La fine della guerra fredda scalda il Sudafrica

Fra gli eventi verificatisi in concomitanza o a seguito del crollo dell'impero sovietico e a questo conseguenti, c'é l'inizio della fine dell'apartheid in Sud Africa. Nelson Mandela, storico leader dell'African National Congress of South Africa, Anc, è stato liberato l'11 febbraio 1990 dal governo De Klerk che ha subito avviato con lui le trattative per modificare la costituzione e porre fine al regime dell'apartheid.

È del 1949 la proibizione dei matrimoni interrazziali, il primo di una rapida serie di misure politiche con le quali la minoranza dei coloni bianchi del dominion autonomo del governo inglese, cristallizzava la propria supremazia economica, sociale, politica e militare sulla stragrande maggioranza nera della popolazione.

Dopo quarant'anni, dunque, sembra agli idealisti che sia avviata la marcia di destrutturazione di quel mostro politico e giuridico che aveva fatto del razzismo la base costitutiva di uno stato.

Dopo quarant'anni, appare agli occhi miopi dell'idealista che il razzismo, questo elemento diffuso nella più retrograda sub-cultura dell'uomo, inizi a cedere il passo di fronte all'incalzare delle luminose forze ideali del progresso e della democrazia.

In Sud Africa. E altrove? Evidentemente le luminose forze del progresso culturale marciano a casaccio, se arrivano in Sud Africa svuotando la Yugoslavia, dove tornano invece a scatenarsi, per sconcertare il nostro idealista, le più oscure e spietate spinte sopraffattrici legate all'etnia o alla religione.

In realtà le idee, in Yugoslavia come in Sud Africa, contano poco, rivestono solamente nella coscienza degli attori le più concrete spinte materiali, gli interessi che ai più diversi livelli si muovono e si scontrano,nelle classi, nel paese, nell'area geo-economica, nel mondo.

Partendo dalla situazione e dalla dinamica sociale e politica del Sud Africa, torniamo qui a dimostrare che ciò che laggiù si muove è ancora una volta il portato, nella specifica situazione, di quanto si è mosso negli equilibri mondiali; che la fine dell'apartheid è conseguente alla fine dei vecchi equilibri dei blocchi contrapposti e risponde agli interessi del blocco imperialista occidentale e in particolare degli Usa, di affermare la propria egemonia sul mondo intero, in attesa che nuovi schieramenti di delineino all'interno, a rivendicare armi alla mano la propria quota di mondo.

Fallimento degli "antimperialisti"

Nei tempi in cui infuriava la cosiddetta lotta antimperialista nel mondo, e ogni lotta di "liberazione nazionale" era considerata dai sinistri un fronte di attacco all'imperialismo, anche i sostenitori più critici, legati alle aberrazioni trotskiste, in disaccordo con molte delle forze ufficiali di tali lotte di liberazione (come l'African National Congress di Mandela) sostenevano cose ora brutalmente smentite dai fatti.

Leggiamo Hosea Jaffe, trotskista dissidente della IV Internazionale e autore di diversi libri sull'Africa e sull'antimperialismo in Africa:

È assolutamente e può assolutamente essere in dubbio che, se potessero, sia il Pac che l'Anc dirigerebbero l'economia coloniale del Sud Africa a vantaggio dell'Imperialismo dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti,. La loro sventura consiste nel fatto che essi non avranno mai e non potranno mai avere la fortuna di realizzare i loro pipe and beer dreams (sogni "della pipa e della birra", sogni dorati), a causa della natura economico-sociale dell'imperialismo discriminazionista, che riposa su una "democrazia bianca" e sulla mano d'opera nera a buon mercato. L'Apartheid è il cemento del colonialismo in Sudafrica. Quando questo finirà, tutto finirà con esso. L'immunità non è possibile per l'imperialismo neppure come "rischio calcolato". Ecco perché esso deve essere il primo punto dell'anti-discriminazione razziale. (1)

Ora succede che sia il Pac che l'Anc saranno in qualche modo inclusi nel futuro governo democratico a-razziale e i suoi leader potranno avere pipa e birra; l'Apartheid sta per finire senza che finisca l'imperialismo in e del Sudafrica; è stata proprio la maggio forza imperialista (gli Usa) a imporre di fatto ai bianchi sudafricani la fine dell'apartheid.

Ma H. Jaffe, per quanto critico nei confronti di Pac e Anc, da buon trotskista condivideva con queste organizzazioni l'assioma ideologico dominante, sostenuto anche dalla Terza Internazionale dopo il suo salto della barricata.

L'ideologia antimperialista...

L'assioma è questo: l'imperialismo è... solo quello americano e dei suoi alleati canadesi, australiani ed europei (gli altri paesi sono quelli socialisti, per quanto deformati, o quelli dominati dall'imperialismo e dunque potenzialmente antimperialisti).

Ma Jaffe, come il suo cortese avversario Samin Amin, sa bene che non è possibile definire l'imperialismo come una politica ed è bensì una fase, un modo d'essere nel tempo del capitalismo, del rapporto di produzione capitalista. Per lui quindi l'imperialismo è il rapporto di dominio che gli stati capitalisti più forti stabiliscono con quelli più deboli, le cui borghesie accettano quel rapporto perché ne traggono tutti i vantaggi. Lo schema conseguente è questo: le borghesie dei paesi dominati o controllati dall'imperialismo possono mantenere quel rapporto alla sola condizione di super-sfruttare, opprimere ed eventualmente discriminare - come in Sudafrica- le masse lavoratrici o le "masse popolari". La dittatura, la natura antidemocratica dello stato è dunque la condizione del rapporto di sfruttamento all'interno e fra paesi. La lotta democratica dunque può essere tale e vittoriosa solo se è lotta contro l'imperialismo, come sopra inteso, ed ha successo solo con la rottura dei rapporti imperialistici fra paesi.

Ovviamente all'interno di questo schema le varianti sono molteplici, ma non sarà difficile per il lettore a conoscenza delle varie tendenze che si esprimevano nei diversi movimenti di liberazione nazionale, rintracciare il filo conduttore di questa medesima impostazione di massima. Quelle forze che - come l'Anc - erano estranee anche a questa impostazione, si ponevano solo il problema della democrazia politica, a prescindere da qualsiasi definizione delle cause della sua mancanza e delle condizioni necessarie per raggiungerla. Non erano marxiste, dicevano i "marxisti" alla Jaffe.

... smentita dai fatti

Ora di fatto, pur fra tragiche convulsioni, la democrazia sta arrivando, a invalidare quello schema comune a stalinisti, maoisti, trotskisti e guevaristi.

Il fatto è che quello schema non sta in piedi, se pur uno schema può reggersi. E non sta in piedi perché composto di elementi falsi e basato su una premessa falsa.

La premessa che solo Usa, suoi alleati e loro domini sono capitalisti e che gli altri fossero non-capitalisti (socialisti o addirittura comunisti) è il più grande falso storico del secolo, di cui il proletariato del mondo intero ha già pagato durissime conseguenze (fra cui lo schierarsi nella seconda guerra mondiale) e altre ne sta pagando e ne dovrà pagare.

L'Urss e i suoi satelliti europei erano paesi capitalisti, nei quali il capitale era in tutte le sue forme (industriale, fondiario e finanziario) concentrato nelle mani dello stato e amministrato mediante la pianificazione centrale. Coerentemente alla loro natura, agivano sul mercato mondiale dell'imperialismo come blocco contrapposto all'altro con il quale si erano spartiti a Yalta gran parte del mondo.

Il sostegno che essi davano ai "movimenti di liberazione", dunque, era funzionale non alla liberazione di quei paesi, concetto di per sé privo di senso, ma alla lotta permanente fra i blocchi per rubarsi l'un con l'altro aree di influenza, mercati, sorgenti di materie prime o - al minimo - per complicare la vita dell'avversario.

Già questo basterebbe a far crollare tutto lo schema conseguente. Ma anche gli elementi interni sono visibilmente falsi. Non è vero infatti che la fine della discriminazione razziale o della dittatura politica sia incompatibile con la permanenza di rapporti imperialistici fra gli stati e dei più bestiali rapporti di sfruttamento all'interno. Prima ancora del Sudafrica, un gran numero di situazioni nel mondo stavano a indicarlo. Citiamo per tutte le maggiori: l'India (la "più grande democrazia del mondo"), il Venezuela, il Messico, l'Egitto.

