono rimasti nudi nella loro inefficienza economica, anche il mito è crollato.

Le diversità dei percorsi seguiti immediatamente dopo la fine del regime monopartitico nei paesi dell'Est sono evidentemente il riflesso della diversità di rapporti fra la classe operaia e le altre classi da una parte e della parallela diversità di risposta o di comportamento della classe operaia.

Rientra fra gli irrinunciabili principi metodologici il riferimento costante ai rapporti fra le classi e alle vicende della lotta di classe anche quando essa non si mostra nella sua forma dispiegata, esplicita e... cosciente.

I diversi casi: Cecoslovacchia

La cosiddetta Primavera di Praga aveva già manifestato la presenza fin nei ranghi del partito di vasti strati di borghesia e piccola borghesia reclamante una sostanziale indipendenza dalla soffocante tutela sovietica e una sua maggior libertà di iniziativa rispetto alle regole e alle rigidità del piano centrale legato a Mosca. Il suo significato sostanzialmente borghese e dunque conservatore era stato esattamente colto dalla borghesia internazionale che, non a caso aveva dedicato a quegli eventi tutta la retorica e l'enfasi di cui è capace la sua stampa nel raccontar le gesta dei suoi eroi.

La borghesia non ha fatto grandi esami di confronto del contenuto di classe di episodi quali la Primavera di Praga e il seguente 1976 polacco ma - con l'istinto di conservazione che la caratterizza appunto come classe - ha percepito la grande differenza e lo ha mostrato.

Sperticatasi sulla breve ventata liberale della primavera praghese e sulla sua successiva repressione, ha mantenuto un profilo molto più basso - 8 anni dopo - sulla rivolta operaia e la sua sanguinosa repressione in Polonia. Cauta e sospettosa di fronte al primo dilagar di scioperi nella stessa Polonia nel giugno 1980, si è presto rassicurata quando nel Coordinamento nazionale dei comitati di sciopero sono emersi il chierichetto Walesa e i suoi fedeli e, più generalmente, la presa che la Chiesa, l'istupidimento religioso e il conseguente dominio ideologico borghese aveva ancora sul proletariato polacco. Allora la borghesia internazionale ha sciolto le riserve e ha dato il là alla sua stampa per inondare il mondo di inni all'elettricista di Danzica e alla fedeltà degli operai polacchi.

Ma in Cecoslovacchia la classe ha continuato a rimaner muta, da parte, mentre la piccola borghesia tesseva la rete politica della sua dissidenza fuori e dentro l'apparato. È così che al momento del crollo sostanzialmente endogeno del regime, la borghesia aveva già pronte le forze del ricambio e gli strumenti della loro affermazione.

La classe operaia è da sempre confinata nella cintura industriale di Praga. Assente sul piano politico era assente anche fisicamenbte dalle piazze praghesi. La massa di piccola borghesia urbana ha così avuto buon gioco nel presentare al mondo il volto liberaleggiante, democraticista corposamente reazionario delle sue manifestazioni. E i media occidentali puntavano i riflettori sulle città, non certo sulle città dormitorio delle cinture industriali dove peraltro c'era ben poco da vedere.

Quali siano gli obbiettivi dei borghesucci che han preso il potere politico in Cecoslovacchia è chiaro:

  • rilanciare l'economia nazionale indipendente da Mosca, sostituendo all'economia di piano una agognata economia liberista che renda la possibilità di una redistribuzione del plusvalore a loro più favorevole;
  • la fine del "privilegio operaio" di pagare affitti bassi e di godere di servizi e previdenze che sottraggono risorse alla suddetta distribuzione del plusvalore e dunque alle loro tasche;
  • la ripresa dei rapporti con l'Europa occidentale, cioè con il mercato sul quale circolano ricche e sospirate merci, alle quali accedere in cambio di sostanziose quote del plusvalore estorto ai privilegiati di ieri (la faccia tosta con cui questi piccolo borghesi reazionari sulle strade di Praga parlano di progresso, denunciando i privilegi degli operai è la dimostrazione di quanto l'interesse borghese arrivi a stravolgere brutalmente la realtà e la ragione).

Che tali obiettivi siano tutti facilmente perseguibili sol per la volontà di democratizzare e di colpire la classe operaia, ebbene ciò rientra ancora nei sogni di costoro.

La classe operaia vedrà sicuramente peggiorare, drammaticamente, le proprie condizioni, ma la liberalizzazione, ovvero il ristabilimento della proprietà privata delle aziende, richiede altro, e precisamente i capitali che i borghesucci non possiedono e sono invece posseduti solo dai grandi burocrati di prima e dai capitalisti occidentali. Questo è altro discorso che riprenderemo poi.

Di fatto oggi la piccola borghesia cecoslovacca è rampante e decisa a realizzare. Mentre la borghesia - rappresentata dai grandi burocrati di partito e di stato di ieri - attende sorniona gli eventi, continuando a intascare le sue quote di plusvalore in forma di interessi bancari e di benefit residui dopo la bufera.

La classe operaia, dicevamo è assente dalla scena. Come sempre avviene sul terreno dei rapporti di forza fra le classi, la passività proletaria si traduce in soggezione al nemico. Quando la classe non si unisce come tale nella affermazione o difesa dei suoi interessi, anche elementari, sparisce come soggettività politica atomizzandosi nei suoi singoli componenti, quali cittadini della società, singolarmente schierati con questa o quella forza che occupa la scena politica.

Ancora sul metodo

L'impiego del termine soggettività politica può dar luogo a malintesi ed equivoci, ai quali sono prontissimi diversi elementi con scarse capacità di interpretazione dialettica. Quindi, chiariamo. Fa specie dover ristabilire l'abc del metodo materialista, dialettico, ma tant'è: la controrivoluzione ha fatto danni enormi anche fra le pretese avanguardie politiche. Non poche fra queste - prese dalla foga della polemica contro le forze staliniste, interpreti reali della controrivoluzione - hanno dismesso gli strumenti dell'esame obiettivo di ciò che realmente si muove nel mondo attorno a loro.

Capita così che esponenti anche illustri della battaglia di difesa della prospettiva e del programma rivoluzionario abbiano perso la capacità di riconoscere la materialità della lotta di classe là dove si presenta, solo perché non si manifesta sotto le bandiere del marxismo rivoluzionario o con proclami espliciti di lotta anticapitalista.

Dunque riprendiamo. La classe operaia è una entità sociale definita sulla base della collocazione dei suoi membri nel rapporto di produzione capitalista, al di quà e indipendentemente da ciò che ciascuno di essi pensa o crede. La si ritrova sempre e comunque laddove esiste il rapporto di produzione capitalista, quindi ovunque oggi. È ciò che Marx chiamava la classe in sé.

Ebbene questa classe in sé diviene soggetto politico quando agisce solidarmente nel confronto con la classe dominante, la borghesia, su qualunque terreno.

I terreni o i livelli sui quali la classe operaia si esprime come soggettività politica sono diversi, ma fondamentalmente due per quanto riguarda il campo di indagine politica. Il livello rivendicativo, immediato e il livello di scontro storico, strategico.

Quando si muove sul primo livello, la classe operaia porta ancora con sé le remore e i ritardi ideologico-politici dei quali i suoi membri sono portatori, in quanto più o meno pacifici cittadini della società borghese. Il più delle volte e nelle fasi primordiali di avvio di un possibile processo rivoluzionario, non è neppure la classe nel suo insieme a muoversi, ma suoi settori, o addirittura piccoli distaccamenti.

