Lenin e il capitalismo di stato

Problemi del nostro tempo

Nell'attività politica dei rivoluzionari capita spesso di incontrarsi o scontrarsi con diversi militanti del movimento operaio in cui difetta la capacità di superare i motivi di attaccamento affettivo e sentimentale ad una qualsiasi esperienza storica, per vederne la reale portata e valutarne l'importanza nella sua dinamica complessiva.

È questo il caso per esempio di coloro i quali, pur non riuscendo a staccarsi affettivamente dalla Rivoluzione d'Ottobre, pur-tuttavia non riescono a vederne la reale natura di prima grande esperienza del proletariato nella sua azione di classe storica antagonista alla borghesia.

Sono coloro i quali, ingannati dalle influenze ideologiche borghesi e dalla letteratura degli intellettuali piccolo-borghesi, che scaricano su Marx la responsabilità del proprio gretto meccanismo, affermano che la rivoluzione di Ottobre era destinata in partenza al fallimento poiché in Russia non esistevano le condizioni obbiettive per uno sviluppo socialista (data l'arretratezza) e che era un'illusione gratuita dei bolscevichi quella che fosse possibile passare attraverso la NEP e l'organizzazione monopolistica statale dell'economia per giungere al socialismo, così come auspicato dallo stesso Lenin.

Questo è l'errore che sta alla base dell'orientamento politico di questi compagni. Infatti da qui si può partire o per giustificare la fase staliniana e la politica dei partiti nazional-comunisti che da lì ha preso l'avvio, o per negare qualunque validità alla Rivoluzione bolscevica come fonte di insegnamento per la elaborazione di una strategia rivoluzionaria. Tratteremo il problema nei seguenti aspetti:

  1. valore della Rivoluzione russa come esperienza universalmente valida per il proletariato internazionale;
  2. natura controrivoluzionaria e antileninista di Stalin (autore de "I principi del leninismo”);
  3. posizione dei bolscevichi sul problema del capitalismo di Stato nella polemica con la “sinistra comunista” del Bucharin versione 1918-19.

Cosa pensano Marx e i marxisti della rivoluzione nei paesi avanzati

Conviene anzitutto affrontare i “fedeli interpreti di Marx” cui si deve senz'altro riconoscere la notevole abilità di far credere che interpretano correttamente i risultati di una metodologia d'indagine che è loro assolutamente estranea.

Questi acuti intellettuali argomentano come segue: Marx ha più volte affermato che il comunismo superiore si realizza solo quando la società di classe ha portato a fondo la sua esperienza e la rivoluzione proletaria, primo atto della costruzione del comunismo, scoppia e vince quando il capitalismo si è sviluppato appieno. Fin qui, nulla a ridire. Ma i nostri intellettuali proseguono con estremo rigore logico (meglio dire ristrettezza mentale): la Russia era un Paese a economia prevalentemente arretrata, precapitalista. Da cui si arguirebbe la intempestività della Rivoluzione d'Ottobre. Il guaio è che si vuol far passare tutto ciò per aderenza ai princìpi metodologici marxisti, mentre è solo aderenza ad aspetti di una teoria, i quali, come tali, sono strettamente legati ad altri aspetti nell'ambito della stessa metodologia.

Innanzitutto non esiste per il capitalismo come per nessun'altra struttura economica e sociale, un momento di pieno sviluppo in assoluto. Il capitalismo è una realtà storica in movimento: non esistono traguardi, raggiunti i quali il capitalismo si siede lasciando scorrere il tempo. Esso allarga senza sosta le proprie forze produttive fino al momento in cui le distrugge, per poi ritornare da capo. Esso, cioè, acuisce le proprie contraddizioni sino ai crolli verticali, da cui, se non interviene l'atto eversivo del proletariato, risorge. L'affermazione di Marx, quindi, secondo cui la rivoluzione scoppia quanto il capitalismo ha portato a fondo la sua esperienza significa che la rivoluzione sociale scoppia quando le contraddizioni interne alla dinamica capitalista sono maturate sino alla loro esplosione. Allora il problema, semplicisticamente eluso dai nostri intellettuali, si presenta così: la Rivoluzione russa di Ottobre si inserisce come superamento dialettico delle contraddizioni capitaliste oppure no? Se sì, in quale fase del capitalismo?