Gli assetti politico-istituzionali interni di qualunque stato borghese, di qualunque stato dunque, sono aspetti della specifica formazione sociale che è il portato della storia di quei paesi e in particolare è il portato:

  • della storia dei modi di produzione
  • dei rapporti sociali consequenti
  • dei rapporti che ciascuna formazione sociale ha intrattenuto e intrattiene con altri stati e altre formazioni.

Gli assetti politico-istituzionali possono dunque modificarsi, più o meno profondamente, in funzione di una o dell'altra o di tutte e tre le condizioni che ne costituiscono la base determinante.

Stanno cambiando le forme politiche del Sudafrica perché sono cambiati precisamente i rapporti che legavano questo ai paesi imperialisti dominanti.

La lotta per la democrazia dunque ha vinto o sta vincendo perché così vogliono gli Usa - e con essi il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e le banche commerciali europee - e senza che il rapporto di dipendenza del Sudafrica da questi centri di potere venga minimamente toccato.

Né il prevedibile affermarsi di nuove forme democratiche, anti-discriminatorie, "civili", andrà a modificare la condizione di estrema povertà e di supersfruttamento delle masse nere di fronte ai lussi svizzeri della minoranza bianca.

È evidente, a chi non sia accecato dai fumi dell'ideologismo, di destra o di sinistra, che quel che non andava nelle teorizzazioni di simili "marxisti" e "rivoluzionari" era proprio la comprensione del periodo storico, segnato da quanto successo in Russia nel 1917 e dopo. L'equivoco dell'Urss socialista, ha deformato in quasi tutte le menti politiche l'immagine dell'imperialismo, negando loro la comprensione di quanto andava svolgendosi sotto i loro occhi. Ora che il mito è miseramente crollato e che il suo crollo ha trascinato una catena di avvenimenti politici del tutto inaspettati, quei "rivoluzionari" si trovano spiazzati, precipitati nella confusione.

Qualcuno di loro riuscirà a risalire? Riuscirà cioè a riconoscere i difetti dell'attrezzatura analitica, recuperare gli strumenti metodologici corretti per avviare finalmente una vera critica rivoluzionaria del presente per spianare la strada all'avvenire?

È un augurio che ci facciamo, anche se con poche speranze, per recuperare alla lotta - che, dopo 70 anni, dovrà ripartire - qualcuno di quelli trascinati dal riflusso della prima ondata rivoluzionaria.

Ristabiliamo intanto i dati fondamentali della vicenda sudafricana e del suo rapporto con le dinamiche innestate dalla fine della guerra fredda.

I prodromi del nazionalismo nero

La resistenza delle popolazioni indigene all'occupazione e allo sfruttamento da parte dell'uomo europeo, data dai primi insediamenti stabili dei colonialisti europei nelle terre del Capo. Senza ripercorrerne la storia, rileviamo che durò per più di 200 anni per concludersi con la sconfitta della Ribellione di Bambata del 1906, che segnò un fondamentale punto di svolta.

Bambata era un capo Zulù che guidò la lotta armata degli africani contro la espropriazione delle terre e le gravose tasse imposte dal governo dell'Unione Sudafricana, stabilitasi (1902) al termine della guerra dei Boeri.

Quattromila furono i morti neri, compreso il capo Bambata, contro solo 25 bianchi uccisi. Era il segno della schiacciante superiorità militare delle forze coloniali rispetto alla organizzazione tribale di origine rurale che aveva posto in essere la rivolta. Ed era soprattutto il segnale che i Bantu (come sono genericamente chiamate le comunità nere dai bianchi sudafricani) avrebbero da allora costituito la massa di forza lavoro di riserva per le imprese capitaliste sia agricole che industriali dei bianchi e di quei pochi neri che eventualmente fossero riusciti a elevarsi al rango di capitalisti.

Da allora non ci sarebbe più stata alcuna base sociale materiale per la divisione dei neri nelle rispettive etnie e nelle tradizionali strutture tribali e "nazionali". La loro permanenza ufficiale è una specifica macchinazione dei padroni bianchi per la classica tattica del divide et impera di romana memoria, propria cioè alla "civiltà classica".

La vita reale di proletari super-sfruttati nei campi, nelle miniere, nelle fabbriche, lontani dai propri focolari, dalla comunità di villaggio, dai parenti stessi, univa di fatto lo Zulù allo Xhosa, al Sotho, allo Tswana e quant'altri.

Le misure politiche e sociali dei padroni bianchi tendevano a mantenere la divisione rispedendo periodicamente a "casa" i lavoratori, obbligandoli a quella casa, non perdendo occasione alcuna per sottolineare la diversa etnia, la diversa provenienza, la diversa... cultura, salvo negare loro ogni cultura e finanche ogni dignità di uomini.

Questa contraddizione fra realtà e manovre politiche informerà di sé grande parte della storia del movimento nero in Sudafrica, congiuntamente a un'altra situazione di fatto, piuttosto comune in tutti i paesi, periferici e metropolitani. Ci riferiamo alla inserzione fra sfruttati e sfruttatori di una classe intermedia di servitori meglio pagati, meglio sistemati nelle articolazioni dell'apparato produttivo, distributivo e dei servizi che, selezionati dalla classe sfruttata, vengono portati al di sopra di questa per fungere, secondo i casi, da strumento di raccordo e di mediazione, da veicolo delle manovre mistificatorie e divisorie della classe dominante, da esempio positivo che chi sta sotto deve solo emulare.

In Sudafrica la perfida sottigliezza dei dominatori bianchi si è spinta oltre la classica, naturale coltivazione borghese di un ceto medio generico, indifferenziato: ha ulteriormente differenziato il popolo fra meticci, indiani e negri (Indians, coulored, bantu).

In effetti,le prime forme organizzative politiche dei neri sono state espressione dei ceti intellettuali e professionali della piccola borghesia nera, indiana e meticcia, nate ancor prima della Rivolta di Bambata e di fatto separate dalle masse proletarie e semi-proletarie della grande maggioranza nera. Ricordiamo la Imbumba Yama Afrika (Unione degli Africani), il Natal Indian Congress, fondato da Gandhi e proiettato senza successo verso i coolies delle piantagioni di canna da zucchero; l'African people's organisation, la prima organizzazione dei meticci che si svilupperà nel corso dei decenni nell'African coloured people's congress, parte della Congress alliance controllata dall'Anc.

L'Anc

L'Anc nacque come South African Native National Congress (Congresso nazionale dei nativi sudafricani) nel 1912. I suoi dirigenti consideravano a quel tempo loro primo compito parlare per il popolo più che parlare al popolo. Le loro piattaforme si limitavano alla richiesta al governo dei bianchi di qualche provvedimento di giustizia sociale e alla opposizione, più o meno decisa o radicale, alle progressive misure che avrebbero poi portato al pieno regime di apartheid.

Scrive Gibson:

Uno degli aspetti curiosi del Sannc era quello di essere costituito da nuove élites - i professionisti e gli uomini che si sono fatti da sé - e la vecchia aristocrazia tribale. La struttura organizzativa era basata su un parlamento a due camere con una camera Alta dei capi tribù e una Camera dei Comuni. Ogni Camera aveva il suo presidente... (2)

È chiaro dunque che il Sannc, precursore ideologico, politico e organizzativo dell'Anc, nasce già sull'equivoco, sul mancato riconoscimento della nuova realtà di classe, nella difesa di valori e di forme sociali ormai superate dalla storia.

L'Anc percorrerà tutti questi decenni, con alterne fortune ma sempre caratterizzato dall'imprinting della nascita, senza mai riuscire a formulare un programma preciso per il cambiamento, sempre oscillante fra le diverse suggestioni che la storia e le vicende nazionali e internazionali gli presentavano.

Nel corso della prima guerra mondiale, in cui il Sudafrica, dopo la breve Rivolta Boera, si impegnò nel continente contro le truppe tedesche senza peraltro impiegare nel combattimento nessun soldato di colore. Il Congresso si astenne da qualunque azione, rimanendo in attesa. Falliti i tentativi di far riconoscere i diritti del popolo nero alla Conferenza di pace di Versailles, il Sannc iniziò a veder declinare il suo seguito nelle masse e a ulteriormente corrompersi nei compromessi con il regime.