È nel processo stesso di prima aggregazione per il confronto e la lotta con l'avversario di classe che il proletariato inizia a liberarsi di quegli aspetti ideologici, di quei tratti della psicologia borghese che si tramutano in ostacoli immediati alla lotta.

Spieghiamoci con un esempio forse banale: l'operaio che ha sempre creduto giusto che ci sia il padrone e che lo ha sempre considerato una sorta di benefattore perché gli... dà il lavoro, non si è mai posto il problema di partecipare ad organismi di lotta né sindacale, né tantomeno politica contro i padroni, ritenendoli anzi dannosi. Ma quando le condizioni materiali lo spingono a rivendicare aumenti salariali o un miglioramento delle sue condizioni di lavoro, egli metterà volentieri da parte le sue remore filo-padronali per aderire con i suoi compagni allo sciopero e magari alla manifestazione. Non è certo divenuto un rivoluzionario, ma per fare ciò ha dovuto far violenza in certo modo a qualcuno dei suoi princìpi di uomo "perbene".

Riconoscendosi nella unità materiale con i suoi compagni di lavoro,ha conquistato senza volerlo un primo livello di autonomia politica ed è entrato a far parte di una soggettività politica alla quale si era precedentemente considerato estraneo (e alla quale tornerà estraneo una volta chiusasi in sé la specifica lotta rivendicativa).

Né lui né la sua classe sono arrivati ancora al livello di scontro generale con la classe avversa come tale. Da quì a là corre una distanza che non si copre con la semplicità con cui si salgono le scale. E soprattutto va sottolineato che al primissimo livello, se staticamente considerato, la classe è ancora sul terreno del pacifico confronto con i padroni, sul terreno politico proprio ai padroni.

È infatti qui che il riformismo, o la socialdemocrazia tradizionale europea hanno storicamente giocato il loro ruolo: nel rappresentare politicamente, nel mediare il primo livello di soggettività della classe. Ma il concetto stesso di mediazione politica implica l'inserimento del soggetto operaio nell'arena politica dello stato borghese, all'interno dunque delle sue compatibilità, delle sue leggi e delle sue stesse esigenze di stabilità.

Sarà invece la dinamica sociale e politica complessiva, ovvero la determinazione della classe operaia a vincere, anche sul semplice terreno rivendicativo oltre i limiti imposti dalle forze socialdemocratiche o neo-socialdemocratiche, che spingerà oltre anche i livelli di consapevolezza politica di questo nuovo soggetto, fino alla possibilità (per la quale lavoriamo) che la classe si appropri del suo programma strategico di emancipazione. In assenza di questa riappropriazione e del conseguente salto di qualità della classe che diventa così classe per, si avrà presto o tardi il rientro della lotta e la ri-atomizzazione della classe con conseguente sparizione del soggetto politico autonomo e ritorno in forze delle organizzazioni socialdemocratiche.

Nello spazio che separa la apparizione del soggetto politico proletario dalla sua trascrescenza in classe per sé e dall'assalto rivoluzionario si gioca tutto il ruolo delle avanguardie politiche della classe, organizzate in partito, e tutta la battaglia fra questo e la pletora di avversari: organizzazioni borghesi e filoborghesi (riformisti, socialdemocratici, neo-socialdemocratici) che operano nella classe medesima. Ma è altra storia.

Per riprendere il filo interrotto del nostro esame dell'Est, dunque, la classe operaia cocoslovacca è stata assente anche come semplice soggetto politico al suo primo stadio, lasciando tutti i giochi all'avversario.

I diversi casi : Romania

In Romania la situazione si è presentata in modo diverso.

Innanzitutto va ricordato che nel novembre del 1987, due anni prima della rivolta anti-Ceausescu, gli operai rumeni avevano dato un segnale inequivocabile. Al grido di "ne abbiamo abbastanza di questo regime, andiamo a votare come diciamo noi" nel giorno delle elezioni municipali avevano dato l'assalto al municipio e alla sede del partito a Brasov e in altre città. In molte fabbriche si erano tenute infuocate assemblee dalle quali erano stati eletti consigli e comitati di sciopero in rappresentanza dei lavoratori in lotta e col compito di collegarsi fra le diverse fabbriche e città.

Il regime di Ceausescu era intervenuto brutalmente con la Securitate, riuscendo a spezzare con la forza l'iniziativa proletaria e a sciogliere i consigli. (2)

Non hanno fatto a tempo, gli operai a sviluppare la loro organizzazione sotto i colpi delle milizie, né avevano gli strumenti per realizzare in tempo reale il collegamento e la centralizzazione della lotta. Per questo, isolati e divisi, han potuto essere battuti. Il regime non dava alcun segno di quella disgregazione interna che lo ha poi portato alla caduta nel dicembre 1989. Quindi con gli operai non c'era il popolo, a chiedere ciò che oggi esso chiede - blandito dalla stampa occidentale. Eppure gli operai avevano fatto chiaramente intendere a tutti che ne avevano abbastanza di quel regime. Si erano levati allora a soggetto politico indipendente, se non autonomo dalle influenze ideologiche e politiche del capitale e delle sue forze. E tale indipendenza hanno oggi mantenuta.

Quando Iliescu li chiama a Bucarest per sedare la rivolta della piccola borghesia radicale contro il nuovo regime - che gli studenti accusano di essere il vecchio riciclato - non lo fa perché è sicuro della fedeltà degli operai al vecchio regime, ma facendo affidamento sulla consapevolezza degli operai che i loro interessi non stanno dalla parte della piccola borghesia radicale.

Solo degli incalliti ideologi della semplificazione possono sostenere che si è trattato di un colpo di stato all'interno dell'apparato che avrebbe mantenuto la sua presa sugli operai, strumentalizzandoli contro i nuovi oppositori. In questo schema ci sono forzature mostruose che vanno risolutamente denunciate per quel che sono.

Innanzitutto non si è mai visto un colpo di stato che abbia comportato il coinvolgimento dell'intera popolazione. Secondariamente, nell'ipotesi fantasiosa della divisione della popolazione sui due fronti contrapposti, asserito che i due fronti erano quello dell'ala riformista del regime (Consiglio di Salvezza Nazionale ecc.) e dell'ala dura del medesimo, rappresentata in armi dalla Securitate, si dovrebbe anche ipotizzare la neutralità degli operai nelle giornate di dicembre. Gli operai sia come soggetto indipendente sia come sommatoria di individui sarebbero rimasti passivi di fronte alle divisioni interne di un regime che sostanzialmente appoggiavano nel suo complesso. Dopodichè sarebbero tornati a difenderlo nelle giornate di giugno! Con il che sparisce completamente il significato del 1987, a meno di ipotizzare un velocissimo processo di rincretinimento senile di massa degli operai, con totale perdita della memoria e delle elementari facoltà mentali. In qualunque modo si voglia argomentare quello schema, ci troviamo sul piano di una forma di onanismo mentale, al di fuori di ogni senso del reale.

La dinamica reale è stata un poco più complessa e interessante.