Alla prima domanda i marxisti conseguenti rispondono decisamente sì. Non a caso l'Ottobre segue il Febbraio, non a caso cioè la Rivoluzione proletaria segue la Rivoluzione democratica. Questa portò al potere le forze della borghesia liberale e socialisteggiante che ben presto si mostrò incapace di portare a fondo la stessa rivoluzione borghese, si mostrò incapace di soddisfare le esigenze maturate dalle contraddizioni in Russia. La contraddizione principale in Russia non era semplicemente tra borghesia in ascesa e forze economiche e politiche precapitaliste esprimentisi nella autocrazia zarista. Lo stesso Lenin spiegò sufficientemente questo problema nel suo “Imperialismo”. Sentiamo cosa dice:

Agand calcola la potenza complessiva delle grandi banche di Pietroburgo in 8235 milioni di rubri (quasi 8,25 miliardi) e divide la "partecipazione", o più esattamente il dominio delle banche straniere, nel modo seguente: banche francesi, il 55 %; inglesi, il 10 %; tedesche, il 35 %. Su questa somma di 8235 milioni di capitale in funzione, secondo i calcoli dell'autore, ben 3687 milioni, cioè più del 40 % spettano ai sindacati "Produgol" [commercianti del carbone del Donez - ndr], "Prodameta" [commercianti di prodotti metallurgici russi - ndr] come pure i sindacati dell'industria petrolifera, metallurgica e cementizia. Sicchè in Russia, in conclusione, con la formazione dei monopoli capitalistici si è avuto un immenso sviluppo della fusione del capitale bancario con quello industriale. (1)

Di rimando Trotsky scriveva nel 1930: (2)

La rivoluzione di Ottobre ha ereditato dalla vecchia Russia, oltre alle contraddizioni interne del capitalismo, contraddizioni non meno profonde tra il capitalismo nel suo insieme e le forme precapitaliste di produzione [tutti i corsivi sono della redazione].

Questo significa che in Russia era arrivato l'imperialismo nella sua realtà oggettiva di fase del capitalismo quale struttura economico-sociale, cioè non solo di forma politica crudele e vessatoria, come certi intellettuali vecchi e nuovi vorrebbero far credere.

Ciò significa quindi che le contraddizioni dell'imperialismo (internazionale per sua natura) agivano anche in Russia, aggravate dall'involucro di arretratezza che le racchiudeva. D'altronde la disintegrazione delle forme populiste negli anni 1880-90 non coincide forse con la possente industrializzazione? Il marxismo rivoluzionario, cioè il bolscevismo, inizia la propria ascesa ideologica, teorica e politica proprio nel crogiolo della industrializzazione. Il leninismo fu, sin dal suo sorgere, l'interprete teorico e politico delle forze operaie generate e rafforzate dal capitalismo internazionale.

Il proletariato russo del 1917 non era il proletariato europeo del 1948, poiché non era semplicemente il giovanissimo e immaturo figlio della borghesia russa; era figlio del capitalismo internazionale, che, facendo affluire in Russia ingenti capitali finanziari, aveva creato quei modelli di industria moderna in cui l'associazione nel lavoro, la concentrazione di grandi masse operaie in limitate zone geografiche, maturavano le forze della rivoluzione socialista. Ed era anche e soprattutto con queste forze che la giovane borghesia russa doveva fare i conti. La rivoluzione democratica avrebbe acuito fino alla esplosione, e così infatti avvenne, la contraddizione fra capitalismo e proletariato. Non c'era via di scampo allora per la borghesia, le masse proletarie premevano non perché lo volesse Lenin o il Partito bolscevico, bensì perché era nella stessa dinamica degli avvenimenti. Il Partito bolscevico si limitò a compiere il dovere comune a qualunque partito comunista rivoluzionario: stare alla testa delle masse e condurle alla vittoria, nel momento giusto, al giusto punto di maturazione degli avvenimenti.