Nel 1935, in seno alla All African Convention l'Anc accettò la proposta del governo Hertzog - il primo regime del partito nazionalista sudafricano, prodotto dell'ormai consolidato compromesso fra boeri e britannici - di un "Consiglio rappresentativo degli indigeni", puramente consultivo e del tutto inutile, salvo che a coprire l'espulsione di tutti i neri dal vero parlamento legislativo, bianco.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale l'Anc era in difficoltà, tanto che non ebbe nulla da obiettare quando il generale Smuts chiamò alla solidarietà degli uomini di tutte le razze contro le potenze dell'Asse, promettendo miglioramenti economici e sociali, sospendendo le famigerate Pass laws (le leggi restrittive del movimento dei neri in Sudafrica). Né come vedremo ebbe molto da dire, se non a sostegno della guerra, il Pc sudafricano.

Ma le promesse degli Alleati, di libertà per tutti dopo la vittoria, rimasero eluse. Tornarono in vigore le Pass laws e il nuovo governo nazionalista bianco del dott. Malan si diede alacremente alla costruzione di quanto più reazionario potesse concepire: dalla riduzione del numero degli elettori meticci, alla riduzione dei possedimenti di terra degli indiani, dalle ulteriori restrizioni del movimento dei neri verso le città bianche alla proibizione dei matrimoni misti. La Anc, continuava la sua fallimentare politica del compromesso a tutti i costi, caldeggiata dai membri "comunisti" legati a Mosca. Intanto (luglio 1950) il governo varava il Suppression of Communism Act (Legge per la soppressione del comunismo) tesa non solo a colpire il South Africa Communist Party (Sacp), ma "ogni organizzazione o individuo che tendeva a effettuare cambiamenti politici, industriali, sociali o economici all'interno dell'Unione".

Ma all'entrata in vigore della legge, i nasi fini degli stalinisti, fiutato il vento, avevano già sciolto il loro partito (22 giugno 1950), per avere più mano libera nel controllare dall'interno e manovrare, nella misura del possibile, l'Anc.

Questa rimase esposta alle forti critiche della base e dell'ala più radicale dei giovani.

Data da quel periodo la costituzione della Lega dei giovani destinata di lì a poco a risollevare le sorti dell'Anc con un maggior militantismo e una maggiore attenzione alle sollecitazioni dalle masse. E data da quel periodo l'avvio di quel processo che porterà nel 1959 alla scissione formale del Pan African Congress (Pac).

Una precisa e distinta corrente -pan africanista in seno all'Anc iniziò a emergere manifestando profondo disaccordo con la "Carta delle Libertà" per il Sud Africa democratico del futuro.

La "Carta della libertà"

Senza ripercorrere la tormentata vicenda interna all'Anc di quegli anni, vediamo i contenuti di quel documento, tanto sostenuto dagli stalinisti, ora in veste gandhiana.

L'apertura:

Noi, il Popolo del Sud Africa, dichiariamo per tutto il nostro paese e il mondo di sapere che il Sudafrica appartiene a tutti coloro che vi vivono, neri e bianchi, e che nessun governo può giustamente rivendicare l'autorità se non è basato sul consenso del popolo.

Ma il documento non faceva alcuna menzione del principio, pur democratico quant'altri mai, di "un uomo un voto". Ciò avrebbe reso insignificante la presenza dei voti bianchi in un ipotetica elezione parlamentare o di Costituenti. La Carta si riferiva invece ai diritti costituzionali, ai diritti nazionali, delle diverse componenti etniche del Sudafrica

Come osservavano i dissidenti del costituendo Pac: i capi dell'Anc "sostengono che il Sudafrica e le sue ricchezze appartengono a tutti coloro che lo abitano, gli sfruttatori stranieri e gli sfruttati indigeni, i rapinatori stranieri e le loro vittime indigene...Essi considerano fratelli gli africani sottomessi e i loro signori europei".

Va subito rilevato che i contenuti politico-istituzionali di fondo di quella Carta sono quelli oggi in discussione.

La serie di riunioni del Codesa (Convenzione per un Sudafrica democratico) fra 19 organizzazioni che conducono le trattative, autorizzate dal plebiscito bianco di marzo '92, fra la minoranza bianca le diverse rappresentanze delle altre etnie, è tribolatissima. Gli estremisti bianchi, ben annidati ancora nello stato sudafricano, sono riusciti a riattizzare le rivalità fra l'Anc e l'Inkhata del capo zulù Buthelezi e a creare le occasioni per interrompere a ogni piè sospinto le trattative. Ma la strada è ormai segnata. Mandela figura avere di fatto già vinto. E vedremo come.

Sono stati invece modificati o stanno per esserlo i contenuti di politica economica del programma dell'Anc. Conformatisi negli anni 60 e 70, nel senso voluto da Mandela come dagli stalinisti, sul modello del capitalismo di stato, gli obiettivi economici si riassumevano nelle statizzazioni e nazionalizzazioni a tappeto (banche, miniere, fabbriche). Il potere dello stato doveva servire, secondo Mandela per allevare una classe borghese nera.

Questo era ciò che aveva già fatto l'Afrikaner nationalist party negli anni '30 e che giunse all'obiettivo con la sua vittoria nel 1948 contro il partito dei colonialisti inglesi. La piccola borghesia afrikaner aveva usato lo stato come strumento per mettersi in condizione di accumulare capitale e così diventare una sezione a pieno titolo della classe capitalista del Sudafrica.

Questo è precisamente ciò che propose Mandela a favore della piccola borghesia nera. È lui stesso a dirlo:

La rottura e la democratizzazione di questi monopoli (quelli privati dei bianchi, ndr) aprirà un terreno fresco per lo sviluppo di una prosperosa classe borghese non-Europea. Per la prima volta nella storia di questo paese, la borghesia non-Europea avrà l'opportunità di possedere, a proprio nome e col proprio diritto, mulini e fabbriche, e i commerci e l'imprenditoria privata vivranno una espansione e una fioritura come mai prima. (3)

Vedremo poi gli sviluppi di questa posizione.

La scissione dell'Anc

La Carta era fortemente sostenuta dalle organizzazioni interne all'Anc controllate dai "comunisti" variamente camuffati che restavano fedeli ai metodi tipicamente stalinisti. Sotto la forte pressione di questi professionisti della politica bianca, l'Anc avviò una serie di pratiche coercitive all'interno della organizzazione perché la Carta divenisse il credo di ogni militante.

La scissione del Pac, maturata ideologicamente e politicamente in opposizione allo spirito e al contenuto di quella Carta, si formalizzò in risposta alle misure organizzative messe in atto dalla direzione filo-stalinista dell'Anc.

In concreto, la Congress Alliance - un organismo federale consultivo fra Anc, Indian Congress, European Congress of Democrats, Coloured People's Organisation e S.A. Congress of Trade Unions, sotto la direzione teorica dell'Anc, aveva deciso nel 1958 uno "sciopero di astensione". Questa proposta fu inizialmente rifiutata dall'Anc, ma passò nell'Alliance, per le pressioni degli europei e degli indiani.

Quando lo sciopero che era stato contrastato dalla maggioranza delle sezioni provinciali dell'Anc, fallì, i capi dell'Alliance chiesero un'azione disciplinare contro gli africani che lo avevano attivamente contrastato. Fu iniziata una vasta epurazione nella Direzione e nelle file dei membri dell'Anc, sotto Nelson Mandela, fra i sostenitori della Carta. Intere sezioni sotto il controllo africanista, come nel Transvaal furono prese di mira.

Era troppo, per gli africanisti che dichiararono:

Noi stiamo ricominciando per conto nostro come custodi della politica dell'Anc, quale fu formulata nel 1912 e portata avanti fino alla Congress Alliance.

La lotta armata

L'8 aprile 1960 il governo Verwoerd dichiarò illegali tanto l'Anc quanto il Pac, a seguito della azione non violenta indetta dal Pac, alla quale l'Anc non poté che accodarsi, di boicottaggio delle pass-laws. Il 21 marzo la polizia e le forze speciali di sicurezza avevano selvaggiamente caricato e sparato in diverse località del Sudafrica sulle folle nere che rispondevano all'appello del Pac di presentarsi alla polizia senza le carte di identità per farsi arrestare.

Furono arresti e bandi per tutti i leader.