L'opposizione al regime del satrapo Ceausescu era andata crescendo e quando fu chiaro che nessuno più lo proteggeva e tutti gli altri suoi colleghi erano caduti, tutti gli strati della popolazione - proprio nella più classica maniera in cui il demos (il popolo di liberi dei Greci) si libera del tiranno - sono scesi in piazza a manifestare la loro rabbia, pur affrontando a mani nude le armi della repressione. Nel popolo si sono certamente ritrovati anche larghi strati dell'esercito e dell'apparato: tutti uniti dunque nello slancio liberatorio. Ma la scena politica rumena era pressoché vuota: la borghesia occidentale logoratasi politicamente fra le due guerre nelle lotte fratricide fra i liberali, il partito contadino ed i fanatici fascisti della legione dell'Arcangelo Michele (3), non aveva sedimentato ideologie e pensiero politico che potessero sopravvivere al rigido totalitarismo del regime stalinista stabilito all'uscita della seconda guerra mondiale.

Significativo a questo proposito è la paradossale rivendicazione del ritorno di re Michele, da parte di alcuni strati di piccola borghesia e di... studenti (!).

Quando nella società si verifica un movimento reale di massa, di portata superiore ad uno sciopero, esso tende immediatamente a politicizzarsi, ad assumere cioè una o più espressioni politiche ed una o più direzioni. Assume ovviamente ciò che trova sul terreno ideologico e politico.

In Romania c'era poco: sul terreno ideologico una generale opposizione al regime di Ceausescu e sul piano politico quasi nulla.

I sostenitori della tesi golpista fondano il loro schemino sulle "rivelazioni" che i membri del PC e dell'esercito erano andati tramando contro il tiranno, ben prima dei fatti di dicembre.

Possiamo anche aggiungere che con tutta probabilità erano appoggiati dalla diplomazia e dai servizi dell'Urss o quantomeno confortati da una loro neutralità. In fondo, Ceausescu era stato il solo dei satrapi orientali a reclamare la propria indipendenza da Mosca e a far debiti e affari con l'area del dollaro (riscuotendo la ammirazione e il plauso di quegli stessi pennivendoli borghesi che poi hanno scoperto che era un mostro sanguinario); non solo, ma recentemente si presentava anche come un irriducibile avversario ideologico della perestrojka.

Ma dal tramare contro Ceausescu all'interno del regime, alla sollevazione popolare ne corre. Il fatto è che i cospiratori si sono trovati ad essere gli unici minimamente organizzati e in grado di esprimere un programma immediato, quando ce ne è stato bisogno. Quando cioè il movimento materiale nella società ha cercato nel mercato politico una qualunque veste politica, sulla misera bancarella ha trovato solo quella del Fronte di Salvezza Nazionale, fatto da vecchi rottami del regime appena abbattuto.

Il rientro immediato, già a dicembre, di Radu Campeanu porta alla rinascita del vecchio partito liberale, ora forte di 400 mila membri, che è facilmente entrato nel primo governo provvisorio del Consiglio di Unità Nazionale, ma che non ha certo fatto a tempo a radicare oltre nella società.

Prima della guerra c'era - citato sopra - il partito nazionale contadino cristiano-democratico. Il suo candidato alle elezioni, Ion Ratiu, era quel signore che essendosi arricchito come armatore in Gran Bretagna dove era andato 50 anni fa, è ora tornato con soldi e mezzi propri e prestati dai suoi amici occidentali a costruire un potente strumento di propaganda editoriale con il quale cerca di raccogliere le forze per una alternativa di governo marcatamente di destra. Ma, nonostante i larghi mezzi, anche a questo partito è mancato il tempo di seminare a sufficienza nella società.

Naturalmente, nell'intervallo fra la fine di Ceausescu e le elezioni, sono sorti altri gruppi e partiti, per un totale di ben settantadue, fra i quali quattro sedicenti ecologisti. Erano tutti prodotti di iniziative dell'ultimo momento, senza alcuna base né nella vita sociale né tantomeno sul piano della elaborazione teorico-politica.

Il Fronte ha così vinto le elezioni: anche i contadini hanno votato maggioritariamente per Iliescu e non per l'armatore Ratiu che si è presentato in loro nome; e i liberali non hanno raccolto che i voti di quei limitati strati di piccoli imprenditori e di intellettuali immediatamente catturati dalle semplici parole d'ordine di Campeanu: "libertà e proprietà privata". Gli altri gruppi hanno raccolto i voti della cerchia di intimi fra i quali erano nati. Ma la sconfitta elettorale della moltitudine di gruppi non cancellava il fatto che a costituire il popolo della rivolta anti-Ceausescu c'erano anche masse non indifferenti di piccola borghesia e aspiranti borghesi, esclusi dal potere e dal privilegio del precedente apparato ed ora decisi a marciare a tappe veloci verso l'auto affermazione politica e sociale e verso quelle condizioni di libero mercato che la propaganda occidentale garantisce come trampolino di lancio verso i lussi consumistici della borghesia d'occidente.

Ad essi è balzata immediatamente agli occhi la verità che Iliescu e il suo governo rappresentano di fatto la riproposizione riciclata del vecchio potere.

Sul piano di classe ciò significa che gli strati precedentemente dominanti di borghesia, rifacendosi la faccia sul terreno ideologico politico e rinnegando gli eccessi del loro dispotico capo fila, Ceausescu, mantengono tuttavia il loro ruolo egemone e non hanno alcuna intenzione di suicidarsi.

Nonostante disponga della maggioranza assoluta, Iliescu ha dichiarato la disponibilità a più larghe coalizioni di governo. È il tentativo di ricostituire l'unità di classe borghese per una amministrazione della transizione controllata nella massima stabilità possibile.

La cronaca volta a volta ci darà notizia degli spostamenti di equilibri, delle alleanze,delle rotture, in altri termini delle forme che prenderà la gestione politica dello stato capitalista, ma ciò riguarderà i rapporti interni alla classe borghese, al nemico.

L'episodio di maggio ha riproposto la verità di sempre del modo di produzione capitalista: il popolo è diviso in classi.

Ora, se il fronte borghese rimarrà diviso al suo interno, ciò accadrà solo perché la classe operaia non riesce ad esprimere continuità di lotta sui livelli rivendicativi, condizione sine qua non di una ulteriore maturazione dei piani di scontro.

In assenza di continuità della lotta operaia, è stato relativamente facile per Iliescu presentare il suo regime come difensore della stato sociale. anzi suo assertore. È stato il Fsn a decretare le 8 ore di lavoro, la settimana corta e gli aumenti salariali. È stato quindi facile additare negli oppositori filo-occidentali, in sostanza nella piccola borghesia così spesso ben rappresentata dalle masse studentesche, un feroce avversario di quelle iniziative e una minaccia diretta per la condizione operaia.

La capacità di mobilitazione delle masse operaie si basava dunque su questa situazione di fatto e sulla disponibilità degli operai a difendere una situazione nota e giudicata sopportabile - per quanto povera - dal concreto pericolo di cambiamento verso una situazione per molti versi ignota ma sicuramente peggiore per gli operai stessi.

È così che i tipografi di lon Ratiu a Bucarest si sono rifiutati per primi di stampare i giornali di quel grasso borghese che invitava alla liberalizzazione selvaggia, all'affamamento dei lavoratori in nome del libero profitto, allo smantella o dello stato sociale. Essi hanno dato così il segna e prontamente raccolto e rilanciato dal regime per tinti gli altri, che sono scesi in piazza nella capitale, da fuori e dall'interno, per far intendere ai piccoli borghesi più arrabbiati e radicali che ancora si illudevano della passività assoluta del proletariato, che i proletari ancora esistono e non intendono farsi pestare i calli più di tanto.