Non a caso ci fu più di un tentativo di alleanza fra le forze della borghesia e quelle zariste reazionarie. Le classi sfruttatrici si alleano sempre quando si tratta di difendere le loro prerogative.

A questo punto risulta chiaro che la particolarità della situazione in cui si ebbe la Rivoluzione russa sta più nella cornice di condizioni peculiari alla Russia (per altro importanti come vedremo in seguito) che nel contenuto, costituito dalla presenza di una contraddizione comune a tutti i paesi europei di allora e di oggi.

La Rivoluzione russa è l'esplosione della contraddizione principale fra proletariato e capitalismo nella sua essenza di sistema socio-produttivo articolato su scala mondiale. In questo consiste il valore universale della esperienza di Ottobre nel suo più profondo significato ed è giusto che i nostri intellettuali nazional-comunisti si rifiutino di capirlo. Essi dimenticano semplicemente che il capitalismo era già nella sua fase imperialista, come si sforzò di far capire Lenin. Tale dimenticanza oltre a comportare la confusione di idee circa la Russia di allora, determina per conseguenza l'incomprensione del problema coloniale così come oggi si presenta. La teoria marxista che borghesia e capitalismo portano con sè il proletariato che necessariamente si esprime attraverso la propria dottrina rivoluzionaria è per loro una frase da pronunciare pomposamente solo in certe circostanze, mentre in altre conviene dimenticarla. Naturalmente in questo caso si dimentica anche l'altro punto fermo del marxismo: là dove esiste e domina la borghesia (e a maggior ragione la borghesia nella fase imperialista) la contraddizione principale è tra proletariato e borghesia; tutte le altre vanno oggettivamente e politicamente considerate subordinate. Ma evidentemente il giochino cinese delle contraddizioni, che da principali diventano secondarie e viceversa, piace a molti.

Capitalismo di stato e dittatura proletaria

Abbiamo già accennato al fatto che dall'incomprensione del vero significato della rivoluzione russa discendono due diversi atteggiamenti di fronte al problema della politica sovietica e dei partiti filosovietici. Ci sono coloro i quali, e purtroppo sono i più, giustificano la fase staliniana e continuano a vedere nella Russia un Paese se non ancora socialista, pur tuttavia sulla via del Socialismo. Ci sono poi altri che arrivano a negare il valore della Rivoluzione d'Ottobre come fonte di esperienze per l'elaborazione di una strategia rivoluzionaria per concludere negando anche la legittimità storica del Partito come strumento del proletariato in sede teorica e politica.

Oltre a quanto detto qualcosa ancora accomuna la prima parte della strada di questi compagni; qualche cosa che è strettamente legato alla prima questione: la incomprensione della natura controrivoluzionaria (in senso di classe, e che ciò sia chiaro ai trotskisti) della fase staliniana. Questo problema ricorre giustamente di continuo sulla nostra stampa poiché è il perno su cui poggia la forza di un partito rivoluzionario moderno. Non per gusto accademico, come certi ridicoli critici vorrebbero far credere, ma perché la Russia è da tempo la seconda potenza mondiale. Questo significa che la chiarezza di idee sulla realtà russa è indispensabile per una valutazione corretta della situazione attuale, che è imperialista, che cioè vede il vicendevole condizionarsi delle varie realtà nazionali. Ritorniamo quindi sull'argomento cercando di chiarirlo alla luce della stessa impostazione di Lenin. Ci sembra di aver detto che la particolarità in cui si ebbe la rivoluzione russa, pur non inficiando il valore universale della rivoluzione stessa, rivestì una notevole importanza per quello che seguì. La Russia, arretrata nella sua cornice economica, isolata dal resto del mondo proprio a seguito della Rivoluzione di Ottobre, non poteva iniziare attivamente la costruzione del Socialismo. Questo per il fatto semplice che l'economia socialista presuppone una base industriale avanzata o quantomeno forze economiche autosufficienti a condurre un processo di industrializzazione armonico nel quadro della dittatura del proletariato. Sfortunatamente situazioni di questo genere si realizzano solo quando è tutto il mondo o almeno la parte più avanzata, capitalisticamente parlando, ad aver vinto la rivoluzione.