Nonostante le riluttanze di Nelson Mandela che dalla clandestinità si ostinava ad appellarsi a una National Convention multirazziale per "creare una repubblica democratica", fu giudicato giocoforza passare all'impiego della violenza, se non altro per rispondere alla spietata violenza del governo.

Si iniziò con una "campagna di sabotaggio" che sarebbe stata diretta contro le proprietà, non contro le persone e si costituì, da parte della Congress Alliance un gruppo chiamato Umkonto we Sizwe, Lancia della Nazione.

Ben presto le feroci e prolungate risposte governative sulle persone alle poche azioni dell'Anc sulle cose, indussero un consistente flusso di rifugiati politici che andavano a ingrossa il potenziale di azione del movimento in esilio.

I contatti iniziali con i rivoluzionari algerini e altri leader africani da parte dei rappresentanti dell'Anc e del Pac avevano dimostrato la disponibilità a sostenere la lotta. Attraverso legami di vecchia data del Sacp con il Pcus, l'Anc si assicurò l'appoggio materiale dell'Unione Sovietica e di altri paesi socialisti. Numerosi eserciti africani con in testa l'esercito Popolare Nazionale Algerino e l'esercito della repubblica Araba Unita (Egitto) erano pronti a mettere a disposizione istruttori militari per la guerriglia. Questi sarebbero stati integrati, e a volte sostituiti, da istruttori provenienti dall'Europa orientale, da Cuba e dalla Cina. Immediatamente cominciarono ad arrivare le armi dai paesi africani, dall'Urss e dalla Cina. Naturalmente tutto ciò non sarebbe stato possibile senza l'ospitalità della Tanzania e dello Zambia, che procurarono le basi e così facendo si esposero a una possibile rappresaglia sudafricana, per non parlare delle grosse grane procurate loro da alcuni gruppi occidentali più interessati all'anti-comunismo e ai massimi profitti, che alla giustizia sociale. (4)

Così racconta Gibson, esprimendo, forse senza volerlo il quadro della guerra fredda nel quale gli eventi si iscrivevano e dal quale erano condizionati, se non teleguidati.

Dall'inizio degli anni '60, dunque, la causa della democrazia, della fine dell'apartheid in Sudafrica risulta nei fatti indissolubilmente legata agli interessi del blocco sovietico in Africa, e al loro scontrarsi con quelli del blocco avversario, capeggiato dagli Stati Uniti.

Milioni di morti puntellano la "guerra fredda"

Dall'Angola al Mozambico, dal Congo ai paesi del Corno d'Africa, i due fronti imperialisti si contendono i pezzi di un continente che alla fine della seconda guerra mondiale non era stato quasi neppure considerato

Dalla prima guerra mondiale, era quasi completamente in mano, vuoi come colonia, vuoi come amministrazione fiduciaria, vuoi come dominion, alle potenze europee, salvo rare insignificanti eccezioni di indipendenza. La Germania era già stata privata dei suoi possedimenti africani alla conferenza di pace di Versailles.

Era pacifico che tutto dovesse restare com'era.

I movimenti che si fossero determinati a sfondo nazionalista, di indipendenza dalle metropoli europee, erano necessariamente il veicolo di ingresso degli interessi sovietici in Africa.

I movimenti nazionalisti - svincolati da un programma di rivoluzione sociale avanzato dalla classe operaia, per l'abbattimento dei rapporti di produzione capitalisti - non possono affermarsi contro la potenza economica e in armi della metropoli dominante, se non appoggiandosi a un'altra potenza, che fornisca le armi, innanzitutto, i mezzi finanziari e tecnici per organizzare e sostenere le milizie, e garantisca la sopravvivenza economica dello stato a "liberazione" avvenuta.

L'accordo è ovvio, anche se eventualmente tacito: il sostegno alla lotta di liberazione oggi, l'ingresso nell'area economica e di influenza domani. Ovvio e verificato: Cuba e Angola, Etiopia e Mozambico.

Il regime sudafricano lo sapeva e lo sapevano gli Usa.

La minoranza bianca era interessata direttamente "in prima persona" al mantenimento del proprio assoluto predominio, del quale l'apartheid si rivelava essere strumento efficace.

Cedere in qualunque modo ai principi della Carta avrebbe significato, come significa ancora oggi, lasciar campo libero all'Anc. Il pericolo non era la rivoluzione, la dittatura del proletariato, lo smantellamento dei rapporti di produzione capitalistici. Il pericolo era però la fine dei loro privilegi e magari una bella statizzazione delle imprese, alla russa.

Questo era il pericolo anche per gli Usa, moltiplicato dal fatto che il Sudafrica è la massima potenza industriale, economica, del continente.

Un ingresso degli interessi sovietici in Sudafrica avrebbe comportato alcune conseguenze molto, molto sgradevoli:

  • il monopolio sovietico dell'oro
  • il monopolio dei diamanti
  • il controllo di ricchissime miniere di carbone,ferro, manganese, cromo e di quasi tutti i metalli "strategici";
  • il controllo, infine, della maggior fonte delle importazioni di una gran quantità di stati africani.

L'Anc non doveva passare a nessun costo, foss'anche l'aperto sostegno a un regime tanto impopolare presso le opinioni pubbliche di tutto il mondo.

L'Urss armava l'Anc, lo Zapu, il Frelimo, l'Mpla e la Swapo? Gli Usa armavano e sostenevano il Sudafrica, quale agente dei loro interessi in Africa.

Il Partito "comunista" del Sudafrica

Abbiamo visto che dai primi anni '50 gli stalinisti iniziarono a volgere tutti i propri sforzi a controllare direttamente e indirettamente l'Anc e le alleanze cui esso partecipava (dietro loro pressione). Ma i rapporti dei comunisti filosovietici con le organizzazioni nere datava da prima.

Non iniziarono certo nel migliore dei modi visto l'esordio. Nel 1922 il partito, fondato nel 1921, appoggiò uno sciopero anti-africano dei lavoratori bianchi con lo slogan "Sudafrica, bianco, socialista". Prima ancora dello stalinismo il Sacp si dimostrò addirittura razzista. Forse per conquistare le masse, come già iniziava ad essere la parola d'ordine del Comintern, ha pensato bene di accodarsi ad esse, quantunque reazionarie. Fatto sta che, se è naturale che gli operai possano dimenticare l'ammonimento di Marx nel Capitale che "i lavoratori di pelle bianca non possono essere liberi mentre i lavoratori di pelle nera sono incatenati", non altrettanto lo è per una organizzazione che si definisce partito comunista.

I minatori bianchi sudafricani del Rand nel 1922 scesero in sciopero per difendere i loro privilegi, quando temettero che sarebbero stati minacciati se fosse stato concesso ai neri di eseguire lavori più specializzati. Si posero dunque, in quell'occasione nella odiosa condizione del privilegiato che non esita a ricorrere al razzismo per difendere il privilegio stesso.

Non solo scioperarono, ma attaccarono direttamente gli africani uccidendone sette e ferendone altri trentasette.

Un qualunque partito vagamente marxista, avrebbe non solo rifiutato l'appoggio a una simile azione, ma la avrebbe osteggiata e denunciata con tutta l'energia dispiegabile.

I comunisti sudafricani no. Non erano comunisti. Date le premesse, la politica successiva fu tutta un manovrare agli ordini di Mosca, con i laidi metodi che Stalin non aveva neppure bisogno di insegnare a tanto esperto personale.

Classico, e non esclusivo del Sacp, l'atteggiamento nei confronti della seconda guerra mondiale. Il dottor Yusuf Dadoo, leader del South African Indian Congress e membro del partito stalinista ebbe notevoli consensi da parte degli africani, anche dell'Anc, quando denunciò la guerra al suo inizio come guerra imperialista alla quale i neri dovevano tenersi estranei. Ma quando l'Urss entrò in guerra, questa per il dottor Dadoo, cambiò natura divenendo improvvisamente guerra di popolo, alla quale tutti dovevano dare il pieno appoggio. Ora, poiché anche il Sudafrica partecipava alla guerra dalla parte...del popolo, tutte le discordie interne dovevano cessare: lotta al fascismo internazionale, dunque, non a quello domestico.

