Incubo nucleare in Giappone

Le immagini dal Giappone dei telegiornali di questi giorni richiamano alla memoria quel catastrofismo che sulla scia delle cosiddette profezie Maya ha attraversato un po’ tutto il cinema hollywoodiano degli ultimi anni. Sembra di vedere scene tratte da “2012” o da “The day after tomorrow”. Ma purtroppo di finzione non ce n’è traccia. La terribile catastrofe che si è abbattuta sul Giappone era inevitabile? In che misura pesa l’azione degli elementi naturali e in che misura pesano i rapporti di produzione capitalistici nel determinarsi di simili sciagure?

Sul terreno della prevenzione, sicuramente nel recente passato si è fatto tanto, ma si dovrà aspettare il terremoto di Kobe del 1995 prima che vengano prese le misure antisismiche di maggior rilievo. In un paese che, tra l’altro, nelle sue popolosissime megalopoli ha nel grattacielo l’elemento urbano dominante e che è dotato di moltissime centrali nucleari - tarate su terremoti di pericolosità si elevata, ma inferiore a quella del cataclisma dell’11 marzo - viene da chiedersi: solo dopo il 1995 si sono dati una mossa? Intanto c’è da premettere che stiamo parlando della zona a più alta sismicità del pianeta. Infatti, il paese del Sol Levante è situato nell’intersezione tra la placca del Pacifico, quella delle Filippine, quella eurasiatica e quella nordamericana. Inoltre, è allo stesso tempo collocato sopra la “cintura di fuoco” del Pacifico, una ferita lunga 40mila km a forma di U rovesciata che ha le sue estremità nella Nuova Zelanda, nell’Alaska e nel Cile: in pratica, dal sudovest del Pacifico sale a nord e poi ridiscende a sudest. Stiamo parlando dell’area dove si concentra il 90 per cento dei terremoti del mondo, con punte che vanno dai 4 ai 6 gradi della scala Richter, spesso accompagnati da devastanti maremoti. E così è stato alle 14,46 dell’11 marzo scorso, quando una scossa di quasi 8,9 Richter ha sconvolto la terra, provocando tra le altre cose la rottura della diga di Fujinuma, la cui acqua, riversatasi a valle, ha seppellito completamente la città di Sukagawa. Ancora più distruttivo lo tsunami immediatamente seguente, che ha sommerso paesi e villaggi di lunghissimi tratti costieri.

Le stime arrivano finora a 20000 vittime. Ventimila nel paese dell’architettura antisismica più avanzata del mondo, com’è possibile? Accennando alle misure di prevenzione dicevamo del dopo-Kobe: nel costruire si è badato a tenere basso il baricentro dei palazzi, costruire i grattacieli con materiali più leggeri, eliminare sporgenze e cornicioni, dotare la base degli edifici con cilindri di gomma rafforzati da molle d’acciaio, puntare sulla deformabilità e l’elasticità delle travi di legno. Ciò significa aumento dei costi di costruzione e aumento del valore dell’immobile. Il che vuol dire che di queste misure, che, ripetiamo, si sono rese indispensabili solo dopo numerosi e violenti terremoti - di cui quello del ’95 era solo il più grave fino a quel momento e che era stato un vero e proprio flop a livello organizzativo - non ne hanno beneficiato tutti in ugual misura. E lo dimostra il fatto che i grandi centri urbani, costruiti interamente secondo questi criteri, sono stati appena sfiorati dal sisma. Molto più colpite sono state le periferie e la provincia.

Certo, per tante delle migliaia di vittime – dovute in larga maggioranza più allo tsunami che al terremoto – si può dare la colpa alla fatalità di abitare nei villaggi della costa spazzata via dall’onda anomala. Ma il sorgere di polemiche sui tempi di allertamento delle popolazioni di questa fascia rimanda alle solite, immancabili negligenze che in questo come in altri casi analoghi hanno fatto da corollario tanto al prima quanto al dopo terremoto. Di sicuro, però, di semplice fatalità non si può parlare in relazione all’incubo nucleare che stanno vivendo le popolazioni residenti nel raggio di 30 km dalla centrale di Fukushima, e che sono state già evacuate in parte dalla zona, mentre alla parte restante è stato prescritto di non uscire di casa e di tenere le finestre chiuse. È la più grande crisi atomica che il Giappone vive dal 1945: è paradossale (al banale buon senso) il fatto che l’unico paese nella storia dell’età contemporanea ad avere sperimentato l’impatto del nucleare con le due ecatombi di Hiroshima e Nagasaki, abbia puntato tanto su questa forma di energia, che da sola rappresenta il 30 per cento del suo fabbisogno nazionale; a maggior ragione considerati i rischi rappresentati dalla sismicità dell'area. Sono ben 55 le centrali nucleari in Giappone e quella di Fukushima, progettata negli anni 1960 e “tarata” su scosse fino a 6 gradi Richter, si è rivelata inadeguata, nonostante le misure applicate dopo il 1995, quali, per esempio, i contenitori di acciaio e i doppi contenitori di cemento. Tutto questo non è bastato, perché i criteri di sicurezza avrebbero dovuto basarsi non sul precedente storico in termini di intensità, ma considerare - per andare sul sicuro - la massima intensità possibile e a questa adeguare progetti e attuazioni. Non dobbiamo andare indietro di molto, solo di 4 anni per rievocare incidenti di una certa gravità, i quali - se il motore di questa società non fosse il profitto, alle cui leggi certo il nucleare non sfugge - avrebbero dovuto fare si che si ponessero freni all'abuso indiscriminato dell'energia atomica, ma si sa... il profitto prima di tutto! Nel 2007 la centrale nucleare di Kashiwazaki Kariwa, la più grande del mondo con ben 7 reattori fu danneggiata da un terremoto di magnitudo 6,9. Inizialmente si minimizzarono i danni, in seguito si fu costretti a gettare la maschera mentre in altri casi si parla di veri e propri insabbiamenti da parte di Tokio. Arriva il 2008 l'Agenzia Atomica internazionale avverte i funzionari giapponesi che le loro centrali sono superate e che un terremoto di una certa intensità avrebbe esiti fatali. Ma loro niente.