Il concetto per Lenin era chiaro, ed è ciò che i nazional-comunisti di tutti i Paesi e i vari opportunisti, ivi compresi i nostri cinesi, si peritano di nascondere. È bene allora citare alcuni passi dello stesso Lenin tratti da un lavoro molto poco conosciuto ma di notevole importanza.

... Commetteremmo un errore irreparabile dichiarando che, essendo scontata la sproporzione fra le nostre "forze" economiche e la nostra forza politica, se ne "deduce" che non bisognava prendere il potere. È questo un ragionamento da "maniaci viventi nella bambagia", che dimenticano che non ci sarà mai "proporzione", che non è data averla né nello sviluppo della natura, nè in quello della società, che il socialismo compiuto non sarà risultato che dalla collaborazione rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi e in seguito a molti tentativi dei quali ciascuno, considerato isolatamente, sarà unilaterale e soffrirà di una certa sproporzione [corsivo di Lenin]. (3)

Il problema era quindi eventualmente di attenuare quelle sproporzioni resistendo come paese della dittatura proletaria. Difatti qualche pagina più indietro Lenin scrive (4):

La storia [...] ha seguito una via tanto particolare che ha generato nel 1918 due metà di socialismo, separate e vicine come due pulcini sotto la chioccia comune dell'imperialismo internazionale. La Germania e la Russia incarnano con una evidenza particolare la realizzazione materiale delle condizioni del socialismo, delle condizioni economiche, produttive e sociali da una parte, e delle condizioni politiche dall'altra.

È abbastanza noto come Lenin sperasse nella Rivoluzione tedesca. Anche in questo passo ribadisce la ferma convinzione che la Germania incarnava allora le condizioni economiche ottimali che rendevano possibile intraprendere veramente la costruzione di una economia socialista.

È qui necessario però fare una precisazione: Lenin non si illuse mai che la rivoluzione in Germania fosse sufficiente per il trionfo del socialismo. In Lenin non venne mai a mancare la convinzione che il socialismo può affermarsi definitivamente solo su scala internazionale. Egli non parlò mai né di socialismo in un Paese solo, né in due Paesi soli. Ecco cosa scrive subito dopo l'ultimo passo citato:

Una rivoluzione proletaria vittoriosa in Germania romperà di colpo, con la più grande facilità, tutti gli involucri dell'imperialismo e assicurerà a colpo sicuro la vittoria del socialismo mondiale senza difficoltà o con difficoltà insignificanti, a condizione di considerare le difficoltà sulla scala della storia mondiale, e non a quella di qualche gruppo di filistei.

È necessario ora spendere qualche parola per spiegare di cosa tratta il testo da cui citiamo. Si tratta di un lungo articolo pubblicato sulla “Pravda” del 9, 10 e 11 marzo del 1918, col titolo “Sull'infantilismo di "sinistra" e le idee piccolo-borghesi”. Questo fu unito ad un altro articolo di Lenin a titolo “Il compito principale dei nostri giorni”, pubblicato sul numero del 12 marzo della “Izvestia del Comitato esecutivo centrale di Russia”, ed edito in opuscolo nel maggio del 1918. Entrambe queste opere sono dedicate alla polemica contro Bucharin e la cosiddetta “sinistra comunista” sulla questione della pace con la Germania e della industrializzazione. Vedremo più avanti l'importanza di questa polemica ed il valore che tali opere, e in modo particolare “Sull'infantilismo di sinistra e le idee piccolo-borghesi”, hanno per la comprensione di tutta la fase che va dal 1918 al 1924-25.