Dal 1964, dalla formazione dell'Umkhonto we Sizwe (MK), furono gli stalinisti a dirigerla, grazie ai loro legami internazionali e alla conseguente maggior capacità di movimento e di organizzazione militare. Le operazioni di guerra protrattesi fino ai tardi anni 80, in Angola e Namibia furono un ennesima occasione di esercizio dei metodi stalinisti di ferocia nei confronti di qualunque dissidenza. Drammatiche testimonianze delle efferatezze compiute dai dirigenti stalinisti - uno dei quali è l'attuale capo militare dell'Anc, Chris Hani, che cerca oggi di entrare ai posti di comando della polizia sudafricana una volta compiuta la "democratizzazione" - sono riportate su diverse pubblicazioni trotskiste internazionali, in sede di polemica fra le diverse tendenze. (5)

Classe operaia

La società bianca sudafricana era ed è divisa in classi non meno che la società inglese: una borghesia fatta di imprenditori e di rentiers fondiari e finanziari, un proletariato bianco fatto di classe operaia produttiva e di salariati nelle imprese improduttive del credito, del commercio e dei servizi, una classe media, propriamente piccola borghesia, di bottegai, professionisti, dirigenti e quadri intermedi aziendali. Ma questa società bianca aveva la particolarità, nel suo insieme, di prosperare sulla miseria e sul supersfruttamento della enorme massa di neri, impiegati nei campi, nelle miniere nelle officine o relegati in economia di sussistenza nelle misere riserve dei bantustan, come forza lavoro di riserva. Diciamo la società bianca nel suo insieme perché nei fatti la classe operaia bianca era mantenuta distinta, e al di sopra della massa nera, con salari vertiginosamente più alti e godendo dei privilegi formali e sostanziali derivanti dalla segregazione.

Ancora oggi il salario medio dell'operaio bianco è più di cinque volte superiore a quello del suo collega nero.

Essa era ed è di fatto più vicina, per condizioni economiche e sociali alla piccola borghesia bianca che ai "fratelli di classe" neri; fintantoché le cose andranno bene per la borghesia bianca, andranno bene anche per gli operai bianchi, che avranno ben pochi stimoli a guadagnarsi la libertà dalle catene del lavoro salariato.

D'altra parte nessuno mai, tra i bianchi ha avanzato la centralità del problema di classe, della necessità di abolizione dei rapporti di capitale e dunque del rapporto salariale nella produzione, che è centrale e costitutivo di qualunque strategia comunista. I "comunisti", come visto obbedivano a ben altre logiche. Nessuna forza organizzata è stata mai presente in Sudafrica sul piano della propaganda, né, tantomeno, su quello della battaglia politica, per l'unità di classe dei lavoratori, al di sopra delle differenze di colore della pelle e di origine etnica.

Eppure qualche spunto autonomo di classe non è mancato fra i neri.

Ci riferiamo all'Industrial Commercial Workers Union (Unione - Sindacato - dei lavoratori del commercio e dell'industria) fondata fra gli scaricatori del porto di Città del Capo nel 1919, da Clements Kardalie. L'Icu si diffuse prima negli altri porti, poi in ogni parte del Capo, dall'Orange, al Natal, al Transvaal, "come un fuoco nella prateria" come disse Kardalie. Era la prima volta che gli Africani lasciavano da parte le differenze tribali, su cui da sempre soffia il dominatore europeo, per concentrarsi sulle richieste materiali dei lavoratori neri e soprattutto per ottenere un salario minimo per essi. Entrata quasi subito in contatto con elementi europei di sinistra, isolati, l'Icu stese una bozza della propria costituzione, che seguiva la linea anarco-sindacalista degli Iww americani, piuttosto diffusa in quel periodo.

All'Icu va incontestato il merito di avere organizzato i primi scioperi del crescente proletariato nero, superando le divisioni tribali, ponendo così le basi materiali della comprensione del ruolo della classe operaia nella società capitalista. Sull'Icu e sul suo carismatico capo Kardalie pesa la responsabilità di aver organizzato prima e lasciato disperdere poi un cospicuo patrimonio di forze operaie senza un solida formazione politica di classe.

Il mito anarco-sindacalista dello sciopero generale risolutivo, perseguito puramente attraverso l'esercizio delle lotte dei neri e strenuamente difeso da Kardalie, senza una piattaforma definita sul piano strategico e tattico, era destinato a cristallizare l'Icu nella sua natura di sindacato che - come tutti i sindacati - si sarebbe presto sviluppato attorno alle pratiche organizzative e ai riti amministrativi dell'organizzazione stessa.

Dai primi scontri del massimo leader con varie persone e sezioni al declino e al collasso dell'Icu il passo era obbligato e breve. Un sindacato veniva meno (di fatto dal 1926) lasciando spazio libero alle più solide e in qualche modo motivate organizzazioni riformiste, para-tribali dell'Anc e degli altri Congressi, presto lautamente finanziate dal ministero degli esteri sovietico.

Non era l'Icu a poter dunque rappresentare quella forza politica organizzata per la propaganda dell'unità di classe e del programma di emancipazione rivoluzionaria.

Ciononostante le masse proletarie dei neri sudafricani non hanno mancato dal dare segnali di "disponibilità" con forti scioperi, regolarmente repressi nel sangue, che andavano spesso oltre o indipendentemente dalle indicazioni delle forze della resistenza democratico-borghese e fino a tempi recentissimi. Fino cioè a subito prima che la borghesia bianca e nera precipitasse il paese in quel marasma di violenza e di scontri solo apparentemente "fra neri" riportati dalle cronache di questi ultimi due anni.

È del gennaio 1990 il grande sciopero dei minatori che ha espresso eloquentemente il potenziale di violenza della lotta di classe in quel paese: 27 morti e 500 tonnellate di binari distrutti. La classe è ben presente, occorre "solo" che si esprima nel crogiuolo sudafricano una forza politica capace di iniziare a combattere al suo interno le nefaste influenze del nazionalismo borghese nero per tornare a unire il proletariato, al di la delle differenze etniche e delle "culture nazionali", contro l'unico vero grande nemico: la borghesia.

Dalla fine dell'impero sovietico alla fine dell'apartheid

Dalla rivolta di Soweto del 1976 la borghesia sudafricana si è divisa in due frazioni principali: quella che sosteneva la continuazione ad ogni costo del regime di segregazione razziale e quella che iniziava a muoversi per la riforma non-razziale, democratica dello sfruttamento capitalista. Il movimento anti-apartheid era ormai cresciuto sino a livelli pressoché insostenibili, con clamorosi riflessi nell'opinione pubblica internazionale.

L'avvento di De Klerk alla presidenza ha segnato la vittoria della fazione democratica. Ma non è stato un processo semplice, intrecciato com'era al ruolo di polizia continentale del Sudafrica per conto del blocco imperialista occidentale.

È infatti solo dalla metà degli anni '80 che data l'inizio della fine dell'impero sovietico. Sino ad allora, il regime razzista poteva contare sull'incondizionato appoggio Usa alle sue avventure militari nei o verso i "paesi del fronte" - Mozambico Zimbabwe (ex Rhodesia), Botswana, Lesotho, Angola - che rappresentavano le basi operative e i canali di rifornimento della guerriglia nazionalista nera giudicata, giustamente allora, agente degli interessi sovietici. Il "pericolo comunista" costituiva un valido deterrente contro la frazione democratica della stessa borghesia bianca anche sul piano elettorale interno, per compattare dietro l'ala dura degli Afrikaner le masse piccolo borghesi e l'aristocrazia operaia bianca. E fermare quel pericolo poteva ben valere per la cinica borghesia più di un milione e mezzo di morti che tali guerra sono costate.

D'altra parte anche l'avvento di Gorbaciov al potere in Urss e il suo avvio della perestrojka non significarono subito il ritiro militare, e politico, dagli scenari precedenti della guerra fredda, Africa compresa. Come giustamente osservavano in contemporanea i compagni della Cwo:

mentre è vitale per gli obiettivi geo-politici del blocco occidentale che il Sudafrica stabilizzi il suo regime interno, per paura che si possa ripetere un Iran '79, per ora, di fronte alla resistenza di massa e le crescenti difficoltà economiche, l'occidente continua a sostenere il regime attuale d'apartheid sino al momento in cui sarà possibile effettuare il passaggio a un regime democratico liberale senza pericolo di uno sviluppo della lotta di classe verso dimensioni rivoluzionarie né di passaggio del Sudafrica al campo avversario. (6)

Quel momento è venuto, per gli Usa, ancor prima del crollo del muro di Berlino, con il completo disimpegno sovietico dall'Africa.