La stampa borghese ha parlato di furia bestiale, di barbare violenze e qualche preteso rivoluzionario da salotto le è andato dietro con gli scandolezzati piagnistei, giungendo a dire - potenza della stupidità e dell'educazione pretesca alla emotività - che i proletari... non debbono abbassarsi ai modi inurbani della violenza borghese.

Noi non abbiamo pianto, né gioito delle legnate in sè, anche se francamente preferiamo che siano gli operai a darle, piuttosto che a prenderle.

Ci siamo invece interrogati su ciò che quegli eventi potevano significare, relativamente alla situazione politica della classe operaia. E abbiamo trovato la risposta sopra espressa, che rifugge dalle cieche semplificazioni e dalle idealistiche generalizzazioni sulla... classe nei paesi dell'est.

Gli operai in Romania si sono mobilitati a difesa del regime? Nell'immediato e in superficie, certamente. Ma nelle condizioni complessive e di fondo viste sopra. E quanta preoccupazione per Iliescu ora che si tratta di mantener fede alla immagine che si è creata!

Nel momento in cui scriviamo, (fine agosto) dalla Romania giungono notizie di scioperi a oltranza nella fabbrica di trattori di quella stessa Brasov in cui nel 1987 avevano dato fuoco ai locali del partito. Ora gli operai protestano contro la penuria di generi alimentari e la mancanza di assistenza sanitaria; in una parola si battono contro i tagli che il passaggio all'economia di mercato comporta e che il primo ministro Petre Roman aveva assicurato di voler contenere per gli operai.

Parallelamente, e nella stessa Brasov, secondo le Monde del 28/8, anche i tecnici delle stesse fabbriche sarebbero in sciopero per protestare genericamente contro la politica economica del governo, ma più precisamente contro le disfunzioni nell'approvvigionamento dei materiali.

Le informazioni evidentemente sono scarse e confuse, circa gli eventi particolari, ma danno conferma dei due fondamenti su cui basiamo la nostra disamina della situazione:

  1. un movimento materiale nella società rumena è in atto, nel quale si giocano le primissime mani di una nuova partita fra le classi;
  2. la classe operaia rumena non è ferma né semplicemente oggetto passivo delle manovre del regime.

Una situazione per certi versi simile, ma per altri diversa è quella bulgara.

I diversi casi: Bulgaria

Qui alla vittoria elettorale schiacciante dell'ex-partito comunista, tempestivamente ribattezzatosi in Partito Socialista nel mentre organizzava le prime elezioni, sono seguiti strascichi che dimostrano comunque la divisione interna al fronte borghese da una parte e la virtuale assenza di classe operaia dall'altra.

Il Psb (l'ex-partito comunista, che fatto fuori il vecchio leader Zikov, si è volto alla democrazia cambiando anche il nome) ha stravinto in provincia, lasciando però la maggioranza di Sofia in mano all'Unione delle Forze Democratiche, raggruppamento estremamente eterogeneo di ben 16 partiti e partitini senza radicamento di massa adeguato, messo su per affrontare le elezioni.

In realtà l'Udf è destinata a vita breve, se pluralismo parlamentare ha da essere. In essa convergono infatti gli ambientalisti di Ecoglasnost ed un altro gruppo di verdi, così come i socialdemocratici, i liberali, i democristiani eccetera. Nel voto Udf sono confluiti un po' tutti gli scontenti e da tempo silenziosi dissidenti del regime precedente, comprese le frange più radicali (oggi) della piccola borghesia urbana che non si accontenta di poter votare e attendere che le venga riconosciuto il diritto al privilegio.

A queste non basta che il Psb nonostante la sua maggioranza assoluta abbia lasciato all'Udf la presidenza della repubblica, occupata dal suo presunto leader Zhelo Zhelev. Per questi ipocriti democrazia significa loro governo, se questa è la condizione per la realizzazione dei loro sogni consumistico-occidentali.

Ciò che in realtà esse chiedono - dietro le sceneggiate sullo smantellamento dei simboli del passato regime o sulle dimissioni delle vecchie scarpe - è che i problemi della drammatica crisi economica vengano interamente scaricati sui "privilegiati" operai mediante lo smantellamento rapido dello stato sociale e un indebitamento ancor più massiccio con l'occidente.

Sin dal gennaio 1989, a seguito di misure economiche finanziarie preliminari dell'estate 1987, i combinat di unità di produzione sono sostituite da società per azioni che devono autofinanziarsi, i privati sono autorizzati a creare imprese con meno di dieci impiegati e nuove disposizioni favoriscono le imprese miste. All'epoca si trattava delle misure più liberali prese sino all'ora dai paesi dell'Est. Ma allora, come oggi, si scontravano con una situazione complessiva che negava di fatto l'accesso alla indispensabile valuta estera convertibile. Come autofinanziarsi, infatti, per le imprese bulgare, se non ricorrendo al credito in valuta convertibile?

L'80% degli scambi commerciali della Bulgaria avviene all'interno del Comecon e il suo 60% con l'Urss. L'Urss assorbe la quasi totalità dei microelaboratori fabbricati a Pravetz, 1'85% della confezione e del pret-a-porter, il 70% della produzione conserviera e più della metà della produzione di tabacco.

Di converso gli scambi con la Cee non rappresentano che il 10% del commercio estero bulgaro. Di più: l'export della Bulgaria in Europa occidentale non copre che il 42,5% delle importazioni, con la ovvia conseguenza di un indebitamento in crescita dai 2,2, miliardi di dollari nel 1984 ai 6,7 miliardi oggi e dal 16% delle esportazioni complessive nel 1985 al 30% nel 1989.

In queste condizioni un rapido accesso della piccola borghesia bulgara agli agi occidentali è ipotizzabile solo nel quadro di un altrettanto rapido asservimento totale dell'economia bulgara alle multinazionali euroamericane alle quali la borghesia interna dovrebbe legarsi in una ipotetica ristrutturazione dell'apparato produttivo, poco più che monoculturale, dotandosi di un apparato distributivo e dei servizi che dia spazio a tutti quegli aspiranti servi. Ma...

La Germania ha altro a cui pensare e su cui fare affari; il resto d'Europa guarda alla Bulgaria (come agli altri paesi) solo come ipotetici mercati per i quali far girare i suoi sottoutilizzati impianti da poco ristrutturati al meglio dello stato dell'arte, per occuparsi solo marginalmente (e guarda caso particolarmente nei servizi) dei possibili investimenti diretti.

L'apparato produttivo bulgaro è tanto obsoleto e scassato che anche l'Urss si è più volte lamentato della scarsissima qualità delle sue abbondanti importazioni da quel paese.

Ben difficilmente gli ingenti capitali in mani private dei notabili del regime di ieri e di oggi e negli arricchiti dalle ultime liberalizzazioni, si impegneranno nell'avventura della ristrutturazione.

A complicare ulteriormente il tutto, quale succoso e velenosissimo frutto della fase ultimale di questo ciclo di accumulazione è venuta la crisi del Golfo e i conseguenti e pilotati aumenti del petrolio, che se possono far comodo nell'immediato anche all'Urss, non sono certo una medicina per l'economia bulgara.

E allora i sogni della piccola borghesia vociante nelle piazze di Sofia sono destinati a rimaner tali. Tutt’al più la bega fra i vari strati della borghesia potrà vertere sul come spartire la povertà di massa: se letteralmente affamando il proletariato confinandolo nei suoi ghetti senza alcun servizio sociale o se contenere le legnate agli operai pur dando qualche spazio all'european living standard della piccola borghesia.