Torniamo alla questione. Lenin nei passi citati pone l'accento proprio sul problema della rivoluzione internazionale, sperava cioè che la Rivoluzione di Ottobre non restasse un fatto isolato, ma segnasse l'inizio di una lunga catena di esplosioni rivoluzionarie, di cui quella in Germania avrebbe dovuto essere appunto il secondo anello; si badi bene: il secondo, non l'ultimo.

Ed è proprio in questa prospettiva che lo stesso Lenin pone il problema della NEP e dell'armamento economico e industriale della dittatura del proletariato in Russia. Da qui la polemica con Bucharin e i “comunisti di sinistra” che premevano per la immediata realizzazione di alcuni aspetti del socialismo (quali la parità di retribuzione fra dirigenti e operai; la lotta a fondo al capitalismo di Stato) a prescindere dalle condizioni oggettive della economia russa, che vedevano sia l'assenza di efficienti quadri dirigenti proletari, sia l'assenza di una organizzazione economica avanzata, quale quella del Capitalismo di Stato. Il problema fu posto con estrema chiarezza da Lenin proprio nel corso di tali polemiche, quando il “Kommunist” (giornale facente allora capo alla corrente di Bucharin) scriveva frasi infuocate contro la...

disciplina del lavoro, legata al ristabilimento della direzione dei capitalisti nella produzione. (5)

Rispondeva Lenin (6):

La loro difesa non vale nulla poiché, in primo luogo, la "direzione" è accordata ai capitalisti dal potere dei Soviet, con dei commissari operai e dei comitati operai che sorvegliano qualunque gesto del direttore, che assimilano la sua esperienza di direzione e che hanno la possibilità, non solo di appellarsi contro le sue decisioni, ma di destituirlo attraverso gli organi del potere sovietico. In secondo luogo, la direzione è affidata ai capitalisti perché essi compiano certe funzioni esecutive nel corso di un lavoro le cui condizioni son definite dal potere sovietico, che può ugualmente annullarle o revisionarle. In terzo luogo, il potere sovietico affida la "direzione" ai capitalisti non in quanto tali, ma in quanto specialisti-tecnici e organizzatori, per mezzo di salari elevati.

La posizione di Lenin consiste nel ritenere impossibile la costruzione di un solido supporto economico alla dittatura del proletariato in Russia, senza avvalersi della esperienza organizzativa su tale terreno dei capitalisti e dei tecnici borghesi. Bisognava cioè “mettersi alla scuola dei capitalisti”.

Ciò che predomina attualmente in Russia è il capitalismo piccolo-borghese a partire dal quale non c'è che un solo e medesimo cammino per arrivare tanto al grande capitalismo di Stato che al Socialismo, e questo cammino passa attraverso la stessa tappa intermedia che si chiama “inventario e controllo esercitato dal popolo intero sulla produzione e sulla ripartizione dei prodotti”. (7)

Il problema a questo punto va visto dall'angolo visuale della presenza operante del proletariato al potere e della funzionalità della dittatura del proletariato riconosciute dallo stesso Bucharin. Evidentemente non regge la eventuale obiezione che Bucharin comunque aveva ragione quando scriveva sul suo giornale che tutto ciò...

minaccia di asservire la classe operaia, susciterà il malcontento tanto degli strati arretrati che della avanguardia del proletariato. Dato il rancore che regna fra il proletariato verso i “capitalisti sabotatori”, il partito comunista dovrà, per applicare questo sistema, appoggiarsi alla piccola borghesia contro gli operai e perdersi come partito del proletariato. (8)