Le avventure militari iniziavano ad essere di fatto dannose per gli interessi occidentali negli stati del fronte. Per esempio i commando sudafricani erano stati sorpresi a sabotare le installazioni della Gulf Oil in Angola e la distruzione della rete ferroviaria in Mozambico colpiva gli interessi britannici nello Zimbabwe. La gran Bretagna era arrivata a inviare truppe per aiutare quelle dello Zimbabwe a proteggere i collegamenti ferroviari. All'interno del Sudafrica l'apartheid restringeva i profitti e danneggiava gli enormi investimenti di capitali occidentali. In queste circostanze l'imperialismo Usa assunse il ruolo guida nel forzare il regime a concludere un accordo sulla Namibia e a superare l'apartheid.

Dal 1985 ad oggi abbiamo assistito al duplice processo:

  • da una parte il progressivo ritiro prima e poi il tracollo dell'impero sovietico, con il venir meno dunque del pericolo paventato dal blocco occidentale;
  • dall'altra la preparazione politica, ancora di fatto in corso, della trasformazione istituzionale interna del Sudafrica.

Assetti istituzionali ed equilibri di classe

Del ritirarsi del blocco sovietico e della sua disintegrazione abbiamo detto e diciamo continuamente altrove. Qui sottolineiamo solo come questo fenomeno, traumatico e per molti inaspettato, comporti innanzitutto la rottura dei precedenti equilibri imperialistici e un rimescolamento generale di carte, ancora in corso, fra gli schieramenti e in secondo luogo la mutazione del quadro politico complessivo in alcune aree di importanza strategica, che rendono possibili fenomeni precedentemente impossibili. È di uno di questi fenomeni di mutazione che qui ci occupiamo.

Ora un cambiamento degli assetti istituzionali come quello della fine della segregazione razziale in Sudafrica, comporta un riassestarsi degli equilibri fra le componenti sociali. L'operazione non è da poco, anche se riguarda apparentemente solo i rapporti fra le diverse frazioni della classe dominante.

È caratteristico della dinamica sociale, di qualunque formazione sociale, che gli squilibri in una componente maggiore si riflettano in qualche modo anche sull'altra o le altre. È normale cioè che i sommovimenti interni ad una classe, specialmente se è la classe dominante, interessino in qualche modo anche l'altra o le altre classi della formazione sociale in questione.

Necessità economiche e quindi politiche

Così in Sudafrica il processo di apertura, avviatosi all'indomani del 1976 si avvia a conclusione oggi, essendo già costato migliaia e migliaia di vittime e disordini senza fine, che dovevano relegare nell'angolo o sommergere la lotta di classe del proletariato e preparare i nuovi equilibri fra le fazioni della borghesia bianca nera indiana e meticcia.

L'inglorioso ammaina-bandiera a Windhoek, capitale della Namibia, il 21 marzo 1990 segnava l'accettazione da parte del regime Sudafricano della realtà: la guerra con l'Angola per la Namibia, non più supportata, some visto, dagli Usa, era divenuta troppo cara, costando più di un miliardo di dollari all'anno.

La crisi, avviatasi anche qui negli anni '70 è cresciuta a ritmi preoccupanti per la stessa borghesia.

L'antiquato sistema dell'apartheid è uno dei maggiori ostacoli all'accumulazione capitalista. A parte gli immensi conflitti sociali e le sofferenze umane che esso comporta, esso è incapace di fornire la quantità necessaria di lavoro specializzato e impedisce la mobilità del lavoro stesso.... Gli elementi più avanzati della borghesia sudafricana sono quelli riuniti attorno all'Anglo-American Corportation e al Progressive Federal Party, che hanno riconosciuto il bisogno di una modernizzazione e della abolizione dell'apartheid. (7)

Questo scrivevamo noi internazionalisti.

Ma non differentemente si esprimevano gli ambienti affaristici occidentali. Così scriveva, per esempio, nel 1989 "South - the businness magazine of the developing world" (la rivista degli affari del mondo in via di sviluppo), da Londra:

I deficit dei governi nazionale e locali sono molto più alti del possibile a causa dell'apartheid. La politica dei bantustan, che costringe i neri sudafricani a vivere a molti chilometri dai loro luoghi di lavoro, significa che il regime deve mantenere infrastrutture che non sarebbero altrimenti necessarie. L'industria, in crescita per le sovvenzioni pubbliche, del bantustan dello Kwa ndebele, per esempio, è quella dei servizi di autobus che collegano i 3-400 mila neri lì residenti con le loro principali fonti di impiego in Pretoria, distante 130 chilometri. (8)

Per la borghesia bianca nel suo insieme, ben rappresentata dallo Stato. si trattava di avviare il processo di apertura, salvaguardando più che possibile l'equilibrio fra le diverse componenti.

I nazionalisti Afrikaner vogliono riaffermare i propri privilegi. Questo richiede che la nuova costituzione venga sostanzialmente redatta da loro in modo da preservare le "minoranze" e i possidenti dando loro il diritto di veto. È questo il senso della proposta fatta da De Klerk al congresso del National party nel 1991 per chiedere l'assenso all'apertura delle trattative mediante referendum tenutosi fra i bianchi.

Già le modalità delle trattative apertesi sono significative del pasticcio creatosi.

Dicevamo sopra che le organizzazioni partecipanti del Codesa sono diciannove. Esse rappresentano, nelle intenzioni tutte le componenti etniche, definite in quanto tali. In questo modo è stato formalizzata a priori una lettura tutta sudafricana della democrazia borghese che non pare abbia suscitato gran scandalo fra i nostri occidentali difensori dei sacri valori e principi di questa misteriosa categoria del pensiero politico. Segno, ci pare, della sua elasticità.

È chiaro che in questo modo potranno stabilire una democrazia basata su un suffragio universale condizionato. Si potranno solo accordare, cioè, sui rapporti proporzionali delle diverse "componenti", nei diversi livelli istituzionali, lasciando al cittadino di ciascuna componente la facoltà di decidere solo i nomi della sua specifica rappresentanza. I testi e le proposte provenienti dalle varie parti si differenziano e non poco nella forma e nelle dichiarate intenzioni,) ma la sostanza resta. Questo è ciò che l'Anc ha accettato (ma il Pac ancora lo rifiuta, e propugna ancora la lotta armata) ed hanno accettato tutti. Il Libano insegna?

Ora dunque l'oggetto dei giochi sono i pesi proporzionali nella nuova democrazia e le modalità di formazione della nuova costituente.

Scontri "etnici" telecomandati

La proposta di De Klerk e l'avvio delle trattative sono venute quando già passi sostanziali erano stati fatti, non importa quanto pesanti in termini di vite umane, per assicurarsi il successivo assenso della maggioranza nera nelle trattative.

Tali passi sono consistiti nell'indebolire l'Anc, riattizzare quanto più possibile le rivalità fra i gruppi tribali, la cui sussistenza è stata infame e perenne preoccupazione del regime bianco, creare uno stato di estrema tensione nel quale risultasse più facile "far passare" comunque la volontà dei bianchi.

Le grandi manovre sono iniziate nel 1985, durante il governo di Botha, quando i padroni usarono i crumiri del sindacato dell'Inkhata di Buthelezi per spezzare un duro sciopero presso la fabbrica di gomma Sarmcol a Howick, diretto dalla Cosatu, il sindacato dell'Anc. Ma attenzione: gli scioperanti della Sarmcol erano ancora zulu. Non si trattava dunque ancora di uno scontro inter-etnico; l'Inkhata fungeva ancora solo da polizia antisciopero.

I crumiri erano armati e protetti dalla polizia, che alimentò così ad arte le ostilità fra l'Anc e l'Inkhata, orientando poi quest'ultima a strappare ai sindacati tutti gli zulu per raggrupparli su base etnica contrapposta agli Xhosa dell'Anc.

Da allora la campagna di violenza è andata in crescendo, nonostante l'ascesa al governo di De Klerk nel gennaio 1990 e la pressoché immediata liberazione di Nelson Mandela con il conseguente avvio delle trattative formali e dirette. Basti ricordare che:

gli scontri fra l'Inkhata e l'Anc, attizzati dalla polizia, hanno fatto nel 1990 e 1991, circa cinquemila morti. (9)

Il capo dello Kwa Zulu, Buthelezi - da sempre autocratico amministratore dell'homeland zulu per conto del regime bianco di Pretoria e "garante" delle condizioni di miseria estrema in cui vive la popolazione del suo bantustan, di cui è la stessa stampa borghese a raccontarci gli orrori - svolge egregiamente il suo ruolo di agente dell'ala più reazionaria del regime bianco.