Tuttavia questa è la realtà che è ben difficile possa essere percepita dall'ipocrisia delle bande di piccolo borghesi che da silenziosi conigli si sono ora trasformati in ruggenti leoni della... democrazia.

Così a febbraio ci fu l'assalto da parte di dimostranti al mausoleo di Dimitrov, odiato simbolo dello stalinismo e a giugno l'incendio delle bandiere del Psb appese ai lampioni del corso principale a Sofia. Si trattava di ragazzini manovrati da qualcuno più nell'ombra, che esprimevano però la esistenza di forze decise alla riscossa piccolo borghese. Lo stillicidio di manifestazioni sembrò fermarsi e qualcuno avanzò l'ipotesi che le immagini dell'intervento dei minatori in piazza a Bucarest avesse fatto da deterrente. In realtà la ripresa è stata brutale, con l'incendio della sede del CC del partito socialista, il 26 agosto, alla quale è seguita una manifestazione del Psb.

È il segno che lo scontro interno alle frazioni borghesi è destinato a durare. Se il Presidente Zhelev ha condannato la violenza dissociandosi dagli incendiari, non ha comunque perso l'occasione per rinnovare la polemica con il Psb, ovvero con il governo. Salvo poi riconfermare nella sua qualità di Presidente della repubblica l'incarico al socialista Loukanov di formare il governo.

Per quanto se ne sa in occidente grazie al solerte e professionalissimo lavoro dei corrispondenti della stampa borghese, la classe operaia sembra ancora assente dalla scena.

Né ha senso fare supposizioni sull'orientamento del suo voto nelle elezioni di giugno. D'altra parte non va dimenticato l'artificiale ma ben presente problema turco, ed il suo sostanziale ruolo diversivo nei confronti del ben più grave problema sociale.

È uno dei tanti scandali di questo scorcio di millennio che sopravvivano nell'Europa, presunta culla di civiltà, forme esasperate di nazionalismo che giungono allo scontro violento fra etnie coabitanti e all'assurdo del raggruppamento e dell'organizzazione di uomini in base all'origine dei nonni.

Ma in realtà siamo in presenza della civilizzazione borghese: alla globalizzazione dell'economia, alla internazionalizzazione dei capitali, che non conoscono razza, colore, religione o credo politico, si accompagna la frammentazione del corpo sociale, il turbinoso crescere di particolarismi e differenziazioni di ogni genere, il maturare di odii reciproci tanto assurdi quanto rovinosi del concetto stesso di solidarietà. È un processo materiale che si determina nella formazione sociale capitalista sopravvivente e sul quale le forze dirigenti della borghesia intervengono cinicamente non per controllarlo, tamponarlo in qualche modo, bensì esattamente per alimentarlo e dirigerlo secondo gli interessi immediati del loro governo.

Esaltare il nazionalismo, coltivare la identità nazionale significa stimolare in tutte le comunità etniche eventualmente presenti (o religiose o... di campanile) l'irrazionale orgoglio di sé e la conseguente spinta alla differenziazione. Se poi alle comunità così autoidentificatesi e in qualunque modo inorgoglitesi, si nega anche il riconoscimento negli istituti a ciò artificiosamente preposti si ottiene un unico risultato: quello di esacerbare gli animi, incancrenire diffidenze e antagonismi etnici, in una parola, di conferire a quelle problematiche un rilievo sociale e politico che giunge ad offuscare le altre.

Questo è esattamente ciò che torna utile agli amministratori della conservazione sociale e politica e questo è ciò che ha fatto lo stalinista Zivkov e continua a fare il nuovo regime socialdemocratico con la questione turca.

Così non è accidentale, ma attiene a precise responsabilità borghesi quel che è accaduto a partire dalla caduta di Zivkov e sino a tutto giugno: dimostrazioni e scioperi contro la minoranza turca e le sue rivendicazioni, nel sud del paese. A seguito dei disordini, il vice primo ministro generale Semerdjeve si è dimesso. Ma cosa cambia?

Gli ex comunisti ora socialisti di Bulgaria possono vantare un bel successo se gli operai, invece di avanzare le loro rivendicazioni di classe ad un regime comunque capitalista e su questa base realizzare l'unità degli sfruttati contro o a fronte degli sfruttatori, scendono in sciopero per affermare una pretesa identità nazionale contro un'altra.

I diversi casi: la Polonia

Abbiamo dunque visto che se la situazione economica (di profondissima crisi) è molto simile in tutti ipaesi dell'Est, le situazioni sociali, ovvero i rapporti fra le classi sono piuttosto diversi da paese a paese. Ci manca di accennare alla Polonia che certamente rappresenta un caso a sé e che ha costituito oggetto di esame e di discussione già in diverse precedenti occasioni. Rimandiamo ai diversi scritti già pubblicati per un più particolareggiato riferimento alla situazione economica e politica per rammentare qui le linee generali di quanto esposto. La classe operaia polacca e altri strati sociali della collettività polacca hanno reagito con più vivacità e continuità ai colpi che periodicamente la crisi di ciclo del capitale infliggeva. Vuoi per la maggior intensità delle crisi economiche e la durezza delle conseguenze, vuoi per una più vivace composizione del quadro politico (determinata da fattori diversi e concomitanti: dai maggiori contatti e scambi di ogni genere con l'occidente europeo, a una presenza forte e di fatto istituzionalizzata della Chiesa cattolica), a partire dal 1970 abbiamo assistito in più occasioni a grandi movimenti sino allo sciopero generale dell'agosto 1980. Questo ha segnato l'avvio di una dinamica nuova e del tutto particolare rispetto al resto dei paesi del Comecon. Tale dinamica si è caratterizzata fra l'altro dall'emergere della soggettività politica operaia al suo primo stadio e dal suo immediato e temporaneo (speriamo) irretimento nella trappola dell'opposizione populista cattolica.

La nascita di Solidarnosc, pilotata abilmente dalle ramificate e potenti infiltrazioni della militanza cattolica all'interno della classe, ha segnato la fine dell'ondata di lotta operaia e la presa di direzione ideologico-politica da parte del gruppo raccoltosi inizialmente attorno a Walesa.

Dietro Solidarnosc si è per un decennio nascosta e opportunamente compattata la opposizione della borghesia e della piccola borghesia filo-occidentali. Questo fronte borghese, una volta ricevute in mano importanti chiavi del potere politico, grazie soprattutto agli allentamenti di presa dell'Urss, ha avviato di corsa i suoi programmi di cosiddetta liberalizzazione e di torchiatura della classe operaia. Così smascherato era giocoforza che si dividesse.

Ciò a cui assistiamo oggi - dalle impennate populiste e demagogiche di Walesa contro il governo di uomini innalzati dalla sua Solidarnosc, fino alla proposta di dividere Solidarnosc in entità e forze diverse, e del loro contorno - è la manifestazione di due fenomeni ovvi:

  1. il primo è la divisione politica del fronte borghese sui programmi immediati di gestione della crisi;
  2. il secondo è il tentativo delle forze borghesi più avvedute (che hanno eletto Walesa a loro interprete e uomo di rappresentanza) di non scoprirsi del tutto sul lato operaio o, più precisamente, di non perdere la presa sulla classe operaia o su estesi settori di questa.

Non è un caso che Walesa abbia fatto le sue uscite polemiche contro il governo e il resto di Solidarnosc dopo che gli operai di diverse fabbriche e in diverse città (compresi gli ex cantieri Lenin di Danzica culla delle lotte operaie prima e di Solidarnosc poi) sono scesi in sciopero contro le misure governative, al di fuori e contro le indicazioni del "sindacato libero".