Il problema infatti stava nel tener presente questi pericoli, non per trarre da essi la conclusione che non si doveva dare avvio alla NEP, ma per salvaguardare da questi stessi pericoli la dittatura del proletariato. In realtà le cose si sono svolte approssimativamente così come paventate da Bucharin, ma (e il problema è serio) Bucharin, come chiunque altro, non aveva alcuna alternativa da porre in quel momento: la dittatura del proletariato era una realtà, si trattava di rafforzarne il sostrato economico in attesa della rivoluzione e lavorando per questo obiettivo in Germania e negli altri Paesi. Quando invece la dittatura del proletariato iniziò ad essere svuotata dei suoi contenuti reali per servire da camuffamento alle forze capitaliste all'attacco per la sostituzione della politica nazional-capitalista alla linea rivoluzionaria, proprio Bucharin sarà ai vertici del partito come ideologo dello stalinismo fino all'apice della sua carriera che lo vede iniziatore della politica capitolarda in Cina e in Europa, teorizzatore di tutti i fronti unici possibili e immaginabili. (9)

Evidentemente la grande tragedia di Bucharin, che lo porterà alla morte per opera del suo grande amico Stalin, fu quella di non riuscire a legare ad una profonda conoscenza teorica del marxismo (che lo stesso Lenin gli ha sempre riconosciuto) la capacità di orientarsi nelle diverse situazioni o quantomeno di non arrivare a capirle con eccessivo ritardo (ciò che appunto gli costò la morte in puzza di traditore anche ai rivoluzionari, oltre che al suo assassino Stalin).

Allora Bucharin, pur riconoscendo lo stato arretrato della economia russa, non collegava a questo la necessità di edificare qualche cosa di più avanzato, che sarebbe servito ad aumentare le capacità di resistenza del potere sovietico, e soprattutto non capiva che le garanzie assolute di successo non erano una proprietà della Rivoluzione come di qualunque evento storico limitato geograficamente e temporalmente.

L'unica “garanzia” stava nella capacità di resistenza del proletariato al potere in attesa della rivoluzione. Questo se era chiaro a Lenin, non lo era a Bucharin che continuò imperterrito a trascurarlo sino a strangolare, coscientemente o no, tale potere con le proprie mani schierandosi alla estrema destra dello stalinismo montante addirittura come suo ideologo. Il pericolo, e Lenin lo aveva ben presente in questo stesso testo, c'era ed era inevitabile che ci fosse. Si trattava allora non di criticare a vanvera la NEP e la politica bolscevica, ma di salvaguardarne seriamente gli scopi ultimi, che erano solo ed esclusivamente di resistenza, di stare all'erta contro questi pericoli. Quali? Evidentemente, ripetiamo, Bucharin aveva ragione; c'era il pericolo che la borghesia nazionale ed internazionale si servisse della destra opportunista del partito per spingere il partito stesso “ad appoggiarsi alla piccola borghesia” per garantire la vittoria delle forze negative della NEP rafforzando la struttura burocratica del capitalismo di Stato, che per Lenin doveva essere invece solamente transitoria e dare inizio al processo della propria estinzione nel momento stesso della sua costituzione.

Se la NEP era per Lenin una necessità, dopo Lenin divenne lo strumento della edificazione del capitalismo di Stato in senso controrivoluzionario.

Come si combatte il leninismo proclamandosi leninisti

Quanto esposto, Lenin, come chiunque può constatare, leggendo le opere citate, non lo mandò a dire. Il problema era soprattutto che l'Internazionale continuasse a lavorare per una soluzione rivoluzionaria di classe su scala mondiale. Ma subito dopo la morte di Lenin, se non anche quando era tagliato fuori, si colsero subito i primi cambi di indirizzi. La collettivizzazione forzata nella agricoltura, la parallela “forbice dei prezzi”, erano solo una conseguenza del cambiamento di indirizzi nella politica sovietica. Non si trattava più di resistere mantenendo salda l'alleanza tra proletariato e contadiname, bensì di iniziare a costruire una economia autonoma sul piano del nazionalismo gravando quindi e necessariamente sulle spalle del proletariato e del contadiname. In questo senso le stesse vessazioni subite dal contadiname non erano il frutto della giusta violenza proletaria contro i sabotatori del socialismo, ma quello della violenza dei nuovi padroni, sabotatori della dittatura proletaria.