Di particolare importanza nell'assicurare il dominio dell'Inkhata è la Kwa Zulu Police (Kzp) che, naturalmente è istruita, armata e sostenuta dalla South African Police (Sap). Nelle aree rurali vengono nominati dei fedeli all'Inkhata che a loro volta nominano gli Indunas, sorta di capi-squadra sottoposti, che fra l'altro ha il compito di reclutare per l'Inkhata. Molti membri dell'Inkhata, infatti, sono stati reclutati da questa gente con le armi puntate. Gli Indunas riscuotono le tasse e in collaborazione con la Kzp armano i loro seguaci, diventando una sorta di signori della guerra nelle rispettive aree. Essi stabiliscono un regime di terrore commettendo omicidi su omicidi che rimangono impuniti.

È sicuro, come scrive Le Monde Diplomatique (10), che:

tutto ciò non favorisce per nulla gli investimento né l'aiuto dall'estero, di cui il paese ha urgente bisogno.

Ma è altrettanto sicuro che questo interessa poco ai centri imperialistici occidentali, angustiati da ben altre preoccupazioni.

D'altra parte, l'imperialismo occidentale deve rifarsi la faccia, deve difendere l'immagine, come si conviene a qualunque impresa capitalistica che si rispetti; e non c'è pericolo che il Sudafrica venda il suo oro e i suoi minerali al satanico regno sovietico: questo non c'è più.

Ora l'unica interferenza delle potenze occidentali è rappresentata dalla loro pressione politica ed economica perché finisca lo scandalo, di bel nuovo scoperto, della segregazione razziale e dell'antidemocraticità del regime sudafricano.

In questo quadro, la omogeneità di fondo della minoranza bianca di fronte al pericolo di un suo completo esautoramento a favore della "borghesia non-europea" preconizzata da Mandela, si intreccia con i dissidi interni su come amministrare il processo di apertura e con le loro conseguenze sul terreno dei rapporti con le altre componenti e sull'andamento delle trattative.

Ed è in questo quadro che vanno collocate anche le strepitose virate di Mandela in chiave liberistica.

L'Anc, coerentemente, va a destra

Se gli Indunas, la Kzp sostenuta da polizia e forze di sicurezza sono stati scatenati dal regime, con il particolare impegno della sua destra, contro l'Anc, ciò avveniva perché l'Anc era percepito come un pericolo serio per la piccola borghesia e l'imprenditoria minore bianche. Le tendenze statizzatrici contenute nella originale Carta delle libertà e nella linea programmatica dell'Anc, erano lo spauracchio maggiore, pur essendo venuto meno il modello e il centro di riferimento imperialistico dell'Urss. Risposta dell'Anc: annacquare progressivamente, fino a far sparire quel programma sostituendolo con del sano liberismo economico.

Abbiamo già visto come l'Anc e il capo Mandela abbiano sempre avuto nulla a che fare con la difesa del proletariato. Aggiungiamo qui a ulteriore documentazione la sua dichiarazione al suo processo nel 1964:

L'Anc non ha mai in alcun periodo della sua storia aspirato a un cambiamento rivoluzionario nella struttura economica del paese, né, che io ricordi, ha mai condannato la società capitalista.

Ma anche lo stalinista Oliver Tambo, il precedente presidente dell'Anc, aveva già fatto nell'ormai lontano 1985 ampie concessioni. Fu in quell'anno che egli si incontrò con Gavin Relly, dell'Anglo American Corporation, nel chiaro tentativo di raggiungere un accordo fra l'Anc e il capitale più concentrato, avanzato e - non a caso - "illuminato". Non se ne è saputo molto ma si ritiene comunemente che Relly abbia fatto alcune concessioni all'ideologia nazionalista di capitalismo di stato di Tambo, e che questi si sia detto disponibile a lasciare ampi settori dell'economia "aperti alla libera impresa". (11) Al presente, quello che allora era implicito si va realizzando negli spostamenti dell'Anc.

Nel congresso del luglio '91, nel quale il ricostituito Sacp ha guadagnato metà circa dei seggi nel neo-eletto comitato esecutivo dell'Anc, questo ha già reso più vago e distante il suo precedente programma di nazionalizzazione delle banche.

Il collasso dell'impero sovietico ha disarmato coloro che volevano una economia pianificata dallo stato, rendendo così facile per Mandela cambiare di fatto il programma dell'Anc. Ora questa sta cercando di attirare il capitale internazionale.
Un esempio di ciò è stata la creazione della Development Bank of South Africa a New York in giugno, a seguito di una visita di Nelson Mandela nel corso della quale egli ha parlato con quelli coinvolti. La banca che è capeggiata dalla Rockfeller Foundation, è intesa a canalizzare gli investimenti americani in un Sudafrica post-apartheid. Il suo programma, che è stato inviato all'Anc per l'approvazione, dice che sarà dato sostegno ai progetti di sviluppo impegnati sul "liberalismo economico e la crescita del settore privato. (12)

D'altra parte non c'è nulla di cui meravigliarsi, vista la fine dei terribili rivoluzionari dello Zanu, compagni d'arme dell'Anc, dello Zimbabwe. Una volta al potere, ad amministrare un'economia già impoverita in un periodo di crisi mondiale del ciclo di accumulazione, non hanno potuto che promettere al FMI e agli Usa che entro il 1995 smantelleranno i controlli delle importazioni e tutti gli ostacoli originariamente posti alla esportazione dei profitti. Resa incondizionata dunque al liberismo, che gli Usa difendono in casa di tutti gli altri, praticando già in molti casi il contrario in casa propria. È la condizione per avere qualche parvenza di sostegno da parte degli Usa, che in cambio chiedono di moltiplicare la quota di loro competenza delle importazioni totali dell'Africa, 60 miliardi di dollari. (13)

Del pari, l'Algeria sta proponendo, dal giugno 1991, alle società petrolifere occidentali delle joint-venture per lo sfruttamento delle sue riserve, che ricordano da vicino l'antico regime delle concessioni. (14)

Il vento del capitale spira, nei paesi periferici e indebitati, in quella direzione.

Fu la stessa Anc a chiedere alle banche Usa e agli organismi finanziari internazionali di chiudere i rubinetti al Sudafrica e di non consentire rinegoziazioni del debito. Le banche commerciali straniere hanno dilazionato dal gennaio 1990 debiti per 900 milioni di dollari. Ma l'FMI ha escluso il Sudafrica dalle proprie linee di credito fin dai primi anni 80.

Il nuovo democratico governo, comprendente l'Anc, erediterà una situazione aperta a ogni ricatto. I nazionalisti volevano "liberare" il Sudafrica salvandone la struttura capitalista; ora dovranno amministrarlo e necessariamente nel senso imposto dai centri più forti di quello stesso capitalismo: in senso liberista.

Non mette conto qui esaminare in dettaglio le varie componenti politiche, o le diverse ali, dell'Anc. Ne esiste una radical-nazionalista.

Ancora la classe operaia

Tutto ciò si tradurrà in lacrime e sangue per quelle stesse masse proletarie che ancora si fanno delle grandi illusioni sui mostri sacri del nazionalismo nero. Già oggi la situazione si è notevolmente deteriorata nelle township nere - sempre senza tener conto delle violenze e delle stragi già verificatesi.

I dati ufficiali indicano una disoccupazione del 47% della popolazione attiva; è inutile dire che riguarda soprattutto i neri, considerando soltanto i quali la cifra salirebbe e di molto. Abbiamo già visto che il salario medio operaio del bianco è superiore di cinque volte a quello del nero, ma se si considera il reddito medio delle collettività, bianca e nera, risulta che quello del bianco è venti volte superiore a quello del nero.

Potrà il capitalismo sudafricano, bianco o nero, o bianco e nero che sia, avviare seriamente un processo di uniformazione salariale, conto tenuto della già bassa competitività dei prodotti sudafricani sui mercati mondiali? È facile rispondere no.