Non occorre che si siano messi d’accordo per fare la sceneggiata: le divisioni che si determinano all'interno della borghesia, oltre quelle spesso ovvie fra borghesia e piccola borghesia, sono il prodotto di diversi apprezzamenti che sempre dal punto di vista borghese è possibile fare della situazione e delle sue prospettive (lo diciamo per quei dilettanti della politica che pensano di spiegare semplicemente gli avvenimenti e la loro complessità immaginando congiure e accordi di regia nella spartizione dei ruoli di scena di fronte alla... classe operaia). Il gioco delle parti è un risultato obiettivo delle divisioni che si determinano nella borghesia sinché il proletariato non ha dispiegato le sue forze nel confronto di classe.

Di fatto il fronte borghese in Polonia è diviso fra chi ritiene si debba marciare a passi veloci sulla strada della liberalizzazione comprimendo con la forza se necessario la classe operaia - e senza quindi considerare, o stimandolo debole, il pericolo che l'insorgenza di questa può rappresentare per il medesimo processo di liberalizzazione - e chi, conoscendo quel pericolo, vuol dare subito alla classe operaia quella voce compìta, democratica, parlamentare, che consente di consolidare i passi avanti del libero mercato sul terreno dei giochi parlamentari, delle consultazioni democratiche e degli scioperi addomesticati.

Riuscirà Walesa nel suo intento di dare agli operai questo angusto spazio di espressione per evitare che essi se ne prendano uno ben più efficace? Certamente, nel caso in cui la classe iniziasse a riprendere la iniziativa su un terreno politicamente autonomo, lo schieramento borghese si ricompatterebbe e Walesa tornerebbe a far fronte con Jaruzelsky da una parte e i suoi ex compari di Solidarnosc dall'altra. Ma per ora Woityla - che sta dietro a Walesa - pensa che sia meglio fare subito tutto il possibile per evitare quel rischio, che già sta crescendo.

D'altra parte la situazione si è terribilmente aggravata e promette di peggiorare per la classe operaia e abbiamo ragione di sperare che la demagogia attivistica di Walesa che, tutto trattando, evita accuratamente di delineare qualsivoglia rivendicazione concreta di classe, non valga a impedire nuove ondate di scioperi.

Non azzardiamo certo la possibilità di una trascrescenza di questi oltre i limiti rivendicativi e quindi sul terreno politico verso la costituzione del proletariato in classe per sé. Ma un succedersi, magari anche frammentato, di lotte materiali degli operai polacchi per le proprie autonome rivendicazioni e quindi contro le forze politiche che le negano, contribuirebbe certamente in qualche misura al processo di distacco della classe da tutte le forze che sin'ora si sono presentate sul mercato politico.

Tutto fa credere che la combattività sin’ora più volta espressa dagli operai polacchi ha moltissime ragioni di ripresentarsi. Tutto fa pensare, nonostante il silenzio stampa imposto dai pennivendoli borghesi alle manifestazioni di lotta operaia, che il proletariato polacco stia continuando a covare dietro l'attuale dispersione di scioperi e agitazioni nelle singole fabbriche, una nuova manifestazione massiva del proprio malessere e del proprio disaccordo con le conseguenze (almeno) del libero mercato della crisi.

Le prospettive: il metodo

Volendo tentare una tipizzazione delle situazioni di classe all'Est, in linea molto generale, potremmo individuare tre gruppi di paesi. Il primo è rappresentato da Polonia e... Germania dell'Est, ormai unificata a quella dell'Ovest ma con la conservazione e l'aggravamento delle condizioni di forte tensione sociale e di possibili ripetute manifestazioni di lotta operaia. (4)

Il secondo è rappresentato da Cecoslovacchia e Ungheria dove la situazione sembra per ora caratterizzata dalla riscossa ideologica, politica e sociale della piccola borghesia e delle sue aspirazioni, o velleità, nella virtuale assenza della classe operaia dalla scena e dalla cronaca di scioperi e proteste.

Il terzo è rappresentato da Romania e Bulgaria, gli unici paesi in cui la presa ideologica e politica dell'apparato dei vecchi partiti di regime su ampi settori di classe operaia sembra essersi mantenuta attraverso la bufera e il rapido cambio d'abito dei partiti stessi, manifestandosi sul piano elettorale.

D'altra parte abbiamo già visto, nel caso di Polonia e Germani e nel caso di Bulgaria e Romania, che all'interno degli stessi "gruppi" si presentano differenziazioni notevoli sia a livello e contenuto del movimento operai , sia per quanto riguarda il quadro complessivo in cui esso si trova.

Questo stesso fatto conferma una tesi che dovrebbe trovarsi stampata indelebilmente nella testa di chi si pretende avanguardia politica proletaria: le forme che assumono i segni di presenza autonoma operaia, al primo livello dello scontro materiale fra le classi, sono diverse e non possono coincidere con un modello generale, astrattamente derivato nel cervello di chicchessia dall'idea Che egli si è fatto del confronto finale.

Anche nel campo delle scienze fisiche si è giunti a concludere che i singoli microeventi che conformano o conducono a un macrofenomeno sfuggono spesso al modello generale che ci si è dati. Gli scienziati hanno così maturato - lungo le vicende della ricerca nell'ultimo secolo - la consapevolezza che o è necessario cambiare il modello, adattandolo alle nuove conoscenze, oppure - ed è il caso dei grandi passi della scienza moderna - occorre reimpostare il metodo di approccio ai problemi.

Nel campo delle scienze sociali, e più ancora della scienza proletaria della rivoluzione comunista, non è possibile procedere da un modello generale, preconfezionato, al fenomeno specifico. Ciò per il semplice fatto - al di là delle fondamentali questioni metodologiche - che le specificità del fenomeno nazionale, derivano dalle specifiche condizioni in cui esso si determina.

Tornando al nostro problema, l'unico modello generale che la storia consente di elaborare e non ha ancora smentito e che si può essere certi che non cambierà sino a quando non cambieranno i rapporti fondamentali fra le classi, riguarda le condizioni della rivoluzione vittoriosa. Premesso che siamo lontanissimi, ovunque nel mondo, da una situazione favorevole alla rivoluzione comunista e finanche al suo avvio, limitiamoci al suo primo momento (insurrezione e presa del potere con conseguente abbattimento dello stato borghese e instaurazione della dittatura proletaria). Le condizioni sono:

  • la mobilitazione generale della classe sul terreno dello scontro materiale con la borghesia;
  • la organizzazione della maggioranza di classe operaia nei suoi organi di lotta, sull'autonomo terreno dello scontro con la borghesia, pronti a trasformarsi in organi del potere di classe;
  • l'ampia circolazione del programma rivoluzionario all'interno degli organi di massa del proletariato, attraverso la presenza organizzata del partito rivoluzionario;
  • l'adesione della maggioranza degli organi di massa proletari al programma tattico e strategico della rivoluzione;
  • la polarizzazione sociale con l'indebolimento del fronte borghese da una parte e il rafforzamento del fronte proletario dall'altra, che è riuscito a trascinare dietro di sé la stragrande maggioranza degli sfruttati e dello stesso sottoproletariato (soprattutto dove è maggioritario) e ampi strati delle classi intermedie;
  • come conseguenza, non certo automatica, del punto precedente, la divisione e l'indebolimento delle forze della repressione, con l'adesione di consistenti settori delle forze armate alle indicazioni tattiche e strategiche degli organismi di massa proletari.