È doveroso comunque ricordare, al di là delle congetture su cosa si dovesse fare e non si è fatto per garantire la sicurezza a Fukushima, la nostra posizione sul nucleare, già ribadita altre volte: il nucleare è una porcata. Al di là degli ipotizzati o, meglio, presunti vantaggi (riduzione dalla dipendenza dal petrolio, bisogno di minori superfici estrattive dell’uranio rispetto al carbone) e nonostante le forme di prevenzione, come le numerose barriere tra il materiale radioattivo e l’esterno, la certezza dell’evitabilità degli incidenti nelle centrali non esiste in assoluto, ma è data solo a livello statistico dal calcolo delle probabilità. Tra i problemi maggiori c’è il trasporto del combustibile da ritrattare, che avviene in modi tutt’altro che sicuri come ferrovie, navi o camion, e incidenti avvenuti dalle nostre parti come quello di Viareggio del giugno del 2009, anche se non riguardavano combustibile nucleare, danno comunque molto da pensare. Inoltre, c’è il problema dell’isolamento delle scorie radioattive in cripte di cui non c’è affatto la sicurezza della loro tenuta, soprattutto in casi di eventi sismici come quest’ultimo. È di oggi, 15 marzo, la notizia della terza esplosione nel reattore 4 di Fukushima, mentre si sbottona parecchio anche il primo ministro giapponese Kan ammettendo il rischio di “possibili danni alla salute”. Nella stessa Tokio il livello di radiazioni è, sempre ad oggi, 10 volte superiore al normale. Nella peggiore delle ipotesi, che è la fusione del nocciolo del reattore, si parla già di un’apocalisse paragonabile solo a Chernobil e di una nube che, indipendentemente dalla direzione del vento, o da est o da ovest, in 15 giorni arriverebbe anche da noi.

Intanto, le ripercussioni di questo disastro non hanno tardato a farsi sentire sull’economia giapponese: aziende del calibro di Toyota, Honda, Sony, Nissan e Toshiba hanno già chiuso o bloccato molti stabilimenti. Il governo potrebbe ridurre gli acquisti di titoli di stato USA e, visto che il Giappone è il maggior debitore degli Stati Uniti dopo la Cina, non è un dato secondario. Ci sarà un aumento della spesa pubblica per favorire la ricostruzione, ma il fatto è che il sisma, lo tsunami e il pericolo nucleare falcidiano un paese già in ginocchio in fatto di conti pubblici: il rapporto tra debito e Pil ha toccato il 220%. Il tutto va inserito in un quadro di profonda crisi della quale su queste pagine parlavamo già a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Crisi acutizzata dall’agguerrirsi della concorrenza degli altri due giganti asiatici, Cina e India, la cui ascesa accelerata fa da contraltare al declino nipponico. Per concludere, una vera e propria spada di Damocle si sta abbattendo su larghi settori della popolazione giapponese e, in particolare, sul proletariato, che, oltre a respirare - come tutti - i miasmi radiattivi che impestano i cieli, rischiare la salute e forse la vita, sarà costretto a pagare il prezzo più amaro quando cominceranno i giorni della ricostruzione. Un prezzo fatto di sacrifici, supersfruttamento e richiami retorici all’unità nazionale, a cui un proletariato come quello giapponese, a lungo sedotto nel corso della Storia dalle sirene del patriottismo, rischia facilmente di abboccare, anche e non da ultimo per l'assenza di un’organizzazione che sia un punto di riferimento in senso comunista e rivoluzionario. Certo, sciagure del genere sembrano accomunare tutti i cittadini, genericamente intesi, di uno stato e cementare, al di là delle differenze di classe, il senso di appartenenza a unica comunità, ma le cose non stanno così. La differenza sostanziale sta proprio tra chi si risolleverà facilmente dalla botta e chi invece si leccherà le ferite. Anche stavolta.

IB, 2011-03-18

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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