Il Sudafrica contava sinora sul fatto di essere il principale fornitore dei paesi del continente. Negli anni '70 più della metà della sua produzione chimica e tre quarti circa della sua produzione meccanica e di strumenti era venduta nel resto dell'Africa. Ma abbiamo già detto che gli Usa sono ora fermamente orientati ad accrescere la propria quota di export nel continente nero. Già oggi non è facile al Sudafrica, col relativamente basso livello qualitativo della sua produzione fronteggiare la concorrenza con il colosso americano. "Abbassare il costo del lavoro" è la parola d'ordine del capitale italiano. Qualcuno può pensare che il capitale sudafricano possa affrontare un suo innalzamento? Né è pensabile che i lavoratori bianchi siano disposti a farsi decurtare il salario di una quota sufficiente ad essere minimamente redistribuita fra le masse nere. Una eventuale richiesta in tal senso da parte del regime e di tutti i mass-media otterrebbe come risultato - rattrista noi comunisti il riconoscerlo - solamente una radicalizzazione a destra dei sentimenti non propriamente anti-razzisti dei lavoratori bianchi sudafricani.

Per quanto riguarda gli altri aspetti della vita - scuole, sanità, edilizia popolare - è legittimo che il proletariato nero attenda un miglioramento, una volta raggiunta la democrazia e i suoi "rappresentanti" arrivati al potere. Ma è ovvio attendersi, per chi non si sia fatto illusioni sull'amore dei leader nazionalisti per i poveri, è ovvio attendersi la continuazione, nella migliore delle ipotesi, se non il peggioramento, della drammatica situazione attuale. Altrimenti avrebbero già propagandato e organizzato ben altro che le Conferenze per il Sudafrica democratico, con De Klerk, soci e sgherri.

Così va il mondo, ancora basato sul modo di produzione capitalista.

Problemi e prospettive

Il fatto sopra argomentato che la fine dell'apartheid sia immediatamente dovuta alla fine della guerra fredda e alla rottura dei precedenti assetti mondiali dell'imperialismo è indicativo del problema apertosi nella complessiva storia del capitalismo: quali saranno i nuovi fronti sui quali il complesso degli stati mondiali si dividerà schierandosi? La attuale egemonia americana sul mondo intero è tutta solo militare. Ma altri giganti economici minacciano ora di rendersi autonomi politicamente e militarmente. Ne parliamo altrove su questo stesso numero di Prometeo. L'alternativa di fatto aperta all'umanità è la guerra imperialista, che concluda come al solito un ciclo di accumulazione per aprirne, con le sue immani distruzioni, un altro, o la rivoluzione proletaria, per finirla una volta per tutte con il modo di produzione capitalista.

Noi siamo ostinatamente per la seconda soluzione per una breve serie di ragioni:

  • ci consideriamo parte del proletariato il cui ruolo, nella società fondata sul modo di produzione capitalista, è quello di produrre con il proprio lavoro le ricchezze di cui altri, che non producono, si appropriano;
  • la crisi del processo di accumulazione è pagata solo dalla classe operaia;
  • la guerra è pagata soprattutto dalla classe operaia e in genere dai più deboli sul piano economico e sociale;
  • l'apertura di un nuovo ciclo di accumulazione avverrà, se avverrà, su montagne di cadaveri proletari e in condizioni disastrose che ancora il proletariato soffrirà maggiormente;
  • l'imbarbarimento della società, già oggi potentemente avviato, sarà moltiplicato nella eventuale ripresa capitalistica, nonostante i fasti di chi sulla guerra avrà guadagnato e sulla ricostruzione guadagnerà ancor di più;
  • il saccheggio delle risorse del pianeta e il suo avvelenamento saranno aggravati, durante e dopo la guerra, perché altro il capitalismo non sa o non può fare, con minaccia per l'esistenza stessa della collettività umana.

Faremo a tempo? Non lo sappiamo. La storia può riservare sorprese. Ma oggi la situazione della classe operaia è tutt'altro che proiettata verso l'unificazione internazionale e l'assalto...al cielo. Ne è un esempio la condizione del proletariato sudafricano: unito nella materialità della produzione per il capitale, diviso drammaticamente fra bianchi e neri nella condizione economica e civile e addirittura meccanicamente contrapposto nella espressione politica elementare.

La storia, abbiamo detto, può riservare sorprese. Possono essere positive a condizione che un lavoro sia svolto, da parte dei marxisti, per predisporre la strumentazione politica e organizzativa di una crescita rivoluzionaria. Il da farsi in Sudafrica è implicito in tutto quanto detto sopra: c'è da ripartire da zero. Da zero nella enucleazione di prime avanguardie ancorate al metodo e ai principi di una impostazione di classe; da zero quindi anche nella agitazione e propaganda classiste.

Quel poco che ha sedimentato nei decenni il movimento trotskista (15) è per noi semplicemente da buttare. Continua infatti a sostenere il pernicioso ideologismo secondo il quale la "liberazione nazionale" è parte, nel senso che è il primo passo, della rivoluzione permanente e come tale va perseguita e appoggiata. D'altra parte i trotskisti sono ormai famosi per non aver capito nulla dell'imperialismo, ovvero della fase in cui viviamo, dei suoi modi di manifestarsi e quindi delle variazioni intervenute rispetto alla fase e alla situazione in cui Trotsky elaborava la sua tesi della rivoluzione permanente.

Il trotskismo si trova così ancora trascinato dalla complessiva dinamica delle forze nazionaliste. Significativo a questo proposito l'atteggiamento di quasi tutti i trotskisti verso i sindacati, nella politica dei quali tendono a rimanere invischiati senza nulla comprendere del ruolo storico del sindacato e della veste particolare che assume in Sudafrica quale strumento del nazionalismo.(16)

Primo compito, invece, di qualunque rivoluzionario in Sudafrica è la rottura piena e inequivocabile, sul piano teorico, politico e organizzativo con quelle forze. Nulla di più lontano dalle elucubrazioni e dalle polemiche fra loro stessi dei trotskisti.

Questi, peraltro, sostengono che sia diffusa nelle masse una non meglio precisata aspirazione al comunismo. Può essere. Se è così non mancherà di rifarsi strada, nonostante loro, anche l'abc dei principi comunisti, internazionalisti.

Mauro jr Stefanini

(1) Prefazione di H. Jaffe a R. Gibson, I movimenti di liberazione africana, Jaca Book, 1974, pag. 34. Al testo di Gibson rimandiamo per una storia dettagliata dei movimenti che qui citeremo (Anc, Pac, Umsa) e delle stesse istituzioni sudafricane.
Altri riferimenti si possono trovare in:

  • Dmitri G. Lavroff, I partiti politici nell'Africa nera, Il Saggiatore, 1971;
  • Pierre Bertaux Africa Dalla preistoria agli stati attuali, Storia Universale Feltrinelli, n.32, Feltrinelli, 1968.

(2) Gibson, op. cit. Pag. 97.

(3) Cfr. Mandela, In our lifetime 1956, ripubblicato in No easy walk to freedom, ed. R. First, 1965. Citato in Mandela: the saviour of South African capitalism, in Workers Voice 51, aprile maggio 1990.

(4) Gibson, op. cit. Pag. 131.

(5) Vedi per esempio Proletarian revolution, organo della americana LRP (League for the revolutionary party), nn. 36, 38, 41.

(6) Vedi Anti-apartheid o anticapitalist in Workers Voice n. 28, aprile 1985.

(7) Vedi Workers Voice n. 28, cit.

(8) Cfr South, n 108, ottobre 1989, Apartheid heads for a harsh reckoning, p. 27.

(9) Cfr. Après l'apartheid in Le Monde Diplomatique, n.457, aprile 1992.

(10) Idem.

(11) Ulterioriori informazioni su quell'incontro e sulle interessanti e significative reazioni degli ambienti liberal americani, in Workers Voice 28, cit.

(12) Cfr. Cwo, Who will exploit the workers?, in Workers Voice n.53, autunno 91.

(13) Vedi Les Etats-Unis, noveaux parrains du continent africain, in Le Monde Diplomatique, n.457, aprile 1992.

(14) Vedi a questo proposito Les habits neufs de la domination néocoloniale, ibidem.

(15) Vedi Anti-apartheid or anticapitalist, in Workers Voice 28, cit.

(16) Vedi per esempio ancora Proletarian Revolution, cit. n. 33, 37, 40.

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