Queste condizioni devono essere contemporaneamente presenti perché la situazione possa considerarsi insurrezionale; l'assenza di una preclude ogni possibilità di vittoria.

Ma questa è la situazione che va raggiunta ovunque, attraverso percorsi niente affatto identici e per lo più dettati dalle caratteristiche della formazione sociale specifica in cui si avvia il processo che deve condurre ad essa.

Di qui a là il percorso politico è lunghissimo e soprattutto il suo avvio è difficile e tortuoso.

Siamo dunque nella condizione di dover ancora discernere i primi passi, o se si vuole le condizioni preliminari dell'avvio.

Fra le condizioni preliminari, senza le quali non si può neppure realizzare una circolazione massiva del programma rivoluzionario, è la esistenza della materiale lotta fra le classi. Questa deve manifestarsi non tanto attraverso la semplice presenza di vertenze o anche di scioperi del tutto addomesticati quando non addirittura resi funzionali alla dinamica capitalista dalla direzione totalitaria dei sindacati. Per parlare di primordiali condizioni di avvio di un processo di possibile crescita rivoluzionaria occorre che la materiale lotta fra le classi si manifesti attraverso l'emergere della classe o di suoi settori significativi, al primo livello della soggettività politica, così come lo abbiamo precedentemente definito.

Le prospettive: la sostanza

Stabiliti questi principi possiamo tirare delle prime conclusioni che vanno sicuramente a collidere con le assiomatiche sentenze emesse da altri che si pretendono marxisti. L'augurio è che la collisione porti alla espulsione fuori del campo politico proletario delle elucubrazioni oniriche dettate dalla necessità di tenere in piedi schemi prefatti e idealisti. (Giusto per dare qualche riferimento concreto, la "elaborazione" della CCI fornisce significativi esempi di sciocchezze di cui liberarsi.)

Abbiamo dunque sottoposto a esame tutti paesi dell'Est europeo, ad eccezione dell'Urss. (5)

Ebbene, Germania e Polonia da una parte, e Romania dall'altra, rappresentano situazioni in cui queste condizioni elementari per l'avvio di un processo di lotta operaia favorevole sono presenti e in misura ben maggiore che nel grasso e intorpidito occidente europeo.

Negli altri paesi est europei la classe è ancora ferma alla barra di partenza, seppure inserita in una condizione economica e sociale pressante che promette di non alleggerirsi. Nulla esclude che nel periodo di circolazione di questo numero della rivista, anche da Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia, e dall'Urss, giungano segni di ripresa della attività autonoma di classe operaia.

Certamente gioca contro questa possibilità la tenuta della grande illusione o della grande speranza che perestrojka e glasnost portino presto dei benefici, pur dopo qualche sacrificio in più. In fondo su questa speranza e illusione ha fatto leva Solidarnosc in Polonia, per castrare prima e contenere poi le iniziative di lotta operaia dal 1980 ad oggi.

Speranza e illusioni di massa all'Est non crollano se non perché sgretolate alla base dalla dura esperienza materiale della dinamica capitalista, non certo sotto l'urto della... propaganda di chicchessia. Anche in occidente il coinvolgimento degli operai alle sorti dell'impresa e del paese non dà cenni di finire, nonostante qualcuno veda scioperi e iniziativa operaia dappertutto e nonostante noi sappiamo che la crisi c'é, i pericoli sono enormi e la condizione operaia è ferma al 1976 mentre i profitti si sono moltiplicati. Il fatto è che la percezione del proletariato di queste verità è di gran lunga più debole del vincolo ideologico che esse dovrebbero distruggere.

In base alla situazione attuale dunque è giusto attendersi una vitalità proletaria all'Est - indipendentemente dagli abiti ideologici che essa potrà rivestire - certamente maggiore che all'Ovest.

Ci troviamo così in una situazione per molti versi paradossale, anche se non certo inspiegabile: all'Est, gli operai riavviano le lotte rivendicative e un minimo di soggettività politica nella totale assenza, per quanto ancora ne sappiamo, di qualunque avanguardia politica sul piano di classe e da una situazione di tabula rasa teorica e politica; all'Ovest sono presenti "forze" (debolissime) politiche che hanno o reclamano di avere un bagaglio di elaborazione e di esperienza politica rivoluzionaria , ma nella totale assenza di iniziativa di classe.

Appare dunque del tutto stonata e assurda la tesi di chi sostiene che i proletari (intendendo le masse proletarie) dell'Est debbano guardare a ciò che faranno quelli dell'Ovest, grazie alla loro maggiore esperienza e maturità. Poiché tali brillanti dirigenti della lotta rivoluzionaria si trovano poi nella necessità di aggiungere che sta ancora alla classe operaia occidentale dar prova di quelle sue qualità, ne consegue che i proletari orientali dovrebbero... attendere, e che le loro lotte e ciò che accade fra loro e le forze ideologiche e politiche della borghesia e della piccola borghesia, avrebbero scarsa importanza finché la classe dell'Ovest non farà ciò che esprimerebbe le sue qualità. Che cosa significa in pratica? Cosa esprime le qualità di coscienza e maturità?

In base a questi poco seri assiomi, i proletari dell'Est dovrebbero semplicemente attendere che quelli dell'Ovest, al minimo, generalizzino le lotte materiali (che dallo sciopero dei minatori inglesi devono riprendere ad avere una qualche rilevanza); rompano con il controllo e la tutela sindacale; si liberino della influenza gauchista controrivoluzionaria (peraltro oggi ancora marginale a fronte di quella dei cattolici, dei Pc e Ps).

Ma abbandoniamo a se stesse queste furbate, per tornare ai problemi seri di prospettiva. È evidente che il problema essenziale nella situazione Est-europea è lo stabilirsi di una presenza organizzata, per quanto minoritaria, adeguata a rappresentare gli interessi storici e politici di classe, che si inserisca per tempo nella dinamica delle lotte proletarie e, attraverso essa, nella vita politica di quei paesi.

In assenza di ciò, assisteremo al ripetersi della drammatica esperienza che già abbiamo avuto in Romania. Qui abbiamo visto il disarmato soggetto proletario scagliarsi sì contro la minaccia delle forme più truci di riscossa piccolo borghese, ma per risolvere il suo intervento in un sostegno di fatto al regime di Iliescu. Il proletariato rumeno è caduto in una trappola particolare, tesa dalla situazione particolare del paese e dalla dinamica seguita dal processo di liberazione da Ceausescu. Ma sulla scena sociale si generano a getto continuo le forze politiche riferentesi alla dominante ideologia borghese e sempre pronte ad accalappiare le sezioni di classe che si mettono in azione senza armi adeguate. È sempre presente cioè il pericolo che la classe operaia non riesca a superare il primo livello della sua soggettività, e che prepari dunque il suo ritiro nella sua originaria natura di... componente variabile del capitale. Anzi, ciò avviene sempre e con drammatica regolarità ogniqualvolta essa manca delle forze politiche che al su interno combattano e vincano contro le forze che operano per tenerla legata alla ideologia e alla prassi dominanti.

Come ovviare dunque al rischio che si profila?