Sul piano della politica internazionale le deviazioni erano ancora più macroscopiche. Il fronte unico, sostenuto da Lenin in un momento particolare come episodio “necessario” ma contingente, in Germania (e qui sarebbe forse utile valutare se fu o no un errore, ma rimandiamo tale questione ad un prossimo articolo) fu, dopo Lenin, elevato a punto fermo della politica sovietica in seno all'Internazionale. L'“errore” tedesco fu dal 1924 in poi rinnovato una infinità di volte. In Italia questo portò agli abbracci con PSI e terzini prima, per finire più tardi con i C.L.N. Dopo il fallimento della rivoluzione tedesca a occidente, Stalin e i suoi accoliti e padroni, fecero di tutto per far fallire la rivoluzione cinese a oriente, precludendo così fino ad oggi la possibilità di una ripresa rivoluzionaria nel mondo. Forse (siamo nel campo delle ipotesi) la Rivoluzione Cinese del 1927 sarebbe giunta ancora in tempo a raddrizzare le cose in Russia. Oggi sappiamo che fu fatta fallire impegnando tutta la buona volontà di controrivoluzionari dello stampo di Stalin e che la prossima rivoluzione sulla scena internazionale verrà in aiuto ai proletari russi solo dando loro l'esempio da seguire. Dobbiamo cioè ricominciare da capo, con pazienza e saldezza rivoluzionaria, con la capacità di attingere dal passato gli insegnamenti per il futuro.

Non è il caso di riprendere ora la polemica con il compagno Trotsky, ci limitiamo solo a rispondere a coloro che ci rimproverano di averlo accusato di essere l'ala sinistra dello stalinismo.

Ciò che abbiamo elaborato sul piano della critica all'Unione Sovietica lo dobbiamo anche a Trotsky che ci ha fornito il materiale necessario con le sue opere polemiche contro la degenerazione burocratica. Quel materiale di dati per uscire dagli schemi di una valutazione positiva dei rapporti di classe in Russia. Un partito non degenera a prescindere da una degenerazione nelle cose. Un partito serve sempre una classe, e interessi di classe. Se non esprimeva più gli interessi del proletariato russo e internazionale, come lo stesso compagno Trotsky denunciò, cosa esprimeva? Non si tratta qui di discutere se il Partito serviva un'altra classe, o addirittura se stesso come classe. Il problema è capire che esprimeva altri interessi, antagonistici a quelli proletari. La NEP fu lo strumento di cui si servì. Lenin lo aveva detto chiaro e l'abbiamo citato. Poteva servire il proletariato o la borghesia imperialista. Si trattava di badare alle forze che la manovravano in un senso e a quelle che miravano a manovrarla in un altro.

Bucharin in un modo, Trotsky nell'altro, trascurarono questo aspetto.

Mauro jr.

(1) Lenin: “Opere scelte”, Edizioni in lingue estere, Mosca, 1947, pag. 650.

(2) Trotzky : “Scritti 1929-1936”, Ed. Oscar Mondadori, pag. 100.

(3) Lenin: Sur l'infantilisme "de gauche" et les idees petites-bourgeoises”, Oeuvres, Tome 27, Ed. en languages etrangères, Moscou 1961, pag. 361.

(4) Ibid., pag. 355.

(5) Ibid., pag. 364.

(6) Ibid., pag. 365.

(7) Ibid., pag. 356.

(8) Citato da Lenin, ibid., pag. 364.

(9) Per le posizioni di Bucharin a questo riguardo cfr. Trotzkij, op. cit., pagg. 145-147.

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

Abbonamento annuale: € 25,00 (2 numeri di Prometeo + 10 numeri di Battaglia Comunista)