È chiaro, almeno per noi, che non è possibile ipotizzare l'esportazione nei paesi dell'Est del patrimonio teorico e politico nostro (o di chicchessia) mediante la artificiosa esportazione della organizzazione. Una organizzazione politica che radichi nella sezione di classe e nella realtà politica di un paese non può essere che il prodotto della battaglia politica specifica che lì si combatte. I quadri di lotta in grado di modificare i rapporti di forza locali, devono necessariamente conoscere e considerare nell'articolazione del proprio lavoro, le tematiche e i problemi più sentiti dalle masse proletarie di quell'area geo-politico-economica, la complessità delle forze avversarie, ecc. Le tematiche e i problemi che sono oggetto della agitazione e della propaganda quotidiana in cui si esprime il programma tattico strategico della lotta rivoluzionaria non si possono infatti limitare alle generalità di questo, ma devono penetrare nei contenuti della discussione e delle attività elementari della classe.

Il problema che abbiamo posto assume così una più precisa formulazione: come contribuire al manifestarsi, ma soprattutto all'orientamento e alla maturazione di nuove avanguardie proletarie in quei paesi?

Questa è la questione sulla quale hanno lavorato dando prime risposte sul terreno della iniziativa politica e organizzativa i gruppi che hanno iniziato a cooperare fattivamente su questo terreno su motivato invito del Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario. Ma, definito - e dato nella misura e nelle modalità consentite dalle forze e dalla capacità operativa - il contributo che i gruppi "consolidati" devono fornire alle possibili avanguardie dell'Est europeo, resta il problema del loro emergere o meno.

Su questo problema la scienza rivoluzionaria non ha né poteri divinatori né strumenti analitici così sofisticati da poter definire il quando e il dove di un evento determinato da tanti fattori che il solo enumerarli riempirebbe una pagina della rivista.

La scienza della psicostoria su cui Asimov ha tratteggiato il passaggio dal primo al secondo Impero Galattico appartiene ancora tutta al mondo della fantascienza.

Certamente la nascita di organizzazioni politiche proletarie, al di là del loro grado di chiarezza e di determinazione, la dobbiamo mettere nel campo delle probabilità generiche, definendo i limiti di efficacia di un tale fenomeno.

Il processo di disgregazione dell'impero russo è già in stato avanzato e la barbarie dei più ottusi nazionalismi ha già occupato gran parte della scena in diverse repubbliche.

D'altra parte il pericolo di una conflagrazione mondiale, preparata dal moltiplicarsi e dall'estendersi di conflitti regionali, lungi dall'essere allontanato dalla fine della guerra fredda si ripresenta nel quadro formalmente mutato. L'impegno degli stati sul terreno della guerra modernamente guerreggiata, sebbene non ostacoli il processo di aggregazione delle prime avanguardie politiche, non è certo la condizione ideale per la affermazione di massa del programma rivoluzionario. La guerra poi muterebbe così radicalmente lo scenario economico e sociale mondiale da rendere necessario ripensare una gran parte del programma di lavoro rivoluzionario.

La nascita di avanguardie politiche proletarie prima e il loro deciso orientamento rivoluzionario poi devono dunque avvenire prima che il capitalismo precipiti tutti nella barbarie della guerra imperialista.

Se avessero la minima validità le tesi di chi tutto attende dai centri metropolitani occidentali e nulla dal resto del mondo, potremmo chiudere bottega, riservandoci il ruolo di grilli parlanti che ben volentieri lasciamo a costoro.

Per concludere

In realtà i dati della situazione mondiale ci dicono che la lotta di classe proletaria inizia timidamente a riaffiorare all'Est come in regioni importanti della periferia capitalista.

I paesi dell'ex blocco sovietico presentano caratteristiche più immediatamente interessanti: la classe operaia ha una consistenza assoluta e relativa certamente maggiore che altrove; l'apparato produttivo, quantunque obsoleto e a produttività minore di quello metropolitano occidentale è esteso e distribuito sul territorio; le stratificazioni sottoproletarie, ancorché presenti, sono più limitate che in altre drammatiche situazioni.

Infine, non è da sottovalutare sul piano delle sovrastrutture, il concetto di servizio sociale che si è solidamente affermato nella psicologia sociale proletaria in quei paesi, quale risultato della politica populista dei vecchi regimi che, attraverso la garanzia dei servizi essenziali, si erano mantenuti una obiettiva base di consenso fra i proletari.

La stampa occidentale si dà un gran daffare per smentire l'esistenza di un radicato interesse dei "cittadini" dell'Est verso queste funzioni dello stato e dei governi, e si impegna così a fondo proprio perché ciò fa parte della campagna ideologica che la stampa ha lanciato a sostegno delle delizie del libero mercato.

Con tutti i danni devastanti che l'ascesa prima e il declino poi dell'era stalinista ha fatto a scala internazionale alla classe operaia, questo è l'unito resto ideologico che gioca a favore di una possibilità di ripresa della lotta di classe.

I servizi sociali saranno e sono, infatti, le prime vittime della liberalizzazione, come conferma lo sciopero già citato di fine agosto a Brasov.

Riassumiamo dunque conclusivamente. Cenni di ripresa della lotta di classe al suo primo livello si sono già manifestati nei paesi dell'Est.

È fortemente probabile che il processo avanzi, pur solo su questo primo livello, molto più di quanto non prometta l'Occidente europeo. Questo assegna responsabilità enormi alle avanguardie operaie di quei paesi: sta fondamentalmente a loro sfuggire alle lusinghe di un appiattimento sui valori e sui contenuti del sindacalismo più noto (quello occidentale) e del politicantismo socialdemocratico o radicaleggiante, per mantenersi strettamente aderenti all'interesse della loro classe e ai principi dell'antagonismo di interessi fra il lavoro e il capitale. Questa è la condizione preliminare e indispensabile per una ulteriore maturazione e ricerca di un nuovo orientamento.

La volontà di adesione all'interesse di classe non può essere ricevuto in dono da altri o dalle letture (se non in casi eccezionali e singoli). Qui dunque noi non possiamo intervenire, così come non possiamo spostare le masse proletarie italiane dal torpore in cui la sopravvivente capacità di acquisto o possibilità di indebitamento, maturata negli anni della crescita, le mantiene.

Ma se l'emergenza del conflitto di interessi fra lavoro e capitale porta con sé, come dato oggettivo indipendente dalla nostra volontà e azione, la nascita di avanguardie interpreti delle ragioni di classe del conflitto, la maturazione e l'orientamento di queste avanguardie implica anche le nostre responsabilità di minoranze rivoluzionarie mature. Abbiamo indicato anche i limiti entro cui è necessario pensare l'azione e l'intervento... dall'Ovest .

A questo punto si tratta di fare il massimo sforzo consentitoci per definire i passi da compiere e compierli con la consapevolezza che sullo scacchiere dell'Est si compie una parte importante del lavoro strategico di classe per il rovesciamento di questo mondo infame.

Mauro jr. (sett. 1990)

(1) Vedi anche Modi di produzione e formazioni sociali, Prometeo 12, Novembre 1988, p. 54.

(2) Vedi su BC 12/1987 Romania, Yugoslavia, Polonia: Ritorna il vento dell'Est.

(3) Per una sintesi storica degli eventi rumeni fra le due guerre A. Riosa Storia dei paesi dell'Europa Orientale, CELUC, 1974.

(4) Per quanto riguarda la situazione tedesca rimandiamo all'articolo ad essa dedicato su questo numero.

(5) L'Urss presenta una situazione ovviamente più completa dal punto di vista dei livelli di presenza della classe operaia e fortemente differenziata fra regione e regione dell'impero, che non manchiamo dal seguire, per quanto consente la stampa internazionale, nel nostro lavoro quotidiano e di cui daremo conto in altri lavori complessivi.

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Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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